La Samaritana

Lasamaritana

Jae-yeong e’ una ragazzina che per pagarsi un viaggio in Europa si prostituisce , con l’ aiuto dell’amica Yeo-Jin che le fissa gli appuntamenti e le tiene la contabilita’. Quando  muore per sfuggire ad una retata della polizia, Yeo-Jin decide di rincontrare tutti gli uomini a cui l’amica si e’ data per restituire loro i soldi ma il padre scopre la doppia vita della figlia..

Lavoro antecedente al bellissimo Ferro 3, La samaritana ha la stessa perfezione stilistica, caratteristica del regista sudcoreano, ma un plot molto piu’ complesso che analizza temi  scabrosi con un raro equilibrio di delicatezza e ludidita’.
Il film e’ diviso in tre parti: Vasumitra, Samaria e Sonata, la prima, delicata ed innocente,  vede l’attuazione del piano, innegabilmente immorale, delle due ragazze ma Jae-yeong si prostituisce con una grazia tale da far venire in mente  “l’amor sacro e l’amor profano” della Bocca di rose di De Andre’ ed infatti la Vasumitra che da il  nome al primo episodio era una prostituta indiana che induceva i suoi clienti ad abbracciare il buddismo solo con la perfezione del suo atto sessuale. Ogni segmento e’ scandito  anche da un breve apologo di matrice cattolica che il padre di Yeo-Jin e’ solito raccontare alla figlia ed il secondo narra di tre pastorelli a cui appare la Madonna che rivela loro la fine del mondo , lo shock della visione e’ tale che i tre fanciulli cadono svenuti: uno sbalordimento simile prova il padre di Yeo-Jin quando scopre che la figlia appena adolescente frequenta uomini molto piu’ vecchi: la segue, cercando di impedire i rapporti e perseguitando gli uomini che sono stati con lei. In questa seconda parte il film si trasforma in un fosco melodramma anche per lo spettatore che improvvisamente intuisce che quello a cui aveva assistito fino ad ora come un “gioco” rasenta la pedofilia.
La scissione tra femminile e maschile, tra logos e pathos, l’eterna dualita’ del mondo trova una dolonte ricomposizione nel toccante finale ambientato   in una maestosa  natura che fino a quel punto il regista ci aveva mostrato superba ma imbrigliata nel cemento della metropoli .

GenovaFilmFestival

Genovafilmfestival

Ieri serata d’apertura dell’ottava edizione del GenovaFilmFestival che ha riunito il celebre terzetto Claudio G.Fava, Oreste De Fornari e Gloria De Antoni con i loro gustosi siparietti per la presentazione del documentario I sentieri della gloria girato della De Antoni in Friuli, sui luoghi che fecero da sfondo a La grande guerra di Monicelli: lavoro interessante piu’ che per l’approfondimento di archeologia cinematografica, per il ritratto che offre di Mario Monicelli, di cui spicca l’acre ironia e il vezzo di chiedere a tutti l’eta’ vantandosi (giustamente!) di essere arrivato ai 90 anni.
Presenti in sala anche Paola Gassman e Ugo Pagliai per introdurre l’omaggio a Vittorio Gassman di cui veniva proiettato il primo film da lui diretto nel 1956, Kean genio e sregolatezza.


Kean genio e sregolatezza

Purtroppo per il protrarsi dell’evento il film e’ stato tagliato in qualche punto, resta comunque una testimonianza fondamentale delle capacita’ di “mattatore” del grande attore genovese. Sicuramente un po’ prolissa e antiquata nella messa in scena, la pellicola rivela una discreta abilita’ di Gassman come regista (anche se va segnalata la presenza di Francesco Rosi per la ”direzione tecnica”) con la macchina da presa sempre puntata sul vanitoso protagonista od impegnata in rapidi movimenti che ben sottolineano il carattere istrionico e nevrotico del genio inglese in cui Gassman si identificava totalmente.
Tra le annotazioni di colore va segnalato che Paola Gassman e’ una bellissima donna a cui il mezzo televisvo non rende giustizia: avra’ ereditato anche solo un decimo del fascino paterno, ma dal vivo e’ molto piu’ magnetica del sempreverde Pagliai.
Curiosamente, nonostante la fama di tirchieria che caratterizza i genovesi, il festival cinematografico cittadino e’ uno dei pochi completamente gratuito: se non avessero spento l’aria condizionata a meta’ spettacolo sarebbe stata una serata perfetta!

Auguri ad Isabelle Adjani

HistorieAdeleH

Il 27 giugno 1955 nasce l’ultima grande star del cinema francese, Isabelle Yasmine Adjani, la cui fragile e luminosa bellezza e’ stata esaltata da Francois Truffaut in Adele H. Una storia d’amore (1975).

Nel 1978 e’ la donna che si sacrifica per fermare il vampiro, nel gelido remake che  Werner Herzog fa del Nosferatu di Murnau.
Nel 1988 veste ancora i panni di una donna divorata dalla passione amorosa in Camille Claudel
L’unica volta che  l’ho vista sul grande schermo e’ stato nel 1981 in Possession di Zulawski film che testimonia la folle vitalita’ dell’horror dei primi anni ‘80  (notevolissima anche la qualita’ delle locandine!) ed anche i gusti bizzarri di tre quindicenni.

Nosferatupossesion

Connie e Carla

Connie&carla

Due ragazze ormai attempate che  sognano di sfondare nel modo dello spettacolo assistono a un omicidio e sono costrette a travestirsi da drag queen per sfuggire al killer  sguinzagliato sulle loro tracce.

Fortunatamente il film si ispira solo molto vagamente a A qualcuno piace caldo, altrimenti David Duchovny avrebbe dovuto essere il corrispondente maschile di Marilyn Monroe e la cosa e’ evidentemente impensabile.
La storia d’amore e’ infatti la nota dolente del film proprio per l’assoluta insipienza del protagonista maschile, per il resto invece tutto scorre perfettamente, pur trattandosi di una commedia molto disimpegnata con una morale all’acqua di rose sul dover essere se’ stessi, ma alcune gag sono  ben congeniate  come l’esilarante  fine che aspetta il pacco di cocaina.
Perfetta riuscita dei numeri musicali e dei balletti: la parodia dei brani piu’ celebri della storia del musical americano e’ il motivo per cui il film merita un’occhiata.


Connieandcarla


Ecco. Il mio posta doveva finir qui: qualche riga per liquidare un onesto film di pura evasione, poi sono incappata in questo editoriale. Lascio a voi giudicare, io non avevo neppure menzionato  la rappresentazione del mondo gay perche’ mi pareva la solita messa in scena  di circostanza, ma pare che mi fosse sfuggito qualcosa…

Frankly, my dear, I don’t give a damn

FrancamenteContinua la mania per le classifiche dell’American Film Institute: quest’anno ha catalogato le 100 battute piu’ famose di Hollywood e con mia enorme soddisfazione al primo posto si classifica Clark Gable con la sua Francamente me ne infischio battuta finale di Rhett Butler in Via col vento (Domani e’ un altro giorno si piazza al 31° posto).
Sono molto lieta che L’attimo fuggente, a cui si deve il ritorno in auge del carpe diem, sia solo al 95° posto (battuta tendenziosa di un film sopravvalutato) mentre al centesimo si trova Sono il re del mondo dal Titanic: mi stupisce che di questo film manchi Ti fidi di me? trasformatosi in un vero e proprio tormentone.

Caldo!

Il tempo e soprattutto il caldo in particolare e’ diventato uno dei temi piu’ assillanti dei media. Venerdi’ scorso anche la puntata di Internet cafe’ era dedicata a questo argomento ed era ospite Antonio Cianciullo, che presentava il suo libro Il grande caldo . Ovviamente il taglio era ben diverso da quello altalenante tra il godereccio ed il catastrofico di certi tg.
Sconvolgente e’ stato scoprire come una minima variazione della temperatura media terrestre che di norma si aggira sui 15°, puo’ causare conseguenze estreme: intorno all’anno 1000 dove c’e’ stato un aumento della temperatura media pari ad un grado la vite cresceva anche in Inghilterra e si poteva bere il vino anglosassone, mentre attorno al 1650, periodo piu’ freddo della storia moderna con la media abbassata di un grado, le carrozze viaggiavano sul Tamigi ghiacciato!
Con la via che abbiamo intrapreso la temperatura media della Terra aumentera’ di circa due gradi, piuttosto prevedibili le conseguenze: si ipotizza che nel giro di 100 anni il livello dei mari potrebbe innalzarsi addirittura di 88 centimetri: apprestiamoci a dire addio a Venezia ed a tante altre citta’ e metropoli rivierasche sparse sul globo.
Prima di incolpare governi poco attenti alle politiche ambientali, umanita’ ormai assuefatta all’uso inveterato dell’automobile, e’ utile sapere che il concetto di caldo e freddo e’ estremamente relativo: in un manuale di costruzione del 1905 si riportava come temperatura ideale per scuole e abitazioni una temperatura attorno ai 15 gradi che scendeva a 12 per carceri e caserme: per noi quelle temperature sono gelide e sopportabili solo sotto un piumone!
Quindi non ci resta che far buon viso a cattivo gioco adattandoci alle nuove temperature estive, avendo la pazienza di sopportare maggiormente il caldo, senza ricorrere all’uso smodato dell’aria condizionata: ascoltare le nostre sensazioni e non le allerte terroristiche dei media ci aiutera’, razionalizzando le risorse, ad uscire dal gioco di un clima condizionato per ottenere il quale si esaspera quello naturale.

Danny the dog

Dannythedog

Danny e’ lo scagnozzo dello strozzino Bart, e come un cane viene trattato, con un collare  che gli viene tolto solo quando  deve scatenarsi come una furia contro le vittime del suo padrone. Un giorno Danny conosce un accordatore cieco e grazie a questo nuovo rapporto riscopre la sua passione per la musica ed  il suo passato.

Dietro questo film si muove l’eminenza grigia del cinema d’azione europeo, Luc Besson che aggiorna alle nuove mode il modello dei film orientali a cui il lavoro si ispira, inserendo alcune scene di combattimento mutuate dal wrestiling, sport (?) che, negli ultimi tempi sta conquistando  il vecchio continente.
Azione e divertimento sono i punti di forza dei plot di Besson ed infatti la scena dell’investimento della macchina  da parte di un camion e’  quantomeno fantozziana e il combattimento tra Danny e il nuovo picchiatore di Bart all’interno di uno spazio ristrettissimo e’ ineccepibile,  ma questo soggetto si prestava ad  interessanti studi psicologici che non sono stati sviluppati, appiattendo tutto al manicheismo favolistico  dove alla cattiveria si oppone la bonta’ che alla fine vince sempre.
La cecita’ del vecchio accordatore sembrava rimandare al solo personaggio che in Frankestein e’ gentile con il mostro perche’ non e’ cosciente della sua diversita’: sarebbe stato interessante vedere in Danny the dog  la reazione dei “buoni” se avessero scoperto che la persona che avevano accolto in casa era in realta’ una pericolosissima macchina da guerra.
Piatta anche la recitazione di Morgan Freeman, mentre Bob Hoskin crea un vilain dai toni esasperati e un po’ ridicoli che ben supporta il cote’ ironico del film.
Il film e’ ambientato in una Glasgow irriconoscibile, anche  perche’ e’ girato prevalentemente in interni, ma il lampadario che Danny stacca per fuggire sul solaio e’ della scuola di  Mackintosh, con tanto di rose stilizzate: sinceramente credevo di  potermi commuovere durante il film, invece mi son preoccupata solo per la sorte del pezzo liberty.

Enzo Tortora

22 anni fa aveva inizio la terribile odissea kafkiana di Enzo Tortora, di cui ha parlato in questi giorni anche EmanuelaZini .
Difficile parlare del caso Tortora e del suo programma piu’ celebre, Portobello, senza riflettere sull’evoluzione dello strumento televisivo.
Come abbiamo ammesso in molti nei commenti al post di Emanuela, all’epoca in tanti credettero che Enzo Tortora fosse almeno in parte coinvolto nelle accuse che gli venivano mosse, non tanto per fede nell’infallibilita’ della Legge (questa fiducia credo che L’Italia non l’abbia mai avuta) ma per cieca credenza nel mezzo televisivo: erano gli anni in cui qualsiasi discussione poteva venir troncata da un categorico “lo ha detto la televisione!”, si trattava di una fiducia che il media televisivo si era conquistata sul campo, ad esempio insegnando alla nazione la sua stessa lingua.
Per queste ragioni, il fatto che la televisione desse in pasto alla folla uno dei suoi figli piu’ cari (oggi sappiamo che si tratto’ solo di squallido sciacallaggio mediatico) era la prova tangibile della colpevolezza di Enzo Tortora.
Del programma piu’ celebre di Tortora, Portobello, io mi ricordo veramente poco: solo la sigla, il Big Ben che diceva stop, il pappagallo che non parlava mai e quel signore che voleva spianare il Turchino per risolvere drasticamente il problema della nebbia in Val Padana. Anche l’episodio di quel bislacco personaggio e’ rappresentativo del potere assoluto di cui allora godeva la televisione: ci fu molto subbuglio in zona (il Turchino e’ a qualche decina di chilometri da qui) e si rischio’ addirittura una sollevazione perche’ la notizia era stata data in televisione (quindi gia’ data per acquisita) e nell’ingenuita’ popolare le ruspe potevano partire alla volta del Turchino da un giorno all’altro.
Portobello fu il prototipo da cui si sviluppo’ tutta quella (brutta) televisione che abbiamo visto nei decenni seguenti e che continuiamo a vedere: chissa’ se negli intenti degli autori c‘era anche un proposito di rendere il pubblico piu’ sgamato nei confronti dell’ oracolo televisivo, una sorta di rimando alla War of the worlds radiofonica di Orson Welles.
Il pensiero di un inglorioso tentativo mi renderebbe piu’ sopportabile l’attuale situazione televisiva italiana.