La battaglia dei tre regni

Laguerradei3regni

Nel II sec d.C. il primo ministro Cao Cao e’ piu’ potente del pavido imperatore Han Xiandi. Con la scusa di prevenire la ribellione nei regni del sud, Cao Cao scatena la guerra contro i sovrani Liu Bei e Sun Quan. Su consiglio di Zhuge Liang, stratega di Liu Bei, i due regni si alleano e nonostante l’inferiorita’ nei confronti del potente esercito imperiale riusciranno a giocare d’astuzia il supponente Cao Cao. 

John Woo ritorna nella madre patria per firmare un wuxia formato deluxe, tipico prodotto della Cina odierna. Si tratta della produzione piu’ costosa realizzata dalla Repubblica Popolare Cinese, tratta da uno dei classici della letteratura epica del Paese. Per il mercato orientale il film ha una durata di circa cinque ore ed e’ e’ uscito diviso in due capitoli, la versione realizzata per il mercato occidentale e’ praticamente dimezzata con una durata di 148 minuti. Nonostante i pesanti tagli la trama regge anche se si vede che alcune figure restano solo abbozzate, ad esempio non risulta chiaro come e quando la principessa Sun Shangxiang finisca a fare l’infiltrata nel campo nemico e credo che sicuramente nella versione integrale si dia molta piu’ importanza al fatto fatto che Cao Cao scateni la guerra per amore di Xiao Qiao la bellissima moglie del vicere’ Zhou Yu, con un curioso parallelo tra la guerra di Troia e questa battaglia tra i tre regni dell’antica Cina.
La versione occidentale dell’opera patisce un po’ l’eccessiva lunghezza ma resta comunque un film di grande respiro dove la mano del grande regista si avverte soprattutto nella jam session musicale che sancisce l’amicizia tra Zhuge Liang e Zhou Yu. La perfezione della messa in scena delle battaglie e dei duelli e’ fuori discussione e l’accuratezza e’ maniacale per quanto riguarda costumi e scenografie. Di grandissimo impatto la fotografia di paesaggi mozzafiato e credo che il film si adegui alle esigenze del momento con un chiaro messaggio ambientalista: la vittoria arride a chi sa interpretare il linguaggio di madre natura, sfruttandolo a proprio vantaggio.

La doppia ora

Ladoppiaora

Ad uno speed date, Sonia, cameriera in un albergo torinese conosce Guido, ex poliziotto che ora fa il custode di una grande villa alle porte della citta’. Tra i due nasce una storia. Un giorno l’uomo porta la ragazza a visitare il parco della villa ma vengono sorpresi da una banda di ladri che sta svaligiando la tenuta; per difendere Sonia dai malviventi, Guido viene ucciso. Ripresa la vita normale, Sonia continua ad avvertire accanto a se’ la presenza di Guido..

Un bel thriller d’atmosfera che gioca con una delle paure piu’ attuali degli italiani, quella della ragazza straniera che, forse suo malgrado, ha connivenze con la malavita. Tema scottante risolto in maniera mai banale e con sfumature diciamo cosi’, sovrannaturali. Peccato solo che proprio questa estate sia andato sulla Rai la serie inglese di Life on Mars con cui la pellicola condivide la soluzione della prima parte del film. Il film risolve bene anche gli equilibri amorosi della vicenda con un finale amaramente ovvio ma non scontato, banale e televisivo sarebbe stato il lieto fine.
Un film ricco di colpi di scena all’interno di un’atmosfera ovattata e sospesa ben supportata da una Torino livida e grigia. Capotondi riesce ad utilizzare la poca profondita’ di campo cosi’ di moda non solo come soluzione estetica, ma come mezzo per sottolineare la situazione straniante che domina gran parte del film.
Bravissimi gli attori e piu’ che sui due protagonisti, vorrei spendere qualche parola su Antonia Truppo, che nel film ricopre un ruolo leggero. La si riscopre volentieri in questi panni dopo che gli aficionados de La squadra l’avevano conosciuta nelle vesti dell’agente Criscuolo, introversa ed intensa come una diva del cinema muto.
La doppia ora conferma che il cinema italiano ha trovato o una sua via personale al giallo/noir, dopo il successo dello scorso anno de La ragazza del lago, peccato solo che, per ora, esca una pellicola l’anno di questo genere.

Barbarossa

Barbarossa

Vivendo in una zona coinvolta nelle vicende narrate dal film non potevo perdermi questa pellicola perche’, quasi mille anni dopo, il ricordo del Barbarossa e’ ancora fortissimo: la distruzione di diversi castelli viene attribuita a torto o a ragione all’irato imperatore tedesco, per non parlare di Alessandria e alla leggenda arcinota di Gagliaudo.
Non mi potevo perdere la pellicola quando hanno cominciato a comparire le locandine e si e’ visto che il film-proclama politico della Lega era girato in gran parte in Est Europa in completa assenza di protagonisti, non dico lombardi (ma vedi un po’ cosa ha fatto Tornatore con Baaria), ma nemmeno italiani. Raz Degan almeno ha il viatico della compagna piemunteisa Paola Barale, che certo poteva insegnargli a scandire liberta’, dato che si vede benissimo che il nostro eroe grida freedom recitando evidentemente in inglese, ma che vogliamo dire di Kasia Smutniak, polacca e pure maritata con terrone Taricone? Per la precisione a me Taricone sta simpatico e trovo la Smutniak piu’ che decente come interprete, ma sto cercando di leggere il cast da un punto di vista leghista. L’attrice nei panni della compagna strega di Alberto da Giussano non e’ neppure doppiata (ma dei problemi di Martinelli con il doppiaggio parlai gia’ a a suo tempo) e l’accento straniero ahime’ si sente, speriamo non si risenta la nostra unica star da esportazione Monica Bellucci di cui si invoca sempre il doppiaggio!
La scelta che pero’ piu’ denota il fallimento dell’intento politico e’ quella di Rutger Hauer: in realta’, anche se in un ruolo alimentare, l’attore olandese e’ l’unico a poter contare su una notevole presenza scenica, ma il buon Rutger nell’immaginario collettivo e’ al 60% Roy Batty e al 40% il bel capitano Etienne Navarre di Ladyhawke favola medievale che, guarda caso, era girata in Italia nei castelli dell’Appennino, per cui il fatto che non ci sia un panorama italiano in Barbarossa ma sia tutto ricostruito al computer, mi riporta alla mente l’ultima campagna della Lega, quella sulle riserve indiane e noto con estrema desolazione cha da un punto paesaggistico abbiamo gia’ fatto la fine paventata dai manifesti leghisti, rinunciando in toto al nostro paesaggio e dovendo ricorrere a quello dei paesi dell’Est che stanno diventando ambiti set cinematografici prendendo il posto che una volta era dell’Italia con conseguente perdita economica.
A fallimento politico segue fallimento artistico: se Martinelli si era distinto per la bonta’ degli effetti speciali in Vajont, qui ha lavorato davvero con la mano sinistra: la scena in cui l’acqua affluisce nel canale con cui i milanesi cercano di difendersi dall’attacco del Barbarossa e’ tristissima per la scarsita’ realistica. Manca totalmente il pathos, sia nella scena dei fratelli di Alberto inchiodati alle torri che nell suicidio di Tessa (u sara’ mia un num lumbard, cus chi’!) Il regista insiste nel mostarci le scene da vari punti di vista ma si assiste con indifferenza e una punta di noia tanto si sa gia’ come va a finire.
Che il film non abbia credibilita’ storica e’ stato detto da persone ben piu’ autorevoli della sottoscritta ma gli errori sono cosi’ macroscopici che non serve essere un medievalista per notarli: il profluvio di candele che illumina tanto la tenda dell’impratore che la cascina (mica la casupola ma gia cascina lombarda in nuce) dove vive la famiglia di Eleonora e pure la cella dove e’ rinchiusa la ragazza ad Alessandria, citta’ che nel 1174 era un neonato villaggio mentre nella panoramica che le dedica Martinelli ha un profilo piu’ ampio di quello attuale! Per concludere non convince la vastita’ del piatto panorama ricercato appunto in Romania che ricorda la Pianura Padana com’e’ ora che trattori da cento cavalli e passa la arano, ma quasi mille anni fa, quando a fatica si poteva lavorare la campagna con l’ausilio di un bove, la Pianura Padana era per buona parte boscaglia e foresta.

Bastardi senza gloria

Ingloriousbasterds

“Questo potrebbe essere il mio capolavoro” e’ la battuta che chiude il film di Tarantino e se dobbiamo interpretarla come un commento del regista alla sua opera, beh mi trovo a dissentire almeno in parte: probabilmente questo e’ il capolavoro di Tarantino, PER ORA. Il regista ci sta abituando ad un costante aumento del livello delle sue opere che riescono sempre a sorprendere critica e pubblico: giuro di aver partecipato a un applauso alla fine di Inglorious basterds, evento decisamente raro per una normale proiezione serale a meta’ settimana in un cinema di provincia!. Credo che sia dai tempi di Hitchcock che pubblico e critica non vadano cosi’ a braccetto nel gradimento di un autore.
Con il consueto gioco di citazioni che e’ ormai definitivamente la sua cifra stilistica, Tarantino riesce comunque ad aggiungere una riflessione personale sulla seconda guerra mondiale, se consideriamo il primo capitolo non solo come esempio mirabile di cinema alla Sergio Leone, ma per quello che ci racconta, vediamo il capovolgimento della classica figura del commando nazista che arriva per snidare degli ebrei. L’idea di una scena simile e’ di violenza e sopraffazione invece Tarantino gioca con lo spettatore che vive in un ansia tremenda aspettando che esploda la rabbia nazista e ci  mette di fronte a un colonnello delle SS che preferisce giocare perfidamente su un piano di finta gentilezza e disponibilita’ manovrando la volonta’ di LaPadite, che non sembra certo essere uno sprovveduto, eppure io credo che questo primo capitolo, mirabile per costruzione e messa in scena, sia anche fortemente realistico: che la speranza (o l’illusione) di poter vivere in pace abbia portato alla delazione piu’ che le presunte invidie tra vicini. Del resto che faccia piu’ paura l’idea che si ha della propria paura che la paura stessa lo dimostra il capitolo seguente quando la macchina da presa indugia a lungo sul nero della grotta da cui deve uscire il terribile orso ebreo, uno della squadra dei bastardi che ama eliminare i tedeschi con una mazza da baseball.
Piccolo plotone di soldati americani di origine giudaica, raccolti dal tenente Aldo Raine che pretende una quota fissa di scalpi nazisti dai suoi sottoposti (l’unico mio cruccio nei confronti del film? che non li scalpassero da vivi!) i bastardi senza gloria danno il titolo al film ma non sono proprio i protagonisti della pellicola, insieme a un soldato dell'intelligence inglese e la collaborazione di un’attrice tedesca cercano di attentare alla vita di Hitler e degli alti gerarchi nazisti alla premiere francese de Orgoglio della nazione, pellicola propagandistica che narra le gesta di un soldato semplice. Ma il destino si fa beffe dei nostri eroi e la bella attrice finisce nell’incubo di una favola di Cenerentola al contrario dove non e’ il principe a porgere la scarpetta, ma la morte nei panni dannatamente melliflui del colonnello Hans Landa. Destino beffardo che pero’ sorride a Shosanna, la fanciulla scampata allo stermino della sua famiglia raccontato nel primo capitolo e che ha trovato rifugio a Parigi e sotto mentite spoglie dirige una piccola sala cinematografica. Fredrick Zoller, protagonista dell'eroica vicenda e della sua trasposizione cinematografica si infatua di lei e riesce a far spostare la proiezione nel cinema della ragazza, dandole cosi’ modo di organizzare la sua vendetta..
Il cinema come mezzo e motivo della vendetta, furore iconoclasta e delirio cinefilo si fondono nella montagna di pellicola ammucchiata dietro lo schermo e dai tempi del Don Quixote wellesiano la ripresa di un immagine trasmessa sullo schermo (alludo alla risata di Soshanna alla fine del suo messaggio) non aveva una valenza cosi’ simbolica e potentemente emotiva.

Baaria

Baaria

Oltre mezzo secolo di storia di Bagheria, citta’ natale del registra narrate attraverso le vicende di Peppino, umile figlio di contadini amanti della letteratura e della politica.
Lo stile e’ quello enfatico di Tornatore ma il tono con cui e’ trattata una materia che potrebbe esser graffiante e’ sempre dimesso: le lotte dei sindacalisti comunisti che rivendicano le terre alla mafia rimangono sullo sfondo e gli scontri politici hanno il tono bonario di Don Camillo e Peppone, a partire da quello tra fascisti ed antifascisti per finire con la scena da commedia di Peppino che di buon ora viene salutato dalla moglie trepidante sulla soglia di casa perche’ deve andare alla manifestazione, stesso sentimento vive la dirimpettaia che saluta il marito, celerino di pattuglia alla medesima manifestazione: ovviamente i due torneranno malconci dalle due donne che ascoltano le notizie dalla stessa radio; la scena e’ anche carina ma purtroppo e’ il massimo sforzo che Tornatore fa per raccontare lo scontro ideologico. Ovvio che questa immagine all’acqua di rose della politica che pervade la pellicola abbia fatto gridare al capolavoro Berlusconi e forse sara’ anche uno dei fattori che potrebbe portare il film a vincere l’Oscar perche’ questa e’ l’immagine dell’italia che piace all’estero: poverta’ e cuore d’oro.
Cuore d’oro che il buon Peppuccio non ha certo dimostrato di avere nei confronti degli animali a loro sono affidate tutte le scene cruente a cui non arrischia i suoi eroi: pesci appesi, vacche moribonde fino alla discutibile scena dell’uccisione del toro, girata all’estero perche’ in Italia sarebbe stata illegale, ma cosa non si fa per amore dell’arte! Pero’ io come spettatrice vorrei essere avvisata quando ci sono scene cosi’ crude nei confronti degli animali, perche’ bisogna solo allertare gli animi sensibili alle scene di sesso?
Tornando a Baaria, Tornatore vorrebbe dare al suo film un realismo magico che celebri il legame con il mondo atavico del passato, anche attraverso il rapporto duro con il mondo animale e allora il doppio ruolo per Lina Sastri che, morta come nonna di Mannina, torna come veggente sosia della madre di Sarina, con Luigi Lo Cascio coma figlio scemo al seguito e poi l’assurdo finale del risveglio di Peppino nella congestionata Bagheria odierna, la sequenza non aggiunge nulla alla pellicola, se non un ulteriore quarto d’ora da passare ingannando il tempo nel riconoscere i camei dei vari attori.
Forse davvero la vastita della materia ha fatto si’ che il film scappasse di mano a Tornatore, che pure qualcosa di buono dice nel suo film: nelle immagini computerizzate della vecchia Bagheria fino allo sviluppo selvaggio senza piano regolatore c’e’ una velatissima critica ai palazzinari che hanno rovinato l’Italia ispirata anche a Rosi e il suo Le mani sulla citta’ visivamente rappresentate dalle sgrinfie ingorde dell’assessore cieco sul plastico dei nuovi quartieri. 

District 9

District9

Sul finire degli anni ‘80 un’astronave aliena si blocca sui cieli di Johannesburg; l’ingresso forzato dell’esercito terrestre trova all’interno della navicella una colonia di alieni in pessime condizioni fisiche. Gli extraterrestri vengono confinati in una baraccopoli, il Distretto 9. 
20 anni dopo una societa’ paramilitare sgombera il distretto per portare gli alieni in una nuova struttura di accoglienza coatta, ma uno dei dirigenti delle operazioni subisce un contagio che ne muta la struttura genetica trasformandolo progressivamente in un alieno, l’uomo diventa materia di studio per la sua stessa organizzazione: finalmente si potranno utilizzare le armi degli extraterrestri che solo la loro struttura molecolare puo’ azionare.. 
Con il placet del mentore Peter Jackson, qui in veste di produttore, il giovane regista sudafricano Neill Blomkamp debutta nel lungometraggio ampliando le tematiche di un suo precedente corto, Alive in Joburg, in un mockumentary, genere frequentato anche da Jackson agli esordi con Forgotten silver, del 1995, il film dell’autore neozelandese che continua ad essermi piu’ caro. E del resto dai tempi di Omero in poi cosa c’e’ di piu’ mitico e al contempo credibile di un racconto ascoltato o di un manoscritto ritrovato? Oggi potremmo fidarci di qualcuno che ci parla in video senza che la sua qualifica sia scritta in sovrimpressione? 
Ispirandosi alla cinematografia sci-fi dell’ultimo quarto di secolo, Blomkamp crea una delle opere di fantascenza con piu’ spessore filosofico dall’avvento di Star Wars saga che tra le sue tante virtu’, ha pero’ il demerito d avere reso piu’ superficiale il genere.
Il ribaltamento della figura dell’alieno da aggressore ad ospite indesiderato sul suolo terrestre diventa l’occasione di riflettere sulla nostra attuale situazione geopolitica che vede l’emigrante come elemento sgradito alle grandi potenze dell’Occidente, e relegato in squallidi centri di accoglienza, se non respinto, dalle sponde del Mediterraneo al muro che segna il confine USa-Messico. Riflessione che si fa piu’ dolente per la mia generazione che sul finire degli anni ‘80 guardava la speranza crescere con le canzoni dedicate a Mandela e quando Soweto, Sun City erano parole conosciute. 
L’occhio apparentemente lontano di Blomkamp, ma in realta’ ben conscio della situazione essendo cresciuto nel Sudafrica dell’apartheid, da’ molto spessore alla vicenda, raccontando anche il rovescio della medaglia, l’abbrutimento degli emigrati: i gamberoni extraterrestri hanno perso tutte le loro conoscenze (vogliamo svelare la metafora e chiamarle tradizioni?) e si limitano ad alienarsi con le scatolette del cibo per gatti, solo pochissimi individui ricordano come funzionano le loro macchine e hanno la pazienza ventennale di aggiustarle. 
Senza pieta’ lo sguardo sui terrestri abbrutiti quanto gli alieni, ma dal denaro e dal potere. Una societa’ parafascista di cui Wikus Van de Merwe (non so perche’ ma mi suona come la perfetta versione boera di Ugo Fantozzi) e’ un perfetto ingranaggio e fino all’ultimo, fino a quando il DNA alieno non prevarra’ su quello umano, le sue azioni saranno mosse solo dall’interesse personale e dall’egoismo. 
Merita attenzione l’abilita’ di nell’uso degli effetti speciali: il regista e’ famoso per il celebre spot della Citroen in cui l’auto si trasforma in un robot ballerino e ancora una volta ci stupisce con la sua abilita’ di rendere credibili non tanto robot o alieni, ma di integrare perfettamente gli effetti speciali nella scena tanto di dare a tutti gli elementi, reali e digitali, la stessa credibilita’.

Focaccia Blues

Focacciablues

L’incredibile storia della panetteria Di Gesu’ che ad Altamura e’ riuscita a sconfiggere il gigante del fast food, portando al fallimento la locale filiale McDonald’s, e’ raccontata attraverso una docufiction leggera ed ironica che mescola diversi ingredienti conditi dalla spettacolare bellezza del paesaggio murgiano. 
C’e’ il giornalista in viaggio in America che vuole portare il vessillo della focaccia pugliese davanti alla sede storica di Chicago dove inizio’ l’avventura McDonald’s e dove ora sorge anche un museo(!).
Focaccia bluesA far da contrappunto all’impero del fast food made in USA, facce e lavori d’altri tempi della gente di Altamura a testimoniare la gloria della tradizione, il tutto con un tono allegro e scanzonato sottolineato dai siparietti comici di Banfi e Arbore, ma soprattutto dalla surreale fiction, metafora dello scontro impari tra la tradizione pugliese e il re del cibo globalizzato, che vede l’arrogante Manuel, che gira con una corvette gialla, cercare di contendere al fruttivendolo Dante, che viaggia su un Ape scassato, le grazie della formosa signora pugliese. 
Imperdibili i titoli di coda con i bloopers della lavorazione. 
Focaccia blues e’ un raro gioiellino di intelligenza e freschezza che mette anche una gran fame, sara’ per quello che la sala del secondo spettacolo era affollata mentre il precedente delle 20,00 era deserto..

Puccini e la fanciulla

Puccinielafanciulla

Italia 2008, 
con Riccardo Moretti, Tania Squillario, Giovanna Daddi,
regia di Paolo Benvenuti
 
Doria Manfredi, servetta di Casa Puccini a Torre del Lago, va a riaprire la villa in previsione dell’imminente ritorno del Maestro e della consorte Elvira e trova la figliastra del compositore, Fosca, che amoreggia con il librettista Civinini. Per paura che la domestica faccia la spia, Fosca fa credere alla madre che la ragazza sia l’amante del celebre patrigno. Scoppiato lo scandalo, Doria viene chiusa in casa tra la vergogna dei parenti e benche’ riesca ad informare Puccini su come si siano realmente svolti i fatti non viene aiutata dal Maestro che anzi usa la vicenda per sviare i sospetti dalla sua vera amante, disperata Doria si suicidera’. 
 
Presentato a Venezia 08, il bellissimo film di Paolo Benvenuti si e’ dovuto scontrare con una querela, poi rientrata, da parte degli eredi Puccini che trovano disdicevole la trama per l’immagine del grande Maestro del melodramma. 
Al regista non interessa indagare la figura del compositore la cui indifferenza ai fatti potrebbe essere giustificata dall’impeto della creazione, Puccini sta infatti lavorando a La fanciulla del west; Benvenuti in realta’ omaggia indirettamente il compositore costruendo un melodramma attorno alla figura di Doria, servetta trasfigurata in eroina pucciniana interpretata teneramente dalla perfetta Tania Squillario. 
Il film e’ caratterizzato dalla mancanza di dialoghi: sentiamo tutti i suoni in presa diretta della casa, la musica del pianoforte, le canzoni del popolo, il cicaleccio lontano ma mai un vero dialogo. Una scelta molto difficile ma perfettamente riuscita che rende l’atmosfera dei primi del secolo: potremmo quasi esser di fronte a un film muto a colori dove la lettura delle lettere da parte della voce off sostituisce le didascalie, ma la totale mancanza di dialoghi vuole sottolineare il silenzio d’omerta’ che avvolge la fanciulla portandola al suo destino di morte. 
La fedelta’ della ricostruzione storica e’ affidata piuttosto alla meravigliosa fotografia del lago di Massaciuccoli che restituisce tutta la luminosita’ della pittura macchiaiola en plein air, a cui corrisponde l’eleganza dei giochi di luce degli interni, da menzionare assolutamente il raffinatissimo, quanto inquietante, gioco d’ombre del fattorino che porta a Puccini la notizia della morte di Doria, la tragedia e’ compiuta.

Pelham 123: Ostaggi in metropolitana

Pelham123

Walter Garber, alto dirigente della metropolitana newyorkese, viene degradato in attesa di essere giudicato per una presunta tangente. Mentre svolge il suo lavoro presso la centrale di smistamento dei treni si accorge che qualcosa di strano e’ successo a un convoglio: si tratta di un sequestro e Garber si trovera’ a dover vestire i difficili panni del mediatore.. 
 
Tony Scott e’ sinonimo di garanzia per quanto riguarda la capacita’ di cogliere lo stile visivo piu’ attuale e moderno tanto da rendere impossibile capire se si limiti a cogliere le nuove tendenze o addirittura le anticipi, l’ultima sua fatica non fa eccezione a questa regola e tra le varie caratteristiche visive c’e’ la conferma che “l’estetica del bokeh”, cioe’ la totale mancanza di profondita’ di campo sia molto di piu’ di una necessita’ che nasce dal filmare in esterni quindi di nascondere con la sfocatura qualcosa di indesiderabile sullo sfondo come ho letto da qualche parte: gran parte del film e’ girato in ambienti chiusi, la centrale operativa della metropolitana o il vagone sequestrato eppure anche in situazioni cosi’ ristrette e a volte corali la mancanza di profondita’ di campo la fa da padrone e talvolta viene addirittura esasperata dall’elaborazione digitale dimostrando che la mancanza di profondita’ di campo e’ qualcosa di piu’ di una semplice scelta estetica, fosse anche a livello inconsapevole, e’ comunque la caratteristica principale di questi ultimi anni, come le luci blu lo erano per gli anni ‘80. 
Il regista non si limita a girare con uno stile adrenalinico il remake de il colpo della metropolitana del 1974 ma attualizza la vicenda unendo i due antagonisti nella medesima colpa di concussione, strizzando quindi un occhio alla recentissima crisi economica. Certamente il tentativo di frode di Ryder e’ di gran lunga piu’ grave della mazzetta presa da Garber ma entrambi sono colpevoli davanti alla citta’ a cui  debbono rendere conto, lo scontro dialettico tra i due si esplica nel differente punto di vista per cui Garber pensa ancora di avere una possibilita’ di redenzione e trova la sua occasione nella mediazione con i sequestratori ma il sottofinale amarissimo mostrera’ il prezzo che Garber dovra’ pagare (l’omicidio) per poter tornare a casa sereno (?).