The Artist

TheArtist Hollywood, 1927: George Valentin e’ una stella di prima grandezza del cinema muto e quando incontra l’aspirante attrice Peppy Miller fa in modo che abbia un ruolo da comparsa e le consiglia di disegnarsi un neo. Tra i due e’ amore a prima vista ma il divo e’ sposato. Peppy fa carriera velocemente grazie al suo fascino di smart girl mentre Valentin non vuole adeguarsi al sonoro e nel ‘29 lascia la major per produrre con il proprio denaro un grandioso film muto, l’insuccesso del film e il crollo della borsa lo portano al fallimento ma da lontano Peppy Miller veglia su di lui..

Osannato a Cannes 2011, The Artist e’ veramente un gioiello che sa incantare le platee, un po’ meno i critici che pare lo trovino un mero esercizio di stile. Personalmente l’ho adorato perche’ il cinema muto e la commedia anni ’30 sono da sempre il mio genere preferito e non ho potuto fare a meno di ammirare il rigore con cui il regista ha ricostruito l’epoca che va dal ‘27, avvento del sonoro al 1933 anno di Carioca il primo film della premiata coppia Ginger Rogers Fred Astaire. Encomiabile la precisione con cui sono stati allestiti i set fantasiosi del cinema muto e quelli piu’ realistici del sonoro a sottolineare che il suono ha comportato l’abbandono dei toni fiabeschi ed esotici dei silent movies popolato di sceicchi, principi e quant’altro per arrivare ad ambientazioni piu’ realistiche in stile deco’ (non divaghero’ parlando di una meravigliosa scultura di nudo di donna in piedi acrobaticamente reclinata sulla schiena).
La capacita’ di ricostruire perfettamente le atmosfere a cavallo degli anni ‘20-’30 permette al regista Michel Hazanavicius di giocare con omaggi a grandi pellicole di quel periodo o su quel periodo, impossibile non pensare a Cantando sotto la pioggia: il protagonista ha il sorriso aperto di Gene Kelly e la sua partner, di cui vedremo il provino sonoro, ricorda l’odiosa Lina Lamont dalla voce così querula e nasale da richiedere il doppiaggio della dolce Debbie Reynolds.
La sequenza iniziale del film con la prima del grande successo di Valentin, racconta gia’ tutto: il film si apre con l’attore che giura di non parlare (e’ torturato dai tedeschi con un macchinario che ricorda quello che ha dato vita al robot di Metropolis) della protagonista femminile clonata da Cantando sotto la pioggia abbiamo gia’ detto e quando Valentin si ferma sotto lo schermo a vedere la pellicola il pensiero corre al Don Quixote di Welles che lotta con le immagini e il film raccontera’ proprio la lotta don chisciottesca di Valentin contro il progresso della tecnologia cinematografica. Progresso che costo’ davvero la vita a diversi divi del cinema muto che non seppero adeguarsi alla nuova tecnologia: piu’ che a Valentino, scomparso prima di cimentarsi con il sonoro, l’omaggio onomastico forse doveva essere per John Gilbert.
Tornando a Orson Welles, il piu’ grande cineasta americano e’ omaggiato molte volte: le colazioni che narrano il progressivo allontanamento tra Valentin e la moglie, la stanza con i cimeli protetti da lenzuola, mi hanno ricordato molto Quarto Potere.
Se i protagonisti sono bravissimi, va menzionato sicuramente il cane, il Jack Russel Uggie che vanta un proprio profilo twitter, meritatissimo dato che e’ protagonista al pari degli attori: nel momento piu’ drammatico la sua presenza ricalca il ruolo del bambino piangente ne Il Monello di Chaplin. L’inseparabile coppia che la bestiola forma con Valentin ci ricorda come il cinema sia un’espressione artistica molto popolare, nata dal vaudeville e pur citando i grandi del cinema, l’ironia che smorza i momenti di grande tensione melodrammatica riporta sempre la riflessione a questo inizio giocoso e popolare ..sara’ questo che ha disturbato i critici?

Le nevi del Kilimangiaro

Lenevidelkilimangiaro
Marsiglia, per scongiurare la chiusura del cantiere in cui lavorano gli operai decidono di tirare a sorte i venti lavoratori che dovranno essere licenziati. Tra questi c’e’ anche Michel, il sindacalista che ha proposto la soluzione. L’uomo si rassegna la suo tran tran di nonno in prepensionamento e si prepara al viaggio in Africa che amici e parenti gli hanno regalato per l’anniversario di matrimonio. Una brutta sera Michel, la moglie e i cognati subiscono una brutale rapina in cui spariscono tutti i soldi ricevuti dagli amici. Quando Michel scoprira’ che nella vicenda e’ implicato un giovane collega licenziato insieme a lui cerchera’ di capire le ragioni del furto.

Avrebbe potuto essere uno dei film piu’ interessanti sulla condizione del lavoro invece l’opera di Robert Guédiguian si perde in banalizzazioni quasi agiografiche dei personaggi: la famiglia di Michel e’ perfetta, onesta e dedita al lavoro: una bella casetta di proprieta’ ottenuta con sacrifici, due figli ben sistemati che a loro volta hanno due situazioni familiari solide da cui sono nati tre nipotini. Il ladro invece dopo la spartizione del bottino in cui viene fregato, per altro, si dirige verso uno squallido casermone di case popolari e impiega subito i denari ottenuti dal furto per ripianare i debiti, senza neppure comprarsi una gazzosa per se’ ma piuttosto un bel barattolone di Nutella per i due fratellastri che accudisce amorevolmente controllandogli i compiti al posto di una madre un po’ randagia che preferisce godersi l’ultimo scampolo di giovinezza al seguito dell’amante di turno.
Il film e’ tratto da Les pauvres gens di Victor Hugo ma a volte sembra di assistere alla messa in scena di una pagina strappalacrime di Carolina Invernizio o di essere in un’edificante puntata di Don Matteo, il trionfo del cattocomunismo piu’ buonista. Davvero un peccato perche’ il confronto tra la situazione di Michel, orgoglioso di aver inserito anche il proprio nome nell’urna da cui estrarre a sorte quando avrebbe anche potuto non farlo, si scontra con il rancore del giovane Christophe che gli rinfaccia che l’estrazione non ha tenuto conto delle diverse situazioni lavorative di chi ha maturato tutti i diritti al prepensionamento a differenza dei nuovi assunti la cui copertura in caso di licenziamento e’ inesistente. Anche la profonda riflessione del protagonista che convinto di battersi da sempre per la giustizia, si riscopre arroccato nella sua casetta che domina il quartiere rappresenta uno spunto notevole, forse ad essere sbagliato e’ lo stile che avrebbe dovuto essere piu’ malinconico e concedere meno alla commedia e alla furbizia delle faccette dei due fratellini abbandonati al loro destino.

Babbo bastardo

Babbobastardo Bad Santa
USA 2003
con Billy Bob Thornton, Bernie Mac, Lauren Graham, John Ritter
regia di Terry Zwigoff

Willie e’ un fallito alcolizzato, ladro di professione che sbarca il lunario mettendo a segno un solo colpo all’anno, nel periodo natalizio: lui ed il socio Marcus, un nano di colore, si fanno assumere da un grande magazzino come Babbo Natale e relativo aiutante elfo: dopo un mese trascorso ad ascoltare i desideri degli odiati bambini, la sera della vigilia i due svaligiano il centro commerciale fuggendo con l’incasso, finche’ un anno, a Phoenix, mentre il colpo procede con qualche intoppo un ragazzino obeso e complessato si affeziona a Willie..

In un annata cinematografica ricchissima di pellicole del filone natalizio, esce questo film estremamente irriverente nei confronti della fiera dei buoni sentimenti tipica del genere.
Anche se alla fine non manchera’ un happy end piuttosto anomalo, una vena anarcoide percorre tutta la commedia che piu’ che nelle volgarita’ o nelle parolacce si manifesta in scene come quella in cui lo scazzatissimo Babbo Natale getta via una bottiglia di whisky che si e’ appena scolato distruggendo il vetro di una lussuosa Mercedes, simbolo indiscusso di ricchezza e snobismo.
Una volta tanto il titolo italiano e’ piu’ azzeccato del ovvio Bad Santa originale: infatti tutte le figure paterne, dal padre di Willie, di cui il protagonista ci racconta, a quello del ragazzino ciccione che lo ha lasciato solo con una nonna completamente svanita per “andare a scalare le montagne” , cioe’ scontare una pena in galera, sono dei bastardi; per non parlare di Marcus, il socio di Willie che organizza i colpi e in qualche modo si prende cura di lui, che si rivelera’ essere una vera carogna, come il detective del magazzino che incarna un’autorita’ ben contenta di scendere patti.
Buona la caratterizzazione dei personaggi, a partire da Billy Bob Thornton, interprete di un looser ormai del tutto indifferente al proprio destino, ma una menzione particolare merita il cameo di John Ritter, morto lo scorso anno e gia’ quasi irriconoscibile per la malattia che offre una grande interpretazione di Bob Chipeska, il direttore sessuofobo del magazzino di Phoenix.
La pellicola è uscito nelle sale italiane il Natale 2004, quasi contemporaneamente alla versione home video ancora piu’ scorretta: Badder Santa.
Forse un po’ macchinoso nello scioglimento finale, il film e’ imprescindibile per chi vuole sopravvivere alla melassa buonista che sta per sommergerci.

Recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

Miracolo a Le Havre

Miracoloalehavre

Marcel Marx ha un passato bohémien e ora fa il lustrascarpe a Le Havre dove vive con l’amatissima moglie Arletty. La donna ha un cancro terminale ma minimizza il suo stato di salute per non far preoccupare Marcel che nel frattempo ha incontrato un bambino di colore sfuggito a una retata di clandestini. L’uomo decide di aiutare il piccolo Idrissa a ricongiungersi con la madre che vive a Londra..

Con il suo inimitabile stile stralunato e asciutto, fatto di silenzi e volti quasi inespressivi, Aki Kaurismaki ci regala una favola a lieto fine (già anticipato dal titolo) su uno dei temi più discussi del nostro presente, la condizione dei migranti. Il colpo di genio è di coniugare la storia di amicizia tra gli ultimi con gli omaggi ai grandi della storia del cinema a partire da De Sica: il titolo rimanda a Miracolo a Milano e il mestiere di lustrascarpe a Sciuscià.
Di certo la citazione più corposa è per il cinema del Fronte Popolare francese come rivelano i nomi scelti per la coppia di protagonisti: Marcel come il grande Marcel Carné e Arletty come la diva simbolo di quel cinema di chiara derivazione comunista da qui il cognome Marx. Di quel cinema che ambientava le sue storie tra le fasce più deboli della società, Kaurismaki riprende l’ambientazione del centro storico di Le Havre e lo spirito di mutuo soccorso che gli amici di Marcel applicheranno anche quando si tratterà di trovare una grossa somma di denaro per aiutare il piccolo Idrissa facendo entrare in scena la stella locale Little Bob, e l’amore per il rock del regista non è certo una novità. Bisogna plaudere al doppiaggio italiano che ha saputo ricreare il tono, quasi le voci degli storici doppiatori dei film degli anni ‘30.
Diverte che l’unico personaggio negativo della vicenda, lo spione, sia interpretato da Jean-Pierre Léaud, l’alter ego cinematografico di Truffaut, il che ha fatto pensare a una critica alla Nouvelle Vague.

Downton Abbey

La tragedia del Titanic sconvolge la vita della tenuta di campagna di Downton Abbey: sul piroscafo sono morti i due eredi diretti della proprieta’ che rischia di finire in mano a un cugino di terzo grado. Mentre il Conte di Grantham, Robert Crawley, sembra disposto ad accettare di buon grado la sorte imposta dalla legge salica, la sua battagliera madre, Lady Violet, cerca ogni possibile soluzione perche’ Downton Abbey e l’eredita’ della ricca consorte americana del figlio, vadano alla loro primogenita Mary, promessa al cugino affondato con il Titanic e desiderosa di trovare un nuovo fidanzato del suo rango invece di ripiegare sul lontano cugino di origini borghesi che ereditera’ la tenuta. I drammi del piano nobile si riflettono ai piani inferiori della magione dove la numerosa servitu’ freme per conoscere il destino della proprieta’.

Dowtonabbey

Pur avendo amato molto Mildred Pierce non posso che rallegrarmi per l’inaspettata vittoria agli Emmy di questa sontuosa serie inglese che ha sbaragliato la favoritissima miniserie targata HBO. Se volete ricordare perche’ il Novecento e’ chiamato il secolo breve guardate la prima puntata di Downton Abbey dove si illustra come nel 1912, solo un secolo fa, la vita scorreva ancora come in pieno Ottocento con una numerosa servitu’ che si occupava alacremente di ogni piccola minuzia che riguardava la vita dei loro signori: inarrivabile la scena del giornale stirato prima di essere portato al Lord affinchè l’inchiostro si asciughi per bene e il gentiluomo non rischi di macchiarsi le nobili mani!

Dowtonabbey

Ovviamente la serie si apre sulla fine di quel mondo ed ecco che qua e là spuntano in nuce alcuni aspetti che caratterizzeranno l’eta’ contemporanea come la cameriera che fa un corso di dattilografia per corrispondenza perche’ sogna un futuro da impiegata invece che l’inevitabile destino di serva; lady Grantham che si batte perche’ il patrimonio resti alle tre nipoti femmine benche’ la legge imponga che le proprieta’ e i denari ad essa vincolati passino solo ad eredi maschi, in fondo e’ una suffragetta suo malgrado, dato che è la figura piu’ anziana e conservatrice del numerosissimo cast. La serie infatti, si dirama in diverse sottotrame che seguono i complotti e le meschinita’ per far carriera nel mondo della servitu’ come l’evoluzione della complicata situazione in cui si trovano i Crawley, a tutti viene dedicata molta attenzione nella scrittura con soluzioni mai banali: Lord Grantham, ad esempio, ha sposato la moglie americana Cora per la sua dote ma il loro e’ comunque un matrimonio felice perche’ il gentiluomo si e’ poi innamorato della donna che aveva impalmato solo per interesse. Tra la servitu’ spicca la figura dell’ambizioso Thomas che spera di far carriera diventando il valletto personale di Lord, e’ un omosessuale, “reato” ancora punito con la prigione nell’Inghilterra dell’era edoardiana: il giovanotto sta per trovarsi per le mani un segreto che gli permetterebbe un ricatto, situazione per la quale non nutre nessuna avversione.
La trama avvincente come un romanzo, e’ sostenuta da dialoghi strepitosi ricchi del piu’ sottile humour inglese, le scenografie sono sfarzose e anche la regia regala delle vere chicche, come il piano sequenza che segue il percorso della sguattera dalla cucina fino al salone della colazione. Cast stellare che vanta Elizabeth McGovern nei panni di Cora e una granitica Maggie Smith vincitrice dell’Emmy come Attrice non protagonista in una Miniserie o Film Tv per il ruolo di Lady Violet, Contessa Madre di Grantham.

Midnight in Paris

MidnightInParis Gil e’ uno sceneggiatore di Hollywood con ambizioni letterarie che torna a Parigi al seguito della famiglia della fidanzata che dovra’ sposare a breve. Una sera Gil fa una passeggiata solitaria e improvvisamente si ritrova nella Parigi degli anni ‘20..

Confesso che avrei apprezzato la fatica parigina di Woody Allen a prescindere, tanto e’ il mio amore per la Ville Lumière e sospiravo nostalgica sulla sequenza iniziale di belle cartoline parigine. Premesso questo non credo si possano negare le critiche mosse al film soprattutto quelle di un finale prevedibile; di certo la comicita’ e lo stile di Allen non sono smagliatissimi ma quello che inizialmente avevo scambiato per una certa mollezza senile ha trovato in seguito un’altra spiegazione chiedendomi il perche’ del grande successo del film.
La pellicola mette in contrasto l’animo nostalgico del protagonista con quello piu’ gretto della famiglia della sua fidanzata che si accontenta di un nozionismo culturale e pensa solo allo shopping. C’è poi lo slittamento nel conflitto tra Adriana e Gil: la dolce modella di Montmartre preferisce la Belle Époque ai ruggenti anni ‘20 e da questo il protagonista capisce che il presente non e’ mai apprezzato appieno e da qui un finale un po’ banalotto ma il punto che Allen centra in questo film e che rapisce un pubblico cosi’ eterogeneo con la sua magia e’ il rimpianto di un epoca mitica. Qualcosa che in questo nuovo millennio abbiamo perduto: forse un giovane stilista potrebbe desiderare di vivere nella Milano degli anni ‘80 degli emergenti Valentino, Armani, Versace e magari qualcun altro potrebbe sognare di rivivere l’epoca grunge in quel di Seattle, ma dopo? Tirando le somme del primo decennio del XXI secolo, c’e’ forse un momento o un angolo della Terra di cui i posteri faranno il loro periodo ideale? No, tra guerre e altre rogne l’unica cosa degna di nota di questa epoca e’ la tecnologia, che tanto ci diverte ma che paradossalmente non pare aver stimolato in nessun modo la nostra creativita’. L’incanto del fermento intellettuale e’ quello che Woody Allen ci ha regalato nel suo film.

Lo schiaccianoci 3D

Loschiaccianoci La Notte di Natale Mary e Max vengono affidati allo zio Albert che li delizia con le sue teorie e i suoi regali meravigliosi, tra questi uno schiaccianoci a cui Mary si affeziona subito mentre il fratellino Max gli rompe la mascella. Durante la notte Mary si sveglia e scopre che i giocattoli sono animati e hanno una particolare reverenza per lo Schiaccianoci che in realta’ e’ un principe messo sotto incantesimo dalla malefica Regina dei Topi per permettere al figlio di impossessarsi del regno. La coraggiosa Mary non esiterà a combattere al fianco del nuovo amico per riconquistare il reame perduto.

Nominato ai Razzie 2010 per il Peggior uso del 3D, il film di Andrei Konchalovsky e’ un’opera particolare che fonde le suggestioni del racconto originale di Hoffman con quelle del celebre balletto russo utilizzando alcune musiche originali del balletto di Tchaikovsky piu’ altre sue composizioni e attualizzando altri brani con testi di Tom Rice. Ne viene fuori uno strano oggetto filmico in grado di incantare visivamente soprattutto nella prima parte ma che non regge nella seconda perche’ l’azione non riesce a coinvolgere lo spettatore; un film confuso nel suo significato ultimo e forse per questo intrigante come molte pellicole irrisolte.
L’ambientazione e’ in una meravigliosa Vienna del 1910 (e non degli anni 20!) dove la Wiener Secession domina sovrana: il salone della casa di Mary sembra il Palazzo della Secessione solo che i fregi che decorano alle pareti non sono dedicati a Beethoven ma raccolgono i piu’ celebri quadri di Gustav Klimt.
Lo zio Albert e’ nientemeno che Einstein e illustra ai nipoti una versione semplificata della teoria della relativita’ mentre la mamma, cantante di grido, e’ una fervente seguace di Freud. Al canto del cigno dell’Austria Felix si oppone il mondo cupo governato dal Re dei Topi (un irriconoscibile John Turturro piastrato e platinato) in pieno stile nazista e il rimando a Maus di Art Spiegelman e’ lampante anche se si possono trovare reminiscenze cinematografiche di Blade Runner nelle forme del palazzo reale, Metroplis nelle scene nella fornace dei giocattoli e alla fine il fedele scimpanze’ Gielgud si trasforma praticamente in Chewbacca.
Davvero un peccato che la seconda parte risulti cosi’ noiosa perche’ pur non avendo visto il film in 3D ho molto apprezzato alcuni effetti speciali: come la mano dello schiaccianoci si trasformi da legnosa ad umana e la deformazione dei volti dei cattivi per renderli “rattosi”.

Degas Lautrec Zando’

Degaslautreczando

Son tempi duri anche per i poli museali, soprattutto per quelli piccoli di provincia, metti ad esempio i Musei Civici di Pavia il cui compito e’ mettere in evidenza le opere della propria collezione e avere prestiti non eccessivamente esosi. Non resta che giocarsela su temi che attraggano il grande pubblico, come la Belle Époque, argomento abusato e allora lo si declina attorno al luogo che per eccellenza ha rappresentato la vita bohémienne del XIX secolo: Montmartre. Sulla locandina si stampa bene in grande qualche nome di richiamo (e almeno questa volta il percorso espositivo non esula dai tre nomi dei pittori indicati) e poi “si allunga il brodo” con foto d’epoca e didascalie dei locali che hanno creato il mito del luogo come il Moulin Rouge o Le Chat Noir e le biografie delle piu’ celebri mondaine, vedette dei cafe’ e modelle per gli artisti, come la Valadon che da artista e modella divenne lei stessa pittrice e fu la madre del pittore Maurice Utrillo.



Al circo Fernando



Le Scuderie di Pavia ci hanno abituato da tempo a supporti audiovisivi che approfondiscono quanto esposto, questa volta il video (con un pessimo contrasto!) era un montaggio poco ragionato di scene relative alla Belle Époque con foto d’epoca e l’immancabile inserto della danse serpentine di Loie Fuller e inserti di vita circense che includono anche fotogrammi di Freaks. Sicuramente la sezione finale dei disegni dedicati alla vita circense che Toulouse Lautrec realizzo’ nell’ultimo periodo della sua esistenza e’ quella piu’ degna di nota: dalla tragica allegria forzata delle esibizioni circensi traspare tutta la cupezza che avvolse il pittore negli anni di vita abbrutita dall’alcol.
Comunque un po’ poco per una mostra che non prevede neppure sconti convenzionati con le piu’ usali associazioni culturali e turistiche.

DEGAS, LAUTREC, ZANDO’
Les folies de Montmartre

Scuderie del Castello Visconteo
17 settembre – 18 dicembre 2011
Pavia

1921 – Il mistero di Rookford

1921misterorookford Florence Cathcart e’ una brillante signorina della buona societa’ dal passato tragico diventata famosa per aver pubblicato un libro contro lo spiritismo, pratica molto in voga a cavallo degli anni ’20 in seguito al gran numero di morti dovuti alla Prima Guerra Mondiale e all’epidemia di spagnola. La fama della Cathcart la porta ad aiutare la polizia a smascherare truffe legate allo spiritismo ma quando viene invitata ad indagare al collegio di Rookford, che si dice infestato dal fantasma di un ragazzino, le certezze di Florence vengono messe a dura prova.. Nick Murphy debutta nel lungometraggio con un thriller sovrannaturale di taglio classico che si segnala per l’approfondito studio del carattere della protagonista attorno a cui ruota tutto il film, nei pregi e nei difetti. Ottima la partenza con lo smascheramento della seduta spiritica truffaldina e decisamente intrigante la prima parte della pellicola che ci mostra l’indomita protagonista mettere in campo tutti gli ultimi ritrovati della scienza nella sua ricerca scientifica delle presenze ultraterrene, rischiando anche un’interessante deriva steampunk. Florence per certi versi sembra uno Sherlock Holmes in gonnella ma la presenza di Imelda Staunton fin da subito fa capire che Maud, la governante del collegio non sara’ certo la sua Watson (anche se sarebbe stato divertente e persino piu’ originale vedere l’attrice in quel ruolo). Come Sherlock anche Florence ha le sue ossessioni ma non le cura con la cocaina, la sua droga e’ proprio la spasmodica necessita’ di capire se i fantasmi esistono. A questo personaggio femminile tutta logica si contrappone un universo maschile malato e solitario, i professori del collegio reduci della Grande Guerra dalla salute malferma che interagiscono malamente con gli allievi. Al collegio c’e’ anche un tuttofare malvisto da tutti perche’ ha disertato. Sembra un personaggio marginale ma sara’ proprio una sua azione inconsulta a innescare il disvelamento del mistero di Rookford con un prefinale interessante ma sacrificato da una coda molto piu’ prevedibile anche perche’ entra in scena “il lato oscuro” per cui la Staunton e’ diventata celebre. Buona la trovata di legare parte del mistero a due dipinti purtroppo quello importante ai fini della storia non lo conosco mentre non ho capito appieno l’attenzione dedicata alla Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi, probabilmente c’e’ un parallelo tra l’indipendenza di Florence e il bisogno di affermazione della pittrice secentesca, riferito piu’ al legame con padre che alla vicenda dello stupro.

Dora Nelson

Doranelson Italia 1939
con Assia Noris, Carlo Ninchi, Massimo Girotti, Carlo Campanini
regia di Mario Soldati

Dora Nelson, nobildonna russa decaduta diventata diva del cinema, lascia il set del suo ultimo film e il marito per fuggire con un principe. Per finire il film la produzione sostituisce la snobissima attrice con una modista, Pierina Costa, che le assomiglia come una goccia d’acqua. Anche il marito della diva, l’industriale Giovanni Ferrari, spaccera’ la sosia per la moglie per non compromettere il matrimonio della figlia, finendo per innamorarsi di Pierina; intanto la vera Dora Nelson scopre di essere stata raggirata da un falso principe.

75 minuti di pura verve in grado di trasformare la classica pochade sullo scambio di persona in un raffinato gioco di scatole cinesi in cui il vero e il falso si perdono l’uno nell’altro. Forse uno dei primi film italiani puramente metacinematografici: inizia con una scena del film che Dora Nelson sta girando, poi l’inquadratura si allarga per mostrare il set e la troupe piegati ai capricci dell’attrice. Comincia qui il gioco della finzione con inquadrature a stringersi sui volti dei protagonisti nei momenti presumibilmente topici: la promessa d’amore tra Dora e il principe in esilio (che un inatteso calcio nel sedere ci svelera’ essere solo un figurante) o il melodrammatico racconto di Dora su come e’ morto il primo marito, in realta’ fintosi morto per sfuggire all’isterica moglie e organizzatore della truffa ai suoi danni. Gli stessi carrelli a stringere sul volto dei protagonisti tornano anche quando comincia a nascere l’amore tra l’imprenditore e Pierina: il sentimento e’ vero ma i due simulano un legame che non esiste. Un gioco tra realta’ e finzione davvero intelligente.
Oltre ad essere il primo film che Mario Soldati dirige da solo, Dora Nelson si segnala per il debutto di Massimo Girotti nei panni del fidanzato di Renata, la figlia nubenda dell’industriale e di Carlo Campanini, l’ottico che rincorre Pierina di cui e’ innamorato senza speranza fino a Cannes, ma in realta’ insegue la falsa Pierina, cioe’ la vera Dora Nelson, chiaro, no?