Il porto delle nebbie

Le Quai des brumes
Francia, 1938
con Jean Gabin, Michel Simon, Pierre Brasseur, Michèle Morgan, René Génin, Edouard Delmont, Kiki, Jenny Burnay, Raymond Aimos, Roger Legris, Robert Le Vigan
regia di Marcel Carné



Lequaidesbrumes


Il disertore Jean arriva a Le Havre in cerca di un imbarco. Senza soldi, finisce al Panama, un locale lungo la spiaggia. Qui incontra Nelly una bella ragazza che Jean crede una prostituta. In realtà Nelly cerca di sfuggire alle attenzioni di Zabel, il suo tutore, un losco individuo che ha ucciso il suo fidanzato. La mattina seguente Jean e Nelly vengono infastiditi dal gangster Lucien e dai suoi scagnozzi ma Jean non esita a metterli a posto. La sera Jean schiaffeggia ancora pubblicamente Lucien poi s’imbarca per le Americhe ma prima di partire torna a salutare un’ultima volta Nelly e la salva da Zabel che muore nella colluttazione. Dopo aver promesso alla ragazza che appena sistemato le dirà dove raggiungerlo, Jeansi dirige verso la nave ma Lucien gli spara alle spalle.



Lequaidesbrumes


Uno dei capolavori del cinema francese, firmato dalla coppia Carné-Prevert, tratto dal romanzo di Pierre Mac Orlan e non da quello di Simenon.
Una storia tragica che ben rispecchia i tempi, addirittura il film fu accusato di disfattismo e si essere una delle cause morali della vittoria nazista (cfr. Il Mereghetti).
Tutto rimanda alla tragedia incombente, già dal titolo la nebbia spessa della Normandia soffoca la speranza e nella fotografia di Eugen Schüfftan illividisce la città portuale.
Il Panama, locanda bizzarra come il suo omonimo gestore, sembra una essere un punto di speranza per i disperati: è lì che l’ubriacone conduce Jean quando scopre che è senza soldi, Panama non avrà nessun problema a rifocillarlo anche senza denari. Nella taverna si trovano i personaggi più disparati, sola in cucina c’è Nelly mentre al bar siede un pittore che dice di dipingere quello che c’è dietro le cose, di vedere un annegato in un nuotatore, ancora allusioni alla morte. Il pittore si suicida la notte stessa e lascia i suoi abiti e i suoi documenti a Jean che così potrà lasciare indisturbato la Francia con il primo cargo. Quella che sembra la soluzione ideale viene rovinata da Panama che, convinto di far bene, getta in mare la divisa del disertore che viene ritrovata non lontano dal cadavere di Maurice.
La fatalità, il caso la fanno da padrone e sono temi che dopo la guerra verranno mutuati dal cinema americano nel genere più famoso del periodo posto bellico, il noir.
Il guaio più grande però resta l’amore: Jean è già al sicuro sulla nave quando sente il bisogno di salutare per l’ultima volta Nelly, arriva giusto in tempo per salvarla dal viscido Zebel ma Lucien, il gangster che ha umiliato più volte in pubblico lo vede uscire dal negozio di Zebel e gli spara vigliaccamente alle spalle.
L’amore tragico di Jean e Nelly arriva al cuore del pubblico ma come in tutte le loro collaborazioni, Carné e Prevert sanno rivestire una trama popolare di sottili rimandi intellettuali e di simbolismi: basta pensare al cagnetto randagio che si appiccica al soldato appena lo incontra. Quando Jean scende dalla nave per l’ultimo incontro con Nelly, lo lascia legato in cabina ma prima che la nave parta, il cane riesce al liberasi e a fuggire e il film si chiude con questo simbolo di amore e fedeltà/lealtà che si allontana, forse in cerca di un’altra coppia di “amanti perduti” come Jean e Nelly.

La lunga estate calda

The Long, Hot Summer
USA 1958, 20th Century Fox
con Paul Newman, Joanne Woodward, Anthony Franciosa, Orson Welles, Lee Remick, Angela Lansbury, Richard Anderson, George Dunn, Sarah Marshall, Mabel Albertson, Jess Kirkpatrick, J. Pat O’Malley
regia di Martin Ritt



Lalungaestatecalda


Ben Quick, giovane spiantato perseguitato dalla nomea di incendiario, arriva in un paesino del Mississippi dove riesce ad affittare un terreno dal figlio del più ricco proprietario della cittadina. Quando Will Varner torna dall’ospedale dov’era ricoverato, vorrebbe cacciare Quick per la sua nomea ma trova nel giovanotto una grinta che manca ai suoi figli, il molle Jody e l’altera Clara che amoreggia senza costrutto con Alan Stewart, rampollo della più antica famiglia del paese.
Will vorrebbe dei nipoti così mette Clara davanti a una scelta: o conclude da Stewart o sposa il protetto del padre per cui la ragazza ha nutrito un’avversione fin dal primo casuale incontro ma che in realtà l’ha colpita e la conquista tenendo testa al borioso padre.



Thelonghotsummer


Tratto da alcuni racconti di William Faulkner, La lunga estate calda è la classica produzione dei tardi anni ’50 dall’impianto molto teatrale sorretta dalla bravura degli attori.
Il mondo è sempre quello duro degli stati del Sud dove il pregiudizio regna sovrano. Altro tema portante ma latente, dati i puritani anni ’50 è il sesso, attorno a cui ruota tutta la trama. Will Varner vedovo di una donna molto amata, ha da lungo tempo un’amante Minnie Littlejohn (Angela Lansbury) che dopo la malattia dell’uomo decide che è il momento di farsi impalmare e tra mille moine riesce ad ottenere il suo scopo.
Jody, nonostante soffra pesantemente la bassa stima che gli dimostra il padre, è felicemente sposato con Eula bellissima e superficiale che attira le attenzioni di tutti i giovani che la notte vanno ad ululare sotto le sue finestre.



La lungaestatecalda


Clara è un’aliena in questo mondo, lo dimostra anche il suo look con i capelli sempre raccolti da cui non sfugge neppure una ciocca. Amante della cultura e del buon gusto, si accontenta di fare la maestra in paese e trova un’affinità elettiva con Alan Stewart, succube di una madre troppo invadente e forse omosessuale.
L’arrivo del magnetico Ben Quick scombina tutti gli equilibri: Will rivede in lui la sua grinta giovanile, l’energia e il piglio per gli affari che i figli non hanno ereditato, Jody si sente definitivamente scalzato dal ruolo di primogenito e la gelosia lo porterà ad appiccare un’incendio con l’intento di uccidere il padre, mentre la raffinata Clara non è certo insensibile al fascino maschio di Ben ma gli resiste fino a quando ne scopre le debolezze (la fama d’incendiario è ingiusta) e il senso di giustizia.



La lunga estate calda


La pellicola si lascia guardare con piacere e anche se alla fine si capisce che la sostanza era poca, resta l’inconsueta soddisfazione metacinematografica di sapere che l’amore di Clara e Ben è durato tutta la vita visto che sul set nacque l’amore tra Joan Woodward e Paul Newman.

L’eredità

The Laurel-Hardy Murder Case
USA 1930

con Stan Laurel, Oliver Hardy, Frank Austin, Stanley Blystone, Dell Henderson
regia di James Parrott



Leredità


Mentre Stanlio pesca sul molo, Ollio legge sul giornale che un notaio cerca gli eredi di Belisario Laurel e convince l’amico a presentarsi all’appuntamento per esigere l’eredità. Quando arrivano al vecchio maniero trovano la polizia che sta facendo pernottare tutti i possibili eredi nella magione perché si presume che tra essi si celi l’assassino di Belisario. Costretti a restare Stanlio e Ollio passano una notte da incubo in cui tutti i coinquilini vengono eliminati, anche la polizia… ma è solo un sogno di Ollio.



The laurel hardy murder case


Cortometraggio che fa la parodia del mistery, genere che ha la sua punta di diamante ne Il Castello degli Spettri di Paul Leni, Stanlio ne imita la mano adunca abbracciando Ollio che sobbalza scatenanto il terrore in entrambi, ovviamente la mdp è posta in modo che non si capisca che si tratta della mano di Stanlio.
Vecchie magioni, notti da tregenda, un gruppo di persone costrette a pernottare e tra loro si cela un pazzo omicida pronto a continuare con i delitti pur di ottenere il proprio scopo. Tutto presente in questa comica, declinato nel solito modo irriverente dei due comici: oltre agli effettivi motivi di terrore le disattenzioni di Stanlio scatenano altra paura, c’è pure l’inquietante maggiordomo che si mette a fare delle smorfie scimmiesche lasciando basiti i due e non manca il pipistrello che si infila sotto le lenzuola con Stanlio e Ollio, tanto per sottolineare il legame parodistico con il film muto The Bat.


Leredità


E’ la prima volta in cui Ollio usa una frase che diventerà tipica del suo rapporto con Stanlio: “here’s another nice mess you’ve gotten me into” letteralmente ecco un altro pasticcio in cui mi hai cacciato, che diventa guarda in che guaio mi hai cacciato.

The Getaway

USA 1972
con Steve McQueen, Ali MacGraw, Ben Johnson, Sally Struthers, Al Lettieri, , Slim Pickens, Richard Bright, Bo Hopkins, Jack Dodson, Roy Jenson, Dub Taylor
regia di Sam Peckinpah



The getaway


Dopo quattro anni di carcere Doc McCoy chiede la libertà condizionata per buona condotta che gli viene negata. Capisce che per uscire dal carcere deve scendere a patti con Jack Beynon, un faccendiere corrotto. McCoy manda la moglie Carol a riferire a Beynon la sua disponibilità e si ritrova libero con il compito di portare a termine una rapina. Durante il colpo uno dei rapinatori spara a un poliziotto, il compagno lo uccide e vorrebbe liberarsi di McCoy e la moglie ma ha la peggio. I due fuggono credendolo morto ma Rudy si riprende e si mette sulle loro tracce. McCoy scopre che la refurtiva è minore di quella riferita dai media, chiede spiegazioni a Bynon scoprendo l’intrallazzo con il direttore di banca e soprattutto nonostante Carol spari a Baynon prima che parli, intuisce che la moglie si è concessa al faccendiere per ottenere la sua libertà.
Inseguiti dall’ex complice, dagli scagnozzi di Baynon e la polizia, Doc e Carol iniziano una lunga fuga verso il Messico.



The getaway


Da Sam Peckinpah, reiventore del western, maestro della messa in scena della violenza, ci si aspetterebbe un thriller più adrenalinico invece The Getaway è fondamentalmente una storia d’amore, la ricostruzione del rapporto di fiducia tra un uomo e una donna dopo il carcere un tradimento fatto per amore: c’è il desiderio di separarsi ma solo insieme i due possono riuscire a raggiungere la libertà.
La parte iniziale del film è sicuramente la più bella: il parallelo tra gli animali selvatici che vivono attorno al carcere in una situazione di cattività e spaesamento uguale a quella di Doc. Il senso di alienazione è dato dalla musica incessante dei telai a cui lavorano i detenuti, il montaggio diventa quasi un flusso di coscienza tra la realtà coercitiva e l’anelito di libertà rappresentato dal ricordo di Carol. Anche la passeggiata sul fiume dopo la scarcerazione con Doc che guarda sognante i ragazzini giocare e il ricordo di un tuffo con l’amata si trasforma nel presente (i due tornano in camera fradici).
Tutto il lirismo del regista è concentrato nel sogno di libertà, il tono cambia con la riscossione del prezzo per la libertà ottenuta: la rapina in banca, i brutti ceffi che agiranno con McCoy, il prevedibile nervosismo che sfocia in tragedia addentra la trama in toni e luoghi ancora più drammatici: la resa dei conti con Baynon e la fuga mentre Rudy s’impossessa della vita del veterinario da cui si fa curare, auto e moglie compresa fino a portare l’uomo al suicidio: Rudy e Fran diventano l’antitesi di Doc e Carol.



Thegetaway


Niente più cerbiatti e natura incontaminata ma lo squallore delle cittadine del Texas, gli ingranaggi che incombono sono quelli zozzi e mortali di un camion di raccolta rifiuti e solo nella discarica Doc e Carol ritrovano il senso della loro unione.
Un viaggio in una relazione raccontato con un genere insolito, il thriller d’azione di cui Peckinpah conserva il gusto per il colpo di scena, anche ironico: la perdita della valigetta con i soldi e l’inseguimento sul treno del truffatore, la resa dei conti nell’hotel di El Paso.



Thegetaway


Il montaggio è sicuramente l’elemento di forza del film, assieme alla colonna sonora di Quincy Jones che pare non fosse molto gradita al regista.
Bellissima Ali McGraw ma Steve McQueen qui è davvero The King of Cool per il sangue freddo con cui sa affrontare ogni complicazione.

Tamburi lontani

Distant Drums
USA 1951 Warner Bros
con Gary Cooper, Mari Aldon, Richard Webb, Ray Teal, Arthur Hunnicutt, Robert Barrat, Carl Harbaugh,Larry Carper, Clancy Cooper, Angelita McCall
regia di Raoul Walsh



Tamburilontani


Florida 1840: il tenente di marina Richard Tufts partecipa a una missione ideata dal capitano Quincy Wyatt: far saltare in aria un vecchio forte spagnolo da cui partono le armi per gli indiani Seminole. La missione riesce ma nel forte ci sono anche dei prigionieri civili che il drappello deve riportare indietro. Gli indiani li raggiungono prima che riescano ad imbarcarsi, i nostri sono costretti ad attraversare le pericolose paludi delle Everglades e quando finalmente fanno ritorno alla base di Wyatt, l’uomo scopre che l’accampamento è distrutto e crede morto il figlioletto…



Tamburilontani


Western anomalo che si trasforma ben presto in un film d’avventura con immagini di repertorio delle bellezze e dei pericoli delle celebri paludi: dagli stormi di fenicotteri agli alligatori che si sbranano tra loro.
Se la natura è selvaggia il protagonista è un eroe a tutto tondo la voce off delle memorie di Tufts lo presenta come “soldato, vagabondo, gentiluomo e selvaggio” mentre avanza Gary Cooper, l’eroe buono per eccellenza del cinema americano.
Wyatt è un ufficiale dell’esercito che ha scelto di vivere con gli indiani, aveva sposato una principessa indiana che viene uccisa dall’esercito americano ma l’uomo ha deciso che non può odiare per sempre anche perché ha il figlioletto a cui badare.
Il gruppo di civili è eterogeneo ma l’attenzione è tutta per Judy, ragazza equivoca che si finge una signora, a Wyatt, con cui è subito scattata l’attrazione, confessa di essere in realtà in cerca di vendetta verso l’uomo che l’ha illusa e gettata sulla strada.
Il film è invecchiato malino: tacendo l’inferiorità degli indiani (per liberarsi dalle loro infinite strette di mano bisogna usare i piedi) le scene di fuga oggi risultano un po’ noiose anche se sono punteggiate dai momenti di pausa dove si approfondiscono i personaggi o ci si limita anche a qualche scenetta divertente che allenta la tensione.
Resta notevole lo scontro finale tra Watt e  Ocala, il capo dei Seminole: duello all’arma bianca (coltello) che avviene anche sott’acqua.



Tamburi lontani


La scena in cui Tufts contraddice Wyatt e questi gli spara, in realtà mirando al serpente che si stava avvicinando alla sua spalla mi ha ricordato Indiana Jones e il tempio maledetto quando Indie non riesce ad avvertire la ragazza che quella che le si avvinghia al collo non è più la proboscide dell’elefante.
Attenzione ai passaggi in tv: esiste una copia ridoppiata nel 2014 da evitare come la peste tanto le voci sono brutte e piatte e addirittura fuorisincrono.

La morte ha fatto l’uovo

Italia, 1968
con Gina Lollobrigida, Jean-Louis Trintignant, Ewa Aulin, Jean Sobieski, Vittorio André, Giulio Donnini, Biagio Pelligra
regia di Giulio Questi



Lamortehafattol'uovo


Marco, marito di una ricca imprenditrice del settore avicolo, sublima il desiderio di liberarsi della moglie in rapporti masochistici con le prostitute. L’uomo vorrebbe fuggire con Gabry, la giovane cugina della moglie che sfrutta la sua perversione sessuale per mettere in atto un piano diabolico con l’aiuto del suo amante…



Lamortehafattoluovo


La Morte ha fatto l’uovo è la rivisitazione del giallo secondo Giulio Questi, un regista italiano dalla produzione decisamente originale, realizzata sempre insieme al suo montatore di fiducia,  Franco Arcalli.
Un film quasi sperimentale con molti riferimenti stilistici a Godard e un gusto per l’humor nero e surreale che rimanda a Buñuel, anche se il risultato è sicuramente lontano dai modelli richiamati.
La trama gialla resta secondaria rispetto alla critica verso la produzione per il guadagno indiscriminato: un allevamento di polli superautomatizzato per risparmiare sulla mano d’opera, esperimenti genetici che portano alla creazione di una covata mutante senza testa e senza ali, distrutta da Marco che vede l’aberrazione genetica e non il guadagno, che gli costerà la dura reprimenda dell’associazione dei produttori di polli. La rappresentazione gerarchica e dittatoriale dell’organizzazione produttiva ha addirittura qualcosa di distopico.
Lamorte ha fattol'uovo
La critica sociale così aperta e sfacciata è quello che funziona ancora oggi, notevole l’uso del colore, la colonna sonora incalzante e anche il montaggio.
Non un capolavoro ma sicuramente un capitolo interessante, anche nei suoi difetti, della produzione italiana dei tardi anni ’60.

Lo strano amore di Marta Ivers

The Strange Love of Martha Ivers
USA 1946, Paramount
con
Barbara Stanwyck, Van Heflin, Lizabeth Scott, Kirk Douglas, Judith Anderson, Roman Bohnen, Darryl Hickman, Janis Wilson, Ann Doran, James Flavin, Mickey Kuhn, Charles D. Brown, Blake Edwards
regia di Lewis Milestone


ThestrangeloveofMarthaIvers


L’orfana Marta viene adottata dalla ricca zia ma la ragazzina ribelle tenta più volte di fuggire con l’amico Sam finché nell’ennesimo scontro con la parente la uccide davanti agli occhi di un altro amico, Walter O’Neil, figlio del tutore della ragazza. Il signor O’Neil decide di credere all’improbabile racconto di Marta su un ladro che si è introdotto in casa, tutto per poter mettere le mani sulle immense ricchezze di Marta. Una ventina d’anni dopo Sam si ferma nel paese natio per un incidente d’auto. Conosce Toni, una bella ragazza che per causa sua perde l’ultimo bus e avendo avuto il foglio di via viene di nuovo incarcerata. Sam chiede l’aiuto di Walter che ha scoperto esser diventato il procuratore generale della città nonché il marito di Marta ma i coniugi sono fortemente sospettosi per questo ritorno: temono che Sam sappia la verità sulla morte della signora Ivers e voglia ricattarli…



LostranoamorediMartaIvers


Pellicola che fonde melodramma e il noir, genere nascente: atmosfere cupe, spesso notturne, una cittadina industriale squallida che porta il nome degli Ivers, e poi il caso a mettere in moto gli eventi: Sam ha l’incidente che lo riporta in città perché passa davanti al cartello di Iverstown e si distrae rivangando la gioventù con il marinaio addormentato a cui ha dato un passaggio (un giovanissimo Blake Edwards non accreditato), il taxi di Toni non riesce a portarli in tempo alla stazione degli autobus perché le sbarre del passaggio a livello si chiudono.



Lo strano amore di Marta Ivers


Walter che è sempre stato un ragazzino timido, prima succube del padre poi della volitiva moglie, ritrova in Sam il rivale d’infanzia e infatti Marta appena rivede il vecchio amico sente rinascere la passione che la legava a lui e neppure Sam è indifferente alla maliarda, così mentre Marta cerca di sedurlo per capire cosa sa della notte dell’omicidio, Walter fa malmenare Sam da alcuni scagnozzi prima che lo invitino a lasciare la città. Così Sam che non sapeva nulla della morte della signora Ivers, avendo lasciato la villa prima del litigio mortale, s’insospettisce e ricostruisce facilmente le dinamiche di quella notte scoprendo che anni dopo un innocente è stato ritenuto colpevole dell’omicidio e giustiziato ma non riesce a districarsi tra le menzogne della coppia: chi ha manipolato chi? Marta per assicurarsi la libertà o Walter e il padre per godere delle ricchezze degli Ivers? Sam preferisce saggiamente tirarsi fuori da questa storia tossica e andarsene con la bella Toni che lo ha aspettato anche quando si era lasciato andare alla passione per Marta, ma per i coniugi O’Neill è impossibile recuperare la facciata di menzogne su cui hanno costruito il loro rapporto e non resta che l’omicidio suicidio.



Lostranoamoredimarthaivers


Da ricordare che Lo strano amore di Marta Ivers è il primo film di Kirk Douglas, scomparso lo scorso 5 febbraio a 103 anni. L’attore regala subito un’ottima prova di un vigliacco viscido e violento, davvero memorabile.

Bella in rosa

Pretty in Pink
USA 1986 Paramount
con Molly Ringwald, Andrew McCarthy, Jon Cryer, Harry Dean Stanton, Annie Potts, James Spader, Kate Vernon, Jim Haynie, Alexa Kenin, Gina Gershon
regia di Howard Deutch



Bellainrosa


Andie, liceale proletaria in una scuola prestigiosa dove la differenza tra classi sociali è incolmabile, s’innamora ricambiata del ricco Blane; Duckie il migliore amico di lei brucia di gelosia non avendole mai confessato il suo amore, mentre Steff, il migliore amico di lui trama per dividerli e quasi ci riesce ma al ballo di fine anno trionfa l’amore



Prettyinpink


Cult della teen comedy anni ’80, punta di diamante della carriera di Molly Ringwald.
La trama è esile anche se per certi versi anticipa la vita scolastica illustrata dalla serie di successo Beverly Hills 90210: il finale originale di Bella in Rosa prevedeva che Andie si mettesse con l’amico di sempre Duckie, ma si preferì l’happy end che superasse le differenze classiste e quattro anni dopo in Beverly Hills vedremo che i ricchi non solo piangono ma hanno anche un gran cuore.



Bellainrosa


Quello che mi è sempre piaciuto del film è l’attenzione verso un aspetto un po’ dimenticato degli anni ’80: la moda vista come espressione creativa, la possibilità di riciclare e reinventarsi un look, purtroppo già dal decennio successivo prevale l’omologazione con la sudditanza verso i marchi e nessuno più rivendica la propria personalità attraverso outfit anche improbabili ma almeno originali.
Il cast rivela delle sorprese: Harry Dean Stanton è il padre sull’orlo della depressione di Andie che non ha mai superato l’abbandono della moglie, Sam Spade è l’amico stronzo che ruba innegabilmente la scena all’insipido Blane e Jon Cryer è diventato una star della tv con la sit-com Due uomini e mezzo, ha un piccolo ruolo anche Gina Gershon.
Il titolo originale, Pretty in Pink deriva da una canzone dei The Psychedelic Furs, presente nel film che vanta una colonna sonora di tutto rispetto con brani degli INXS, dei New Order e The Smiths.

Il corvo

The Crow
USA 1994
con Brandon Lee, Ernie Hudson, Michael Wincott, David Patrick Kelly, Bai Ling, Anna Levine, Laurence Mason, Michael Massee, Angel David, Rochelle Davis, Jon Polito, Bill Raymond, Sofia Shinas, Tony Todd
regia di Alex Proyas


Ilcorvo


Shelly Webster muore in ospedale dopo che quattro balordi l’hanno stuprata, il suo fidanzato, il rocker Eric Draven è stato ucciso cercando di salvarla ma un anno dopo la tragedia, Eric torna dal regno dei morti per vendicare l’amata.



Ilcorvo


Il corvo deve la sua fama alla tragedia del protagonista, Brandon Lee, figlio Bruce Lee morto accidentalmente sul set per il malfunzionamento di una pistola, vista la similitudine con la misteriosa e prematura morte del padre le illazioni sulla morte del giovane attore si sprecarono e l’attesa per l’uscita postuma del film fu spasmodica.
L’incidente mortale avvenne tre giorni prima della fine delle riprese e per completare l’opera si ricorse per la prima volta al digitale per adattare materiale già girato alle scene mancanti.



Il corvo


La morte di Brandon Lee fu l’evento più eclatante di una serie di incidenti che diedero al film l’aura di pellicola maledetta anche se ebbe tre sequel, mediocri, e originò una serie tv.
Dietro la leggenda si nasconde comunque un ottimo film che personalmente avrei comunque amato molto anche senza l’aura tragica che lo circonda. E’ un mix riuscito di atmosfere dark, action movie e estremo romanticismo, tratto da un fumetto.



Il_corvo


La voce off di Sarah, la ragazzina con lo skate introduce la leggenda del corvo psicopompo che guida il ritorno di Eric dai morti sottolineando l’atmosfera fantastica del film. Eric è un vendicatore spinto dalla disperazione per il dolore sofferto dalla sua promessa sposa ma interviene anche per salvare Sarah e sconfiggere così i veri mandanti degli incendi che caratterizzano la “notte del diavolo” l’antivigilia di Halloween perché la violenza efferata non è mai gratuita ma strumentalizzata per ottenere soldi e potere come fa Top Dollar, mandante della spedizione punitiva contro Shelly che aveva cercato di opporsi alla sua speculazione immobiliare.



Ilcorvo


Il regista esordiente Alex Proyas veniva dal mondo della pubblicità e dei videoclip e la musica ha un ruolo fondamentale nel film, non solo perché Eric Draven è un musicista ma perché alla colonna sonora partecipano le band più note del periodo da The Jesus and Mary Chain ai  Nine Inch Nails fino a The Cure, solo per citare i più noti.
Quello che funziona è la dimensione underground, il connubio fondamentale musica/ fumetto un elemento che è andato perso da quando il comics è diventato maintream.