Black Sea

BlackSea Il capitano di un sottomarino, licenziato dalla società per cui lavora, viene coinvolto da un altro marittimo che ha perso il lavoro in un progetto al limite della legalità: scendere nel Mar Nero alla ricerca di un U-boot affondato durante la Seconda Guerra Mondiale con un a bordo un carico d’oro che doveva garantire un accordo di pace tra la Russia di Stalin e la Germania nazista..

Le pellicole di sottomarini hanno sempre per sfondo la guerra, vera (Destinazione Tokio) o fittizia (Caccia a Ottobre Rosso), questa volta si tratta di una sporca dozzina di marittimi licenziati in tronco che combattono la crisi a modo loro, senza sapere di esserne vittime per l’ennesima volta, manipolati dalla stessa società che ha tolto loro il lavoro.
Il film si divide in tre parti con stili ed esiti piuttosto diversi: la formazione del gruppo con un tono piuttosto scanzonato che culmina nella presentazione della rugginosa bagnarola russa che dovrà accoglierli, talmente vintage da non esser neppure un sottomarino a propulsione nucleare.
Da questo punto il tono cambia e si inabissa nel luogo comune: dai tempi di Armageddon – Giudizio finale la tecnologia russa è sempre obsoleta e basta assestare un buon colpo per metterla in moto, astronavi o sottomarini che siano.
Come in tutti i film di sottomarini, il mezzo finisce per incagliarsi pencolando pericolosamente su uno sprofondo, in un modo o in un altro si allaga costringendo l’equipaggio a rifugiarsi in una piccola porzione dello scafo con le paratie stagne che gocciolano; quel che manca nel film, oltre al bip del sonar, è il senso di claustrofobia insito nel mezzo, sacrificato alla necessità (questa sì interessante) di mostrare gli scontri tra le due parti dell’equipaggio: per gli inglesi non è giusto dividere a metà il bottino con i russi perché il potere d’acquisto che questi ne ricaveranno sarà superiore al loro, l’avidità non porterà nulla di buono per nessuno, tanto meno per il comandante a cui è dedicata un’ultima parte di redenzione un po’ melensa scandita dai ricordi della vita familiare sacrificata per il lavoro.

Hermitage

Hermitage_LOC Dopo Leonardo Live, questo è il secondo film “d’arte” che vado a vedere in sala e mi sono ritrovata ad ammirare un documentario completamente diverso dal precedente: Leonardo Live era esaustivo nel raccontare meticolosamente le opere del grande maestro rinascimentale, mentre Hermitage si sofferma poco sui capolavori contenuti dal celebre museo di San Pietroburgo per raccontarne la storia attraverso i secoli dalla fondazione voluta da Caterina II di Russia nel 1764, esattamente 250 anni fa.
Nel film di Margy Kinmonth, ritorna in chiava diversa e con le debite differenze artistiche il concetto di Sokurov, che l’Hermitage sia davvero l’Arca Russa, contenitore di due secoli e mezzo di storia convulsa che hanno influenzato i destini del mondo.
Il museo nasce, come già detto per volere della Grande Caterina, che comprò intere collezioni, anche in tempo di guerra, per dimostrare che la Russia era un’impero ricchissimo e culturalmente all’altezza dei regni europei. Tutti i Romanov apportarono importanti contributi al museo, in settori che a loro interessavano o anche quando a regnare c’era uno zar del tutto disinteressato all’arte.
L’Hermitage è scampato a un’incedio a fine Ottocento, alla Prima Guerra Mondiale, alla Rivoluzione d’Ottobre (fu nazionalizzato cinque giorni dopo il colpo di stato) e soprattutto alla furia nazista della Seconda Guerra Mondiale. Paradossalmente i nemici più insidiosi vennero dall’interno, soprattutto da Stalin che vendette molte opere importantissime per finanziare la crescita industriale e inviò molti membri del personale nei gulag perché si opponevano alle vendite o per le loro origini colte e di derivazione nobiliare.
Le collezioni sterminate del museo vanno dalla scultura classica, all’archeologia russa, dai dipinti, grandi maestri italiani e fiamminghi all’arte contemporanea. Molte collezioni sono state celate per lungo tempo: gli Impressionisti, Matisse, Picasso non riscuotevano l’approvazione di Stalin, le opere ricevute (o meglio prelevate) come compensazione dei danni di guerra dalla Germania furono tenute nascoste fino agli anni ’90 per i reclami della nazione saccheggiata.
Hermitage può essere letto solo come un grande spot al museo russo e in fondo non ci sarebbe nulla di male in questo intento, ma a una riflessione più attenta si nota come il film sottolinei il significato politico dell’arte, la sua importanza nello stabilire la magnificenza e il grado di civiltà di un impero e sopratutto, la lungimiranza di uno statista passa sempre dal suo rapporto con l’arte.

Educazione Siberiana

A Fiume Basso, località non meglio precisata della Russia sovietica dove Stalin ha fatto deportare i criminali, crescono Kolima e Gagarin educati dal tostissimo nonno del primo secondo le regole della criminalità siberiana. I due ragazzi saranno divisi dalla vita e soprattutto da una ragazza, Xenia, mentalmente instabile..

Educazionesiberiana

Ink, il tatuatore che insegna a Kolima l’arte del tatuaggio, dice che tutte le vite degli uomini apparentemente sembrano uguali se non si osserva bene e purtroppo Salvatores non ha saputo osservare tra le pieghe dell’omonimo romanzo di formazione giovanile di Nicolai Lilin che pure forniva spunti interessanti appiattendolo sulla falsa riga di film e telefilm ben più celebri e ben realizzati: C’era una volta in America, Romanzo Criminale e Brigada visto l’ambientazione sovietica: amicizie infantili cementate da scazzottate e distrutte per una donna, i vecchi codici d’onore infranti per la più bieca brama di denaro.
EducazionesiberianaCi sono delle belle facce di attori sconosciuti in Educazione siberana ma manca il sangue e soprattutto il cuore: Salvatores si conferma suo agio nel dirigere ragazzi e bambini e infatti la prima parte del film è la più interessante poi si perde la possibilità di giocare con il lirismo offerto dal personaggio di Xenia, si salva sempre il “solito” David Bowie le cui canzoni sono sempre perfette come colonna sonora, in questo caso Absolute Beginners è un sottofondo ideale alla scena sul calcinculo.
Alla fine tutto diventa prevedibile, colpa anche del montaggio degli episodi del passato e delle scene del presente che anticipano e spiegano molto più del dovuto. Non ho mai amato la definizione di “film telefonato” ma stavolta la sottoscrivo con il rammarico per l’occasione sprecata.