I colori del tempo

La Venue de l’avenir
Francia 2025
con Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Vincent Macaigne, Julia Piaton, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Sara Giraudeau, Cécile de France, Pomme, Fred Testot, Vincent Perez, François Berléand, Philippine Leroy-Beaulieu, Olivier Gourmet
regia di Cédric Klapischy

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Dovendo costruire un grande centro commerciale, un comune della Normandia effettua delle ricerche genetiche per risalire agli eredi di Adèle Meunier la cui casa risulta disabitata dal 1944 per i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Della trentina di parenti trovati ne vengono scelti quattro per consentire l’apertura dell’immobile. La casa si rivela una capsula del tempo e nasconde tesori inaspettati, addirittura un dipinto inedito di Monet: tra lettere, cimel vari e una bevuta di ayahuasca si ricostruisce la vita Adèle che a fine Ottocento, appena ventenne, lasciò la casa per andare a cercare la madre a Parigi…

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Il film si muove su due piani storici: gli anni bohémien di Adèle nella Parigi della Belle Époque dove divide una stanza a Montmartre con due giovani artisti conosciuti durante il viaggio e scopre di essere figlia di un celebre artista, e il presente in cui i quattro rappresentanti degli eredi si appassionano alla storia familiare.

La trama contemporanea è piuttosto originale mentre quella ottocentesca è un po’ più scontata ma nell’insieme il film risulta molto piacevole ed offre una riflessione interessante sui media e sull’arte.

La rivoluzione fotografica del secondo ottocento che sconvolge l’arte portando alla nascita dell’Impressionismo (la pittura ha perso la sua funzione di rappresentare la realtà storica) e del cinema viene confrontata con l’uso smodato delle immagini consumate dai social nel presente: divertente la scena iniziale del film con l’influencer davanti alle Ninfee di Monet che nota che i colori del quadro non valorizzano un abito e tutto l’enturage propone di cambiare i colori del dipinto in post-produzione piuttosto che al vestito che andava monetizzato in quella nuance.

Living

GB 2022
con Bill Nighy, Aimee Lou Wood, Alex Sharp, Tom Burke, Adrian Rawlins, Oliver Chris, Michael Cochrane, Zoe Boyle, Lia Williams, Richard Cunningham, Patsy Ferran, John MacKay, Robert Burton Hubele, Anant Varman, Jessica Flood
regia di Oliver Hermanus


Living


Un anziano burocrate scopre di essere malato di cancro e di avere ancora pochi mesi da vivere, decide così di provare a cambiare vita, dandosi alla bella vita in una località balneare ma sensa successo, casualmente reincontra una giovane impiegata nel suo ufficio che ha lasciato il lavoro e si avvicina a lei per cercare di capire il segreto della sua gioia di vivere; proprio durante una chiacchierata con la ragazza Mr Williams ha un’illuminazione: tornare a fare il proprio lavoro con la passione che ha perso negli anni, prende quindi a cuore la pratica di un parco per bambini chieda tempo rimbalzava tra i vari uffici comunali e ne fa la propria ragione di vita. Il suo entusiasmo scuote, anche se solo per breve tempo, i colleghi…



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Il remake del film Vivere di Akira Kurosawa che si era ispirato a un racconto di Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič vanta la sceneggiatura del premio nobel Kazuo Ishiguro autore del romanzo Quel che resta del giorno da cui James Ivory ha tratto l’omonimo film.
Il film è ambientato nella Londra del 1952, ancora segnata dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale e dal rigido conformismo sociale: Mr. Williams è un vecchio caposezione di un ufficio pubblico londinese, vive in un sobborgo m come i suoi sottoposti ma pur prendendo tutte le mattine lo stesso treno non condivide il viaggio con loro. E’ vedovo da anni e vive nella casa di famiglia con il figlio e la nuora insofferente.
Quando scopre di avere pochi mesi di vita, l’uomo reagisce prelevando parte dei risparmi e trasferendosi in una località balneare per cercare di godersi gli ultimi mesi ma questa fuga non è consolatoria così torna alla vita quotidiana, cosciente della pochezza della sua esistenza: anche il legame con il figlio è poco più che formale e infatti non gli confida il suo stato di salute, preferisce farlo con Miss Harris, una giovanissima impiegata che ha lasciato l’ufficio per un lavoro più soddisfacente, la verve della ragazza ha sempre affascinato il vecchio capoufficio e ora che gli resta poco da vivere, Mr. Williams si lascia andare al piacere della sua compagnia anche se scopre che la ragazza lo aveva soprannominato Mr. Zombie. Williams capisce di essere stato per lungo tempo un “morto vivente” e si interroga su come sfruttare al meglio il poco tempo gli resta da vivere, si accorge di aver sempre voluto fare il lavoro che ha fatto, solo si è lasciato divorare dalla routine così torna in ufficio e prende a cuore la pratica di alcune mamme che chiedono la trasformazione di un angolo abbandonato del loro quartiere in un parco per bambini. Il burocrate riuscirà a far realizzare il parco e la morte lo coglie soddisfatto e amato, più di quanto non lo sia mai stato in vita sua. Anche i suoi sottoposti rievocando l’impresa di Mr. William giurano di seguire il suo esempio ma ben presto il tran tran riprende il sopravvento, l’unico a rimanere fedele all’insegnamento di Mr. Williams è Mr. Wakeling, l’ultimo assunto che si fidanza anche con la signorina Harris.
Vidi il film di Kurosawa troppo tempo fa per poter confrontare le due opere ma trovo nel minimalismo dell’opera di Hermanus un certo gusto giapponese o quantomeno orientale: il riuscire a trovare il senso della vita nelle piccole cose, coscienti che quel piccolo cambiamento non rivoluzionerà il mondo ma avrà comunque la propria utilità: la riconoscenza delle persone del quartiere e la ripresa dei mortiferi ingranaggi della burocrazia. Anche il trovare la propria ragione di vita fuori dalla famiglia è molto poco occidentale e una tematica cara a Ishiguro: per noi sarebbe più ovvio il tentativo di recuperare il rapporto col figlio, messo in ulteriore crisi dai pettegolezzi sul vecchio Williams e la sua giovane amica.

Addio giovinezza!

Addiogiovinezza!Italia 1940
con Maria Denis, Clara Calamai, Adriano Rimoldi, Carlo Campanini, Carlo Minello, Bianca Della Corte
regia di Ferdinando Maria Poggioli

Torino 1910: Mario, studente in medicina fa di tutto per conquistare la sartina Dorina, andando ad abitare anche nella stanza affittata dalla povera famiglia della ragazza. Seguono due anni di amore felice fino a quando Mario, salvando una persona che sta annegando nel Po, attira l’attenzione di Elena, una ricca mantenuta che gli si offre. Il ragazzo non sa resistere all’”avventura elegante” e finisce con rompere con Dorina. I due innamorati si rivedranno solo dopo la laurea di Mario per un ultimo addio.

Quarta versione cinematografica -e l’unica sonora- dell’omonima commedia teatrale scritta nel 1911 da  Sandro Camasio e Nino Oxilia.
Il regista Ferdinando Maria Poggioli riscrive la sceneggiatura con Salvator Gotta  e Giacomo De Benedetti (non accreditato in virtù delle leggi razziali) ampliando il tema della maliarda che seduce il giovane rovinando un amore pulito e trasforma la pellicola in una perfetta ricostruzione d’epoca della Torino d’inizio secolo con la vita goliardica degli studenti sempre a caccia di una bella sartina, affidando un tocco comico alla figura di Leone (Carlo Campanini) impacciato studente fuori corso, vittima delle burle de compagni e confidente di Mario.




Addiogiovinezza!


Un film leggero dove colpisce, in cauda venenum, la denuncia sociale: nonostante Dorina si umilii nel supplicare la vamp di lasciarle l’amato, nel finale scopriamo che quello della sartina era comunque un amore a tempo, destinato a finire con la laurea di Mario che se ne torna al paese a fare probabilmente il medico condotto, non certo una grande carriera ma le barriere sociali gli impedirebbero comunque di sposare un’umile sartina che resta solo il ricordo degli anni spensierati di gioventù.




Addio giovinezza


Un’aura di malinconica predestinazione avvolge la commedia fin dall’esordio visto che i due autori morirono giovanissimi nella Prima Guerra Mondiale; Poggioli, classe 1897 ha l’età giusta per venare di malinconia della passata gioventù il suo film ma Addio Giovinezza! aquisisce un ulteriore senso di drammatica predestinazione essendo uscito nelle sale nel dicembre del 1940, nel primo anno della Seconda Guerra Mondiale che cambierà inesorabilmente le sorti e i costumi italiani.

Una notte con la regina

A Royal Night Out
GB 2015
con Sarah Gadon, Bel Powley, Jack Reynor, Rupert Everett, Emily Watson, Roger Allam
regia di Julian Jarrold



Unanotteconlaregina


8 maggio 1945, la Germania si arrende e a mezzanotte e un minuto si dichiara ufficialmente finita la Seconda Guerra Mondiale, le due principesse Windsor, Elizabeth e Margaret, che hanno trascorso gli anni della guerra chiuse nel palazzo reale, non resistono e chiedono agli augusti genitori di poter festeggiare tra la gente la notte del V-day. Dopo qualche tentennamento re Giorgio VI accetta di lasciare uscire le principesse mentre la regina madre pensa di poter mettere un freno all’entusiasmo delle figlie affidandole a due ufficiali alla cui scorta le fanciulle sfuggiranno ben presto perdendosi di vista a loro volta..




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Ispirandosi a un fatto vero, poiché la prima uscite delle due principesse avvenne realmente quella fatidica notte ma si limitarono a festeggiare al Ritz in compagnia di un selezionato gruppo di amici, il grazioso film di Julian Jarrold mette insieme molti elementi già visti creando un effetto favola che funziona sulla gioventù dell’inossidabile regina Elisabetta II, un vero mito vivente e cinematografico visto quanto spesso passa in televisione il bel film di Stephen Frears, The Queen.
L’ispirazione principale è sicuramente Vacanze Romane con la futura regina che non sa gestire gli aspetti della vita pratica e sogna le gioie dell’anonimato, su questo elemento s’innesta la spirale demenziale del genere “tutto in una notte” dove tutta una serie di situazioni sempre più complicate si affastellano una sull’altra: le principesse che si dividono prendendo due linee d’autobus differenti portano complicazioni a non finire: mentre la svagata Margaret finisce senza accorgersene in un locale malfamato di Soho dove si salva dalle avance troppo insistenti del suo occasionale accompagnatore grazie all’intervento del gestore malavitoso ma profondamente monarchico, Elisabeth si perde per le strade della capitale del suo futuro regno che non conosce minimamente e se la cava grazie all’intervento di Jack, un aviere di umili origini che la scorta tutta la notte pur essendo l’unico in quella situazione d’entusiasmo a muovere qualche critica alla famiglia reale. Per salvarlo dalla polizia militare Elisabetta dovrà rivelare la sua vera identità ma questo non impedirà alla fanciulla di vivere fino in fondo la sua notte di libertà prima di tornare al suo futuro denso di responsabilità.




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Una vena di romanticismo malinconico, dialoghi da commedia brillante americana, rigorosa ricostruzione storica in stile british e un’ottimo cast con Rupert Everett che da vita a un Giorgio VI sornione mentre  Emily Watson è una matronale e severa regina madre mentre Bel Powley si conferma una delle più promettenti attrici inglesi portando una ventata di gioiosa e sventata freschezza con la sua Maragaret a cui non sa dire di no la sempre misurata Elisabetta, anche nella recitazione di Sarah Gadon.

La vergine di Norimberga

Italia 1963
con Rossana Podestà, Georges Rivière, Christopher Lee
regia di Anthony Dawson (Antonio Margheriti)



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La prima notte che l’americana Mary passa nell’avito castello tedesco del marito è buia e tempestosa e la donna si sveglia nel cuore della notte per i fulmini e per delle urla di donna; Mary si accorge di essere sola nel letto: del marito non c’è traccia, scendendo a cercarlo per il castello, si ritrova nella sala delle torture e vede una donna uccisa nella Vergine di Norimberga e sviene. Quando si risveglia il marito e la servitù cercheranno di convincerla che si tratta solo di un incubo ma la donna continua ad indagare fino a scoprire un terribile segreto..



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La vergine di Norimberga è un Bmovie che invecchia con molta dignità, un film gotico che si caratterizza per i dettagli piuttosto crudi delle torture che oggi forse non fanno più così impressione. Resta notevole l’uso della macchina da presa di Margheriti che alterna piani sequenza a dettagli macabri o terrorizzanti dando un certo ritmo alla pellicola.



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Il film è quasi tutto sulle spalle della protagonista, la bellissima Rossana Podestà: è attraverso il suo sguardo e le sue fughe che lo spettatore scopre gli orrori del castello degli Hunter dove sembra esser tornato in vita “il Giustiziere”, un avo pazzo che nel XVII secolo puniva con la tortura soprattutto le donne che si erano macchiate d’infedeltà. Non c’è nessun ritorno dall’aldilà ma la vicenda del mostro che imperversa nel castello è una delle più tristi della storia del cinema e trova la sua spiegazione nella realtà storica della Seconda Guerra Mondiale con il flash back esplicativo girato in bianco e nero con qualche apparente immagine di repertorio.
In un ruolo secondario, quello di Erich, attendente del generale Hunter, padre di Max, troviamo niente meno che Christopher Lee che recita con il volto mezzo sfigurato sempre a causa della guerra.



Lee


Giudizio sul dvd


Il dvd offre come extra un documentario Il castello degli orrori che analizza non solo il film in questione ma più in generale l’opera del regista con spezzoni audio di un intervista a Margheriti e l’intervento dello sceneggiatore Gastaldi e le spiegazioni del critico sul film e tutte le figure che sono entrate nella lavorazione, dagli attori al produttore Marco Vicario.

#GregoryPeck100

Gregory peckTamarafiglaidellasteppa

Eldred Gregory Peck nasceva il 5 aprile 1016 a LaJolla, in California. E’ scomparso il 12 giugno 2003 lasciando una carriera cinematografica di grande spessore di cui ricordiamo le tappe fondamentali.

Tamara figlia della steppa 1944
Il film d’esordio per la regia di Jacques Tourneur è un mediocre film di propaganda bellica, uno dei pochissimi filosovietici.



Io ti salverò 1945
Spellbound
Al quarto film Peck è protagonista di uno dei capolavori di Alfred Hitchcock, celebre, tra l’altro, per le scenografie oniriche realizzate da Salvador Dalì.



Duello al sole 1946
Duelloalsole
Quattro registi per un film voluto da Selznick per lanciare la moglie Jennifer Jones, resta un capolavoro di amour fou per la scena finale della morte dei due protagonisti.



Il caso Paradine1948
Ilcasoparadine
Seconda e ultima collaborazione con Hitchcok in un film giudiziario dove l’integerrimo avvocato Keane s’innamora della sua cliente interpretata da una glaciale Alida Valli.



Cielo di fuoco1949
Cielodifuoco
Film di guerra e nello specifico di battaglie aeree, quasi dimenticato ma secondo il Mereghetti forse una delle migliori interpretazioni di Gregory Peck che gli vale la quarta nomination della carriera agli Oscar.



Vacanze Romane 1953
Vacanzeromane
Il film forse più celebre dell’attore che valse l’Oscar alla debuttante coprotagonista Audrey Hepburn.



Moby Dick 1956
Mobydick
Peck è il capitano Achab nella seconda versione filmica del romanzo di Melville diretta da John Huston.
L’ultimo ruolo interpretato dall’attore è ancora in Moby Dick , nella miniserie tv del 1998 dove intereta Padre Mapple.



I cannoni di Navarone 1961
Icannonidinavarone
Celeberrimo e spettacolare kolossal ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale.



Il Promontorio della paura 1962
Ilpromontoriodelapaura
Gregory Peck è l’avvocato perseguitato dal galeotto che ha fatto incarcerare. Scorsese ne gira il remake nel 1991 e i protagonisti del primo film tornano in due piccoli ruoli opposti a quelli del film originale. Per Gregory Peck il film del 1991 fu l’ultimo girato per il grande schermo.



Il buio oltre la siepe 1962
Ilbuiooltrelasiepe
Il ruolo di Atticus Finch valse a Peck l’unico Oscar della sua carriera, il secondo Golden Globe e l’identificazione con la dirittura morale del personaggio.



Arabesque 1966

Arabesque
Con Sophia Loren nel giallorosa diretto da Stanley Donen che si diletta con lo stile pop e patinato delle riviste dell’epoca.



Un uomo senza scampo 1970
Unuomosenzascampo
Sceriffo perde la testa per una giovane disinibita, ruolo non nuovo per Peck ma la regia asciutta di Frankenheimer e l’età del divo donano al personaggio dello sceriffo Tawes una connotazione particolarmente triste e malinconica.



I ragazzi venuti dal Brasile 1978
Iragzzivenutidalbrasile
Fantapolitica che spaventa con un cast magnifico: Peck è il sadico Mengele braccato dal cacciatore di nazisti Ezra Lieberman (Laurence Olivier)

Myrna Loy

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Il 2 agosto 1905 nasce a Helena, nel Montana Myrna Adele Williams divenuta celebre come Myrna Loy, attrice di grande eleganza che ebbe una vita cinematografica divisa in due, segnata dall’avvento del sonoro.
Quando il padre muore di febbre spagnola nel 1918, la madre realizza il desiderio di trasferirsi con i due figli a Los Angeles, dove Myrna frequenta una scuola esclusiva e studia danza e recitazione iniziando a calcare le scene a 15 anni.
A diciotto abbandona gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla danza e alla recitazione, alcune sue foto vengono notate da Rodolfo Valentino ma sarà la moglie di Rudy, Natacha Rambova a scritturarla per il suo primo film, What Price Beauty? del 1925. La ventenne Myrna Loy interpreta il ruolo di una vamp che contende (perdendo) l’amore a una fanciulla acqua e sapone interpretata da Nita Naldi.

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Per tutti gli anni ’20 alla giovane attrice saranno attributi ruoli da vamp o da bellezza esotica, ha una parte non accreditata anche ne Il cantante di jazz, quasi una premonizione del ruolo che il sonoro avrebbe avuto nella sua carriera: il brio nella recitazione infatti, la libera dai ruoli spesso secondari di bellezza esotica per imporla come una delle più raffinate attrici della commedia brillante come dimostra nel 1932 in Amami Stanotte di Rouben Mamoulian, dove i doppisensi della sua Contessa Valentine rubano la scena alla romantica e schizzinosa principessa Jeanette interpretata da Jeanette McDonald.
Nel 1934 arriva il film, anzi la serie che trasforma Myrna Loy ne “la regina di Hollywood”, in quell’anno gira infatti L’uomo ombra accanto a William Powell: i coniugi Nick e Nora Charles, accompagnati dall’immancabile fox terrier Asta, tra battute e vita da jet set, risolveranno una serie di omicidi nel corso dei sei film dedicati all’elegante coppia che sbanca i botteghini tra il 1934 e il 1947.

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Oltre ai sei film de L’uomo ombra, la coppia Loy-Powell compare insieme sul grande schermo altre otto volte per un totale di quattordici pellicole girate insieme.
Ne Le due strade sono affiancati da Clark Gable (con cui l’attrice girerà sei film), la pellicola è melodramma passato alla storia perché John Dillinger fu ucciso dopo aver assistito a questa proiezione e Myrna Loy ebbe la fama di star del cinema preferita dal Nemico Pubblico n°1.
Nel 1936 l’attrice è protagonista del La donna del Giorno, ancora con William Powell, Spencer Tracy e Jean Harlow, il film di Jack Conway è un perfetto esempio di commedia brillante, a differenza di Gelosia dell’anno seguente nonostante il cast sia rodato e di tutto rispetto con Clark Gable diviso tra la raffinata moglie Loy e la provocante segretaria Harlow.
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Il paradiso delle fanciulle, biografia di Ziegfeld, L’amico pubblico n°1, Gli arditi dell’aria sono alcuni dei film degni di nota degli anni ’30, alternati alla serie de L’uomo ombra, in cui Myrna Loy brilla come ricca ereditiera o come moglie perfetta (The perfect wife era un altro dei suoi soprannomi), come dimostra nel 1946 nel melodramma di William Wyler, I migliori anni della nostra vita, storia del reinserimento in famiglia di tre reduci della Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1947 torna alla commedia ne L’intraprendente Signor Dick accanto a Cary Grant il film ha molto successo e la coppia viene riproposta l’anno seguente nel classico La casa dei nostri sogni.
A partire dagli anni ’50 Myrna Loy inizia a diradare le sue apparizioni cinematografiche per dedicarsi a teatro e televisione, i film degni di nota in cui compare sono Merletto di Mezzanotte, Dalla terrazza di Mark Robson dove interpreta la madre ubriacona di Paul Newman Airport 75, La fine …della fine commedia nera interpretata e diretta da Burt Reynolds; l’ultimo film è Dimmi quello che vuoi di Sidney Lumet, del 1980.
Mai nominata dall’Academy, Myrna Loy riceve un Oscar alla carriera nel 1991, si spegne il 14 dicembre 1993.

Il sesso nelle serie tv (fino all’obbrobrio di Outlander)

Cesareborgia Sono passati “solo” 9 anni da quando Roma, tipico period drama della HBO approdava su Rai2 e Giacobbo giustificava il perché e il per come certe scene forti fossero state rigirate per la televisione italiana, qualche anno dopo su Canale5 sbarcarono I Tudors e non ci fu più nessuna remora nel mostrare le disinibite avventure sessuali di Enrico VIII, almeno fino a Il Trono di Spade per cui si è formato un movimento d’opinione, soprattutto in America per l’uso piuttosto forte fatto del corpo femminile: molte scene di sesso e violenza hanno solo un valore di contorno e lo stupro di Samsa da parte di Ramsay Bolton (per altro non inquadrato ma solo suggerito) nei romanzi di George R. R. Martin non è presente. Personalmente ho avuto l’impressione che l’uso del sesso sia diminuito in quest’ultima stagione di GoT ma non sono mai stata particolarmente infastidita dalle scene esplicite delle serie citate o in quelle de I Borgia o anche Deadwood: mi sono sempre parse molto contestualizzate, racconti di un passato storico fatto di soprusi e ovvie collusioni sesso potere ancora presenti nell’epoca contemporanea.
Ho trovato invece infelice l’uso del sesso in Outlander, serie di grande successo che narra le avventure di un’infermiera della seconda guerra mondiale che toccando la pietra di un cerchio magico si ritrova catapultata nella Scozia del XVIII secolo tra mille (dis)avventure e l’incontro con il grande amore. La nostra eroina si ritrova sempre sull’orlo dello stupro, salvata all’ultimo minuto il più delle volte dal suo aitante Jamie Fraser e per quanto due o tre puntate di seguito si siano chiuse sulle sue gonne alzate con un certo fremito di noia da parte mia, ci potevo ancora stare, anzi quando era divisa tra l’amore per Jamie e il marito del XX secolo, avevo scomodato addirittura un parallelo con la serie di Angelica dove l’indomita eroina la dava praticamente a tutti pur di ritrovare il suo grande amore, il Conte di Peyrac.
Outlander Nelle ultime due puntate però Outlander è completamente sfuggito di mano ai suoi autori (non so quanto siano fedeli ai romanzi che credo non leggerò mai) Claire passa in secondo piano e il vero oggetto delle perverse attenzioni sessuali del perfido “Black Jack” Randall si scopre essere il povero Jamie, a cui vengono inflitte ogni sorta di torture: due mazzate (non martellate ma mazzate) su una mano che poi verrà pure inchiodata al tavolo e nel mezzo di queste schifezze gratuite il buon Randall pretende pure che il ragazzo si goda le gioie del sesso invece di subirle! Per quanto le scene di sesso avessero un tono molto patinato da film ammiccante anni ’80 il mio pensiero andava solo a quella povera mano martoriata e all’ambientazione perché nonostante la profusioni di raffinati chiaroscuri di luce, la notte d’amore (???) avviene sempre in una lercia cella di prigione con dei topi di fogna di mezzo metro che si smangiucchiavano l’aiutante di Randall ammazzato da Fraser e gettato in un angolo e se il richiamo voleva esser barocco direi che è fallito completamente, pare che invece i più apprezzino la composizione da Pietà (qualcuno scomoda addirittura Michelangelo!) della scena in foto.
Nelle ultime due puntate di Outlander, a parte l’incazzatura di un improvviso cambio di storyline (io pensavo che Claire tornasse nel suo tempo e Jamie la seguisse, del resto è lui l’uomo dell’identikit accusato di averla rapita a inizio stagione) mi è toccato sopportare il continuo altalenarsi di fastidio per la violenza troppo esplicita e inutile ai fini della vicenda e di risate per il ridicolo involontario in cui spesso scadeva questo eccesso. Ciliegina sulla torta la chiusa in cui il povero Jamie confessa di voler morire per aver provato piacere durante l’amplesso e lieto fine posticcio con Claire che si scopre incinta pur avendo sempre pensato di essere sterile, quindi si ribadisce l’inutilità delle scene di cui sopra perché non servono neppure a sdoganare l’omosessualità anzi il machismo latente è disgustoso: guarda che fine fa un uomo buono e comprensivo anche sessualmente con la compagna, meno male che alla fine la mette incinta!
Outlander sembra essere il frutto della tendenza sado maso sdoganata da 50 sfumature di grigio, che a quanto pare può provocare più danni di quanti si potesse immaginare, fosse solo in fatto di buon gusto. Io sbadiglio e continuo ad aspettare che il sesso venga raccontato solo come manifestazione gioiosa della vita, cosa che in Outlander c’è stata, senza poi doverla scontare con le pene dell’inferno, soprattutto per gli spettatori.

Black Sea

BlackSea Il capitano di un sottomarino, licenziato dalla società per cui lavora, viene coinvolto da un altro marittimo che ha perso il lavoro in un progetto al limite della legalità: scendere nel Mar Nero alla ricerca di un U-boot affondato durante la Seconda Guerra Mondiale con un a bordo un carico d’oro che doveva garantire un accordo di pace tra la Russia di Stalin e la Germania nazista..

Le pellicole di sottomarini hanno sempre per sfondo la guerra, vera (Destinazione Tokio) o fittizia (Caccia a Ottobre Rosso), questa volta si tratta di una sporca dozzina di marittimi licenziati in tronco che combattono la crisi a modo loro, senza sapere di esserne vittime per l’ennesima volta, manipolati dalla stessa società che ha tolto loro il lavoro.
Il film si divide in tre parti con stili ed esiti piuttosto diversi: la formazione del gruppo con un tono piuttosto scanzonato che culmina nella presentazione della rugginosa bagnarola russa che dovrà accoglierli, talmente vintage da non esser neppure un sottomarino a propulsione nucleare.
Da questo punto il tono cambia e si inabissa nel luogo comune: dai tempi di Armageddon – Giudizio finale la tecnologia russa è sempre obsoleta e basta assestare un buon colpo per metterla in moto, astronavi o sottomarini che siano.
Come in tutti i film di sottomarini, il mezzo finisce per incagliarsi pencolando pericolosamente su uno sprofondo, in un modo o in un altro si allaga costringendo l’equipaggio a rifugiarsi in una piccola porzione dello scafo con le paratie stagne che gocciolano; quel che manca nel film, oltre al bip del sonar, è il senso di claustrofobia insito nel mezzo, sacrificato alla necessità (questa sì interessante) di mostrare gli scontri tra le due parti dell’equipaggio: per gli inglesi non è giusto dividere a metà il bottino con i russi perché il potere d’acquisto che questi ne ricaveranno sarà superiore al loro, l’avidità non porterà nulla di buono per nessuno, tanto meno per il comandante a cui è dedicata un’ultima parte di redenzione un po’ melensa scandita dai ricordi della vita familiare sacrificata per il lavoro.

Gli amanti del sogno

Love Letters
USA 1945 Paramount
con Jennifer Jones, Joseph Cotten, Ann Richards
regia di William Dieterle

Gliamantidelsogno

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il soldato Allen Quinton scrive lettere d’amore per conto del commilitone Roger Morland. Rimpatriato per una ferita, Quinton, grazie ad un’eredità, va a vivere vicino al luogo dove abitava Victoria, la ragazza di Morland e scopre che i due sono morti poco dopo essersi sposati ma tutti sono reticenti a proposito della tragedia. Allen conosce e si innamora di Singleton, una ragazza che ha perso la memoria: si tratta di Victoria rimasta traumatizzata per aver ucciso Roger. Quinton decide di sposarla pur sapendo che la donna potrebbe impazzire se scoprisse che lui è l’autore delle lettere che l’hanno fatta innamorare dell’uomo che ha ucciso..

Alanletter Arrivato alla corte del tycoon David O. Selznick, (a proposito pare che la lettera dell’inquadratura iniziale sia scritta di suo pugno, fonte NoirGirl) William Dieterle ne dirige la bellissima moglie Jennifer Jones in due fim che vedono come coprotagonista Joseph Cotten, il secondo è Il ritratto di Jennie (1948), un capolavoro del genere fantastico dove un pittore ottiene la fama dipingendo il ritratto di una fanciulla che incontra sempre al parco salvo poi scoprire che la ragazza è morta da anni. Il primo è questo ormai misconosciuto Gli amanti del sogno, dove alcune atmosfere mistery anticipano già il mood fantastico de Il ritratto di Jennie: la comparsa di una donna misteriosa che ricorda solo il proprio cognome, Singleton, gioca molto con l’ambiguità del revenant, facendo da contrappunto al latente senso di colpa di Quinton che sa di aver contribuito a far innamorare la ragazza di un uomo che non esiste.
La lenta riscoperta dei ricordi drammatici della vita con Morland, ubriacone e violento, ben diverso dall’uomo di cui Victoria si era innamorata rientra invece in quel genere di melodrammi alla cui trama si applicavano le tematiche psicanalitiche, alla La donna dai tre volti del 1957, per citare la pellicola più celebre del filone.
Il coraggio viene forse a mancare nel finale dove tutto si scioglie nell’happy end e si scopre che Victoria non è nemmeno colpevole di omicidio, resta però il merito di aver giocato tutto il tempo con le atmosfere noir oscillando tra il rischio della follia incombente di Victoria e un piccolo dubbio che la protagonista possa anche fingere l’amnesia, merito della bravissima Jennifer Jones che per questa pellicola fu candidata all’Oscar come miglior attrice.

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Gli amanti del sogno, pur non vincendo nessuna statuetta, collezionò in tutto quattro candidature tra cui quella per la miglior colonna sonora e la canzone Love Letters viene riproposta in Velluto blu (fonde imdb) mentre la locandina della pellicola compare nel film di Yasujirô Ozu Una gallina nel vento del 1948 (fonte FreeCinema)