Mujeres

E’ sbarcata su un canale satellitare secondario, RaisatPremium come la risposta di Pedro Almodovar a Desperate housewives: donne meno costruite, piu’ popolane e piu’ vere, infatti stanno coricate su piu’ prosaici pomodori invece che peccaminose mele; in realta’ Almodovar si limita a produrre, con il fratello, la serie firmata da una coppia di registi, Dunia Ayaso e Félix Sabroso.



Mujeres

Il telefilm segue le vicende di una famiglia tutta la femminile: Irene vedova da un anno deve gestire la panetteria di famiglia (e sta per scadere il contratto ancora intestato al marito) oltre badare alla madre, Palmira, che comincia a perdere la memoria e viene seguita da Gabriel, un ragazzo extracomunitario con cui l’arzilla vecchietta si immagina una storia d’amore. A carico ci sono anche le due figlie, l’adolescente Magda con il problema del peso e Julia, la figlia maggiore tornata a vivere in famiglia dopo un’esperienza fallimentare di convivenza con un ragazzo che si e’ scoperto gay e Julia e’ ormai solita affogare i suoi dispiaceri nell’alcol.
Una saga divertente, per chi ama i temi cari all’immaginario almodovariano, che pero’ non e’ un tassello fondamentale della storia televisiva, soprattutto nello stile di ripresa : il quartiere e’ ricostruito in studio e si usano spesso quei pseudo-dolly che allargano su tutta la via tipiche di tante produzioni italiane, tipo Il bello delle donne.
Piu’ che reggere il confronto con il telefilm americano, mi piacerebbe che Mujeres diventasse un modello o almeno uno stimolo per gli autori della fiction italiana: vedere in prima serata un programma cosi’ ironico e poco rassicurante, dal linguaggio non particolarmente sboccato ma molto piu’ realista di quello usato nei nostri serial, sarebbe davvero un bel colpo di scena!

Fascisti su Marte – Una vittoria negata

Fascistisumarte

Il recupero di cinegiornali d’epoca, sfuggiti alla revisione post-ventennio permette di ricostruire l’avventura colonialista del gerarca Barbagli che, ritenendo che l’Italia dovesse espandersi anche verticalmente, riusci’ a conquistare il rosso (indi bolscevico) pianeta Marte.

Sulla qualita’ comica del film c’e’ poco da dire: Corrado Guzzanti e’ conosciutissimo per i pungenti personaggi tratteggiati nei programmi di satira televisiva ed in questa sua prima opera cinematografica, sviluppata dal progetto televisivo Il caso Scafroglia riconferma il suo ottimo talento comico (tra le trovate piu’ divertenti cito la volonta’ di respirare anche se su Marte manca l’aria ma soprattutto il conto alla rovescia fatto con i numeri romani).
L’opera di Guzzanti e’ attentissima a non farsi sfuggire nessun appiglio per metter alla berlina la storia attuale attraverso questo incredibile capitolo del periodo fascista: si va dalle armi di distruzioni di massa al riconteggio dei voti, tanto per citare i tormentoni piu’ attuali del nostro tempo.
L’intento di Guzzanti va oltre la semplice satira: l’avventura fascista su Marte diventa una parabola per rileggere quasi un secolo di storia italiana e forse questo e’ l’aspetto meno riuscito del film perche’ improvvisamente si esula da un contesto che, per quanto assurdo, fino a quel momento era stato ben definito, anche grazie alla valida ricostruzione del periodo storico, realizzata attraverso la colonna sonora che usa canzonette originali del ventennio o riadattamenti delle stesse che ne conservano lo spirito falsamente scanzonato e il recupero dello stile del cinegiornale LUCE con inquadrature spesso fisse, viraggi monocromi e righe che antichizzano la pellicola.
Quello che veramente incanta della pellicola e la solleva al di sopra della media di un buon film di satira destinato a contentare, per ovvi motivi, solo una parte di pubblico e’ lo stupefacente lavoro che Guzzanti fa sul linguaggio magniloquente della propaganda fascista: senza mai dimenticare l’esigenza comica di dover fare giochi di parole e gag verbali, l’autore riesce a restituire per intero l’atmosfera altisonante di quella prosopopea nazionale che trasforma il flashback in retrolampo per esaltare la purezza dell’italico idioma.

Down in the Valley

October, detta Tobe, ha diciassette anni, e vive con il fratellino tredicenne, Lonnie, assieme al padre (patrigno?), Wade. L’uomo e’ innegabilmente distratto nei confronti dei figli, preso dal lavoro di secondino e dalla sua relazione sentimentale, ma quando Tobe si innamora di Harlan, uno strano ragazzo che si veste e si comporta come un cowboy di altri tempi, Wade inizia preoccuparsi fino a vietare la relazione tra i due..



Downinthevalley

Siamo di fronte a uno di quei film imperfetti che pero’ riescono a manifestare uno strano fascino. Molto strana anche la mia collocazione mentale: una via di mezzo tra Taxi driver e Texas di Paravidino.
Del capolavoro di Scorsese si puo’ ritrovare la solitudine che si trasforma in follia e Ed Norton (produttore esecutivo del film) omaggia espressamente Taxi Driver nella scena davanti allo specchio: forse non sara’ la prova migliore di Norton ma e’ l’unico attore in grado di citare De Niro senza scimmiottarlo.
Se trent’anni fa la solitudine si annidava nel cuore delle citta’, oggi e’ nelle periferie piu’ remote che la solitudine e la disperazione trovano riparo, in quei luoghi, come la San Fernando Valley, dove le case si accalcano accanto all’autostrada ad otto corsie (per senso di marcia) dove la gente passa in fretta, indifferente a cio’ che li circonda, l’ossessione per questa via di fuga lontana ed indifferente c’era anche nel film di Paravidino, ma a farmi sentire ancora di piu’ inserita in questa forma di globalizzazione e’ il finale che si svolge in una zona residenziale in costruzione, in una villetta che puoi trovare anche qua, nei paesini che punteggiano la Pianura Padana o nella megalopoli diffusa, come pare si chiami adesso.

Ragionevoli dubbi

Ragionevolidubbi Qualche dubbio (ragionevole o meno) ce l’ho a proposito del grande successo ottenuto da questo romanzo di Gianrico Carofiglio in cui non ho trovato niente piu’ che una piacevole lettura che pero’ mi ha lasciato molto poco.
Lo stile di scrittura, senza infamia e’ senza lode ha un taglio molto televisivo e presumo che molto presto vedremo un serial che narra le avventure dell’avvocato Guerrieri.
Riassumo lo scambio di battute tra l’avvocato e la segretaria che gli annuncia la visita della signora Kawabata, lui si fa ripetere il nome e nota acutamente che e’ un nome giapponese al che la segretaria risponde “Direi di si’, anche lei sembra giapponese, del resto”. Su questo dialogo che apre il quarto capitolo, ho avuto un flash e ho rivisto la fiction di cui non ricordo il titolo in cui Fabrizio Frizzi faceva l’avvocato: secondo me quello scambio di battute in bocca Frizzi non sarebbe stato male.
Anche la storia mi ha un po’ delusa: sono un po’ stanca di eroi pseudo-disillusi, che trovano il coraggio di seguire fino in fondo la propria etica, in questo caso difendere una vecchia conoscenza del ’68 che, in quanto capetto di un gruppo fascista, aveva fatto pestare l’avvocato adolescente che girava con l’eskimo.
La vicenda alletta con possibili svolte che non si realizzano mai: la malavita organizzata viene vagheggiata ma non si presenta mai a chiedere il conto a chi gli sta pestando i piedi, Natsu Kawabata ha l’allure della dark lady e un minimo di dubbio che sia meno pulita di quel che voglia apparire me lo conservo, in quanto all’amareggiato e disilluso Guido Guerrieri mi pare che si prenda la rivincita migliore su chi l’aveva fatto pestare in gioventu’, pur facendo trionfare la giustizia.
Ma l’apoteosi arriva all’ultimo capitolo dove gia’ dalle prime righe si capisce gia’ dove si andra’ a parare: una rivisitazione letteraria della conclusione di Casablanca con citazione dell’ultima famosa battuta del film , peccato che qui i due protagonisti fossero gia’ amici in precedenza e che il poliziotto avesse dato un contributo fondamentale alle indagini di Guerrieri.

World Trade Center

WorltradecenterOliver Stone costruisce un film del tutto inutile: vedendolo mi sono sentita partecipe de quell’onda di voyerismo di cui si era parlato a proposito di United 93 ed questo lavoro e’ anche cinematograficamente sbagliato, a mio modesto parere manca un punto di vista che tenga insieme il film: nella prima parte seguiamo la mattinata degli agenti , il risveglio all’alba, le battute negli spogliatoi, la dedizione al lavoro per cui entrano con coraggio nelle torri in fiamme. Dopo il crollo Stone abbandona i due protagonisti al loro destino, tanto da sotto le macerie non si possono muovere, e fa entrare in campo le mogli e le famiglie degli agenti con la loro trepidante attesa. Su tutto questo si innesta la storia dell’ex marine esaltato che, viste le immagini dell’attacco in televisione, chiede la benedizione del proprio parroco e parte per la sua solitaria missione di salvezza.

WorldtradecenterC’e’ tutta la retorica possibile in questo film: quella sentimentale delle famiglie praticamente perfette con le mogli che condividono gli stessi pensieri e ricordi dei mariti sepolti, proprio nello stesso istante (cosa che neanche a Beautiful!) e poi la retorica degli eroi, sempre tutti sprezzanti del pericolo e dediti al sacrificio: la scena in cui Jimeno chiede che gli sia amputata la gamba pur di salvare il collega mentre il paramedico (ex drogato che in questa avventura ritrova la propria dignita’) si rifiuta e’ una perversione della peggior retorica espressa dal piu’ roboante John Wayne.
Il canto della parte buona dell’America che in quella giornata di orrore combatte’ per far trionfare il bene ha colori un po’ troppo wasp: come si e’ scoperto in seguito il marine che fece salvare i poliziotti era di colore e non bianco come ce lo dipinge Stone e Maria Bello inquieta con quegli occhi cerulei e gli immancabili golfini azzurri che ne richiamano il colore.

Alessandria Art&Film Festival

OpificioLa giornata di sabato all’Opificio delle Arti e’ stata davvero notevole: sotto la guida dello sceneggiatore e dramaturg Claudio Braggio, un gruppo di professionisti e amanti del cinema si e’ ritrovata a discutere dei problemi dei film low-budget, com’e facilmente intuibile la nota dolente del cinema italiano (indipendente e non) e’ sempre la distribuzione e l’esperienza di Max Chicco che e’ riuscito a presentare il suo primo lungometraggio completamente autoprodotto in ben 20 sale e’ estremamente istruttiva per liberarsi da questa impasse, di sicuro interesse anche l’esperienza milanese di Aperitivocorto che fa uscire il cortometraggio dalle sale per portalo in mezzo alla gente, nei locali disposti ad ospitare questa iniziativa.
Il pomeriggio e’ proseguito con la proiezione di alcuni cortometraggi, tutti di indubbio valore, personalmente sono rimasta molto colpita da quelli d Alessandro Gavazza, giovanissimo film-maker alessandrino che pur essendo ancora acerbo dimostra un grandissimo talento visivo e il suo modo di raccontare l’evoluzione di una storia attraverso gli oggetti mi ha fatto tornare in mente Orson Welles: l’evoluzione del matrimonio con la tavola imbandita sempre piu’ lunga e gli sposi sempre piu’ lontani in Quarto Potere o la trasformazione della citta’ ne L’orgoglio degli Amberson.
Altra rivelazione sono stati i due corti di Antonella Questa, attrice teatrale e televisiva che sta muovendo i primi passi nella regia con risultati ottimi: grande abilita’ nell’uso della mdp ma soprattutto grandissima capacita’ di mettera alla berlina le debolezze sentimentali di uomini e donne, soprattutto il secondo, Mamma! folgorante nei suoi due minuti, avrebbe potuto essere un episodio collaterale, il racconto di una disavventura occorso a un’amica delle quattro protagoniste di Sex and the city.
SaddamscenaIl pezzo forte dell’evento era Saddam, il lungometraggio di Max Chicco la cui lavorazione e distribuzione era stata sviscerata durante il workshop e per chi, come la sottoscritta, ama ascoltare gli aneddoti che stanno dietro la lavorazione di un film, quelli relativi all’arruolamento di Frank Adonis nel cast sono tra i piu’ divertenti che si possano ascoltare.
Avevo gia’ parlato del film in precedenza, un lavoro molto interessante per l’abilita’ di far credere per tre quarti del film di assistere a un film di guerra e spiazzare poi con un finale che stravolge tutto (persino gli attori durante la lavorazione non sapevano come si sarebbe conclusa la vicenda proprio per non rovinare questa sorpresa), rivista a qualche mese di distanza la pellicola conferma la sua forza, pur conoscendo il colpo di scena finale.
Per chi fosse incuriosito dal film e’ possibile trovarlo in videoteca dal 17 ottobre, altre informazioni su il blog di Riccardo Leto, attore protagonista del film e tra i mattatori della giornata di sabato.

Monster House

Dj, ragazzino sulle soglie della puberta’, e’ estremamente incuriosito dal bizzarro comportamento del dirimpettaio, il signor Nebbercracker, un vecchietto malevolo che ruba tutti i giocattoli che finiscono sul suo giardino.
Quando e’ la palla di Timballo, il miglior amico di DJ, a finire sul prato di Nebbercracker, DJ ha uno scontro con il vicino che gli provoca un malore, i ragazzini credono addirittura che sia morto e da quel momento sara’ la tetra abitazione a perseguitarli..

Monsterhouse

Il film inizia seguendo il volo di una foglia ingiallita che si e’ staccata dal ramo, omaggio a Forrest Gump (i produttori sono Spielberg e Zemeckis) ma anche precisa collocazione della storia: siamo nel periodo di Halloween e il cartone e’ un tipico prodotto legato alla famosa festa americana, un divertissement sui topos classici del teen-age horror: ragazzini che si confrontano per la prima volta con la vita (e’ esemplare la situazione di DJ che crede di vedere morire una persona e se ne ritiene responsabile: la persecuzione da parte della casa e’ l’espiazione del suo senso di colpa) adolescenti concentrati sul divertimento e sul sesso, adulti distratti.
A tenere e’ sicuramente la prima parte del film, mentre la seconda si sfilaccia in un eccesso di colpi di scena nonostante l’introduzione del tragico elemento romantico che forse andava sfruttato meglio.
Il film e’ girato in motion picture, rendendo estremamente realistici le espressioni e i movimenti (la camminata di Jenny vista dal cannocchiale) dei personaggi. Piu’ che la tecnica digitale perfetta mi ha molto colpito lo stile del regista, Gil Kenan, che simula molto spesso movimenti di macchina dando fluidita’ ed originalita’ al racconto filmico.

24

24kiefer Incuriosita da tanti giudizi positivi e dalla pioggia di Emmy e Golden Globe che puntualmente premiano la serie, ho iniziato a vedere 24 alla quarta stagione trasmessa su Fox e sono subito rimata folgorata dalle avventure di Jack Bauer.
Come probabilmente quasi tutti sanno la serie ha questo titolo perche’ e’ composta da 24 episodi che raccontano ognuno un’ora delle folli giornate di Bauer, agente speciale del CTU, l’unita’ antiterrismo americana e nell’arco delle ventiquattr’ore raccontate in una stagione, Bauer riuscira’ coi suoi metodi poco ortodossi a sgominare terribili attentati contro il popolo americano o contro eminenti figure politiche degli Stati uniti.
Questa quarta edizione offre un’ottima occasione per iniziare a seguire le avventure del nostro eroe, perche’ e’ stato licenziato da CTU quindi le dinamiche personali che si erano create nelle altre stagioni hanno perso interesse. Adesso Bauer si occupa della sicurezza del Ministro della Difesa e ha una relazione segreta con la di lui figlia, si trova casualmente al CTU quando scopre che un attentato al treno serve da depistaggio per il rapimento del Ministro di cui cura la sicurezza. Cerca di avvisare la figlia al telefono ma non potra’ evitare il rapimento che cerchera’ di sventare nelle restanti 23 ore.
Mi ha colpito molto la scena del rapimento perche’ cita un film di mediocre successo che Kiefer Sutherland interpreto’ nel 1995: La prossima vittima, li’ era uno stupratore che violentava una ragazzina mentre la madre imbottigliata nel traffico ascoltava sgomenta al telefono la sorte della figlia, nella prima puntata di 24 tocca a lui ascoltare per telefono le fasi concitate del rapimento.
Girato in maniera molto abile e adrenalinica, il telefilm ricorre molto spesso alla tecnica dello split screen per mostrare tutti gli sviluppi della storia che avvengono contemporaneamente. Sono quasi certa che si rispetti anche la coincidenza temporale tra il tempo del film e quello della realta’, ma non riesco mai a farci veramente caso, troppo presa dagli sviluppi della vicenda che, per una perditempo come me, risulta ancora piu’ sconvolgente nel mostrare quante cose possono accadere in una sola ora.

Save Darfur

Darfur
Le Jene ci mostrano sempre l’ignoranza dei nostri deputati sulla storia patria e sull’attualita’: e’ gia’ vergognosamente mitica quella la definizione di Darfur come stile di vita troppo veloce data da un deputato.
Dimostriamo di essere un popolo che probabilmente non e’ in grado di scegliersi i propri rappresentati ma che e’ attento ai drammi mondiali, firmiamo questa petizione!