Svengali

USA 1931, Warner Bros
con John Barrymore, Marian Marsh, Donald Crisp, Bramwell Fletcher, Lumsden Hare, Carmel Myers, Luis Alberni, Paul Porcasi
regia di Archie Mayo


Svengali


A Parigi il musicista squattrinato Svengali vive grazie alle sue allieve di canto che ipnotizza per sedurle e carpire il denaro. Quando incontra casualmente la modella Trilby si accorge delle grandi doti canore inespresse della ragazza, innamorata del pittore Billee. Sfruttando un malinteso tra i due giovani, Svengali finge il suicidio di Trilby e la porta via da Parigi. Con il potere dell’ipnosi la trasforma in una grande cantante ma al ritorno a Parigi Billee riconosce la ex fidanzata che per un momento riesce a sfuggire al controllo mentale di Svengali. Il pittore si mette sulle tracce dell’amata e ogni volta che è presente in sala Svengali rimanda l’esibizione, si ritroveranno in un locale de Il Cairo dove uno Svengali ormai stremato dallo sforzo mentale muore sul palco…



Svengali


Film misconosciuto in Italia nonostante le diverse versioni cinematografiche dai primi anni del muto fino alla metà degli anni ’50 che hanno fatto entrare il nome del magnetico musicista nel linguaggio anglosassone come sinonimo di manipolatore dai sinistri scopi.
La versione di Archie Mayo del 1931 è molto interessante perché segna un momento di passaggio definitivo dall’eredità espressionista tedesca a un gusto propriamente americano.
Il passaggio è evidente soprattutto nella scenografia: le geometrie sghembe vanno bene per le soffitte bohémien dove incontriamo i nostri personaggi ma quando Svengali e la sua bellissima moglie hanno successo l’arredo della camera è quello ricco e magniloquente del deco.
Anche il personaggio di Svengali è caratterizzato da questa transizione: ad interpretarlo c’è John Barrymore con un look alla Rasputin, figura con cui Svengali condivide anche le capacità manipolatrici.



Svengali


Il film si apre sull’ultimo incontro con Madame Honori, allieva stonata che si è innamorata del maestro e per lui ha lasciato il marito rifiutandone i denari. Svengali occhieggia disperato con l’aiutante Gecko alle stecche della donna e poi la caccia quando capisce che non avrà nessun vantaggio economico dalla seduzione. Prevale l’elemento comico e solo in un secondo tempo, quando Svengali ipnotizza Trilby per farle passare l’emicrania, capiamo che la frase di Honori “non mi fissare con quegli occhi” allude a un’ultima ipnosi del musicista che induce la donna al suicidio.



Svengali


Sotto l’apparente bonomia del personaggio si nasconde quindi un animo perverso ma sul finale la caratterizzazione cambia ancora: la manipolazione mentale consuma le energie vitali di Svengali che prima di cedere fisicamente è già stanco di amori mai reali ma indotti dalle sue capacità mesmeriche, la morte sul palcoscenico lo dipinge come una figura solitaria e patetica, più vicina ai mostri Universal che iniziano a rivelare anche un’umanità dietro la mostruosità che alla perversione fine a sé stessa di un dottor Caligari, da cui prende ispirazione il personaggio di Svengali.

Il bacio della pantera – 1982

Cat People
USA 1982, RKO/ Universal
con Nastassja Kinski, Malcolm McDowell, John Heard, Annette O’Toole, Scott Paulin, Lyna Lowry, Ed Begley Jr., Ron Diamond, Ruby Dee, Frankie Faison
regia di Paul Schrader


Catpeople


Irena Gallier si trasferisce a New Orleans a casa del fratello Paul che non vede dalla più tenera infanzia separati dopo il suicidio dei genitori circensi. Dopo aver accolto la sorella, Paul sparisce misteriosamente mentre un grosso esemplare di pantera viene catturato in un albergo a ore e portato allo zoo di New Orleans. Irena, in giro per la città finisce allo zoo e rimane affascinata dal felino, tanto da restare oltre l’orario di chiusura. Conosce così Oliver dirigente della struttura che le trova anche un lavoro nel negozio di souvenir. Irena è attratta da Oliver ma resta fedele alla propria verginità, intanto Paul torna a casa e le rivela quello che la ragazza sta iniziando ad intuire: appartengono a una razza di uomini pantera e possono accoppiarsi solo tra consanguinei altrimenti si trasformano in belve fino a quando non uccidono un essere umano. Irena rifiuta la proposta di Paul di mettersi insieme come i loro genitori e decide di fare l’amore con Oliver trasformandosi in una pantera, per non aggredire l’amato la pantera fugge e Irina torna umana solo dopo aver ucciso un uomo. Per evitare di vivere tra i due mondi e uccidere ancora, Irena chiede a Oliver di fare l’amore con lei un ultima volta per trasformarsi e restare un felino, rinchiusa nella gabbia dello zoo.



Il bacio della pantera


Il remake de Il Bacio della pantera è un film piacevole che omaggia l’illustre capostipite nella scena della piscina e poi se ne allontana totalmente diventando più che altro un perfetto esempio del suo tempo, dove tutto andava esibito: dall’esplicite scene di sesso, al mistero degli uomini pantera: se l’intro del mondo ancestrale è intrigante, oltre che patinato al punto giusto: la canzone di Bowie arrangiata da Moroder rende l’introduzione un perfetto videoclip; l’autopsia al cadavere della pantera Paul è il momento più lontano dal classico RKO: quel braccio umano che esce dal cadavere del felino prima che questi si decomponga in una nuvola sulfurea è un inutile sfoggio splatter: la doppia natura di Paul era stata ormai ampiamente espressa e l’ultima trasformazione era iniziata da alcuni graffi sulla mano che lasciavano vedere la zampa felina all’interno, poco dopo vediamo l’arto umano uscire dal corpo felino, insomma un gioco di scatole cinesi.
In altri momenti la dimensione splatter funziona: molto intrigante la scena di Irena che corre nuda nel bosco cacciando un coniglio: finalmente quache ombra in più e un minimo di non detto che ricorda il capolavoro originale. A livello di luci il film sembra pagare qualche debito verso il nostro Dario Argento con la prevalenza del rosso simbolo di eros e thanatos anche nelle scenografie e nei costumi ma il sangue che inzacchera le espadrillas ricorda anche Shining.
E’ notevole, a livello di effetti speciali, la trasformazione di Irena in pantera dopo aver fatto l’amore per la prima volta.



Cat people


Inutile dire che il film poggia tutto sulla bravura dell’ottima Nastassja Kinski,  McDowell è ambiguo da par suo e un’ottima spalla, che una donna pantera si sacrifichi e passi tutta la vita in gabbia per amore di un bietolone monoespressivo come John Heard francamente è incomprensibile.

Le sei mogli di Enrico VIII

The Private Life of Henry VIII
GB 1933 London Films
con Charles Laughton, Robert Donat, Franklin Dyall, Merle Oberon, Wendy Barrie, Elsa Lanchester, Binnie Barnes, Everley Gregg, Frederick Culley, Judy Kelly, William Heughan, John Turnbull, Lady Tree
regia di Alexander Korda



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1536: mentre Anna Bolena si prepara per andare al patibolo, Jane Seymour si prepara a convolare nozze con Enrico VIII, la terza regina morirà dando alla luce l’agognato figlio maschio. Il popolo vuole che il re si sposi nuovamente e dopo molti tentennamenti la scelta cade sulla tedesca Anna di Clèves che però s’innamora del gentiluomo che scorta il pittore Holbein che le deve fare il ritratto. Per salvare il suo amore e il collo, Anna s’imbruttisce e guadagna la sua libertà battendo a carte il sovrano durante la prima notte di nozze. La quinta moglie sarà l’ambiziosa cortigiana Caterina Howard che seduce Enrico benchè innamorata di Thomas Culpeper. Ben presto la regina torna tra le braccia dell’amante e scoperti, i due finiscono sul patibolo. Anna di Cléves consiglia ad Enrico di accasarsi finalmente con una donna adatta al ruolo: Caterina Parr sposata nel 1543 governerà con pugno di ferro gli ultimi anni dell’inteperante sovrano.



Le sei mogli di Enrico ottavo


Le sei moglie di Enrico VIII racconta solo le vicende di quattro regine: la didascalia iniziale dice che Caterina d’Aragona era troppo seria, quindi non vale la pena di occuparsene, Anna Bolena viene mostrata solo nei momenti che precedono la sua condanna a morte, il dramma della seconda regina fa da contraltare alla gioia della svampita Jane Seymour che sposa il sovrano nel momento stesso che le campane di Londra suonano l’avvenuta esecuzione di Anna.



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L’inizio del film è un po’ stridente per il forte contrasto tra il dramma di Anna Bolena e la gioia di Jane perché il tono di questo biopic fantasioso è piuttosto scanzonato e gli ultimi momenti di Anna Bolena non hanno nulla di leggero anche se c’è la scena nazionalistica tra il boia inglese e quello francese chiamato apposta per il regale collo della sovrana.
Il regista di origine ungherese Alexander Korda caratterizzò gran parte della sua produzione inglese con queste biografie romanzate ma sebbene non ci sia fedeltà storica l’apparizione di Enrico VIII impressiona per la perfetta riproduzione del celebre ritratto di Holbein.



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Charles Laughton vinse l’Oscar come miglior attore protagonista, la figura di Enrico gli permette di gigioneggiare da par suo, per due volte sfonda la quarta parete e parla direttamente con il pubblico: per piangere la morte di Jane Seymour e per commentare le maniere spicce dell’ultima consorte dicendo che la migliore delle mogli è la peggiore.



The private life of Henry VIII


I momenti più esilaranti sono i duetti con la vera moglie, Elsa Lanchester, che interpreta l’astuta Anna di Clèves, anche se la storia s’incentra soprattutto sulla vicenda di Caterina Howard le altre interpretazioni femminili non sono memorabili come quella della Lanchester, fatta salva la prova composta di Merle Oberon che incanta soprattutto per la sua bellezza.

Il monello

The Kid
USA 1921
con Charlie Chaplin, Edna Purviance, Jackie Coogan, Carl Miller, Granville Redmond, Edith Wilson, Jack Coogan Sr., Charles Riesner, Edgar Sherrod, Beulah Bains, Rupert Franklin, Walter Lynch, Frank Campeau, Lita Grey
regia di Charlie Chaplin



Ilmonello lita


Una giovane donna sedotta e abbandonata, lascia il figlioletto di pochi mesi all’interno di un’automobile in un quartiere ricco, con la speranza che il piccolo abbia un destino fortunato. Poco dopo l’auto viene rubata e quando i due malviventi si accorgono dell’infante lo abbandonano in un quartiere malfamato dove il neonato viene trovato da Charlot, che dopo qualche tentativo di liberarsene è costretto ad accollarsi il frugoletto allevandolo come fosse figlio suo. Passano cinque anni: la donna ha avuto successo come cantante e il senso di colpa per il figlioletto abbandonato la spinge a dedicarsi alle opere di carità, senza saperlo entra in contatto con il vagabondo e il figlio. Quando il piccolo si ammala, Charlot confessa al medico di non essere il padre naturale, il medico chiama le autorità che arrivano a prelevare il bambino e portarlo in un orfanatrofio. Charlot riesce a riprendersi il piccolo ma mentre dormono in un dormitorio pubblico il guardiano lo rapisce perché ha letto della ricompensa offerta dalla donna che nel frattempo ha scoperto chi è il figlioletto. Disperato il vagabondo si addormenta davanti alla casa che ha condiviso con il piccolo e viene svegliato bruscamente dal poliziotto che invece di portarlo in galera lo conduce nella nuova casa del monello.



Thekid


Il monello è uno dei titoli più celebri della cinematografia, non solo di quella chapliniana e in questi giorni si festeggia il centenario dell’opera: la prima ufficiale si tenne a New York il 21 gennaio 1921 durante una serata di beneficenza per gli orfani e decretò il successo del regista sdoganandolo dall’ambito delle comiche. Una prima in tono minore c’era già stata a Chicago il 16 gennaio.
Il Monello è il primo lungometraggio di Chaplin la genesi del film è nota: addolorato per la morte prematura del primogenito che visse solo tre giorni, il comico iniziò a lavorare al film che comportò oltre un anno di lavoro tra le numerose scene girate, il montaggio fortunoso durante il divorzio dalla prima moglie.
Nella storia Chaplin inserisce elementi della propria infanzia: la povera soffitta, gli anni in orfanatrofio perché la madre era malata.
Il risultato è il capolavoro che tutti conosciamo: un riuscito incrocio tra melodramma e comicità slapstick, la classicità dickensiana dei colpi di scena, (il foglietto che permette alla madre di riconoscere il figlio a distanza di anni) unita alla modernità delle comiche, il genere più in voga di cui Chaplin era re indiscusso.


Ilmonello


Tutto, o quasi, viene girato in gag dal potere eversivo: il rapporto conflittuale con la legge, il lavoro di vetraio che ha successo perché il monello passa poco prima a rompere i vetri che Charlot sarà chiamato a riparare. Gli scontri fisici con i bulli del quartiere, il piccolo atterrato dal ragazzino, il maggiore rintronato da Charlot a colpi di mattonate.
Le scene più drammatiche sono volutamente lasciate tali dal regista: il momento più toccante è quello in cui il bambino viene prelevato dalle istituzioni per essere portato all’orfanatrofio, ricordo autobiografico e critica sociale sono dietro al furgone che sembra quello di un accalappiacani, la grinta che spinge Charlot a recuperare il bambino è la rivalsa sull’ingiustizia.
Le scene riguardanti la madre, la cui unica colpa -come dice la didascalia- è la maternità sono sottolineate dal parallelo con la via crucis, che forse oggi pare un po’ forzato ma all’epoca una gravidanza fuori dal matrimonio era uno stigma sociale. Nella riedizione del 1971 il regista stesso taglia alcune scene tutte riguardanti la madre trovandole forse un po’ ridondanti.



The kid


Altro elemento peculiare del film è il sogno in cui il vagabondo immagina un mondo paradisiaco, tutti i personaggi del film, tranne la madre, compaiono in vesti angeliche e bonarie ma il diavolo ci mette lo zampino e insinua nell’animo umano gelosia, rabbia trasformando tutto nella sarabanda che ben conosciamo: uno sguardo molto amorevole verso la condizione umana che anticipa il lieto fine aperto: non sappiamo infatti se il vagabondo si fermerà con il monello e la ritrovata madre.
Il film è passato alla storia anche per le vicende di alcuni protagonisti: il piccolo Jackie Coogan è ricordato per essere lo zio Fester della serie tv La famiglia Addams, meno noto è che c’è anche una legge americana che porta il suo nome, il Coogan Act che protegge i guadagni degli artisti minorenni, infatti dopo Il Monello il piccolo attore divenne un divo bambino le cui ricchezze furono sperperate dai famigliari con cui iniziò una battaglia legale che portò anche alla tutela economica dei minori.
L’angioletto tentatore è la tredicenne Lita Gray che quattro anni più tardi divenne la seconda moglie di Chaplin e madre dei suoi due primi figli.

Un volto nella folla

A Face in the Crowd
USA 1957 Warner Bros
con Andy Griffith, Patricia Neal, Anthony Franciosa, Walter Matthau, Lee Remick, Percy Waram, Paul McGrath, Rod Brasfield, Marshall Neilan, Alexander Kirkland, Charles Irving, Howard Smith, Kay Medford, Big Jeff Bess, Henry Sharp
regia di Elia Kazan



A face in the crowd


Marcia Jeffries, ambiziosa reporter in una radio locale che conduce un programma in cui fa parlare la gente comune, trova in prigione Larry “Solitario” Rhodes, un cantante girovago dall’ottima parlantina che riesce a conquistare il pubblico guadagnandosi uno spazio radiofonico personale, è solo l’inizio dell’ascesa che porta Solitario Rhodes e la sua manager a scalare le vette della televisione. Marcia s’innamora del cantante ma lui riesce a incantarla come fa con il suo pubblico almeno fino a quando non torna da un viaggio con una giovanissima moglie al seguito. Larry entra anche negli ingranaggi del potere e sfrutta l’ascendente sul pubblico per manipolare un’elezione presidenziale ma Marcia disgustata, apre i microfoni su un fuorionda in cui il cantante rivela il suo vero pensiero sul pubblico di cui si è fatto paladino…



Unvolto nella folla


Sfruttando un tema caro alla cinematografia americana, la rise and fall di un personaggio, Elia Kazan scrive un apologo amarissimo e profetico sul potere dei mass media di cui oggi stiamo vivendo la stagione più tremenda.
Il modello dell’uomo qualunque che dice quello che pensa e si fa interprete del sentire popolare riuscendo a smuovere le masse non è una figura nuova nella politica e Kazan riesce a descrivere bene soprattutto nella prima parte la fascinazione verso un personaggio in cui ingenuità e candore si mescolano in maniera indistricabile con la mistificazione.
Il film cerca anche di indagare l’animo di Solitario: indivuduo da sempre smaliziato e manipolatore o un puro rovinato dal successo e dai profittatori? Profittatori incarnati dalla figura di Joey De Palma che si impone come manager della star emergente ed è il primo ad abbandonarlo dopo lo scandalo.
Marcia, la giovane cronista che lavora nella radio dello zio, è lo sguardo del pubblico verso il fenomeno mediatico: l’ammirazione che vediamo nei suoi occhi al sorgere dell’inconsueto personaggio, la rassegnazione verso le intemperanze del genio, l’orrore nel comprendere di aver generato un mostro e il coraggio di distruggerlo rivelando la sua vera natura.



Un volto nellafolla


La fotografia segue il percorso drammatico: dal luminoso bianco e nero della provincia americana ai toni sempre più cupi della metropoli, il volto di Marcia in chiaroscuro quando accetta di seguire Larry per denaro dopo la delusione amorosa, l’immagine allo specchio dopo aver mandato in onda il fuori onda a rivelare la doppia natura insita in ognuno di noi: Elia Kazan del resto fu uno dei pochi personaggi di Hollywood a rivelare nomi di presunti artisti comunisti alla commissione McCarthy.
Contraltare di Rhodes è Mel Miller, autore televisivo della star da sempre innamorato di Marcia e vicino alla donna anche nel momento del confronto finale. Ad interpretarlo un ottimo Walter Matthau in uno dei suoi pochi ruoli drammatici.

The Broken Key

Italia 2016
con Andrea Cocco, Diana Dell’Erba, Marco Deambrogio, Walter Lippa, Christopher Lambert, Rutger Hauer, Geraldine Chaplin, Michael Madsen, Franco Nero, Maria de Medeiros, Kabir Bedi, William Baldwin, Marc Fiorini
regia di Louis Nero



Thebroken key


Futuro prossimo: Arthur Adams, giovane archeologo segnato dalla morte del padre a cui ha assistito in giovane età, viene coinvolto dal suo mentore nella ricerca di un frammento mancante di un papiro egizio, inizia una quest attraverso la Torino alchemica con rimandi a Dante e Hieronymus Bosch, segnata da un gran numero di omicidi…



The brokenkey


Dopo aver visto Hans viene da essere molto accondiscendenti con l’ultimo lavoro di Louis Nero, il regista torinese lascia le elucubrazioni più ermetiche per indirizzarsi verso generi più popolari come la fantascienza distopica: il futuro imminente (2023-2033) prevede che la carta sia proibita da un’apposita legge in nome dell’ecologia ma probabilmente per impedire la diffusione del sapere, controllando le informazioni che possono passare dai dispositivi elettronici. Uno spunto interessante che però non viene mai approfondito, resta solo un elemento scenografico per creare un’ambientazione futuribile e -appunto- distopica.



The broken key


Anche la carrellata di personaggi che il giovane Arthur incontra per continuare la sua ricerca sono appena abbozzati, apparizioni evanescenti nobilitate dagli interpreti di fama internazionale: da Kabir Bedi a Rutger Hauer, il regista attraversa tutto l’immaginario televisivo e cinematografico degli anni ’70-’80 regalando però solo dei bei camei, almeno quasi sempre perché l’ex sex symbol anni ’90 William Boldwin nelle vesti di frate goloso con il vocione di Pannofino è davvero poco credibile.


Thebrokenkey


Spiace l’occasione mancata perché il viaggio nei misteri del Piemonte è intrigante e anche se manca tutta la parte action e thrilling resta la fascinazione e la miscellanea che va dagli antichi egizi a Tesla passando per i templari avrebbe avuto sicuro impatto sul pubblico se il film avesse avuto uno svolgimento più pop, forse un giorno il regista raggiungerà il giusto compromesso tra le sue tematiche filosofiche e un approccio comprensibile a un pubblico più vasto.
Personalmente, nonostante gli errori evidenti, subisco il fascino del mondo di Louis Nero ad esempio ho trovato commovente l’idea di mettere Geraldine Chaplin come entità a guardia della Mole, cioè del Museo del Cinema.

Il labirinto delle passioni

The Pleasure Garden
GB, Germania, 1925
con Virginia Valli, Carmelita Geraghty, John Stuart, Miles Mander, Nita Naldi, George H. Schnell, Karl Falkenber, Ferdinand Martini, Florence Helminger
regia di Alfred Hitchcock



Illabirintodellepassioni


Jill Cheyne viene derubata mentre attende di essere ricevuta dall’impresario del Pleasure Garden, dove vorrebbe sfondare come ballerina. La aiuta Patsy Brandt, ballerina di fila che la accoglie per la notte e le promette di farle avere un colloquio con Mr. Hamilton il giorno dopo. Jill si dimostra molto intraprendente e riesce a ottenere il ruolo di vedette dello spettacolo. Hugh Fielding, il fidanzato di Jill che sta per partire per due anni per le Indie occidentali per farsi una posizione, arriva in città per salutare la fidanzata e lega subito con Patsy che promette a Hugh di tenere d’occhio Jill. Il collega di Hugh, Levet, inizia a corteggiare Patsy e la chiede in moglie ma già durante la luna di miele sul lago di Como dimostra un’indole sgradevole. Levet ha un’amante indigena nella piantagione e per non dover perder tempo a rispondere alle lettere della moglie le scrive che è malato, Patsy lascia tutto per andare ad occuparsi del marito. Chiede i soldi del viaggio a Jill che ora vive nel lusso e sta per sposare un principe russo ma l’amica glieli nega. Arrivata alla piantagione Patsy scopre che il marito se la spassa con la bella indigena e vorrebbe lasciarlo ma l’uomo glielo impedisce. Il capo della piantagione interviene e conduce Patsy nel bungalow di Hugh che è preda della malaria da quando ha scoperto dai giornali l’imminente matrimonio dell’amata. Levet in preda all’alcol uccide la ragazza indigena e riporta a casa Patsy ma nel delirio vorrebbe uccidere anche lei, il capo della piantagione, avvisato da Hugh, arriva appena intempo per salvare la ragazza, finalmente Hugh e Patsy capiscono di amarsi e convolano a giuste nozze.



Thepleasuregarden


Il labirinto delle passioni è il film d’esordio alla regia di Alfred Hitchcock, una coproduzione anglo tedesca dai costumi sfarzosi e le ambientazioni italiane (girate a  Coatesa sul Lario) ed esotiche.
Si tratta di un feuilletton di torbide passioni classico del periodo, piacevole ma prevedibile. L’interesse della pellicola sta nel trovare gli stilemi che caratterizzeranno il grande regista inglese.
Sicuramente il sense of humor è presente già nella prima scena che si apre con le ballerine che scendono velocemente la scala a chiocciola e iniziano ad esibirsi, la macchina da presa inizia una panoramica dei volti lussuriosi degli attempati spettatori della prima fila fino a quando non incappa in una signora che dorme.
Il mondo dello spettacolo e soprattutto le bionde (anche solo con la parrucca di scena) diventeranno un classico della cinematografia hitchcockiana.
Mr. Hamilton è introdotto mentre fuma il sigaro sotto il vistoso cartello vietato fumare, a segnalare anche il suo potere sul Pleasure Garden.
Anche la coppia di affittacamere che si occupa amorevolmente di Patsy (saranno loro a prestarle i soldi per il viaggio negati da Jill) rappresentano un tocco comico e anticipano i caratteri degli affittacamere de Il Pensionante.



The pleasure garden


Cuddle il cagnetto di Patsy anticipa con i suoi comportamenti lo sviluppo della trama: lega immediatamente con Hugh mentre abbaia rabbioso a Levet, tanto che la battuta finale tra Patsy e la signora Sidney recita che Cuddle aveva già capito tutto: Hitchcock sembra ammiccare con lo spettatore attento che ha già intuito dove andrà a parare la storia.
Nodo centrale della teoretica hitchcockiana è il senso di colpa ed è già ben presente nel film d’esordio: l’arrivo improvviso della signora Levet getta l’indigena nello sconforto e va a rifugiarsi nel fiume forse con intenti suicidi, Levet la raggiunge e mentre la ragazza crede che voglia tornare da lei, lui la annega.
Vittima dei fumi dell’alcol Levet si crede perseguitato dal fantasma della ragazza che gli impone di uccidere Patsy e solo l’intervento risolutore del capo della piantagione potrà fermare l’uomo vittima delle sue allucinazioni. L’omicidio della ragazza è del tutto inatteso e la comparsa del suo fantasma in sovrimpressione che spinge Levet a un nuovo delitto conserva ancora tutta la sua potenza espressiva.
Controversa la presenza della diva del muto Nita Naldi, secondo alcune fonti avrebbe sostituito l’attrice prescelta per il ruolo dell’indigena, Elizabeth Pappritz.
Il film non ebbe grandissimo successo anche se garantì a Hitchcock la direzione del secondo film, L’aquila della montagna di cui era protagonista la Naldi.
Il labirinto delle passioni uscì in Inghilterra solo dopo il successo de Il Pensionante.
Alma Reville era la segretaria di produzione del film e avrebbe sposato il regista nel febbraio del 1926.

Soul

Pixar 2020


Soul


Joe Gardner, attempato insegnante di musica in una scuola media è in procinto di rinunciare ai suoi sogni e accettare un contratto a tempo pieno quando un suo ex allievo gli offre l’opportunità di esibirsi con la jazz band di Dorothea Williams. L’entusiasmo per il provino rende l’uomo distratto e Joe muore accidentalmente. Mentre si ritrova a viaggiare verso la luce Joe s’impunta e cerca in ogni modo di tornare sulla Terra per sfruttare la sua grande occasione. Viene scambiato per un mentore delle nuove anime che nell’Ante Mondo si preparano per l’esperienza terrena. Gli viene affidata 22 un’anima riottosa che da tempo immemore abita l’Ante Mondo perché non trova la scintilla che le permette di affrontare la vita. 22 porta Joe a vistare la bolla, il luogo dove le anime dei viventi esaltate dalle loro passioni vivono una sorta di trance fuori dalla dimensione spazio temporale. Con l’aiuto del mistico Spartivento Joe riesce a tornare sulla Terra dove giace in coma ma porta con sé 22 che s’incarna nel suo corpo mentre lui finisce in quello del gatto della pet teraphy ospedaliera. L’esperienza terrestre accende in 22 il desiderio di vivere ma durante un litigio Joe le dice che sta sperimentando le sue passioni e riesce a tornare sulla terra per esibirsi con Dorothea, 22 invece si lascia prendere dalla depressione perché desidera vivere senza però aver trovato una valida scintilla personale. Anche Joe è deluso perché nonostante il successo dell’esibizione la sua percezione della vita non cambia, capisce allora che la scintilla non è tanto una passione quanto la capacità di godere della vita. Tornato nell’Anti Mondo Joe salva 22 dalla depressione e ottiene per sé un’altra chance per continuare la propria vita.

Dopo l’esperienza nel regno dei morti di Coco la Pixar torna ad affrontare tematiche metafisiche con l’approccio adulto di Inside Out che torna anche nel disegno quasi contemporaneo delle figure che controllano l’Altro Mondo, i Gerry e Terry, la puntigliosa contabile delle anime dei vivi e soprattutto dei trapassati.



Souljerryterry


Il film è scorrevole e divertente, più leggero nella fruizione di quanto accadeva con Inside Out anche se il messaggio riguarda i massimi sistemi.
A me è piaciuto molto per la capacità di rileggere in chiave contemporanea un tema non nuovo al cinema dei primi anni ’40, nel periodo bellico il tema dell’al di là era presente nella cinematografia americana ed è innegabile che Soul citi due classici del genere fantastico: il protagonista del cartoon si chiama Joe come il pugile prelevato anzitempo dal mondo dei vivi da un angelo troppo zelante ne L’inafferrabile signor Jordan e sempre tra mondo terreno e l’altro mondo si muove l’esperienza dell’aviatore protagonista del capolavoro di Michael Powell e Emeric Pressburger Scala al Paradiso a cui il film Pixar s’ispira per la rappresentazione della scala verso la luce eterna.
SoulSoul ha avuto la capacità di aggiornare il filone con un tema molto contemporaneo: affermare che la vita vale la pena di essere vissuta anche senza la grande passione a cui dedicarsi, senza smettere mai di crederci e altre amenità varie, assiomi innegabili che il nostro tempo ha spogliato di molte valenze e soprattutto sembra mettere in secondo piano le vite di chi non ha una grande passione (in fondo un altro modo per dire successo). Il film ricorda come ogni vita sia degna di essere vissuta senza essere talentosi musicisti o avere altre doti. Non a caso il protagonista è una persona di colore, proprio nell’anno in cui si è dovuto ribadire il concetto che “black lives matter”, le vite cioè di quei neri che fanno una vita umile e non sono stelle dello sport o della musica.