Fuori orario

After Hours
USA 1985, Warner Bros. Pictures
con Griffin Dunne, Rosanna Arquette, Verna Bloom, Linda Fiorentino, Teri Garr, John Heard, Cheech Marin, Tommy Chong, Catherine O’Hara, Dick Miller, Will Patton
regia di Martin Scorsese

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Il programmatore informatico Paul Hackett accetta l’invito di Marcy, una bella ragazza che lo ha abbordato in un bar, e la raggiunge a Soho, sarà l’inizio di una serata sconvolgente dove tutto andrà storto e Paul rischierà anche la vita…

Fuori Orario è una commedia dai toni grotteschi che Scorsese riesce ad esasperare al punto di farla diventare un vero e proprio incubo metropolitano: a volte gli incontri di Paul ricordano l’odissea de I Guerrieri della notte ma il suo è un viaggio solitario e spesso fuori rotta.

La genesi della pellicola è nota: dopo il flop di Re per una notte, la carriera del regista è in crisi, quindi per avere maggior spazio creativo ripiega su questa commedia indipendente che vedeva in lizza tra i papabili registi anche l’emergente Tim Burton.

Fuori orario ibrida atmosfere neonoir (il cui capolavoro è Taxi Driver) con  situazioni kafkiane e tempismi da comiche slapstick per cui il povero Paul inanella una serie di situazioni sempre più assurde incontrando personaggi bislacchi che anche quando nutrono buone intenzioni nei suoi confronti rivelano una completa mancanza di empatia. 

Le figure femminili sono un divertente prontuario di disadattate con interessi sessuali verso il protagonista che con difficoltà riesce a districarsi e ogni suo rifiuto lo conduce a un guaio ancora maggiore.

Al centro del film c’è sempre New York in questo caso mostrata nella sua dualità di città produttiva (l’ufficio, l’appartamento da yuppie di Paul) in contrasto con la vita notturna creativa e pericolosa di Soho, il quartiere degli artisti di cui Scorsese sbeffeggia le emergenti sottoculture che fanno riferimento al Berlin, dove si riuniscono secondo l’orario d’ingresso al locale.

Altrettanto notorio il fatto che Scorsese non sapesse come concludere il film e fu il grande regista inglese Michael Powell a suggerire il finale circolare.
Così, nascosto in una statua di cartapesta trafugata dai ladri che infestano il quartiere, Paul cade dal furgone che ha sbandato in curva liberandosi, proprio davanti al suo ufficio che sta aprendo i battenti e Paul pur stropicciato e sconvolto è pronto per la nuova giornata lavorativa sempre tra l’indifferenza generale: una metropoli matrigna come la natura leopardiana.

The Old Oak

UK, 2023
con Dave Turner, Ebla Mari, Claire Rodgerson, Trevor Fox, Chris McGlade, Col Tait, Jordan Louis, Chrissie Robinson, Jake Jarratt, Chris Gotts
regia di Ken Loach

2016: in un villaggio di minatori dell’Inghilterra del Nord vengono alloggiati un gruppo di rifugiati siriani. L’arrivo non è ben visto dagli abitanti. Una ragazza siriana, Yara, fa amicizia con T.J. Ballantine, proprietario dell’unico pub del paese. Quando T.J. offre a Yara e a i volontari la possibilità di usare una sala del pub per usi caritatevoli, le reazioni degli avventori abituali non saranno piacevoli…

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È arrivato anche il triste momento in cui un film di Ken Loach mi ha deluso: The Old Oak è un’opera prevedibile con divisioni schematiche e anche fuori tempo massimo visto la piega geopolitica che ha preso il mondo a partire dalla guerra in Ucraina nel ’22.

Il film si può racchiudere tutta nella scena di apertura con T.J. che cerca di puntellare la lettera cadente dell’insegna, insiste, sembra riuscirci ma la telecamera resta fissa sulla scritta con la lettera finale che poco dopo ricade, come era prevedibile dall’insistenza della ripresa.

La scena potrebbe essere anche letta come un’anticipazione del finale: nonostante gli sforzi di T.J. Il destino del locale è segnato, a differenza, forse, di quello della comunità.

Un’altra perplessità riguarda il personaggio di Yara l’unica ragazza siriana del gruppo di rifugiati che non porta il velo: perché? Diversi momenti sono dedicati alla rievocazione del suo passato ma nessuno che spieghi la sua scelta: religiosa, politica? Resta il sospetto che sia una scelta di comodo per rendere il personaggio più consono al gusto occidentale e purtroppo la stessa impressione mi arriva dalla storia di Marra, il cane di T.J. che fa una brutta fine.

A parte che reclamo un pet friendly advisory se mi devo sorbire una scena straziante della morte di un animale da compagnia: ho deciso di andare a vedere un film che parla di integrazione e crisi economica di un regista integralista come Loach quindi che ricorra al metodo “gattini” per tirare il pubblico dalla sua parte non lo accetto proprio.

La fine che avrebbe fatto il povero cane lo si intuisce dal primo incontro con i ragazzi con i pit bull, la scena per quanto fuori campo è piuttosto insistita e tutto sommato poco legata allo sviluppo della trama: il giorno dopo T.J. decide di schierarsi uscendo dal ruolo ambiguo imposto da gestore di locale che campa anche (o soprattutto) dei soldi dei razzisti. La vicenda di Marra non torna più e il destino del locale è segnato da altre vicende.

Peccato anche aver sfruttato poco la riflessione sullo sguardo offerta dalla macchina fotografica, sul potere del filtro mediatico che permette di riconoscere, comprendere o accettare l’indicibile.

Purtroppo il regista, pur stigmatizzando la situazione di ristrettezza economica del villaggio di ex minatori ora senza prospettive, non riesce ad uscire da un certo manicheismo che si risolve in un finale buonista ma che non apre a prospettive future.

Complotto di famiglia

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Family Plot
USA 1976, Universal Pictures
con Karen Black, Bruce Dern, Barbara Harris, William Devane, Ed Lauter, Cathleen Nesbitt, Katherine Helmond, Warren J. Kemmerling, Edith Atwater, William Prince, Nicholas Colasanto, Marge Redmond
regia di Alfred Hitchcock

Una vecchia signora che quarant’anni prima aveva costretto la sorella a dare in adozione il figlio illegittimo, contatta una medium, Madama Blanche per ritrovare l’uomo e farlo erede universale dei suoi beni. Blanche Tyler è ovviamente un’imbrogliona e con l’aiuto del suo amante, il tassista George Lumley, si mette sulle tracce del bambino scomparso. Il guaio è che l’individuo in questione è un malvivente che ha inscenato la propria morte e ha una passione per i diamanti, l’unica forma di riscatto che accetta per rilasciare le personalità che rapisce. Quando l’uomo scopre che qualcuno sta indagando sul suo passato decide di liberarsi dei ficcanaso…

Ultimo film di Hitchcock che punta sui toni giallorosa evidenziando più questi ultimi con allusioni sessuali più esplicite che nei suoi film precedenti: innovatore fino all’ultimo, il regista si adegua alla rivoluzione dei costumi.
Prevalgono i toni da commedia e se il risultato non è eccezionale ma “solo” buono la cifra stilistica del maestro del brivido non si smentisce tanto che non manca il suo ultimo cameo.

Mentre nel viaggio di ritorno Blanche ragguaglia il compagno sull’incarico ricevuto dalla signora Rainbird, i due rischiano di investire una donna bionda tutta vestita di nero, ovviamente è Fran la compagna e complice dell’uomo che Blanche e George dovranno trovare.
Come sempre Hitch rivela “il colpevole” fin dalle prime inquadrature. Dalla coppia pasticciona e approssimativa della finta medium e del suo amante si passa a seguire le gesta dei due raffinati sequestratori che hanno una gioielleria come copertura, vivono in una villa lussuosa nel cui garage è nascosta la cella in cui tengono le loro vittime.

Pur non sapendo di essere alla sua ultima opera, Hitchcock gioca a citarsi: la bionda che in realtà porta una parrucca, come in Labirinto di Passioni, la guida spericolata lungo strade piene di tornanti c’era già ne Il Sospetto e in Caccia al ladro, qui diventa un momento topico di tensione e umorismo visto che i protagonisti hanno la macchina manomessa dal complice storico di Anderson e lo spettatore viene informato con il metodo classico di Hitchcock: il dettaglio dei freni tagliati con il liquido che gocciola. George a un certo punto si toglie le scarpe come Marnie mentre Blanche rischia di strozzarlo con una cravatta come Frenzy.

Il film è tutto un gioco di contrasti tra le due coppie e il percorso di avvicinamento alla soluzione è rappresentato dalla ripresa aerea del cimitero che mostra i vialetti come un labirinto.
Se le simpatie sono per i due improvvisati investigatori che in fondo hanno buone intenzioni non bisogna dimenticare che anche loro sono truffatori, o forse no stando al colpo di scena finale.


Zamora

Italia 2023
con Alberto Paradossi, Neri Marcorè, Marta Gastini, Anna Ferraioli Ravel, Walter Leonardi, Giovanni Esposito, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Antonio Catania, Pia Engleberth
regia di Neri Marcorè

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Vigevano, 1965: il commendator Galbiati chiude l’azienda e va in pensione ma si preoccupa dei dipendenti e per il giovane contabile Walter Vismara ha trovato un posto presso la ditta Tosetto a Milano. Il giovane non è entusiasta del trasferimento ma accetta; le cose si complicano quando scopre che il nuovo datore di lavoro è patito di calcio di cui lui non si interessa e pretende che tutti i suoi dipendenti si allenino e partecipino all’annuale partita scapoli e ammogliati. Intanto una giovane segretaria, Ada, attira le attenzioni di Walter ma un giorno la scopre in archivio con Gusperti, lo sciupa femmine dell’ufficio…

Debutto alla regia per Neri Marcorè che si ritaglia il ruolo di Giorgio Cavazzoni, un ex portiere di fama ormai in declino che Vismara assume per avere lezioni private per evitare il licenziamento date le scarse capacità come portiere della squadra aziendale degli scapoli.

Zamora è una favoletta delicata che punta sulla ricostruzione nostalgica degli anni del boom con una fotografia dai toni acidi francamente fastidiosa nel suo intento passatista. 

I toni da commedia sono sono sottolineati dalla presenza di diversi comici nel cast e da alcune reminiscenze filmiche: la ditta Tosetto ha una struttura vagamente fantozziania nell’impossibilità dei dipendenti di ribellarsi alle fisime calcistiche del cavalier Tosetto mentre il barista/arbitro di origini meridionali che ostenta un dialetto meneghino salvo poi sbottare ricorda un po’ Nino Manfredi nel ruolo dell’immigrato di Pane e Cioccolata che si fa biondo per meglio mescolarsi agli svizzeri tedeschi ma rivela la sua italianità proprio durante un a partita di calcio.

La trasformazione del Vismara da schiappa a talento innato del calcio è sottolineata dall’aspetto del protagonista che ricorda un po’ un mite Clark Kent che si scopre il Superman dei portieri.

Il film ha un andamento molto prevedibile a partire dalla storia della sorella di Walter che da mesi finge che il marito sia sempre fuori per lavoro quando in realtà si sono separati, è scontato che avrà anche una relazione con il Galbiati. Si intuisce anche come finirà la partita, l’unico colpo di scena -poco gradito visto il tono rassicurante di tutto il film- è la mancata concretizzazione della storia d’amore tra Walter e Ada.

Frankenstein di Mary Shelley

Mary Shelley’s Frankenstein
USA 1994, TriStar Pictures
con Kenneth Branagh, Robert De Niro Helena Bonham Carter, Tom Hulce, Aidan Quinn, Ian Holm, Richard Briers, John Cleese, Robert Hardy, Cherie Lunghi, Celia Imrie
regia di Kenneth Branagh

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La nave del capitano Walton diretta al Polo Nord rimane incagliata sui ghiacci e trova un uomo allo stremo delle forze; accolto sulla nave, Victor Frankenstein racconta la sua storia al capitano della nave: di come la morte della madre lo abbia spinto a cercare di superare i confini della morte facendogli riportare in vita una creatura assemblata da diversi “materiali” (corpi). Inorridito dal risultato Frankenstein abbandona il Mostro al suo destino credendolo incapace di evolversi e non destinato a sopravvivere, invece l’essere riesce ad imparare a leggere e, letta la sua genesi sul diario del Dr. Frankenstein, decide di vendicarsi uccidendo il fratellino William e facendo incolpare la nutrice che viene linciata. La creatura si presenta a Frankenstein chiedendogli di trasformare la ragazza nella sua sposa ma il dottore rifiuta, il mostro allora uccide Elizabeth, la moglie del chirurgo. Frankenstein la riporta in vita ma la ragazza, contesa tra il marito e la creatura, preferisce uccidersi. Frankenstein e il Mostro iniziano una fuga verso il Polo fino all’incontro con la nave di Walton dove muore Frankenstein e la creatura decide di seguire la sorte del padre.

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Frankenstein di Mary Shelley è tornato in auge per le “somiglianze” con il Frankenstein di Del Toro che consistono nel recuperare la cornice del romanzo con la nave che s’imbatte in Frankenstein e la sua creatura mentre fa rotta verso il Polo Nord e la rinuncia del capitano nel proseguire la spedizione scientifica dopo aver conosciuto la storia del chirurgo.

Il film del 1994 fa parte di una trilogia di recupero di opere gotiche pensata da Francis Ford Coppola e iniziata con il suo Dracula di Bram Stoker.

La regia di Frankenstein fu affidata a Kenneth Branagh che veste anche i panni del protagonista, i dissidi con Coppola iniziarono subito e darei ragione al vecchio Francis: rivisto dopo trent’anni il film si conferma un’opera piuttosto calligrafica con grande sfoggio di costumi mentre la villa ginevrina è piuttosto spoglia con un grandissimo scalone che riprende la scala del Dracula del ’31 (stesso scenario del seguente Frankenstein).

Vorticosi movimenti di macchina e scene al rallenti spostano più il mood verso l’action piuttosto che verso il gotico. Da buon interprete shakespeariano Branagh esalta la componente romantica virando sul melodramma per quanto riguarda la storia di Elizabeth, orfanella accolta dai Frankenstein che diventa il grande amore di Victor che per riportarla in vita è disposto a profanare ancora una volta i confini tra la morte e la vita.

via GIFER

Per il ruolo della Creatura fu scelto De Niro e forse fu la prima volta che un attore acclamato accettò un ruolo in un genere allora sottostimato come l’horror, per quanto la prova dell’attore sia sempre stata osannata io non trovo nessun guizzo particolare mi ha ricordato i vilain precedenti de Gli Intoccabili o Cape Fear.

Rivisto oggi mi diverte l’antefatto: il personaggio di De Niro uccide il professor Waldman, mentore di Frankenstein per quanto riguarda gli studi galvanici, durante una campagna di vaccinazione contro la scarlattina e per questo viene impiccato e il suo corpo recuperato da Frankenstein per il suo esperimento, insomma la Creatura era un novax antelitteram.

Il maestro

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Italia 2025
con Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno, Astrid Meloni, Dora Romano, Paolo Briguglia, Valentina Bellè, Edwige Fenech, Chiara Bassermann, Roberto Zibetti, Fabrizio Careddu
regia di Andrea Di Stefano

Il tredicenne Felice Milella diventa campioncino regionale di tennis sotto la guida del padre che, visto il successo del figlio, decide di far rinunciare alle vacanze tutta la famiglia per iscrivere il ragazzino ai tornei nazionali facendolo seguire da un allenatore accompagnatore. Quello che Pietro Milella non sa è che Raul Gatti è stato sì un tennista di talento ma soffre di forti crisi depressive tanto da essere appena uscito da una clinica…

Dopo il successo del noir L’ultima notte di Amore, Favino e il regista Andrea Di Stefano tornano a lavorare insieme in una commedia all’italiana che si muove tra il racconto di formazione, il road movie e il buddy movie.

C’è il classico protagonista all’italiana caciarone e sbruffone, un ex tennista che ha sprecato il suo talento dietro le donne e la bella vita ma Di Stefano ammanta il suo protagonista di una debolezza raramente caratterizzante un protagonista maschile, Raul Gatti soffre di gravi crisi depressive. i polsini da tennis che non toglie mai non sono il corollario del suo imbarazzante look da tennista in declino ma servono a nascondere le cicatrici di un tentato suicidio. È forse il resto che diventa una maschera pacchiana costruita attorno a un segreto da celare.

Il film è ambientato nei primi anni Ottanta e parte subito un’ondata nostalgica e d’identificazione: a quell’epoca chi non ha conosciuto, se non è stato, un ragazzino schiacciato dalle ambizioni dei genitori? Quelli con veri o presunti talenti sportivi erano ben più torchiati di noialtri che dovevamo “solo” studiare per agganciare l’ascensore sociale.
A parte la colonna sonora anche la scenografia è estremamente nostalgica: sono state recuperate location che restituiscono tutto il sapore di quelle estati in camere spartane.

Pur con qualche eccesso il film ha tematiche interessanti soprattutto perché riguardano un universo maschile che deve imparare a scendere a patti con la sconfitta e con i propri limiti.
Un altro tema fondamentale, che giustifica il cambio di trama a metà film, è quello della paternità: quella ossessiva, quella negata, quella recuperata diventando un mentore o diventato il padre del figlio di qualcun altro.