Le tre sepolture

Letresepolture

Texas: un vaqueros messicano, immigrato illegalmente viene trovato morto; quando il suo amico Pete scopre chi l’ha ucciso, costringe l’assassino ad aiutarlo a mantenere la promessa che aveva fatto a Melquiades: riportare la sua salma nel paese dov’era nato, in Messico.

Debutto alla regia per il sessantenne Tommy Lee Jones con un film molto complesso che rilegge il genere western per mettere a confronto gli States e il Messico, separati da un fiume che segna il confine tra due mondi completamente differenti. Con un atteggiamento vagamente pasoliniano, il regista mostra la realta’ di un piccolo paese di frontiera squallido nell’edilizia e nei costumi, dove la moderna societa’ dei consumi americana si sublima nella tecnologia, cioe’ televisori e cellulari mentre il Messico, economicamente arretrato, conserva la dignita’ delle tradizioni, delle curatrici che con le erbe possono salvarti dal morso di un crotalo.
La grandezza di questo debutto sta anche nella capacita’ dimostrata dall’attore ora regista di giocare con gli stili: l’inizio ambientato nel versante texano e’ girato secondo le piu’ moderne tendenze cinematografiche che frammentano la trama in un puzzle di flashback, lo stile si fa sempre piu’ lineare e classico quanto piu’ ci si inoltra verso il Messico, che diventa alla fine un luogo mitico, depositario dei sogni di un immigrato e dell’archetipo della cultura western.

Eclisse

Nonostante le due paia d’occhiali da sole sovrapposti (entrambi graduati, per un totale di sei diottrie) e l’uso di un filtro ( ehm..una custodia per cd arancione) ho rischiato la cecita’ cercando di fotografare l’eclissi che qui praticamente non si e’ vista. Nulla a che spartire con quella dell’agosto 1999 quando al parziale calare della luce solare i piccioni si son messi a dormire con il capino sotto l’ala risvegliati pochi minuti dopo dal gallo del vicino che ha salutato con un sonoro chicchirichì’ il ritorno della luce.
L’unico sole che mi e’ riuscito di immortalare degnamente e’ la forsithya in piena fioritura.






.. primavera non bussa, lei entra sicura..

Truman Capote: A sangue freddo

CapoteasanguefreddoNovembre 1959: il massacro di una famiglia in Kansas attira l’attenzione del celebre scrittore Truman Capote che decide di utilizzare il caso per tentare una nuova formula letteraria ibridando romanzo ed inchiesta giornalistica.

Raggelato nel suo fascino disturbante, un biopic sui generis che invece di narrare l’intera parabola esistenziale del protagonista concentra l’attenzione su un particolare episodio della sua vita che si rivela fondamentale per capirne l’esistenza.
Il personaggio in questione e’ Truman Capote controverso protagonista della letteratura e del bel mondo newyorkese che, forte delle sue capacita’ intellettive osa l’inosabile diventando amico degli assassini che compirono lo sterminio della famiglia Clutter per poter ottenere informazioni di prima mano per il suo romanzo-verita’.
Mentre nel biopic tradizionale il protagonista e’ quasi angelicato , perennemente giustificato anche nelle scelte piu’ sconsiderate , in questo film lo spettatore rimane sconcertato perche’ l’immagine che viene data di Capote non e’ molto confortante.
Il titolo che Capote sceglie per il romanzo A sangue freddo si potrebbe adattare perfettamente anche al suo lucido e spietato proposito di utilizzare un sentimento di amicizia a fini letterari; solo le didascalie finali che raccontano come lo scrittore non si sia mai veramente ripreso da questa esperienza permettono allo spettatore di simpatizzare nuovamente per il protagonista del film.
Piu’ che narrare una biografia, o parte di essa, la pellicola indaga sul superomismo che affligge l’artista costretto (?) a mettere l’arte prima dei rapporti umani, un tema assai poco presente nella cinematografia contemporanea.

Addio a Richard Fleischer


Si e’ spento a 89 anni l’eclettico regista, figlio del cartoonist Max Fleischer, creatore di Braccio di Ferro e Betty Boop.
Richard Fleischer debutta come documetarista e in seguito approda alla RKO dove firma alcuni noir molto interessanti, a partire da Bersaglio Umano nel 1949.
Nel 1954 dirige per la Disney 20 mila leghe sotto i mari dal romanzo di Jules Verne.
Nel 1955 firma un altro splendido poliziesco, Sabato tragico dove i momenti che precedono una rapina diventano motivo ddi analisi sociologica della cittadina dove si svolgera’ il colpo.
Ma e’ nel 1966 che Fleischer dirige uno dei piu’ bei film di fantascienza di tutti i tempi: Viaggio allucinante.







Nel 2004 il TorinoFilmFestival gli aveva dedicato una retrospettiva.

Questione di numeri

Da stasera la seconda stagione di 4400 sostituisce Numb3rs

Numb3rs

La prassi per le improvvise sostituzioni di telefilm in programmazione e’ sempre la stessa: come avvenne per Medium si inizia mandando in onda un evento sportivo (domenica scorsa i Mondiali di pattinaggio anziche’ Numb3rs) e poi il telefilm sparisce nel nulla.
Non mi spiace il ritorno della serie fantascientifica prodotta da Francis Ford Coppola, che tra l’altro suffraga una delle mie teorie (io ho sempre almeno una teoria per tutto!) sugli UFO e cioe’ che gli oggetti volanti che noi vediamo siano velivoli spaziali umani che in futuro viaggeranno attraverso il tempo, ma mi spiace il rinvio a data da destinarsi del telefilm prodotto da Ridley e Tony Scott che si stava rivelando piuttosto interessante, (l’episodio del grattacielo era decisamente carino ed omaggiava indirettamente Inferno di cristallo) soprattutto perche’ le dinamiche umane al centro del serial non erano quelle della squadra investigativa, come avviene di solito, ma piuttosto la famiglia Eppes formata dal genio matematico, Charlie il fratello investigatore Don ed il padre pensionato: i tre sono uniti nel ricordo della madre poco da poco piu’ di un anno per tumore.
Avrei seguito con interesse lo sviluppo delle dinamiche famigliari perche’ nei quattro episodi andati in onda non mi era ancora chiaro se il nucleo famigliare era davvero il tema portante del serial o un retaggio da sit-com.

Update la sostituzione del telefilm e’ stata cosi’ repentina che la registrazione su dvd porta ancora il nome di Numb3rs

V per Vendetta

In un futuro molto prossimo l’Inghilterra sara’ governata da una dittatura nazistoide che esercitera’ il controllo attraverso i media, dopo aver internato in campi di concentramento gli esponenti di razze, religioni ed orientamenti sessuali differenti ed averli usati come cavie per esperimenti scientifici.
Una notte in cui sfida il coprifuoco, Evey viene salvata da un misterioso individuo che si cela dietro una maschera: le loro strade si uniranno nel tentativo di liberare la nazione del tiranno..


VperVendetta

Benche’ Alan Moore, autore del fumetto, si dissoci totalmente dal film dei fratelli Wachowski per la diversa caratterizzazione data ai suoi personaggi, io ho trovato V per Vendetta molto interessante, piu’ profondo della maggior parte delle trasposizioni cinematografiche di celebri comics.


V per Vendetta

Dopo l’epopea di Matrix, tornano i fratelli Wachowski portando sullo schermo il fumetto di Alan Moore, illustrato da David Lloyd, che ha per protagonista un misterioso eroe chiamato V, che si cela dietro la maschera di Guy Fawkes, popolare eroe inglese, autore della fallita cospirazione della polvere da sparo che il 5 novembre 1605 doveva far saltare il Parlamento di Londra.
Diretto con mano forse non abilissima da James McTeigue, il film ripropone alcune delle tematiche basilari della saga di Matrix: il controllo da parte di una societa’ oppressiva ed alienante e la necessita’ di affrancarsi da essa assumendo uno sguardo lucido ed indipendente sulla realta’.

VpervendettaAmbientata in una Londra scura e claustrofobica la pellicola mette in atto alcuni capovolgimenti della precedente estetica filmica: se Matrix era stato il blockbuster che aveva lanciato la moda del futuribile e del tecnologico con combattimenti estremamente acrobatici, in V per vendetta si punta sul coinvolgimento intellettivo dell’eroe, piu’ che sulla sua abilita’ fisica, cosa che ha fatto tacciare il film di verbosita’. L’ambientazione dal futuribile della celebre saga, passa ad un gusto retro’ ed anche i protagonisti del film interpretano ruoli antitetici ad altri che li hanno resi celebri: dietro la maschera del ribelle si nasconde Hugo Weaving, il cattivissimo Agente Smith di Matrix, mentre John Hurt impersona il dittatore Adam Sutler che domina dai teleschermi, ruolo diametralmente opposto a quello che aveva nel film tratto dal capolavoro di Orwell, 1984 a cui questo lavoro si ispira.
I Wachowski mescolano le tematiche orwelliane agli aspetti piu’ romantici de Il fantasma dell’opera o de Il conte di Montecristo che viene chiaramente citato nel corso del film ed anche la denuncia contro i totalitarismi spazia da immagini che ricordano i lager nazisti a quelle che richiamano le prigioni di Abu Grahib o Guantanamo (la tunica-sacco di Evey durante la prigionia).
Analizzando il cast che presenta nomi di sicuro richiamo, tra tutti colpisce la prova di Stephen Rea nel ruolo dell’ispettore capo Finch che arriva a sconvolgenti conclusioni sul governo a cui ha sempre ubbidito (il personaggio ha subito pero’ molte modifiche rispetto all’originale del fumetto).
Nell’insieme un film che ha sicuramente delle imperfezioni, ma che rappresenta un passo avanti rispetto ai soliti blockbuster tratti dai fumetti andando ben oltre al solo aspetto ludico.

TransAmerica

Bree e’ un trans ormai prossimo all’operazione che la renderera’ definitivamente donna; manca solo una settimana all’intervento quando riceve una telefonata da una prigione di New York: dovrebbe pagare la cauzione per il figlio che non ha mai saputo di avere. Su consiglio della psicologa che la segue, Bree va ad incontrare il ragazzo, cercando di mantenere il segreto sulla propria idendita’…


Transamerica

Opera prima che affronta con leggerezza il tema spinoso della transessualita’ trasformandolo in un tema universale: e’ molto facile identificarsi con il bisogno di Bree di condurre una vita di menzogna per nascondere la propria vera natura. Come sempre succede nella vita, e’ un evento inaspettato e apparentemente catastrofico a permetterle di uscire dal guscio: la scoperta di quel figlio nato a sua insaputa; Toby e’ un ragazzo difficile: orfano della madre suicida, abusato dal patrigno, e’ diventato un ragazzo di strada dedito alla droga e alla prostituzione.
Il coprotagonsita pare una figura estremamente carica per un film che ha scelto i toni della commedia, ma il regista, Duncan Tucker, riesce a gestire la materia senza scadere mai nel patetico o nel ridicolo ed e’ interessare vedere una volta tanto un trans che, non solo non si droga ne’ si prostituisce, ma addirittura fa da contraltare a chi conduce questo tipo di vita.
L’incontro tra il Toby e Bree, che si presenta come una missionaria cristiana che deve redimere il ragazzo si trasforma in un viaggio, prima alla ricerca della radici di Toby, poi di quelle sempre negate di Bree che finalmente trova il coraggio di presentarsi a casa dei genitori che non hanno mai accettato la sua disforia sessuale.
TransAmerica non e’ solo un road-movie alla ricerca di se stessi, ma e’ anche un percorso tra figure genitoriali: la madre suicida di Toby, il patrigno pedofilo, la madre ossessiva di Bre, il padre assente sono le tappe attraverso le quali il padre e il figlio che non si conoscono dovranno muoversi per costruire il loro rapporto.
Felicity Huffman che ha vinto il Golden Globe per la sua interpretazione veramente notevole (anche se nel doppiaggio italiano si e’ perso il lavoro che l’attrice ha fatto sulla voce) e’ la Lynette del celeberrimo telefilm Desperate Housewives e mi fa molto sorridere il fatto che in questo ruolo che le apre una carriera cinematografica porti il nome di un’altra delle Casalinghe Disperate.

Notte Horror Politik!

Logostensen Uno spirito mefitico avvolge la prossima tornata elettorale del 9 aprile: in un paese praticamente spaccato in due, qualunque fazione vinca, l’altra meta’ del Paese prevede disgrazie e tormenti: per loro fortuna i toscani avranno modo di ironizzare sulla macabra situazione, infatti per stemperare questo clima angosciante l’Istituto Stensen di Firenze propone, in collaborazione con Joe D’Amato Horror Festival, Raro Video, Nocturno e Imasfx, una maratona notturna che si svolgera’ dalle 21.30 dell’8 aprile fino alle prime luci dell’alba del giorno successivo.
L’iniziativa propone lo spettacolo de Il Nido del Cuculo, lo stravagante gruppo di doppiatori livornesi, che per l’occasione virera’ in salsa horror politik il loro show a base di doppiaggi, vernacolo livornese e humour grottesco; a seguire tre film horror: il classico La maschera del demonio di Mario Bava, l’inquietante Il serpente e l’arcobaleno di Wes Craven e in anteprima il nuovo film di Joe Dante Homecoming (compreso nel progetto Masters of Horror) che racconta di soldati morti in Iraq che ormai zombie, si dirigono in massa verso i seggi per votare contro Bush.
L’Auditorium Stensen in Viale Don Minzioni 25/c ospitera’ l’evento addobbandosi con la giusta scenografia horror dove gli “zombi-elettori” potranno usufruire di gelide e sanguinose cabine elettorali in cui votare i candidati del terrore, da Nosferatu a Freddy Kruger, da Zio Tibia ad Alien.
Non mancherà la ‘colazione mannara’: paste calde, caffè e the gratuiti per mantenersi svegli.

Roma

RomaL’attesissimo colossal non mi entusiasmato piu’ di tanto, almeno per ora.
Colpa anche dello shock iniziale di vedere Roberto Giacobbo introdurre l’opera cercando di giustificare la scelta della Rai di mandare in onda una versione piu’ soft del serial (non si tratta di tagli, ma di scene rigirate appositamente in maniera piu’ edulcorata).
Non apprezzo particolarmente la scelta “estrema” di mostrare esplicitamente la violenza della vita dei romani del I secolo A.C., che mi pare arrivare diritta dritta dal successo di The Passion di Mel Gibson, non certo per pruderie ma perche’ ritengo da sempre l’allusione piu’ efficace dell’immagine mostrata: per esemplificare, nella versione italiana si intravede per un attimo uno schiavo marchiato a fuoco sul volto, presumo che nella versione integrale si sia indugiato molto su questo gesto che pero’ non avra’ mai la portata emotiva dell’evocazione dell’accecamento di Michele Strogoff nell’omonimo sceneggiato Rai della fine degli anni’70, dove ci si fermava su un angosciante primo piano della lama incandescente della spada.
Non posso certo essere d’accordo con la versione censurata della Rai, che oltre alla violenza limita le scene di sesso, (che faranno mai vedere, quei bacchettoni americani, l’hard-core in prima serata?) la motivazione allude alla morale cristiana che non vedo proprio cosa centri dato che l’azione si svolge un secolo primo della nascita di Cristo; credo che il vero motivo per cui in Italia certe cose non possano essere mostrate e’ che ancora vige l’ideale storico fascista (senza nessuna implicazione politica) della grandezza romana.


Rome

Altra delusione e’ stato nel finale dell’episodio: Cesare attraversa il Rubicone senza pronunciare la mitica frase Il dado e’ tratto, non so se sia stata scartata perche’ non suffragata da prove storiche, ma il fanciullo pescatore che guarda attonito il passaggio delle truppe senza spostarsi di un millimetro appartiene a un ideale romantico, ma scarsamente veritiero, per cui c’e’ sempre un ignaro spettatore mentre si fa la Storia.
Non voglio nemmen pensare che nell’ultimo episodio mi pugnalino Cesare sui gradini del Senato senza fargli pronunciare il Tu quoque Brute filii mii!
Altra cosa che mi ha disturbato sono state i volti scelti per impersonare gli antichi romani: Lucio Voreno sembra il sosia di Putin, sua moglie Niobe e’ un’attrice indiana, certamente bellissima, ma che ha poco a che spartire con l’iconografia della donna romana; Marco Antonio, poi, ha la faccia da tontolone, dopo che decenni di cinema ce l’hanno mostrato con il volto altero di Richard Burton o Marlon Brando.
La cosa veramente mirabile di Roma in realta’ sono i titoli di testa: non sono ancora riuscita a scoprire il nome del genio che li ha realizzati, ma mi pare di vedere la stessa mano che ha creato i titoli di Carnivale e Desperate Housewives: il tratto distintivo di questo artista e’ l’animazione di opere d’arte inerenti al tema del telefilm: se in Carnivale tutto partiva da un mazzo di tarocchi, in Desperate Housewives si ironizza con celeberrimi quadri che rappresentano delle coppie, da Adamo ed Eva ai Coniugi Arnolfini, mentre in Roma tutto nasce dai graffiti e dalle pitture parietali di Pompei: stupenda la Medusa a cui i capelli serpentini si staccano dal muro per agitarsi.

Edward Everett Horton

EdwardEverettHortonE’ stato il caratterista per eccellenza di tutte le grandi commedie degli anni ‘30 e ‘40 voluto, tra gli altri, da Ernst Lubitsch, Frank Capra, George Cukor e comprimario di molti film con la coppia Ginger Rogers e Fred Astaire firmate da Mark Sandrich.
Il suo fisico segaligno, l’andatura imbarazzata, il capello impomatato e l’espressione preoccupata o corrucciata lo resero perfetto per le parti di corteggiatore respinto, padre fanfarone ma soprattutto maggiordomo, ruolo che interpreto’ magistralmente in Angeli con la pistola (1961) una delle sue ultime apparizioni cinematografiche.
Edward Everett Horton nasce a Brooklyn il 18 marzo 1886. A vent’anni il debutto sul palcoscenico come ballerino e cantante; la carriera cinematografica inizia nel 1922 con Too Much Business, ma e’ nella stagione d’oro della commedia hollywoodiana che Horton diventa il caratterista per antonomasia, grazie anche alla sua voce un po’ tremula che ne favorisce l’adattibilita’ ai ruoli di comprimario.
L’attore si ritira dal cinema nei primi anni ’60 (l’ultima partecipazione e’ a Donne v’insegno come si seduce un uomo del 1964) e si dedica alla televisione.
Scompare il 29 settembre 1970.

Scheda imdb