The Scapegoat GB 1959 con Alec Guinness, Bette Davis, Nicole Maurey, Irene Worth, Pamela Brown, Annabel Bartlett regia di Robert Hamer
Il solitario professore inglese John Barratt trascorre una vacanza in Francia e in paese tutto sembrano conoscerlo, il motivo è bizzarro: Barratt è il sosia di Jacques De Gué, nobilotto locale. I due iniziano a parlare confidandosi i reciproci guai davanti a una bottiglia di vino; il giorno dopo Barratt si risveglia da solo senza più gli effetti personali e scambiato definitivamente per De Gué. Dopo le proteste iniziali il professore cerca di capire la situazione e sarà proprio il nobile a confermargliela: De Gué ha pensato di sfruttare la somiglianza per uccidere la moglie ed ereditare facendo incolpare Barratt che però riesce a cavarsela.
Dal romanzo The Scapegoat di Daphne du Maurier, autrice molto apprezzata da Hitchcock, un thriller inglese di fattura classica che non riesce a sfruttare appieno il potenziale della trama e neanche quello artistico se si pensa che ad interpretare la madre di De Gué c’è Bette Davis sprecata per pochissime scene. Anche Alec Guinness ha tutto sommato poche scene in cui recita il doppio ruolo di nobile francese e professore inglese.
La storia si lascia seguire ma alcuni punti avrebbero potuto essere più approfonditi: l’incontro tra i due sosia pare essere fortuito e nel caso non è sottolineata abbastanza l’ironia del caso e forse sarebbe stato più interessante lasciare intuire un piano più macchinoso creato da De Gué perché risulta un po’ difficile credere che, scoperta la solitudine del professore, in quattro e quattr’otto Jacques riesca a ideare il piano di rubargli gli effetti personali e attirarlo nella sua proprietà per fargli prendere la sua identità
La famiglia dei nobili francese è il classico covo di vipere: la madre chioccia e drogata, la moglie ricca sposata per interesse con una clausola che è quasi un invito all’omicidio. Anche la figura di Bela, l’amante di Jacques avrebbe avuto più spessore come complice dell’amante per aiutarlo a liberarsi della moglie irretendo il povero capro espiatorio, invece per lei e John c’è il lieto fine. Forse è un sottile humour inglese che il capro espiatorio predestinato riesca a ribaltare la situazione e prendersi tutti i vantaggi che sperava di guadagnare il rivale, ma una zampata di cattiveria, con il materiale a disposizione, non avrebbe guastato.
Phantom Thread USA 2017 con Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Camilla Rutherford, Gina McKee, George Glasgow, Brian Gleeson, Harriet Sansom Harris, Lujza Richter, Julia Davis regia di Paul Thomas Anderson
Londra anni ’50: Reynolds Woodcock, stilista affermato e dispotico, gestisce la sua casa di moda con l’aiuto della sorella Cyril. Refrattario al matrimonio, Woodcock passa da una donna all’altra accogliendole nella sua casa studio quando sono le sue muse e lasciando a Cyril il compito di invitarle ad andarsene quando si è stancato di loro ma un giorno incontra Alma, cameriera di pessime maniere ma dal carattere determinato in grado di spezzare la routine sentimentale dello stilista.
Gelido e perfezionista come il suo protagonista, Il filo nascosto è un’opera a tratti respingente non tanto per la perversione amorosa che scatta tra i tue protagonisti quanto per la scelta di ambientare la vicenda nel mondo della moda.
Sarà che recupero il film in pieno delirio per il sequel del Diavolo veste Prada, ma ho trovato un po’ straniante vedere un film ambientato nel mondo della moda che trasforma l’argomento in un trattato quasi ascetico (osservate le luci) con un taglio chirurgico nei camici bianchi da dottori di Woodcock e le sue sarte, nei dettagli dei punti e del taglio delle stoffe, insomma che ne elimina tutto il côté glam che da sempre lo caratterizza.
Come se non bastasse il film non è ambientato a Parigi o a New York ma a Londra in un periodo un po’ oscuro per la moda inglese, gli austeri anni Cinquanta postbellici dove brilla solo il vestiario per il jet set americano o la nobiltà.
Il filo nascosto ovviamente non è un film sulla moda ma una spietata analisi di giochi di potere come The Master o Il petroliere però resto perplessa dall’ambientazione scelta pur capendo che al regista importi mettere il protagonista a capo di un universo femminile, genere con cui ha un rapporto molto complicato a partire da un complesso di Edipo grande come una casa. Narcisista e ossessivo Woodcock governa il suo mondo con l’aiuto della sorella che ha sacrificato tutta la sua vita per diventare la vestale della Maison Woodcock.
Alma Elson è una cameriera goffa e poco elegante: mangia in modo rumoroso urtando i nervi del raffinato stilista. Reynolds crede di avere facile gioco con la ragazza affascinata dal suo Pigmalione ma anche Alma è una figura nevrotica portata a gesti criminali dalla determinazione di diventare indispensabile per il marito.
Se molti film si sarebbero fermati al matrimonio tra lo stilista e Alma, PTA approfondisce l’indagine sentimentale o meglio patologica spingendola agli estremi: il matrimonio ben presto scricchiola e Alma ripete le sue manovre persuasive ma questa volta Reynolds è cosciente del suo gioco e lieto di farne parte, la scena in cucina tra sguardi d’intesa è magnetica e finalmente la luce si fa calda e intima, perdendo la dimensione ieratica che ha caratterizzato gran parte del film con una fotografia fredda.
È un degno contrappasso delle tante colazioni a tre che hanno caratterizzato il film. Colazioni che richiamano i pasti di Quarto Potere di Orson Welles anche se Il filo Nascosto, per stessa ammissione del regista ha rimandi hitchcockiani sicuramente a Rebecca la prima moglie e Io ti salverò; da notare come il cognome del protagonista giochi con quello del regista mentre la donna che gli ruba il cuore si chiami Alma, come la moglie di Hitchcock
Family Plot USA 1976, Universal Pictures con Karen Black, Bruce Dern, Barbara Harris, William Devane, Ed Lauter, Cathleen Nesbitt, Katherine Helmond, Warren J. Kemmerling, Edith Atwater, William Prince, Nicholas Colasanto, Marge Redmond regia di Alfred Hitchcock
Una vecchia signora che quarant’anni prima aveva costretto la sorella a dare in adozione il figlio illegittimo, contatta una medium, Madama Blanche per ritrovare l’uomo e farlo erede universale dei suoi beni. Blanche Tyler è ovviamente un’imbrogliona e con l’aiuto del suo amante, il tassista George Lumley, si mette sulle tracce del bambino scomparso. Il guaio è che l’individuo in questione è un malvivente che ha inscenato la propria morte e ha una passione per i diamanti, l’unica forma di riscatto che accetta per rilasciare le personalità che rapisce. Quando l’uomo scopre che qualcuno sta indagando sul suo passato decide di liberarsi dei ficcanaso…
Ultimo film di Hitchcock che punta sui toni giallorosa evidenziando più questi ultimi con allusioni sessuali più esplicite che nei suoi film precedenti: innovatore fino all’ultimo, il regista si adegua alla rivoluzione dei costumi. Prevalgono i toni da commedia e se il risultato non è eccezionale ma “solo” buono la cifra stilistica del maestro del brivido non si smentisce tanto che non manca il suo ultimo cameo.
Mentre nel viaggio di ritorno Blanche ragguaglia il compagno sull’incarico ricevuto dalla signora Rainbird, i due rischiano di investire una donna bionda tutta vestita di nero, ovviamente è Fran la compagna e complice dell’uomo che Blanche e George dovranno trovare. Come sempre Hitch rivela “il colpevole” fin dalle prime inquadrature. Dalla coppia pasticciona e approssimativa della finta medium e del suo amante si passa a seguire le gesta dei due raffinati sequestratori che hanno una gioielleria come copertura, vivono in una villa lussuosa nel cui garage è nascosta la cella in cui tengono le loro vittime.
Pur non sapendo di essere alla sua ultima opera, Hitchcock gioca a citarsi: la bionda che in realtà porta una parrucca, come in Labirinto di Passioni, la guida spericolata lungo strade piene di tornanti c’era già ne Il Sospetto e in Caccia al ladro, qui diventa un momento topico di tensione e umorismo visto che i protagonisti hanno la macchina manomessa dal complice storico di Anderson e lo spettatore viene informato con il metodo classico di Hitchcock: il dettaglio dei freni tagliati con il liquido che gocciola. George a un certo punto si toglie le scarpe come Marnie mentre Blanche rischia di strozzarlo con una cravatta come Frenzy.
Il film è tutto un gioco di contrasti tra le due coppie e il percorso di avvicinamento alla soluzione è rappresentato dalla ripresa aerea del cimitero che mostra i vialetti come un labirinto. Se le simpatie sono per i due improvvisati investigatori che in fondo hanno buone intenzioni non bisogna dimenticare che anche loro sono truffatori, o forse no stando al colpo di scena finale.
USA 2024, Universal con Mikey Madison, Mark Eydelshteyn, Jura Borisov, Karen Karagulian, Vache Tovmasyan, Darya Ekamasova, Aleksej Serebrjakov regia di Sean Baker
Ani, ballerina erotica di un night newyorkese, sa parlare il russo e per questo motivo viene spedita al tavolo di Vanja Zakharov, figlio di un ricchissimo magnate russo. Tra i due scatta una bella chimica e Vanja la richiede in esclusiva per una settimana e poi finisce per sposarla. La notizia manda su tutte le furie i genitori del ragazzo che fugge lasciando la sposina in balia delle guardie del corpo che dovrebbero far annullare il matrimonio prima dell’arrivo dei datori di lavoro…
È da un po’ che lo penso: il cinema classico è talmente dimenticato che se un giovane regista s’ispirasse a quel mondo attualizzandolo, sarebbe riconosciuto come autore ed ecco qua la concretizzazione di quello che rimugino da tempo tra me e me.
Dopo 10 minuti buoni di scene descrittive delle attività del night (però poi Ani si arrabbia se viene definita prostituta e specifica di essere solo una ballerina erotica, vabbè…) e quasi il doppio di riprese stile istagram o tik tok della vita sprecona dei super ricchi, intorno al minuto 47 il film inizia a carburare: entrano in scena i gorilla dal cuore d’oro che non vogliono fare male alla ragazza che dal canto suo li mena di santa ragione terrorizzandoli e il loro capo, Toros un armeno con il compito di controllare a vista lo svagato e sempre strafatto Vanja che non si è mai palesato fino a quel momento è costretto ad abbandonare il ruolo di padrino a un battesimo di famiglia (la scena è costruita come una gag di un film anni’30).
Vanja è un ragazzino problematico che si è sposato nella speranza di guadagnare in questo modo la cittadinanza americana e liberarsi degli ingombranti genitori e quando si vede scoperto non sa far altro che fuggire, il film prende i contorni di un road movie scalmanato anni ’80 più dalle parti degli exploit surreali di Madonna che di Tutto in una notte o Fuori Orario.
Recupero del fuggitivo, arrivo dei magnati russi dominati dalla virago Galina Zacharova, come da tradizione del cinema classico, e ovviamente mancanza di happy end ma scioglimento del matrimonio, la nota amara del fallimento di Anora che cha lottato fino all’ultimo per mantenere la fortuna piovutale addosso.
Come dai più banali filmetti pre-code la simpatia è tutta per la protagonista, circondata per altro da figure macchiettistiche: ad un certo punto Toros ha iniziato a ricordarmi il padre di Midge Maisel, non solo perché il doppiatore è lo stesso ma perché aveva lo stesso modo isterico di Abe di reagire ai drammi familiari che sconvolgevano il suo tran tran quotidiano.
Finale che sa toccare il cuore anche se non si discosta dal cliché della prostituta che fa tutto tranne che baciare in bocca e sarà proprio il tentativo di Igor di baciarla a far crollare la maschera di Anora.
Un film sicuramente piacevole da vedere ma mi domando, visto che il film è stato premiato anche per la miglior regia, dov’è il taglio autoriale in un film che deve usare il campo lungo per non mostrare troppo le nudità dei protagonisti? Il merito è quello di aver raccontato il sesso con eleganza, utilizzando il flare del sole per coprire il seno della protagonista? Beh se la motivazione fosse questa mi permetto di far notare che c’è una scena in cui il televisore emerge dal mobile che lo contiene e non oso pensare alle allusioni sessuali che avrebbe potuto costruire Hitchcock su quel marchingegno…
USA 1980 con Adrienne Barbeau, Jamie Lee Curtis, Janet Leigh, John Houseman, Tom Atkins, James Canning, Charles Cyphers, Nancy Kyes, Ty Mitchell, Hal Holbrook, John Goff, George “Buck” Flower, Regina Waldon, Jim Haynie, Darwin Joston regia di John Carpenter
20 aprile 1980: la cittadina di San Antonio Bay sta per festeggiare il centenario della fondazione, è la notte della vigilia e un vecchio marinaio intrattiene i bambini raccontando vecchie storie di fantasmi e leggende locali mentre il reverendo Malone trova il diario di un suo antenato che racconta un misfatto all’origine della fondazione. A mezzanotte in punto strani fenomeni colpiscono la città e una strana nebbia avvolge un’imbarcazione che sta rientrando in porto. Il reverendo informa i notabili della città del crimine perpetrato a una comunità di lebbrosi dai loro avi ma si decide di procedere con i festeggiamenti: la sera la nebbia torna ad avvolgere la città e a pretendere la sua vendetta…
Cameo di Carpenter nel ruolo del tutto fare della chiesa di San Antonio
Dopo aver diretto il caposaldo del genere slasher, ovvero Halloween, Carpenter torna a una classica storia di fantasmi ma l’uscita (e il successo) di Scanners di Cronenberg fa intuire al regista che i gusti del pubblico virano verso il gore quindi al film vengono aggiunte tutte le scene in cui dalla nebbia emergono i fantasmi dei naufraghi e aggrediscono i cittadini di San Antonio, compresa la scena in cui la proprietaria della radio , Stevie Wayne, viene aggredita sul tetto del faro e quella in cui Elizabeth viene aggredita in obitorio.
Carpenter stesso ammette di non amare molto The Fog proprio per le aggiunte successive e se il film col tempo è diventato un classico che riaggiorna alla rinnovata stagione dell’horror anni’70-80 la lezione di Lev Lewton della paura creata dall’ignoto, si nota qualche sbandamento nell’evoluzione della trama. Ad esempio il personaggio di Jamie Lee Curtis, una misteriosa autostoppista che arriva in città proprio la sera del 20 aprile e che si chiama Elizabeth come la nave portata alla schianto nel 1880: ci sono un po’ troppi elementi non debitamente approfonditi per pensare che il personaggio nasca solo come scream queen dí contorno…
Interessante la figura di Stevie Wayne, la proprietaria del faro e della radio: non essendo originaria di San Antonio non dovrebbe attirare la vendetta dei revenants ma il suo ruolo di speaker che racconta in diretta l’avanzare della nebbia (escamotage narrativo d’effetto) la rende una figura ostile ai fantasmi in cerca di vendetta.
Il regista riconosce come ispirazione il film di fantascienza I mostri delle rocce atomiche (The Trollenberg Terror) del 1958 ma a me è venuto in mente come possibile spunto anche l’ultimo film britannico di Hitchcock prima di partire per gli USA: Taverna alla Giamaica racconta di una banda di pirati che attira le navi sugli scogli per farle affondare e poi depredarle e la nebbia che penetra sotto le porte mi ha ricordato il fumo verde che s’infiltra per uccidere i primogeniti egizi ne’ I Dieci Comandamenti di Cecil B De Mille.
Curiosità: al suo secondo film Jamie Lee Curtis lavora accanto alla madre Janet Leigh (la signora Meyers), si ritroveranno in uno stesso film 18 anni dopo in Halloween – 20 anni dopo.
anche The Romance of Seville GB 1929 con Alexander D’Arcy, Marguerite Allan, Randle Ayrton, Cecil Barry, Hugh Eden, Eugenie Amami regia di Norman Walker
Fin dalla più tenera età il ricco Ramon Duniga è promesso a Dolores ma quando i due giovani s’incontrano non scatta la scintilla: Dolores è innamorata di un ufficiale e Ramon s’invaghisce di Pepita dopo aver sventato una rapina a casa sua…
Film muto inglese a cui venne aggiunta una colonna sonora nel 1930 noto per annoverare tra gli sceneggiatori anche Alma Reville, già moglie e collaboratrice di Alfred Hitchcock. È anche il primo film inglese realizzato a colori con il Pathéchrome.
Più che una commedia romantica A Romance of Seville è un film d’azione che ha per protagonista Ramon Duniga, il più obbediente figlio di Siviglia, come si presenta lui stesso che ha la fortuna di trovarsi sempre al momento giusto nel posto giusto: uscito in giardino a fumare dopo la presentazione alla fidanzata, la scopre amoreggiare con l’ufficiale Juan, ben contento di potersi liberare del matrimonio di convenienza, Ramon rimane colpito dalla bella Pepita ma il loro gioco di sguardi viene interrotto dai ladri che sono entrati in casa della ragazza. L’azzimato signorino in frac e brillantina riesce a scacciare i tre malintenzionati e, liberato anche il padre della ragazza, diventa ospite gradito della famiglia.
Nella rapina a casa di Pepita è coinvolto Esteban un suo spasimante ricattato per debiti dal bandito Ruffo. Ramon ha ancora la fortuna d’intercettare un biglietto che Esteban lascia a Ruffo con la combinazione della cassaforte e ruba la collana per metterla in salvo. Non trovando i preziosi, Ruffo e i suoi rapiscono Pepita ma ancora una volta Ramon ha la fortuna d’intercettare uno dei banditi e riesce a liberare l’amata prima che Juan arrivi con il suo drappello di soldati a sgominare la banda.
A sottolineare la sicurezza nella propria fortuna sono le grandi risate con cui Ramon accoglie i cambiamenti di rotta: la scoperta che Dolores ama un altro, il biglietto caduto dall’alto. Sempre elegante e impomatato, Ramon ha il fascino di Zorro pur facendo esclusivamente i propri interessi… amorosi.
A romance of Seville è un film che procede senza scossoni verso il naturale lieto fine, piacevole nell’accuratezza delle scenografie e della bella fotografia che esalta la luce spagnola e presenta qualche raffinato gioco di luce sui volti dei protagonisti.
The Wrong Man USA 1956, Warner Bros con Henry Fonda,Vera Miles, Anthony Quayle:, Harold J. Stone, Nehemiah Persoff, Lola D’Annunzio, Ester Minciotti, Charles Cooper, Dayton Lummis, Richard Robbins regia di Alfred Hitchcock
Manny Balestrero è un onest’uomo della middle class, sempre in lotta per far quadrare i conti. Quando la moglie deve affrontare un’imprevista cura odontoiatrica, Manny pensa di chiedere un prestito sull’assicurazione di famiglia ma all’ufficio assicurativo iniziano i guai: le impiegate sono convinte di riconoscere in lui il ladro che ha rapinato una di loro pochi giorni prima e denunciano Manny. La polizia riscontra che anche altri commercianti della zona riconoscono in Manny l’autore di diverse rapine, inizia così il processo che solo per un cavillo viene annullato. In attesa del nuovo processo Manny e la moglie tentano di ricostruire l’alibi per la rapina all’assicurazione ma non ci riescono e la moglie, finisce in clinica per esaurimento nervoso. La vecchia madre consiglia al figlio di pregare perché non gli resta altro da fare e il miracolo avviene…
Il ladro è un unicum nella produzione del regista britannico e lo capiamo dall’introduzione: è lo stesso Hitchcock, in una posa che non ha nulla di ironico se confrontata con quella della serie tv Alfred Hitchcock presenta, iniziata nel 1955, lo stesso regista dicevo, tiene a precisare che quella a cui stiamo per assistere è una storia vera.
La vicenda di Manny Balestrero era stato un caso di cronaca che aveva tenuto banco nel ’53 quando un bassista di music hall venne scambiato per un rapinatore.
Non è difficile capire perché il caso colpì così tanto Hitchcock, basta pensare al famoso aneddoto della sua infanzia quando il padre per punirlo lo lasciò alcune ore in custodia alla polizia.
L’orrore di Manny, innocente stritolato senza speranza dai meccanismi della giustizia, Hitch lo aveva sperimentato in prima persona da bambino quindi anche la risoluzione del caso affidata alla fede al deus ex machina è totalmente accettabile non solo perché accaduta in realtà ma perché rimanda, ancora una volta, all’esperienza personale del regista recluso e liberato senza processo.
Il Ladro è il film più intimo del regista e per certi versi il più terrorifico: se è raro incontrare un Norman Bates sulla propria strada, finire vittima di un errore giudiziario è esperienza più probabile e una delle più grandi paure piccoli borghesi e il film scandaglia la caduta nell’impotenza della vittima giudiziaria.
Come sottolinea Truffaut nella sua critica del film, Hitchcock fa sì che lo spettatore accompagni Manny nel suo incubo kafkiano ma non spinge sull’identificazione e questo è sottolineato anche da alcune riprese ad esempio quando Manny e la moglie incontrano l’avvocato sembra che ci sia l’uso di un trasparente creando una situazione onirica e surreale ma anche distante dalla realtà.
Se la novelle vague ha sempre amato Hitchcock, da inossidabile sperimentatore quale è stato il maestro del brivido, questo film sembra essere il film nouvelle vague dí Hitchcock, stringato, girato in esterni e curiosamente vicino a un film coevo di Bresson, Un condannato a morte è fuggito girato in pieno stile nouvelle vague.
USA 2001 con Michael Gambon, Maggie Smith, Kristin Scott Thomas, Camilla Rutherford, Charles Dance, Geraldine Somerville, Tom Hollander, Natasha Wightman, Jeremy Northam, Bob Balaban, James Wilby, Claudie Blakley, Laurence Fox, Trent Ford, Ryan Phillippe, Stephen Fry, Ron Webster, Kelly Macdonald, Clive Owen, Helen Mirren, Eileen Atkins, Emily Watson, Alan Bates, Richard E. Grant, Derek Jacobi, Sophie Thompson regia di Robert Altman
Sir William McCordle organizza una battuta di caccia nella sua tenuta di Gosford Park a cui partecipano diversi familiari e un produttore di Hollywood venuto con Ivor Novello, star cinematografica inglese di nobili origini. Gran parte degli ospiti sono accompagnati dai loro camerieri personali che vengono coordinati dal maggiordomo e da Mrs. Wilson, governante della magione. Ben presto l’annuale battuta di caccia si rivela diversa dalle precedenti: un proiettile vagante sfiora l’orecchio di Sir William, a cena una cameriera si permette di prendere le difese del lord mentre la moglie lo punzecchia e poco dopo la cena il padrone di casa viene ritrovato cadavere. L’arrivo di uno svagato ispettore di polizia non porterà alla soluzione del caso ma si scoprirà che il valletto del produttore è in realtà un attore che stava studiando il comportamento della servitù e che Sir William è stato ucciso non una ma ben due volte…
Gosford Park è un film che inseguo da tempo e recupero solo ora, con la morte di Maggie Smith per cui la prima cosa a colpirmi è la similitudine con DowntonAbbey: già nei titoli di coda si distinguono gli attori che interpretano i personaggi downstair (del piano di sotto) dai nobili. Addirittura Downton Abbey fu scelta come location cinematografica e per alcune puntate del period drama si è vissuta una situazione metacinematografica, con una troupe a sconvolgere ritmi e abitudini della casa, situazione ovviamente ben lontana da quella sottilissima del film di Altman. Anche l’adorabile Lady Violet è una derivazione di Lady Constance che Maggie Smith interpreta in Gosford Park.
Di certo il caustico regista americano non avrebbe amato la serie televisiva inglese: il suo film è uno spietato gioco al massacro in punta di fioretto dove il confine tra le classi sociali è invalicabile, addirittura all’Interno delle stesse la perfidia non manca, mentre Downton Abbey rappresenta lo zeitgeist dei nostri tempi dove lo scontro di classe viene dissolto in una bella fiaba utopistica dove tutti remano insieme per il benessere comune.
Se l’arguta Lady Violet in fondo non è snob, la tremenda. lady Costance, che come tutta la sua famiglia vive della rendita che gli concede l’odiato Sir William, è un personaggio di uno snobismo insopportabile non solo verso la servitù ma anche verso i parenti e gli amici che reputa inferiori. I suoi strali si concentrano soprattutto su Ivor Novello, personaggio reale, il protagonista de Il pensionante, uno dei più bei film muti di Hitchcock di cui Costance storpia il titolo (in italiano l’arrotino per l’inquilino). Mentre la star cinematografica è idolatrata dai valletti e dalle cameriere che si fermano incantati ad ascoltarlo quando canta, i nobili mostrano un evidente disprezzo per le sue canzonette. Uno snobismo culturale che sottolinea l’imminente crollo di una classe sociale che scomparirà con la seconda guerra mondiale, lasciando spazio alla borghesia rampante del dopoguerra anche nella regale Inghilterra.
Se Ivor Novello è l’elemento estraneo del piano nobile, il disprezzo della servitù si concentra su Henry Denton quando si scopre che il presunto valletto è in realtà un aspirante attore sotto mentite spoglie: la passione per il cinematografo viene dimenticata quando i servitori credono sbeffeggiato il loro lavoro anche se soggetto a regole assurde: essere chiamati con il nome del nobile che servono e sedersi a tavola secondo l’importanza del grado nobiliare dei loro padroni: un retaggio quasi medievale ma del resto che -soprattutto Sir William- creda che la sua posizione e il suo denaro gli concedano tutto è ben chiaro dalla seconda parte della storia che rivela chi è l’autore del secondo omicidio (quindi non colpevole): il gioco al massacro in punta di fioretto si trasforma nel finale in una tragedia indicibile di sopraffazione che ha spezzato vite e famiglie.
Altman solleva la patina dorata del bel mondo e non si fa scrupolo di denunciare l’orrore che nasconde e anche se a Sir William concede le simpatie di Elsie, la cameriera che prende le sue difese durante la cena formale rivelando un legame che non dovrebbe esistere, è solo per sottolineare la distanza sociale: la rottura del rapporto di classe implica il licenziamento senza bisogno di comunicarlo e neppure il potere di Sir William può infrangere la regola.
Il vero assassino non viene scoperto, si può solo supporlo, siamo nel lontani dal giallo alla Agata Christie spesso evocato per commentare Gosford Park, che ad Altman interessi più giocare con Hitchcock è evidente non solo dalla presenza di Ivor Novello ma anche dal bicchiere di latte che Henry Denton porta a Lady Sylvia, sardonico omaggio a Il Sospetto.
Italia 1969
con Jean Sorel, Marisa Mell, Elsa Martinelli, John Ireland, Alberto de Mendoza, Riccardo Cucciolla, Bill Wanders, Giuseppe Addobbati, Franco Balducci, John Douglas, Félix Dafauce, Faith Domergue, Janet Agren, Malisa Longo, Jesús Puente, Georges Rigaud, Jean Sobieski
regia di Lucio Fulci
George Dummurrier è un medico, proprietario di una clinica che dirige in modo piuttosto disinvolto, ha una moglie malata e un’amante. Quando la moglie muore riceve un indennizzo da una polizza di assicurazione dal valore esorbitante. Una strana telefonata lo invita a frequentare un night club dove George trova una ballerina, Monica Weston praticamente identica alla moglie. Anche la compagnia di assicurazione scopre la somiglianza e sospetta una truffa perciò chiede la riesumazione di Susan. la moglie di George. L’autopsia rivela che la donna è stata avvelenata e George finisce condannato alla camera a gas per uxoricidio. Il giorno prima dell’esecuzione George riceve la visita del fratello che sfruttando il fatto che la cella degli ultimi incontri dei condannati è insonorizzata rivela a George il tranello in cui è caduto: Susan e Monica sono la stessa persona ed è la sua amante, hanno organizzato il piano per liberarsi di lui e rifarsi una vita all’estero lontano dai suoi debiti. George può contare sull’aiuto di Jane, la sua amante: riuscirà a dimostrare la propria innocenza nelle poche ore che gli restano da vivere?
Fulci è conosciuto più come regista di horror, ma gli inizi del regista furono con i musicarelli e le commedie, le più note con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Una sull’altra segna il debutto nel genere giallo che stava avendo molto successo: la pellicola nasce sull’onda degli incassi de Il dolce corpo di Deborah di Romolo Guerrieri ma il modello a cui Fulci si ispira è La donna che visse due volte e si può affermare andando ben oltre il claim di lancio del film sul mercato americano: Questo film comincia dove Hitchcock finisce, infatti il nome del protagonista rimanda a quello della scrittrice Daphne du Maurier dai cui racconti Hitchcock trasse Gli Uccelli e Rebecca la prima moglie;
l’ambientazione della vicenda si svolge sulla costa di San Francisco, con molte riprese del famoso ponte di Golden Gate che compare in Vertigo.
Fulci è molto attento anche all’attualità del periodo: per rilanciare la clinica George Dummurrier millanta interventi a cuore aperto (il primo trapianto di cuore operato da Barnard è del 1967) e anche l’attività dell’amante, la fotografa Jane Bleeker (Elsa Martinelli) rimanda a certe atmosfere di Blow-Up di Antonioni, film del 1966 che fu subito un cult per la critica e il pubblico. Una sull’altra incappò nelle maglie della censura, venendo addirittura ritirato dagli schermi per le scene “scandalose” del night dove si esibisce Monica Weston e poté ritornare in sala solo dopo alcuni tagli.
La trama è un po’ macchinosa, se il fratello non confessasse tutto al condannato a morte sarebbe difficile capire l’evoluzione della trama ma la chicca del film è il montaggio finale che racconta l’epilogo dei due amanti diabolici e il salvataggio in extemis del protagonista dalla sedia elettrica, Fulci sa dosare ottimamente la tensione e utilizzare al meglio anche le figure di contorno che si dimostrano risolutive per il buon esito del caso.
GB, 1972
con Jon Finch, Alec McCowen, Barry Foster, Billie Whitelaw, Anna Massey, Barbara Leigh-Hunt, Bernard Cribbins, Vivien Merchant, Michael Bates, Jean Marsh, Madge Ryan, Gerald Sim, Jimmy Gardner, Noel Johnson, Clive Swift, John Boxer, Elsie Randolph, George Tovey
regia di Alfred Hitchcock
Quando la sua ex moglie viene uccisa, Richard Blaney, ex ufficale della Raf, viene scambiato per il killer delle cravatte. La morte di Babs, sua nuova compagna e l’unica che gli crede, ne causa l’arresto ma capendo che a denunciarlo è stato il suo amico Rusk che gli aveva promesso un posto sicuro, Blaney intuisce che l’uomo è il vero assassino. Blaney organizza la fuga dalla prigione per vendicarsi di Rusk ma a casa sua trova il cadavere dell’ennesima vittima e sopraggiunge anche l’ispettore Oxford che però ha capito chi è il vero killer.
A 72 anni il maestro del brivido Alfred Hitchcock torna nella sua Londra per girare quello che sarà il penultimo film della sua carriera, una pellicola che ha diviso la critica, del resto c’è qualcosa di straniante nelle nudità e negli abiti moderni che contrasta con la composizione molto classica delle scene che sembrano le stesse di un Hitchcock anni ’50.
Come sempre Hitch ci regala il cameo della sua presenza nel prologo del film, tra la folla che ascolta un comizio sulla riva del Tamigi quando il fiume restituisce il corpo di una ragazza nuda con una cravatta al collo, l’ultima vittima del killer della cravatta che terrorizza la città.
Il film poi si sposta su Richard, l’ex ufficiale ora barista con il vizio dell’alcol: un bicchiere prima di iniziare il turno gli costa il posto di lavoro. Rimasto senza soldi, l’uomo va confidarsi con la ex moglie che ora gestisce un’agenzia per cuori solitari ma i suoi modi bruschi impensieriscono la segretaria che è piuttosto preoccupata nel lasciare sola la principale con l’ex marito. Alla fine Brenda e Richard vanno a cena insieme e la donna di nascosto gli lascia dei soldi.
Il giorno dopo Brenda riceve la visita di Rusk, cliente che la donna ha allontanato per i gusti particolari: Rusk è il killer delle cravatte e Brenda la sua prossima vittima.
Se non sorprende che il regista sveli il colpevole già a inizio film, è piuttosto insolito che mostri l’efferatezza di un atto violento e l’aggressione di Rusk è decisamente sgradevole e il primo piano di Brenda dopo essere stata strozzata è osceno. Il vecchio regista sembra adeguarsi al gusto del nuovo giallo in voga nei primi anni ’70, ma la smentita arriva dall’omicidio di Babs che segue in piena fiducia Rusk nel suo appartamento: la macchina da presa segue i due lungo tutto il tragitto dal bar alla soglia dell’appartamento poi inizia una carrellata all’indietro che ci lascia immaginare le sorti della povera ragazza nelle mani dello psicopatico. Frenzy potrà anche essere un film minore ma Hitchcock ne fa comunque un manifesto cinematografico contro la reiterazione degli omicidi così in voga nei thriller del periodo.
Nella seconda parte del film predomina l’humor nero: Rusk si accorge di aver perso la sua spilla con l’iniziale e capisce che è rimasta nelle mani di Babs durante l’omicidio. Il killer si è già disfatto del corpo gettando il sacco che lo contiene su un camion che deve trasportare un carico di patate fuori città, gli tocca quindi intrufolarsi nel camion per cercare la spilla ma il camion parte e la ricerca dello spillone si trasforma in una grottesca lotta tra il cadavere e l’assassino che alla fine sarà costretto a spezzare le dita irrigidite dal rigor mortis per recuperare la spilla.
Altri tocchi umoristici vengono dalla vita privata dell’acuto ispettore Oxford vittima delle cene della moglie che sta facendo un corso di cucina francese. Mentre la mdp indugia sui suoi “manicaretti” la coppia discute serenamente del caso, anche nei particolari più sanguinosi ribadendo l’idea di portare un omicidio in ogni salotto alla base della serie tv Hitchcock presenta degli anni ’60.
Frenzy è l’ennesima declinazione del classico tema hitchcockiano della persona accusata per sbaglio che deve dimostrare la propria innocenza, il ritorno suoi luoghi dell’infanzia (non solo Londra ma proprio il quartiere di Covent Garden) del vecchio maestro sembrano acuire quel vecchio ricordo della notte passata in prigione per volontà del padre: la cella ripresa dall’alto e quegli ispettori flemmatici che nel corso dei decenni hanno sempre mantenuto la stessa fisionomia, devono essere proprio simili a quelli di quel famoso aneddotto