Lo smemorato di Collegno

Italia 1962
con Totò, Nino Taranto, Erminio Macario, Yvonne Sanson, Aroldo Tieri, Andrea Checchi, Mario Pisu, Pietro Carloni, Mario Castellani, Elvy Lissiak, Franco Volpi, Riccardo Billi, Enrico Viarisio, Franco Giacobini, Gisella Sofio, Gianni Rizzo, Franco Ressel, Antonio Acqua, Mimmo Poli, Lina Alberti, Consalvo Dell’Arti
regia di Sergio Corbucci


Losmemoratodicollegno


Un uomo si barrica in un bagno pubblico per richiamare l’attenzione sulla sua situazione: non sa chi è. Viene internato in una clinica e intanto vengono pubblicate le sue foto sui giornali, tra i vari riconoscimenti i più credibili sono quello della moglie di un ricco ingegnere e quello di un ladro che ha riconosciuto nello smemorato un suo complice; l’unica cosa che si appurerà è che nessuna delle identità attribuite all’uomo è reale.



Lo smemorato dicollegno


Uno dei tantissimi film “alimentari” che sfrutta la maschera di Totò, come sempre i momenti migliori sono i siparietti comici con le spalle di pari livello, in questo caso Nino Taranto, il direttore del manicomio e Macario, il matto che divide la camera con Totò: con grande originalità non si crede Napoleone, ma Gioacchino Murat e non è per nulla guarito come dimostra lo smemorato durante il processo.



Losmemorato di Collegno


Il film rivela anche una vena malinconica: lo stesso smemorato smonta la presunta identità del facoltoso ingegnere per una forma di rettitudine: la giovane moglie di Ballarini voleva solo appropriarsi dei beni del marito e spartirli con l’amante, ma lo smemorato non ci sta a passare da cornuto anche se risarcito da una ricca fetta del patrimonio, anche la profuga istriana che lo reclamava come marito era in realtà pagata dai fratelli del Ballerini. al povero smemorato non resta che andarsene solo con un vecchio cane claudicante che è venuto a reclamarlo al processo.
Purtroppo a questo finale si attacca una scena posticcia di totò che sale sul balcone di Piazza Venezia e con la sua mimica fa la parodia del duce, chiusa ridanciana che probabilmente vuole richiamare il periodo storico in cui si svolse la vera vicenda dello Smemorato di Collegno a cui il film s’ispira molto liberamente.

The Animal Kingdom 1932

USA 1932 RKO
con Ann Harding, Leslie Howard, Myrna Loy, William Gargan, Neil Hamilton, Ilka Chase, Henry Stephenson, Leni Stengel, Don Dillaway
regia di Edward H. Griffith



The animal kingdom


Tom Collier, editore di raffinati volumi artistici, è da sempre in conflitto con il padre che teme particolarmente il ritorno della fidanzata storica del figlio, Daisy Sage, in trasferta per alcuni mesi a Parigi. Il temuto matrimonio però non ci sarà perché, durante l’assenza di Daisy, Tom si è innamorato di Cecelia Henry. Nonostante il loro fosse un rapporto molto libero, Daisy soffre molto l’abbandono di Tom e rifiuta di restare amici. Dopo qualche tempo Tom vorrebbe partecipare al vernissage della mostra di pittura di Daisy ma con il suo fare seducente Cecelia lo induce a restare a casa. Tom andrà a vedere la mostra qualche giorno dopo e c’è un riavvicinamento con Daisy che lascia la città per non riprendere la relazione. In occasione del compleanno di Tom, Cecelia organizza una festa in cui invita anche Daisy e altri vecchi amici di Tom, il suo intento è quello di dimostrare la lontananza che si è creata tra Tom, ora più dedito agli affari e i vecchi amici bohémien, ma il piano le si ritorcerà contro



Theanimal kingdom


Film tratto da una commedia teatrale di cui alcuni membri, compreso Leslie Howard, tornano anche nella pellicola.
E’ un film piuttosto anonimo nella regia e anche piuttosto noioso che sembra durare molto di più dei suoi 85 minuti: le scene con il maggiordomo Regan, ex pugile con la passione dell’alcol che ovviamente non piace alla snob Cecelia, dovrebbero rappresentare il tocco comico della pellicola ma non hanno molta verve.
L’unico vero motivo per vedere la pellicola è Myrna Loy: non per nulla questo ruolo le apre le porte della grande commedia facendole abbandonare i ruoli esotici precedenti.
Il personaggio di Cecelia Henry Collier è molto interessante, è un’arrivista che non esita a usare il sesso per ottenere i suoi scopi e le tre scene di seduzione sono magistralmente interpretate dall’attrice, immagino- anche se non ho trovato riscontri- che nelle tre sequenze ci sia lo zampino di George Cukor, regista non accreditato del film.



The animalkingdom


Anche se l’archetipo di donna arrivista è ben presente nel cinema americano seguente, solo un film precode poteva portare alle estreme conclusioni sul personaggio di Cecelia: dopo aver rivisto Daisy alla festa, Tom inizia a capire la natura della moglie, che usa il sesso per manipolare le persone, la seconda scena di seduzione è infatti con Owen, l’avvocato di famiglia che Cecelia vuole tirare dalla sua parte perché convinca il marito a entrare in società con una grande catena editoriale che realizza romanzetti scadenti.
Ormai immune al fascino della moglie, Tom le fa presente che la camera dove ha allestito la loro cenetta romantica gli ricorda un bordello che frequentava a Londra. Capito che la moglie vuole i soldi promessi dal padre se si trasferiranno da lui, Tom le lascia l’assegno sul caminetto com’era usanza nella casa di piacere della sua gioventù e se ne va con fedele maggiordomo da quella che considera la sua vera moglie, anche se il loro legame non è mai stato sancito davanti alla legge ma è un’affinità elettiva che si concretizza nella stessa visione del mondo e dell’arte.

Darby O’Gill e il re dei folletti

Darby O’Gill and the Little People
USA 1959 Disney
con Albert Sharpe, Janet Munro, Sean Connery, Jimmy O’Dea, Kieron Moore, Estelle Winwood, Walter Fitzgerald, Denis O’Dea, J.G. Devlin, Jack MacGowran, Farrell Pelly, Nora O’Mahoney
regia di Robert Stevenson



Darby o'gill and the little people


Darby O’Gill è il vecchio custode della tenuta del signorotto della contea che trascorre la maggior parte del suo tempo al pub a raccontare della sua amicizia con il re dei folletti. Il proprietario decide quindi di mandarlo in pensione e affidare la tenuta al giovane Michael McBride che arriva da Dublino. Darby si preoccupa soprattutto per la figlia Kathy, costretta a lasciare la casa in cui è cresciuta e chiede a Michael di non dirle niente e lo fa passare per un suo aiutante. Intanto il re dei folletti, saputo della cacciata di Darby lo attira nel suo regno con un inganno, dato che non potrà più abbandonarlo, ma il vecchio Darby fugge, sempre per raggiungere la figlia e riesce a sua volta a intrappolare Re Brian per poter esprimere i tre deisderi più congeniali al destino di Kathy che intanto non disdegna le attenzioni del bullo del villaggio, Pony Sugrue, ma è anche attratta da Michael fino a quando non scopre la verità sul suo vero lavoro. Sconvolta esce di notte e finisce per ammalarsi, Darby sente la Banshee piangere e vede il cocchio della morte e chiede a re Brian di poter salire sul cocchio al posto della figlia, il re dei folletti lo concede ma poi con un trucco dei suoi libera Darby salvando così il padre e la figlia che nel frattempo ha capito le buone intenzioni di Michael.



Darbyo'gillandthelittlepeople


Un classico dei live action Disney, ispirato alla cultura gaelica. Walt Disney aveva in mente il progetto fin dalla fine degli anni ’40, dopo un viaggio in Irlanda ma lo realizzò una decina di anni dopo affidando la regia a uno dei più fidati registi della sua scuderia, Robert Stevenson, il regista di Mary Poppins.
Nonostante abbia superato i sessant’anni, la pellicola si rivela ancora piacevole alla visione, regalando una graziosa fantasia sulle leggende celtiche tratte da una raccolta di racconti omonima del 1902, scritta da Herminie Templeton Kavanagh.
Gli effetti speciali sono pochi e relativi al rapporto tra Darby e il suo minuscolo amico/rivale, non manca l’elemento gotico nelle sovraimpressioni a effetto negativo della Banshee e del cocchio della morte con cui Darby combatte strenuamente per salvare la figlia.
Un altro elemento d’interesse è la presenza di un poco più che debuttante Sean Connery che canta con voce profonda My Pretty Irish Girl insieme alla coprotagonista Janet Munro e la canzone ebbe anche un notevole successo di vendite.



Darby o gill eilredei folletti


Il film non venne distribuito nelle sale italiane e arrivò nel nostro Paese solo nel 1988 per un ciclo in prima serata su Rai 1 di classici della Disney, il doppiaggio risale a quel periodo e risulta un po’ approssimativo, soprattutto nella traduzione di alcuni termini della mitologia irlandese (Banshee al maschile, per esempio).

Breakfast Club

The breakfast club
USA 1985
con Judd Nelson, Molly Ringwald, Emilio Estevez, Anthony Michael Hall, Ally Sheedy, Mercedes Hall, Paul Gleason, Tim Gable, Mary Christian, Perry Crawford, Ron Dean, John Kapelos
regia di John Hughes



Thebreakfastclub


Cinque ragazzi di un liceo americano ricevono una punizione: trascorrere un intero sabato nella biblioteca della loro scuola con l’unica compagnia del severo preside che assegnerà loro un tema : Chi sono io? Più che svolgere il compito i ragazzi parleranno tra loro, superando, forse solo per quel giorno, le differenze che li dividono



The breakfast club


Un classico della teen comedy anni’80 che si conferma ancora attualissimo nello scavo dei malesseri adolescenziali e la nostalgia che diventa incomprensione da parte degli adulti.
E’ proprio la verità dello studio piscologico a dare forza al film che per il resto presenta caratteristiche molto classiche: l’unità di tempo e di luogo, si svolge tutto all’interno della scuola e al massimo negli esterni adiacenti all’istituto. La caratterizzazione degli cinque protagonisti nei tipi classici degli studenti americani: lo sportivo, il secchione, la disadattata, la ragazza popolare e il ribelle. Anche la formazione delle coppie è quella classica della bella che battibecca e poi s’innamora del ribelle, e lo sportivo che si accorge della stramba solo quando viene ripulita e truccata secondo i canoni del momento.
La capacità di mescolare gli elementi quasi ovvi della commedia a momenti di grande intensità ha reso il film un cult citato in canzoni e d’ispirazione per molte serie teen, direi che le celeberrime scene iniziali di Beverly Hills 90210 riprendono l’incipit della pellicola di cui va menzionata anche la canzone d’apertura, niente meno che Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds, appositamente scritta per il film.

Pallottole su Broadway

Bullets Over Broadway
USA, 1994
con John Cusack, Dianne Wiest, Jennifer Tilly, Chazz Palminteri, Mary-Louise Parker, Jack Warden, Joe Viterelli, Rob Reiner, Tracey Ullman, Jim Broadbent, Harvey Fierstein, Stacey Nelkin, Malgorzata Zajaczkowska, Charles Cragin, Nina Sonja Peterson, Edie Falco, Hope W. Sacharoff, Debi Mazar, Brian McConnachie, Tony Sirico
regia di Woody Allen



Bullets overbroadway


New York, anni ’20 il giovane drammaturgo David Shayne è deciso a dirigere in prima persona la sua ultima commedia. Il suo agente, Julian Marx, trova come unico finanziatore un boss della mafia Nick Valenti, che vuole accontentare la sua amante, Olive Neal e farla debuttare come attrice. David cede al compromesso ma in cambio pretende un cast di grido, in particolare la protagonista dovrà essere la celebre Helen Sinclair, stella di Broadway un po’ in declino. Helen fa di tutto per manipolare David e migliorare il suo personaggio che ritiene non all’altezza della sua fama. David trova un insperato supporto nella riscrittura della commedia in Cheech, uno scagnozzo di Valenti che il boss ha scelto come guardia del corpo di Olive, ma sarà proprio Cheech ad eliminare la ragazza quando capisce che la sua inettitudine a recitare è l’ostacolo al successo della piéce. Scoperto da Valenti Cheech viene ucciso nel teatro durante la prima e gli spari vengono letti dai critici come un raffinato colpo di scena.



Pallottolesubroadway


Divertente commedia di Woody Allen che è anche una profonda riflessione sull’arte.
Con un’acuta trovata degna di Cheech la guardia del corpo non si innamora della sgallettata attricetta come sarebbe prevedibile ma scopre di avere un talento innato per la drammaturgia che inizialmente mette al servizio di David ma ben presto, come ogni Autore che si rispetti, lo scagnozzo s’innamora della sua opera e compie un gesto estremo: eliminare fisicamente l’attrice cagna che sta rovinando la sua commedia, anche se è l’amante del suo boss e quindi la scelta lo porta a rinnegare tutto il sistema di organizzazione mafiosa su cui ha basato la propria vita, pagando il prezzo in prima persona.
Un gesto estremo che però apre gli occhi al giovane drammaturgo: nonostante gli anni passati a studiare, le mille discussioni sull’arte non ha mai avuto il talento naturale per la scrittura di Cheech, così la commedia che decreta il suo successo lo porta a rinunciare alla carriera e tornare a Pittsburgh con la donna che ama.
Woody Allen infarcisce questo nocciolo doloroso con le sue battute fulminanti e una serie di personaggi irresistibili: la diva in declino che manipola a piacer il giovane scrittore facendolo infatuare, il comprimario con problemi di peso, l’attrice simpaticamente svampita e l’amante del boss, ballerina di fila con velleità artistiche: Olive è rossa come Clara Bow, l’attrice regina delle flapper girls anni’20, sguaiata come la Billie Dawn di Judy Hollyday in Nata Ieri di cui riprende anche la scena del solitario a carte.
La perfetta ricostruzione d’epoca torna anche nei costumi e nelle scenografie.

La segretaria quasi privata

Desk set
USA 1957 20th Century Fox
con Katharine Hepburn, Spencer Tracy, Gig Young, Joan Blondell, Sue Randall, Dina Merrill, Neva Patterson, Diane Jergens, Merry Anders, Ida Moore
regia di Walter Lang


Deskset


L’Ufficio Quesiti di un’importante radio nazionale è gestito dalla caporetaparto Bunny Watson che con la sua memoria prodigiosa e l’aiuto di altre tre colleghe gestisce le domande più complesse. L’arrivo dell’ingegnere Richard Sumner che sta installando dei cervelli elettronici per la società, getta le impiegate nella paura di essere licenziate. Cosa che puntualmente avviene ma per un errore della macchina che manda una lettera di licenziamento anche al direttore generale. Intanto Bunny e Richard s’innamorano, liberando la donna dal lungo rapporto senza costrutto con il direttore del suo reparto.



La segretariaquasi privata


Il penultimo film della coppia Katherine Hepburn / Spencer Tracy è una graziosa commedia sentimentale che ha il merito di essere il primo film in cui un computer ha un ruolo centrale e non fantastico ma quello che sarebbe poi diventato molto realistico della sostituzione della forza lavoro umana, ma essendo nient’altro che una graziosa commediola hollywoodiana il tema viene solo sfiorato e non certo approfondito e per quanto le quattro impiegate dell’uffico quesiti siano preparatissime e in grado di sconfiggere il cervello elettronico, il loro interesse principale sembra essere quello di trovare marito e sistemarsi. Ipotesi che sta sfumando per le due veterane Bunny e Peg (Joan Blondell) che già prefigurano un futuro da zittelle gattare.



Desk set


Nonostante le sue stupefacenti capacità intellettive Bunny si perde in una relazione con il direttore dell’ufficio, Mike Culter troppo impegnato a pensare alla carriera, che si ricorda della fidanzata a ogni morte di papa e rimanda gli appuntamenti per inseguire le promozioni. L’arrivo di Sumner, sorpreso da Culter a casa della fidanzata dopo un violento acquazzone, ringalluzzisce lo storico fidanzato ma ormai è troppo tardi.



Lasegretaria quasiprivata


Il film è sorretto ovviamente dalla bravura dei due protagonisti e dei comprimari, c’è la figura surreale della vecchia modella che posò per la prima pubblicità e ancora si aggira negli uffici anche se è una vecchia signora molto âgée.
La segretaria quasi privata è anche il primo film in technicolor della coppia Hepburn/ Tracy e sono davvero notevoli i titoli di testa costruiti su geometrie che riprendono i quadri di Mondrian.

Shanghai Express

USA 1932, Paramount
con Marlene Dietrich, Clive Brook, Anna May Wong, Warner Oland, Eugene Pallette, Lawrence Grant, Louise Closser Hall, Gustav von Seyffertitz, Emile Chautard, Claude King, Neshida Minoru
regia di Josef von Sternberg



Shanghai express


Nella Cina sconvolta dalla guerra civile, la prima classe del treno che da Pechino va a Shanghai è in subbuglio per la presenza a bordo di due vistose prostitute: la cinese Hui Fei e l’occidentale Shanghai Lily. Grande sarà la sorpresa dell’uficiale britannico Harvey nello scoprire che Shanghai Lily altro non è che Madeleine, la donna che non ha mai dimenticato, Durante il viaggio il treno viene fermato per arrestare un capo dei ribelli a quel punto Henry Chang si rivela come il capo dei rivoluzionari e prende possesso del convoglio cercando un’importante personalità da scambiare con il suo braccio destro arrestato. il capitano Harvey è il prescelto. L’ufficiale però aggredisce Chang quando cerca di insidiare Shanghay Lily. Scoperto che prima di effettuare lo scambio dei prigionieri Chang ha intenzione di accecare Harvey, Shanghai Lily accetta di diventare l’amante del signore della guerra ma Hui Fei uccide Chang per vendicare un’insidia che aveva subito durante il viaggio. Il reverendo Carmichael che pure era tra i più scandalizzati dalla presenza delle due cortigiane, vorrebbe rivelare ad Harvey il sacrificio che la Shanghay Lily era disposta a compiere per lui ma la donna glielo impedisce perché vuole essere amata nonostante il suo passato, cosa che puntualmente avviene.



Shanghai express


Il più celebre dei sette film girati dalla coppia Dietrich / von Sternberg che rende perfetta e iconica l’immagine della diva tedesca con eccezionali giochi di luce (il film fu premiato per la miglior fotografia) che esaltano la bellezza dell’attrice.
La storia è un melodramma amoroso non originalissimo e che vedremo anche in seguito ad esempio in Ombre Rosse con il contrasto tra la prostituta di buon cuore e i borghesi ipocriti che si rivelano essere meno nobili d’animo di chi si prostituisce. Anche i vari compagni di viaggio di Shanghay Lily non sono poi così irreprensibili come vorrebbero apparire, per esempio l’ufficiale francese cacciato dal corpo per furto che viaggia ancora in divisa per non dare un dolore alla sorella quando la incontrerà alla fine del viaggio…



Shangha-express


Su questo sfondo corale s’innesta la storia d’amore tra Shanghay Lily e il capitano Harvey: il loro amore è finito per la gelosia irragionevole di lui, il nuovo incontro riaccende la passione in entrambi ma la donna sa che il rapporto non potrà durare se l’amato non è disposto a mettere da parte l’orgoglio e ad accettarla per quello che è.


Shanghai-express.


Nonostante sappia tenere il punto fino alla fine, l’incontro con il suo grande amore mai dimenticato ha lasciato un segno profondo in Lily che ritrova il coraggio di pregare per salvare la vita di Harvey in balia di Chang, suscitando così l’ammirazione del reverendo Carmichael, in fondo come lascia intuire il nome della donna Madeline, quella di Shanghay Lily è la storia di una Maddalena redenta dalla forza dell’amore terreno e anche la scena più iconica del primo piano di Marlene Dietrich ripresa da una luce che la illumina dall’alto rimanda a un’iconografia religiosa dei santi che Josef von Sternberg sa sdrammatizzare con l’immancabile fumo di sigaretta.

Sua Eccellenza si fermò a mangiare

Italia 1961
con Totò, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Virna Lisi, Lia Zoppelli, Lauretta Masiero, Jole Mauro, Ignazio Leone, Salvo Libassi, Nando Bruno, Anna Campori, Vittorio Congia, Pietro De Vico, Ughetto Bertucci, Ely Drago, Mario Siletti, Totò Mignone, Francesco Mulè, Tina Perna, Flora Carabella, Edy Biagetti, Nando Angelini
regia di Mario Mattoli



Sua eccellenza si fermò a mangiare


Ernesto, mentre è con l’amante, telefona alla moglie inventando di aver ritrovato un amico di vecchia data. Il giorno dopo si presenta a casa sua il dottor Tanzarella in persona a suffragare il racconto, si tratta in realtà di un ladro che era nascosto nell’appartamento durante la telefonata di Ernesto e ora lo vuole ricattare. Non sa però che il nome scelto buttando l’occhio su una rivista è il medico personale del Duce così la contessa Bernabei, suocera di Ernesto, invita il dottore a un pranzo a cui parteciperà anche un ministro. Il lestofante accetta per rubare le preziose posate d’oro che saranno usate per l’occasione. Tanzarella presenta l’amante di Ernesto come la propria moglie ma la donna ha avuto anche un fugace incontro con il ministro finita con una défaillance dello stesso…

Sua Eccellenza si fermò a mangiare è l’ultimo film girato da Mattoli con Totò: il lunghissimo sodalizio pare si interruppe per uno screzio sul set.
Il film è una pochade sullo scambio di ruoli a partire dalla “materializzazione” del personaggio fittizio inventato da Ernesto per giustificarsi con la moglie, il fatto che senza volerlo il marito fedifrago abbia scelto il nome di un personaggio molto vicino al Duce mette in moto tutta una serie di situazioni paradossali che sottolineano alcune caratteristiche italiane che esulano dal solo periodo fascista, prima di tutto l’ossequisità coi potenti nella speranza di fare carriera.
La pellicola si diverte anche a giocare con il gallismo italiano: la bella moglie di Ernesto è preoccupata perché il marito la trascura da tre mesi, indecisa se la tradisca o se sia malato ma ben più grave è la situazione del ministro che ritrova nei panni della signora Tanzarella una donna con cui aveva fatto cilecca in un incontro occasionale: il timore è che la voce si sparga e arrivi anche all’aitante capo della nazione.
Anche Ernesto, preferisce passare da ladro delle preziose posate d’oro piuttosto che fingersi cornuto per coprire il ministro; l’unico che riuscirà nell’intento di portare a termine il colpo con il placet degli ospiti è il ladro interpretato da Totò, disonesto quanto si vuole ma assai meno ipocrita dei ricchi commensali.

Diabolik

Italia 2021 01distribution
con Luca Marinelli, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Alessandro Roia, Serena Rossi, Claudia Gerini, Pier Giorgio Bellocchio, Roberto Citran, Luca Di Giovanni, Antonino Iuorio, Vanessa Scalera, Daniela Piperno
regia: Manetti Bros


Diabolik


Mentre Diabolik terrorizza la citta di Clerville, torna dal Sudafrica la ricchissima e bellissima lady Kant con un celebre diamante rosa. Diabolik organizza il furto ma la donna lo sorprende confessandogli che il diamante è un falso e l’originale è stato venduto per sventare un ricatto. Diabolik controlla la pietra e le parole di Eva Kant trovano conferma: per la prima volta il cinico ladro ha trovato una donna di cui fidarsi. A casa intanto lo aspetta Elisabeth Gay, ragazza follemente innamorata del suo alterego “normale”, Valter Dorian. Benché succube del compagno, Elisabeth scopre il nascondiglio segreto di Diabolik e avvisa la polizia: finalmente Ginko riesce a catturare il pericoloso rapinatore che viene condannato a morte, ma con l’aiuto di Eva Kant Diabolik sfugge alla ghigliottina sacrificando al suo posto il vice ministro della giustizia, Giorgio Caron, un corrotto che ricattava anche Eva Kant. Scoperto che il tesoro di Caron si trova in una cassetta segreta a Ghenf, Diabolik si fa aiutare da Eva Kant ad organizzare un ingegnoso piano che però vuole eseguire da solo ma ancora una volta sarà la ragazza a salvarlo da Ginko.



Diabolik


Premetto che non ho mai letto nessun fumetto di Diabolik per cui ho nutrito un odio latente visto che ho dovuto subire diversi indesiderati pizzicotti per controllare se non avevo la maschera come Eva Kant, data l’omonimia, vabbè.. disgrazie della preadolescenza.
Al netto della scarsa conoscenza del fumetto, ho apprezzato molto il film dei Manetti Bros. anche se i trailer cinematografici non mi avevano convinto.
Sono rimasta conquistata dalla perfetta ricostruzione filologica della Milano (pardon Clarville) anni’ 60: ineccepibile la scenografia fatta solo di palazzi razionalisti e oggetti di design, i costumi di Eva Kant erano raffinatissimi con molte citazioni alle bionde hitchcockiane, a un certo punto c’è anche la famosa acconciatura di Vertigo e in fondo Eva Kant è una donna che visse anche più di due volte come scopriamo dai ricatti che ha subito da Caron, una perfetta dark lady in un film che non teme di riscoprire le atmosfere noir, attualmente un po’ in declino.
Il discorso filolofico continua anche nel taglio registico e soprattutto nella parte iniziale ci sono dei movimenti di macchina che non fanno ben capire con quale punto di vista ci stiamo immedesimando: alcune scene sembrano riprese da un nascondiglio come se Diabolik o chi per lui stesse spiando la situazione ad esempio nel primo incontro tra il falso Ginko ed Eva Kant, altre volte i movimenti di macchina s’immedesimano con pov dello spettatore spostandosi da una parte all’altra della stanza per capire dove è fuggito il rapinatore.
Le atmosfere notturne, le scorribande in macchina sono un tratto distintivo anche di Coliandro ma i Manetti Bros hanno saputo declinarle nel tono elegante e algido che caratterizza il film. Nonostante la mancanza di vorticose scene d’azione e la lunghezza, Diabolik riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, grazie alla bravura del trio di protagonisti e alla corte di caratteristi, collaboratori di lungo corso dei registi.
Molto bella anche la canzone dei titoli di testa e di coda firmata da Manuel Agnelli.

Freaks out

Italia 2021
con Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini, Giorgio Tirabassi, Max Mazzotta, Franz Rogowski, Anna Tenta, Sebastian Hülk, Francesca Anna Bellucci, Astrid Meloni
regia di Andrea Mainetti



Freaks out


La guerra, soprattutto dopo l’Armistizio, rende la vita difficile anche ai circensi così Israel che dirige il circo Mezzapiotta propone ai suoi artisti di trasferirsi in America, con poco entusiasmo degli stessi, tanto che quando Israel scompare con i loro risparmi pensano di esser stati fregati. Solo Matilda vuole cercare Israel mentre i suoi tre compagni sono attirati dal Berlin Circus organizzato da un gerarca nazista, abilissimo pianista a sei dita, che in realtà cerca freaks dai super poteri per poter rovesciare i destini di sconfitta della Germania che conosce dalle sue visioni lisergiche. Mentre Cencio, Fulvio e Mario finiscono torturati da Franz, Matilda incontra i partigiani del Gobbo e scopre che Israel è stato caricato su un treno verso i campi di concentramento. La ragazza cerca i suoi vecchi sodali salvandoli dalle torture di Franz per cercare di liberare Israel, ma Franz si mette sulle loro tracce perché la ragazza elettrica è proprio l’elemento che gli permetterà di ribaltare le sorti della guerra…



Freaks out


Fortunati quelli che hanno visto il film in sala, prima dello scoppio di questa orrenda guerra che getta la sua ombra cupa anche sul cinema e ti fa pensare a una probabile regressione da film ironici sul tema nazista come questo o Bastardi senza gloria ma evitiamo le considerazioni sul film alla luce della guerra e cerchiamo di concentrarci sull’opera seconda di Mainetti: se l’opera seconda è sempre quella più complicata, soprattutto se si arriva da un esordio fulminante come quello di Lo chiamavano Jeeg Robot, Freaks out ha indubbiamente il merito di chiarirci l’idea autoriale del regista che è indubbiamente postmoderna e gli permette di realizzare film in cui coniuga mondi e riferimenti diversissimi tra loro riuscendo a renderli credibili: i disegni, le allucinazioni e soprattutto il tavolo di Franz dove spicca lo spremi agrumi futuribile di Alessi, lo Juicy Salif rendono perfettamente il mondo cinematografico dell’autore che tiene insieme suggestioni chapliniane, tarantiniane e neorealiste in una reinvenzione spaghetti comics degli Xman, e si ferma un attimo prima di citare La Signora di Shanghai di Welles; la conoscenza cinematografica dell’autore è davvero notevole e soprattutto non è mero esercizio stilistico ma come nell’opera precedente Mainetti rivela una profonda sensibilità nei confronti dei suoi personaggi con vilain memorabili a cui in fondo si vuole anche un po’ bene (debbo però confessare che per me Lo zingaro resta inarrivabile).



FreaksOut


C’è una grande attenzione al mondo femminile, in questo caso Matilde non è più comprimaria come l’Alessia di Jeeg Robot maè l’eroina che deve scoprire la propria forza come il protagonista del primo film. La ragazza elettrica di Freaks out che ha ucciso involontariamente la madre e ha vissuto tutta la sua vita senza contatti con gli altri per paura di ripetere il terribile incidente, mette in gioco tutta sé stessa per salvare Israel, sostituto della figura paterna e finalmente accetta la propria natura supereroica.
Morale e finale “bombarolo” riprendono le tematiche di Lo chiamavano Jeeg Robot ampliati dall’ambientazione nell’Italia post Armistizio del 1943 di cui il regista offre una buona ricostruzione storica nel rastrellamento del Ghetto di Roma e nella figura del Gobbo, figura storica della resistenza romana e offrirebbe molti spunti di riflessione sulla situazione odierna il fatto che proprio la figura storica, per quanto esasperata, sia stata la più controversa del film…



Freaksout


Un difetto però lo devo stigmatizzare, anche perché lo avevo già notato ne La fiera delle illusioni: l’uso massivo degli effetti speciali rende la fotografia molto azzurrata e mi ricorda tanto le serie Netflix: so che de La fiera delle illusioni uscirà una versione in bianco e nero, forse per i film ambientati negli anni ’30 e ’40 sarebbe il caso di tornare al B/N per uscire da una certa omologazione visiva, senza troppo timore di spaventare lo spettatore da blockbuster.