Amore e ginnastica

Amoreeginnastica

Italia 1973
con Senta Berger, Lino Capolicchio, Adriana Asti, Antonino Faà Di Bruno, Benjamin Lev, Renzo Marignano
regia di Luigi Filippo D’Amico

L’ex seminarista Simone Celzani, ora segretario dello zio, è follemente innamorato della signorina Pedani, un’inquilina dello stabile dello zio, maestra di ginnastica esclusivamente dedita alla causa dell’educazione fisica, tanto da rifiutare ogni proposta di matrimonio, a differenza della coinquilina Elena Zibelli che spera solo di trovare un innamorato.

Nel 1973, nel pieno fiorire delle commedie scollacciate, spunta questa graziosa commedia tratta dall’omonimo romanzo breve di Edmondo De Amicis, che si caratterizza per trattare con pudico divertimento le pene amorose del giovane Celzani, verso la prorompente maestrina che nelle esercitazioni pubbliche delle sue allieve procura scandalo con l’involontaria esibizione dei mutandoni delle giovinette.
Se il segretario è completamente incapace di gestire la passione per Maria Pedani, limitandosi a fare di tutto per incrociarla sulle scale e dimenticandosi di chiederla in moglie nella lettera in cui le confessa i suoi sentimenti, la signorina Zimbelli è il suo contraltare: coinquilina, collega e amica del cuore di Maria, s’illude ogni volta di aver trovato uno spasimante che regolarmente è attratto dall’energica Pedani. Alla fine la povera signorina abbandonerà la convivenza con l’amica, incapace di gestire una presenza così ingombrante.



Amoreeginnastica


Simone Celzani invece trova l’aiuto di un altro coinquilino del palazzo, l’ingegner Ginoni che gli spiegherà come conquistare l’indifferente signorina Pedani ma anche questo aiuto verrà meno quando Simone e il figlio dell’ingegnere si sfideranno a duello per la bella insegnante, ad attirare l’attenzione di Maria sarà utile solo la ginnastica di cui Celzani si finge cultore pur di colpirla.



Amore e ginnastica


Una commedia graziosa che punta sulla nostalgica ricostruzione della Torino che fu: l’azione si svolge nel 1892 con i costumi e le scenografie perfette di Giancarlo Bartolini Salimbeni e anche gli esterni girati in città ripropongono angoli immutati.

L’illazione

L'illazione

Italia 1972
con Lelio Luttazzi, Anna Saia, Mario Valdemarin, Annabella Incontrera, Alessandro Sperli, Anny degli Uberti
regia di Lelio Luttazzi

Lo scrittore Decio Martinoli approfitta della visita di un magistrato, Cesare Calò, a cui deve mostrare un terreno in vendita, per organizzare una cena ed esporre il caso dell’altro convitato e la moglie e chiedere consiglio: Lorenzo, medico di fama, da un anno riceve lettere anonime che lo accusano di aver celato l’eutanasia del figlioletto malformato dietro un presunto intervento all’estero. Quello che voleva essere un tentativo d’aiuto si trasforma in una sorta di linciaggio della coppia su cui i partecipanti alla cena riversano le proprie fantasie..

L’unica regia di Lelio Luttazzi nasce dopo l’esperienza di malagiustiza toccatagli nel 1970 quando a causa di un intercettazione il celebre divo della televisione si fa quasi un mese di carcere per spaccio di droga. Il presentatore fu completamente scagionato ma l’esperienza lo segnò profondamente e girò questo piccolo film di circa un’ora per la RAI che però non lo trasmise mai. Il film è stato restaurato e presentato al pubblico nel 2011, a un anno dalla morte dell’artista triestino.




L'illazione


L’illazione è una sorta di kammerspiel ambientato nella campagna romana dove lo scrittore vive con la compagna Paola praticando esplicitamente la coppia aperta, come era di moda in quegli anni. Abitano vicino alla casa di campagna dei Banfield, lui medico di successo lei bellissima e algida, una coppia funestata dalla nascita di un bambino subnormale (sic!) morto durante un intervento all’estero. A Lorenzo Banfield, medico italiano, non si perdona il fatto di essersi rivolto alla medicina straniera e inizia lo stillicidio delle lettere anonime.
Il magistrato a cui Decio pensa di chieder consiglio è un professionista integerrimo e severo le cui posizioni politiche sono sicuramente diverse da quelle degli “intellettualoidi” Decio e Paola con cui il magistrato si scontra da subito.
Quando Paola racconta di aver visto del fumo uscire dalla villa disabitata dei Bonfield, il magistrato, non si schiera dalla parte della coppia, pur conoscendo il loro dramma, ma inizia una serie di domande inquisitorie che scatenano le fantasie degli astanti: sua moglie che si vanta di possedere facoltà medianiche immagina la madre di Lorenzo, descritta scherzosamente da Decio come bellissima e crudele, confidarle una serie di infanticidi per mantenere incontaminata la bellezza di famiglia, Paola, che ha un debole per Lorenzo, immagina che la villa sia il luogo dove il medico porti le sue giovani amanti per sedurle mentre Calò ipotizza l’arresto della bella Monica, autrice materiale dell’omicidio del figlioletto.




Lillazione


Quando Decio si accorge che la situazione sta sfuggendo di mano, decide di fare un sopralluogo alla villa e si scoprirà che nei mesi invernali ci vive il custode, una conclusione ovvia e banale come vuole il rasoio di Occam.
Se il messaggio del film è chiaro, risulta interessante anche lo stile di regia, sicuramente semplice ma in grado di restituire le atmosfere malate delle varie fantasie, con una deriva mistery tipica della produzione televisiva dell’epoca.

La Bella Addormentata nel Bosco

The Sleeping Beauty
USA 1959 Disney
regia di Clyde Geronimi, Eric Larson, Wolfgang Reitherman, Les Clark




Labellaaddormentatanelbosco


I festeggiamenti della nascita della principessa Aurora sono funestati dall’arrivo della strega Malefica, che offesa per non esser stata invitata, profetizza che la bella principessina morrà al compimento del sedicesimo anno d’età pungendosi con un fuso. Fortunatamente Serena, l’ultima delle tre fate buone non aveva ancora espresso il suo augurio e riesce a trasformare la morte di Aurora in un sonno a cui porrà fine solo un bacio d’amore. Le tre fate buone si rifugiano nel folto del bosco dove allevano Aurora con il nome di Rosaspina senza ricorrere alla magia per non farsi scoprire da Malefica e cercare di sfuggire alla sua maledizione ma il giorno del compleanno di Rosa per ultimare l’abito con cui rientrare a palazzo, le tre fate ricorrono alla magia attirando l’attenzione della strega che può così portare a termine il suo piano ma quello stesso giorno Rosa ha incontrato nel bosco il principe Filippo a cui è promessa fin dalla nascita e tra i due è nato l’amore..




Sleepingbeauty


La Bella Addormentata nel Bosco è il sedicesimo classico Disney, un progetto molto ambizioso che occupò gli studi d’animazione per quasi un decennio puntando su molte innovazioni tecniche come la presentazione in 70mm e la stereofonia a sei canali ma all’uscita la pellicola non ottenne un grande successo né di pubblico né di critica tanto che le fiabe classiche come le precedenti Biancaneve e i sette naniCenerentola furono abbandonate fino al 1989 quando venne realizzata La Sirenetta.




SleepingBeauty


Probabilmente l’idea di appoggiarsi alla fiaba classica che aveva avuto due illustri antesignane, fu scelta proprio per potersi dedicare alle innovazioni tecniche ma si rivelò un’arma a doppio taglio perché sorse la necessità di distinguere nettamente personaggi e situazioni che potevano riallacciarsi alle opere precedenti.

Bellaaddormentata

Benché Walt Disney, occupato in altri progetti commerciali, seguisse poco la lavorazione del film, La Bella Addormenta nel Bosco è quello che forse rispecchia di più il suo desiderio di collegare i suoi lungometraggi alla storia dell’arte. Ambientando la vicenda nel XIV secolo, il modello a cui ispirare il disegno diventa il Rinascimento tedesco e le miniature de Les Très Riches Heures du duc de Berry, il cui azzurro intenso caratterizza gli abiti di Re Uberto, padre di Filippo.
Se la storia stenta un po’ a partire i momenti migliori arrivano quando Malefica scopre il nascondiglio della principessa: la sequenza dell’ipnosi di Aurora e quella del combattimento di Filippo con il drago s’ispirano alle classiche ispirazioni orrorifiche di Walt Disney: il simbolismo e l’espressionismo cinematografico tedesco.

Tonya

I  Tonya

La storia della campionessa Tonya Harding, la prima americana a eseguire un triplo axel, mal tollerata nell’ambiente del pattinaggio artistico che non amava esser rappresentato da un’atleta potente ma non elegante, ribelle al punto di esibirsi su brani rock dei ZZ Top. La carriera altalenante, anche a causa di una madre cinica e soprattutto di un marito violento, termina bruscamente nel 1994, quando alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Lillehammer Tonya viene accusata di aver organizzato l’aggressione alla rivale Nancy Kerrigan.

Quando nel 1994 esplose la notizia di una pattinatrice che aveva fatto rompere una gamba a una compagna di squadra per guadagnare il posto nella nazionale olimpica non seguì molto la vicenda che pure imperversava su tutti i media perché la trovavo troppo folle per appassionarmi: il film di Craig Gillespie restituisce perfettamente l’atmosfera grottesca della vita di Tonya Harding che culmina nell’aggressione che all’epoca aveva dell’incredibile ma a scalzare Tonya e i suoi (presunti?) pestaggi dalle prime pagine fu un altro crimine ancor più delirante: quello di O.J.Simpson caratterizzato dalla rocambolesca fuga inseguito dalle forze dell’ordine.




Tonya


La storia di Tonya è il rovescio della medaglia del sogno americano: una bambina che nutre la passione del pattinaggio fin da piccolissima e la cinica madre, LaVona intuisce da subito che quello della figlia è un vero talento e la stimola a modo suo, a suon di provocazioni e disistima. Tonya diventa un’atleta potente, ma non sviluppa l’eleganza che caratterizza il suo sport anche a causa delle difficili condizioni economiche che la costringono a cucirsi i costumi da sola.
Nella sua vita ci sarebbe il materiale per farne un’eroina da fiaba Disney ma il motore della sua grinta è la rabbia per l’affetto negato della madre, la violenza del marito e le palesi ingiustizie subite dalle giurie, non c’è spazio e voglia per sviluppare la grazia necessaria al pattinaggio artistico e così Tonya Harding diventa un personaggio che è facile odiare.




Tonya


Ciliegina sulla torta è l’assurdo Shawn Eckhardt, l’amico più caro di  Jeff Gillooly, il marito di Tonya talmente inetto da affidarsi a questo individuo dai palesi disturbi mentali: fino a che punto Tonya (e in fondo anche il marito) siano coinvolti nell’aggressione di Nancy Kerrigan non sarà mai chiaro ma che Ekchardt e i suoi delinquenti sfigati, peggiori di quelli dipinti dalla serie tv Fargo, abbiano trasceso il tentativo di intimidazione trasformandolo in aggressione è lampante o forse i deliri di onnipotenza di Eckardt si spingono fino ad accollarsi una perversione criminale che in realtà non possiede.
Tonya, che si è imposto all’attenzione per le ottime prove attoriali delle due protagoniste (Allison Janney ha fatto incetta di premi, tra cui l’Oscar) è un film notevole anche per il taglio registico, un mockumentary che con materiale reale sottolinea il lato ridicolo di una potenziale tragedia americana, troppo assurda per diventare tale e così non merita neppure un biopic, se non travestito da falso documento.

Preferisco l’ascensore!

SafetyLast

Safety Last!
Usa 1923
con Harold Lloyd, Mildred Davis, Bill Strothers, Noah Young, Westcott Clarke, Mickey Daniels, Anna Townsend
regia di Fred C. Newmeyer e Sam Taylor

Harold è andato in città per far fortuna ma trova un modesto impiego in un grande magazzino e si toglie anche il pane di bocca per inviare regali alla fidanzata rimasta al paesello. La ragazza, convinta che abbia fatto carriera, lo raggiunge per coronare il loro sogno d’amore, in realtà Harold sta rischiando di perdere il posto ma ascoltando casualmente il direttore del grande magazzino in cerca di una trovata pubblicitaria per rilanciare l’azienda, gli propone la sensazionale scalata dell’edificio da parte del suo compagno di stanza ma per una serie di circostanze sarà Harold stesso a doversi arrampicare sul grattacielo.

Harold Lloyd è considerato il terzo genio della comicità americana dopo Chaplin e Buster Keaton, la sua è una maschera che incarna perfettamente lo spirito dei Roaring Twenties: ottimismo e una buona dose d’incoscienza che portano il commesso a scalare un grattacielo per potersi sposare nel suo film più famoso, Preferisco l’ascensore! dove l’immagine di Lloyd penzolante dall’orologio mezzo divelto è diventata iconica, citata in diversi film da Ritorno al futuro a Hugo Cabret.



SafetyLast!


Il film parte come una classica comica in stile Hal Roach, giocando sul misunderstanding: la prima inquadratura con musica funerea sembra rappresentare un carcerato prossimo alla pena di morte ma la corda d’impiccagione sullo sfondo è un ammennicolo per i treni e la scena straziante è solo l’addio della fidanzata e della madre di Harold che sta partendo verso la grande città.
Harold è un giovane che non si perde mai d’animo, sia che debba nascondersi dalla padrona di casa che cerca la pigione o che debba entrare al lavoro senza far capire di essere in ritardo al capo reparto.



Preferiscolascensore


Come in ogni comica che si rispetti lui e il suo amico finiscono per inimicarsi un poliziotto solo perché hanno fatto uno scherzo al poliziotto sbagliato: Harold era convinto di scherzare con un compaesano ritrovato in città ma non si è accorto dello scambio di persona e il poliziotto prende di mira l’amico che per questo motivo non potrà eseguire la scalata del grattacielo, Harold dovrebbe scalare solo il primo piano e poi esser sostituito dal vero scalatore ma una serie d’inconvenienti lo costringerà ad arrampicarsi per tutti i dieci piani così la classica comica guadagna una sequenza divertente sì, ma angosciante entrata di diritto nell’immaginario collettivo e nella storia del cinema anche per la grande abilità tecnica: alle scene girate all’altezza reale con piattaforma di sicurezza sottostante se ne aggiungono altre girate sul tetto con un preciso gioco prospettico che restituisce l’esatta angolazione dei dintorni del palazzo.

La tana del serpente bianco

The Lair of the White WormThe Lair of the White Worm
GB 1988
con Amanda Donohoe, Hugh Grant, Peter Capaldi, Catherine Oxenberg, Sammi Davis, Paul Brooke
regia di Ken Russell

Angus Flint, giovane archeologo scozzese, trova uno strano teschio scavando nel giardino della pensione inglese gestito da due sorelle rimaste orfane dopo l’improvvisa sparizione dei genitori l’anno precedente. La sera stessa del ritrovamento si tiene la festa tradizionale del villaggio che commemora la vittoria del lord locale su uno spaventoso serpente che infestava la zona, in questa occasionne Flint conosce James d’Ampton, discendente del lord in questione e nella stessa notte viene ritrovato l’orologio da taschino del padre delle sorelle Trent. Anche Lady Sylvia Marsh è tornata a vivere a Temple House e ben presto James intuisce che la leggenda che riguarda il suo antenato e le nuove sparizioni nel villaggio sono collegate all’enigmatica vicina..




Latanadelserpentebianco


Dall’omonimo racconto di Bram Stoker, Ken Russell trae un horror che si mantiene fortunosamente in bilico tra ironia e umorismo involontario e risulta affascinante perché non sempre si capisce quando si scade da un confine all’altro.
L’ironia sta certamente nelle battute su morsi e bocconi, sulle continue anticipazioni di tubi bianchi, dalla gomma da giardino al tubo dell’aspirapolvere che introducono la presenza del serpente bianco.
Le allusioni alla lotta tra la religione pagana e il cristianesimo con delirio di monache stuprate dai legionari romani guidati dalla sacerdotessa di Dionin o le scene con falli posticci scadono nell’umorismo involontario come il lancio della mangusta sventrata.




Latanadelserpentebianco


La sequenza onirica che permette a James di intuire la verità dietro la leggenda, ha dei momenti validi: il quadro che immortala l’antenato come un San Giorgio locale che uccide il serpente o drago, lascia il posto al solo sfondo della caverna che rivela uno stile surreale alla Magritte, perfetto per la dimensione onirico rivelatoria con un momento di geniale ironia quando le due hostess lottano sotto gli occhi di James la cui eccitazione è rivelata dal sollevamento della matita che tiene in mano.




La tana del serpente bianco


Ken Russell è quindi cosciente di fare un film mediocre, puramente alimentare che sfrutta la scia del successo di Gothic e gioca con la sua stessa svogliatezza impreziosendola con alcune citazioni cinematografiche: alla televisione passa un frammento di un film di Méliès, Lady Sylvia per non farsi scoprire, brucia un gioco nel camino sussurrando “Rosebud” e la locandina stessa del film richiama il balletto iniziale de Il culto del cobra.

Fino all’ultimo respiro

À bout de souffle
Francia 1960
con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Jean-Pierre Melville, Henri-Jacques Huet, Van Doude, Claude Mansard
regia di Jean-Luc Godard




Finoallultimorespiro


Dopo un colpo a Marsiglia il piccolo delinquente Michel Poiccard ruba un auto per andare a
Parigi a chiedere a una ragazza americana di cui è innamorato, Patricia, di seguirlo in Italia ma durante il viaggio viene inseguito dalla polizia per eccesso di velocità e uccide un poliziotto nel conflitto a fuoco. Raggiunta fortunosamente Parigi, Michel cerca di convincere Patricia a seguirlo in Italia ma la ragazza che non è convinta di amarlo, finisce per denunciarlo alla polizia e assistere alla sua morte.




Melvillefinoallultimorespiro


Il film manifesto della Nouvelle Vague, opera prima di Jean Luc Godard, da un soggetto di François Truffaut, le scenografie di Claude Chabrol e il regista Jean-Pierre Melville che interpreta il personaggio dello scrittore Parvulesco, insomma tutto il gotha della rivoluzionaria corrente francese partecipa alla realizzazione del film.
Opera di rottura per lo stile registico molto libero, il montaggio sconnesso dello jump cut, le riprese in mezzo alla folla con la gente che si volta per vedere l’azione cinematografica in cui è capitata e non a caso Godard si ritaglia il ruolo del guardone che insegue Patricia anche nella toilette: un cinema che esce dai teatri di posa e non teme di rovistare tra la gente.
Fino all’ultimo respiro ribadisce l’amore per il b movie e il noir americano con espliciti omaggi a Bogart e in fondo anche l’amore non ricambiato del francese per l’americanina un po’ svagata potrebbe essere letto in chiave cinematografica, visto che l’ambito critico dei Cahiers du cinéma da cui nasce la Nouvelle Vague ha rivalutato molto cinema americano, a partire dal caso emblematico di Alfred Hitchcock.




À bout de souffle


I due protagonisti del film diventano a loro volta due icone cinematografiche: ho sempre amato molto l’inquadratura iniziale il giornale aperto su un’illustrazione sexy di una ragazza in bikini, lascia posto al primo piano di Belmondo con il capello abbassato sugli occhi e il dito che segue il contorno delle labbra carnose, una rappresentazione piuttosto insolita del maschile, che sottolinea l’antieroicità del protagonista che rischia la vita per amore, peculiarità tipicamente femminile; il gesto torna nel finale ripetuto dall’algida Patricia dopo la morte di Michel, forse l’unica eredità dell’uomo che non era sicura di amare.

La donna di picche

The Queen of Spades
GB 1949
con Anton Walbrook, Edith Evans, Yvonne Mitchell, Ronald Howard, Mary Jerrold, Anthony Dawson, Pauline Tennant
regia di Thorold Dickinson




Ladonnadipicche


Il capitano del genio Herman Suvorin è amico del principe Andrei, ufficiale della guardia e guarda con invidia la facilità con cui i nobili ufficiali si giocano fortuna sul tavolo da gioco. Un giono in un libro di stregoneria, Suvorin trova il racconto di una leggenda che aveva già sentito a voce, di come 60 ani prima la principessa Ranevskaya avesse venduto l’anima al diavolo per ottenere il segreto per vincere al gioco. La principessa è ancora viva e Suvorin decide di sedurne la giovane dama di compagnia per entrare in possesso del segreto. Una sera il capitano riesce ad entrare nellacamera da letto della principessa e la scongiura di rivelargli il suo segreto ma la donna muore di paura. Ricorrendo ancora al libro di stregoneria, Suvorin cerca di scoprire i segreti dei morti e una notte in sogno riceve la visita della contessa che gli rivela come vincere una fortuna al tavolo da gioco, a patto che l’uomo sposi la sua ex dama di compagnia. Lisaveta Ivanovna rifiuta le nozze e Suvorin si reca al circolo degli ufficiali giocando i numeri vincenti ma se le prime due mani si rivelano esatte, nell’ultima perde tutto sbagliando la carta scelta e cadendo definitivamente nella follia.




Thequeenofspades


Dal racconto omonimo di  Aleksandr Puškin  il regista Thorold Dickinson trae un film molto interessante che per un certo periodo è stato anche considerato perduto. Anche l’attenzione sull’autore che a metà degli anni ’50 abbandonò la regia per dedicarsi all’insegnamento universitario di cinematografia, si è risvegliata solo nell’ultimo decennio dopo che Martin Scorsese ha rivalutato la sua figura e ha giudicato La donna di picche “ stunning film is one of the few true classics of supernatural cinema”.




La donna di picche


Di certo si vede che il regista è anche uno studioso appassionato e la messa in scena è molto raffinata nei movimenti di macchina e nella composizione delle immagini, vero trionfo di uso di specchi e immagini riflesse con i protagonisti che guardano più spesso il riflesso che la persona con cui stanno parlando a sottolineare la dimensione irreale del racconto, in bilico tra fantasy e follia.




Ladonnadipicche


La fotografia usa un bianco e nero fortemente contrastato richiamando per certi versi il cinema espressionista tedesco a cui sarebbe congeniale anche la tram del film, di cui per altri furono girate due versioni mute, la prima nel 1916 è una pellicola russa mentre quella del 1922 è una produzione ungherese; in totale le versioni cinematografiche del film sono sei, compresa questa di Dickinson.
Notevole anche la precisione storica dei costumi: la vecchia contessa veste ancora come una dama del settecento e molti dei suoi abiti posati sui manichini diventano parte della scenografia, Lisaveta Ivanovna veste in perfetto stile impero (il film è ambientato nel 1806) mentre Suvorin porta un cappello bicorno sul modello del suo idolo, Napoleone Bonaparte, un uomo che ha saputo sfidare la sorte e piegare il destino al suo volere, anche Suvorin è spinto dalla medesima ambizione ma diventa una tragica caricatura del suo modello cadendo nella follia.




The queen of spades


Andrei, il principe che introduce Suvorin in un mondo fuori la sua portata, è interpretato da Ronald Howard, di cui oggi ricorre il centenario della nascita, il figlio dell’attore Leslie Howard. Il suo è un personaggio corretto e di buon cuore, veramente innamorato di Lisaveta e compassionevole con l’amico impazzito, figura che l’attore incarna con l’eleganza e il portamento che hanno reso celebre il genitore.

Ruby, fiore selvaggio

Ruby Gentry
USA 1952
con Jennifer Jones, Charlton Heston, Karl Malden, Tom Tully, Bernard Phillips, James Anderson, Josephine Hutchinson, Phyllis Avery
regia di King Vidor



RubyGentry


Nella piccola cittadina di Braddock, nel North Carolina, la ragazza più bella è certamente Ruby Corey ma le sue origini povere non le consentono d essere accettata dalla buona società e il ragazzo di cui è innamorata da sempre, Boake Tackman preferisce rispettare le convenzioni e sposare una ragazza del suo ceto. Ruby accetta di sposare Jim Gentry, da poco rimasto vedovo. Il matrimonio funziona ma ad una serata danzante la palese intimità tra Ruby e Boake scatena la gelosia del marito di lei che prende a pugni il rivale. Il giorno dopo Jim, dopo essersi rappacificato con la moglie, muore per un incidente in barca, subito iniziano le illazioni su un presunto suicidio per la disonestà di Ruby che si vendica chiedendo l’immediata restituzione di tutti i prestiti che il marito aveva fatto ai maggiorenti della città, Boake compreso. Quando la donna capisce il suo errore e si rappacifica con l’amato il fratello di lei, fanatico religioso, li prende a fucilate uccidendo solo Boake.




Rubyfioreselvaggio


Sei anni dopo il melò western Duello al sole King Vidor torna a dirigere Jennifer Jones in un film che riprende almeno in parte le tematiche del primo film: la donna bellissima ma scomoda per le origini, nel primo caso meticcia, in questo povera, che rifiuta di essere un mero oggetto sessuale e rivendica il diritto di essere amata ribellandosi con gesti estremi a uomini che la attraggono ma non la rispettano.




Ruby fiore selvaggio


In Ruby, fiore selvaggio l’indagine sul desiderio che Vidor dipinge sempre controverso, analizza anche altri aspetti: l’ammirazione del dottor Saul Manfred, anche voce narrante della tragedia di Ruby, il legame con Jim Gentry, anche lui accettato a fatica dalla buona società solo per i suoi soldi, che ha avuto in casa Ruby quando era ragazzina e la moglie malata si era affezionata molto a lei considerandola la figlia che non aveva avuto. Pur comprendendo le frustrazioni di Ruby, Jim non può fare a meno di essere geloso del suo innegabile legame con Boake, il ragazzo di buona famiglia innamorato di lei che le preferisce la ricca Tracy solo per portare a termine il suo progetto di bonificare la palude.




Ruby Gentry


Anche il paesaggio è parte importante nella descrizione della parte selvaggia di Ruby: cacciatrice al pari degli uomini, amante della palude nebbiosa e umida in contrapposizione con il terreno bonificato e redditizio creato da Boake.
Buona la prova della Jones che passa dalle scene nella fanghiglia alla rappresentazione della raffinata donna upperclass con sfumature da dark lady.

Il gabinetto delle figure di cera

Das Wachsfigurenkabinett
Germania 1924
con Conrad Veidt, Emil Jannings, Werner Krauss, Wilhelm Dieterle, Olga Belajeff, John Gottowt
regia di Paul Leni




Il gabinetto delle figure di cera


Un giovane poeta risponde a un’inserzione sul giornale per un lavoro: deve scrivere delle storie che si adattino a tre personaggi di un museo delle cere, lo sceicco Harun al-Rashid, lo zar Ivan il Terribile e Jack lo Squartatore.
Sotto lo sguardo interessato della bella figlia del padrone del museo, il giovane inizia a scrivere delle storie dove adombra sé stesso e la ragazza nei panni degli amanti ma le storie si fanno sempre più cupe fino a culminare nell’incubo che lo coglie tra la veglia e il sonno..




Il gabinetto delle figure di cera


Considerato l’ultimo film puramente espressionista, il lavoro di Paul Leni è un crescendo di dimensioni oniriche e deliranti: se la prima storia di Harun Al Rashid ha il tono giocoso della pochade dove il fornaio Assad pensa di uccidere lo sceicco che in realtà è a casa sua a insidiargli la moglie che con un colpo di genio fa apparire Harun redivivo utilizzando il falso anello dei desideri salvando il marito dalla morte e facendolo diventare fornaio di corte, il racconto che riguarda Ivan il terribile ha una dimensione molto più drammatica, sostenuta da un grande Conrad Veidt che dipinge lo zar come un personaggio crudele timoroso comunque che il fato si rivolti contro di lui fino ad impazzire e passare la vita a girare la clessidra che scandisce il tempo che gli resta da vivere.




Waxworks


Il terzo episodio è brevissimo, tanto quanto il prologo introduttivo alle storie ma è il vero capolavoro registico: la dimensione onirica è dominante e i due amanti si ritrovano inseguiti da Jack lo Squartatore in un gioco di inquietanti sovrimpressioni virate in blu che danno una dimensione quasi sperimentale al capitolo.




Das Wachsfigurenkabinett


Il gabinetto delle figure di cera rispecchia in pieno la dimensione espressionista nelle scenografie dalle geometrie bizzarre e le decorazioni primitive




Waxworks


Il poeta, che è in scena in tutti gli episodi nelle vesti dell’amoroso, è Wilhelm Dieterle che siamo più abituati a conoscere come regista americano con il nome di William Dieterle.