Ro.Go.Pa.G. – Laviamoci il cervello

Italia 1963 Cineriz
con Rosanna Schiaffino, Bruce Balaban, Maria Pia Schiaffino, Gianrico Tedeschi, Jean-Marc Bory, Alexandra Stewart, Orson Welles, Mario Cipriani, Laura Betti, Edmonda Aldini, Vittorio La Paglia, Rossana Di Rocco, Maria Pia Bernardini, Elsa De Giorgi, Enzo Siciliano, Franca Pasut, Giovanni Orgitano, Tomas Milian, Lamberto Maggiorani, Ettore Garofalo, Ugo Tognazzi, Lisa Gastoni, Ricky Tognazzi, Antonella Taito
regia di Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti



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Film a episodi che prende il nome dalle iniziali dei quattro registi impegnati nell’opera che vuole essere una riflessioni sugli “allegri principi della fine del mondo”. Inutile ricordare che spicca il segmento firmato da Pasolini, La ricotta



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Apre Illibatezza firmato da Roberto Rossellini: una hostess in trasferta continentale non sa come liberarsi di un corteggiatore inopportuno. Uno psichiatra, amico del gelosissimo fidanzato calabrese, consiglia alla ragazza di modificare il suo aspetto trasformandosi in una vamp aggressiva che scoraggia il pretendente. Rossellini sembra disinteressato alla trama e molto più ai paesaggi orientali c’è però un’interessante riflessione sull’immagine: l’uso della cinepresa amatoriale utilizzata dai due fidanzati per scambiarsi video al posto delle lettere e sarà proprio dalle riprese dell’importuno corteggiatore che lo psichiatra interpretato da Gianrico Tedeschi, potrà fare la sua diagnosi mentre al povero americano non resterà che consolarsi con le immagini rassicuranti della ragazza riprese con la sua telecamera.



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Godard, che aveva accettato di partecipare al progetto solo per incontrare l’amato Rossellini dirige Il nuovo mondo, una sorta di lettura personalissima di Io sono Leggenda di Matheson: il protagonista racconta di un’esplosione atomica sopra Parigi che ha causato un leggero slittamento della realtà di cui si accorge nei comportamenti di Alexandre, la ragazza che ama, la donna non sa spiegare per quale motivo agisce in un certo modo, saltare gli appuntamenti con il fidanzato e baciare sconosciuti in piscina, anche il linguaggio è diverso: non comprende alcune sfumature tra parole diverse e ne inventa di nuove il celebre “io ti ex amo”. La domanda è se la follia sia collettiva e il protagonista sia l’unico savio o stia sviluppando una paranoia per non accettare la fine di un amore che è pur sempre la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo.



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Il terzo episodio è La Ricotta, diretto da Pasolini. Il film si distingue anche visivamente dagli altri tre, è l’unico ad avere inserti a colori, la Deposizione ispirata agli eccentrici fiorentini, e l’unico senza la didascalia introduttiva, questo per i problemi con la censura a cui andò incontro l’episodio che fu reinserito dopo alcuni tagli e correzioni. E’ la storia di Stracci, un figurante che deve impersonare il ladrone buono nella scena della crocifissione. L’uomo regala ai famigliari il suo cestino del pranzo poi riesce ad ottenerne un secondo che gli viene divorato dal cane della diva. Venduto il cane al giornalista che ha intervistato il regista interpretato da Orson Welles, Stracci va a comprare del cibo con cui finalmente si strafoga e finisce per morire d’indigestione sulla croce. La ricotta è un perfetto quadro del mondo pasoliniano, lo sguardo affettuoso sugli umili e la loro bellezza, la compassione per chi è nato con il destino di avere fame, il peso della storia e la coscienza intellettuale consapevole di essere comunque al servizio di un padrone: produttore e direttore del giornale sono la stessa persona.



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Chiude il film il capitolo diretto da Gregoretti, Il Pollo Ruspante dove si alternano le scene di un convegno sulle vendite con la vita di una famiglia piccolo borghese in pieno boom economico, le esperienze della seconda sono la rappresentazione forse un po’ didascalica di quanto sostenuto dal guru del marketing; il padre che a pranzo all’autogrill vorrebbe un pollo ruspante spiegando la differenza al figlio tra un pollo ruspante e un pollo d’allevamento non si accorge di essere il secondo quando incontra il meridionale guardiano di un terreno da lottizzare sul lago chiamato pomposamente “la svizzera dei lombardi” pur provando ancora un brivido di ribellione al giogo delle cambiali. La voce al laringofono dell’esperto di consumi è forse il colpo di genio dell’episodio: rappresenta la disumanizzazione del cliente visto solo come consumatore da spennare e anticipa il drammatico finale.

L’uomo che cadde sulla Terra

The man who fell to earth
USA 1976
con David Bowie, Rip Torn, Candy Clark, Buck Henry, Bernie Casey, Jackson D. Kane, Rick Riccardo
regia di Nicolas Roeg



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Il magnate Thomas Jerome Newton è in realtà un alieno arrivato sulla Terra in cerca di una salvezza per il suo pianeta morente. La sua multinazionale nata da un giorno all’altro sfruttando alcuni brevetti di avanzate tecnologie extraterrestri, attira le attenzioni della CIA e quando Tomas Jerome è ormai prossimo a tornare a casa grazie al progetto spaziale personale, viene bloccato e segregato in un appartamento lussuoso, umiliato e torturato dagli esperimenti medici, l’uomo finisce alcolizzato.



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Un cult della fantascienza filosofica che rivelò il talento recitativo di David Bowie, qui alla sua prima esperienza attoriale: reduce dai successi glam della maschera di Ziggy Stardust, dismessa nel 1973; la magrezza e l’androginia di Bowie rendono credibile l’iconica trasformazione, o meglio il presentarsi senza trucco dell’alieno dalle pupille verticali.



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L’uomo che cadde sulla Terra è un classico prodotto del suo tempo dove in un connubio quasi lisergico si mescolano i flussi di pensiero dei protagonisti, i ricordi del passato sul pianeta extraterrestre di Thomas Jerome Newton, immagini simboliche e molto nudo con scene di sesso abbastanza esplicite anche se piuttosto innaturali nelle pose a sottolinearne il valore metaforico.
La pellicola è visivamente affascinante ma un po’ pesante da seguire, soprattutto per lo spettatore contemporaneo: alcuni vuoti nella sceneggiatura lasciano spazio a libere interpretazioni, ad esempio su chi abbia tradito il magnate della World Enterprises, il fedele autista, in realtà agente sotto copertura, o Nathan Bryce, lo scienziato con la passione per le studentesse, che fotografa di nascosto Jerome ai raggi X avendo intuito la sua natura aliena?



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Quello che resta è il drammatico significato dell’opera, la discesa negli inferi dell’abbrutimento umano fatto di sesso e alcol, il potere soverchiante e la paranoia del complotto, la delusione della missione fallita ma soprattutto la solitudine che coinvolge tutti i protagonisti, non solo l’alieno, il diverso per eccellenza.



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Anticipatorio il valore dei media: fuggito dopo anni dalla sua prigione, Jerome cerca di contattare il pianeta d’origine scrivendo un album musicale, nella speranza che le onde radio trasmesse nello spazio possano riportare il suo messaggio d’addio: significativo che la prima dipendenza sviluppata dal protagonista, anzi il motivo per cui l’alieno è in missione sulla Terra è l’aver ricevuto attraverso lo spazio le floride immagini del “Pianeta d’acqua”, immagine che richiama tanto una delle prime motivazioni date alle emigrazioni di massa dei nostri tempi per cui i poveri arrivavano da noi attirati dalle immagini di benessere trasmesse dalla nostra televisione.

Vertigine

Laura
USA 1944 20th Century Fox
con Gene Tierney, Dana Andrews, Clifton Webb, Vincent Price, Judith Anderson, Dorothy Adams
regia di Otto Preminger



Laura


Laura Hunt, bellissima manager pubblicitaria di successo, viene trovata morta nel suo appartamento sfigurata da un colpo di fucile. Il detective  Mark McPherson che indaga sul caso in cui i sospettati sono le persone più vicine alla donna, finisce quasi per innamorarsi della defunta ed è con sommo stupore che se la ritrova davanti viva e vegeta, tornata dalla sua casa di campagna senza sapere nulla dell’omicidio. La vittima in realtà è una modella dell’agenzia della donna con cui condivideva una vaga somiglianza e una relazione con il fidanzato. Laura diventa una dei maggiori indiziati del delitto…



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Un classico del noir che diede la fama alla protagonista, la bellissima Gene Tierney e all’attempato Clifton Webb, un ballerino teatrale che arriva al successo sul grande schermo ultracinquantenne ricevendo una nomination agli oscar per il ruolo di Waldo Lydecker, raffinato giornalista e scrittore, mentore di Laura per cui nutre un amore possessivo, basato sulla superiorità intellettuale sua e della donna prescelta rispetto al resto del mondo considerato da Lydecker volgo noioso, rozzo e ignorante.



Vertigine


Tanto Lydecker è altezzoso, tanto Laura è un modello di bontà amata da tutti, dalla cameriera alla zia che ha una tresca con il fidanzato di Laura, Shelby Carpenter. E’ proprio la purezza di Laura, unita alla sua bellezza e all’eleganza della sua casa che fa innamorare della morta il rude detective McPherson. Una necrofilia più spinta di quella de La donna che visse due volte -curiosa la similitudine tra il titolo italiano e quello originale del capolavoro hitchcockiano- in quanto McPherson s’innamora di Laura senza averla mai incontrata da viva, una vera angelicazione che si scontra con la realtà: alcuni atteggiamenti della rediviva Laura sono sospetti e portano il detective a dubitare della sua innocenza.
Il fidanzato di Laura, il decaduto Shelby Carpenter che con la sua aria da giuggiolone seduce tutte le donne del film al solo scopo di usarle per i propri comodi, è interpretato da Vincent Price, al secondo dei quattro film girati con Gene Tierney, ben prima di diventare una star dell’horror.
Laura consacra anche il regista della pellicola, Otto Preminger che doveva essere solo il produttore ma che riuscì a scalzare il veterano  Rouben Mamoulian dopo pochi giorni di lavorazione,imponendo anche Clifton Webb per il ruolo di Waldo Lydecker e cambiando anche il direttore della fotografia: Joseph LaShelle fu il solo a vincere l’oscar nelle cinque categorie in cui il film fu candidato.

Il delitto di Giovanni Episcopo

Italia 1947
con Aldo Fabrizi, Yvonne Sanson, Roldano Lupi, Alberto Sordi, Ave Ninchi, Nando Bruno, Folco Lulli, Galeazzo Benti
regia di i Alberto Lattuada


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In una delle rare occasioni in cui fa vita notturna, il modesto impiegato Giovanni Episcopo conosce Giulio Wanzer un truffatore che finge di essergli amico per rubargli i risparmi. Wanser convince l’impegiato a lasciare la casa del collega da cui sta a pensione da anni per trasferirsi in una pensione, a suo dire, più elegante. Qui Episcopo s’invaghisce di Ginevra, la figlia di dubbia fama dell’albergatrice e amante di Wanser. Quando il truffatore è costretto a riparare in Argentina per sfuggire alla cattura, Episcopo si dichiara a Ginevra che accetta di sposarlo ma ben presto rivela la sua natura di donna leggera; a salvare il matrimonio è l’arrivo di un figlio, Ciro che diventa l’unica ragione di vita per Giovanni Episcopo. Quando dopo sette anni Wanser ritorna a riprendersi l’amante, Episcopo arriva all’omicidio purché il figlio continui ad avere una madre.



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Se non fosse per il sentimentalismo filiale che inficia l’ultima parte, il film  tratto dal romanzo Giovanni Episcopo di Gabriele D’Annunzio sarebbe davvero un lavoro notevole.
L’inizio è quello tipico del noir americano: la voce off che racconta mentre sullo schermo scorrono le immagini di una vita abitudinaria fino all’incontro con il destino che sconvolge un’esistenza. L’occasione per l’uscita di Giovanni Episcopo è festeggiare il nuovo vestito con i colleghi di lavoro che lo portano in un tabarin dove l’impiegato riceve una bicchierata in fronte dal Wanser che voleva colpire un altra persona. Mentre Episcopo viene medicato Wanser fruga nelle sue tasche e scopre che il timido impiegato ha dei bei risparmi a cui attingere, oltre che essere il cassiere della sua sezione dell’archivio di stato. Wanser viene mostrato con accenti e chiaroscuri mefistofelici e in breve il povero Episcopo diventa succube dell’amico seguendolo alla Pensione California gestita dalla madre della sua giovane amante, Ginevra. Se la fuga precipitosa di Wanser è come un’ombra che si allontana dalla vita di Episcopo, a perdere definitivamente l’uomo è l’amore per la donna, ancora un ritorno ai temi del noir con una sorta di dark lady che ha bisogno di un marito di facciata per giustificare i suoi comportamenti immorali, ricordiamo che la storia è ambientata nell’Italia umbertina d’inizio secolo.



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Tutto cambia con la nascita del piccolo Ciro, anche gli stilemi cinematografici rientrano nella più consona tradizione italiana: un padre che perde il lavoro e si adatta a tutto per il figlioletto, una madre senza cuore che però quando il figlioletto sta male si ravvede, anche perché l’amante con cui voleva fuggire fino a cinque minuti prima è morto e non ha altro posto dove andare. Nella chiusa si delinea il destino dell’attrice Yvonne Sanson, futura diva di tanti melodrammi di Matarazzo in cui l’amore materno vince sempre sulle tentazioni e le avversità del destino.



Ildelitto di giovanni episcopo


Un altro aspetto interessante della pellicola è l’uso psicologico che Lattuada fa del neorealismo: molte scene sono girate in esterni e rispecchiamo lo stato d’animo della scena: l’opulenza barocca delle piazze romane nella notte di capodanno, la desolazione dei quartieri popolari quando Episcopo deve affrontare le delusioni della vita.

Il giardino dei Finzi Contini

Italia, 1970
con Lino Capolicchio, Dominique Sanda, Fabio Testi, Romolo Valli, Helmut Berger, Camillo Cesarei, Inna Alexeieff, Raffaele Curi, Barbara Pilavin, Ettore Geri, Alessandro D’Alatri
regia di Vittorio De Sica



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Ferrara 1938, i Finzi Contini aprono le porte del loro meraviglioso parco ai giovani amici dei figli che sono stati esclusi dal circolo del tennis a causa delle leggi razziali. Nel gruppo c’è Guido, innamorato dall’infanzia di Micol e da Milano è arrivato Gianpiero Malnate, un compagno di università di Alberto. Mentre la situazione per gli ebrei italiani si fa sempre più drammatica, Guido capisce di aver perso per sempre la sua occasione con Micol che ha intrecciato una relazione col Malnate che è destinato a cadere sul fronte russo mentre i Finzi Contini e il padre di Giorgio verranno indirizzati ai campi di concentramento.



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Inizialmente alla stesura della sceneggiatura doveva partecipare anche Giorgio Bassani, autore dell’omonimo romanzo ma vi furono dei dissidi durante la lavorazione e il romanziere si dissociò dal progetto che, come dice la didascalia dei titoli di testa, è liberamente ispirato al romanzo.
Accusato di essere un prodotto che punta sul facile sentimentalismo, il film di De Sica è un’esangue storia di fantasmi, quelli che vediamo nella scena finale dei quattro giovani morti che giocano a tennis, a cui sopravvive solo Giorgio e lo stesso padre di Giorgio, l’unico della famiglia a non riuscire a sfuggire ai rastrellamenti, è rappresentato fin dall’inizio della pellicola con un pallore spettrale. E’ la fascinazione di un mondo perduto: Micol dice a Giorgio che loro due appartengono alla categoria di quelli che più che possedere le cose preferiscono ricordare le cose.
Il mondo spazzato via dalla guerra della borghesia ebraica, quella quasi aristocratica dei Finzi Contini che pensava di comprarsi la sicurezza con i soldi e quella più pragmatica della famiglia di Guido, il cui padre si ostina a vedere qualcosa di buono in Mussolini rispetto ad Hitler anche se ormai ha ridotto gli ebrei a cittadini di serie C.
Nel dramma della Storia s’innesta il dramma amoroso di Guido da sempre innamorato di Micol, inquieta e forse presaga della decadenza della famiglia che s’incarna nell’adorato fratello, Alberto di salute cagionevole, omosessuale, innamorato dell’energia del comunista Malnate, alla cui ruvida sensualità non sa sfuggire neppure Micol che la preferisce all’ingenuità candida di Giorgio. Una pena d’amore che in altri tempi sarebbe sbiadita nel tempo, come dice consolante a Giorgio il padre e invece si fissa indelebile nella memoria come l’ultima fiamma di felicità prima degli orrori della guerra.
Il film valse al regista il suo quarto Oscar come miglior film straniero.

Anni difficili

Italia 1948
con Umberto Spadaro, Massimo Girotti, Ave Ninchi, Milly Vitale, Delia Scala, Ernesto Almirante, Agostino Salvietti, Loris Gizzi, Aldo Silvani, Peppino Spadaro, Giovanni Grasso
regia di Luigi Zampa



Annidifficili


Modica 1935: l’impiegato comunale Aldo Piscitello viene convocato dal podestà che lo avvisa che se non prenderà la tessera fascista verrà licenziato. Tra mille titubanze Piscitello lascia fare alla moglie che lo iscrive al fascio di un paese vicino dandolo per aderente già dal 1921. Il cruccio più grande dell’impiegato è però la sorte del figlio primogenito, Giovanni che passa attraverso tutte le campagne dell’impero: dalla guerra d’Etiopia, alla campagna di Russia, nelle brevi licenze tra una guerra e l’altra Giovanni riesce a sposare Maria, la nipote del farmacista antifascista. Il destino di Giovanni sarò tragico: subito dopo l’armistizio, mentre cerca di raggiungere i famigliari sfollati, viene sparato alle spalle da un soldato tedesco a un posto di blocco. Con lo sbarco degli americani tutti i ferventi fascisti sono pronti a cambiare casacca e Piscitiello, ormai segnato dalla morte del figlio, riceve una dura reprimenda dall’ex podestà ora sindaco che lo biasima per la sua aderenza al partito fascista.



Anni difficili


Tratto da Il vecchio con gli stivali di Vitaliano Brancati, il film fece molto scalpore all’uscita suscitando un acceso dibattito politico ricevendo attacchi sia da destra che da sinistra: la denuncia del trasformismo politico era così evidente che toccò sicuramente molti nervi scoperti.



Annidifficili


Il tema principale è quello della gente comune travolta dalla Storia, la materia viene trattata in maniera umanissima, giocando con toni scherzosi che mettono alla berlina i vizi italiani e quelli drammatici legati al tragico destino di guerra.
Anni difficili è una pellicola che va assolutamente recuperata non solo perché un ottimo film, ma per la sua stringente attualità: ci sono dialoghi che sembrano usciti da un social di oggi: Piscitello che riprende la moglie perché gode delle notizie passate alla radio della distruzione etiope e le domanda come una buona cristiana come lei possa gioire delle disgrazie di tanta povera gente.
La figlia, persa dietro ai suoi romanzetti rosa e succube della propaganda fascista, arriva a difendere una sconfitta italiana dando la colpa ai soldati non all’altezza del genio militare del duce, dimenticando che il fratello ha partecipato a quella battaglia.
Gli amici antifascisti di Piscitello che si riuniscono nella farmacia, spiegano per quale motivo non si schierano apertamente e perché finiscono sempre per dividersi durante le discussioni. I mali italiani sono dunque sempre gli stessi, cambia solo il modo di comunicarli.

Il principe consorte

The Love Parade
USA 1929, Columbia
con Maurice Chevalier, Jeanette MacDonald, Lupino Lane, Lilian Roth, Eugene Pallette, E.H. Calvert, Edgar Norton, Lionel Belmore, Virginia Bruce, Ben Turpin
regia di Ernst Lubitsch


TheLoveParade


Il conte Alfred Renard viene costretto a lasciare l’ambasciata di Sylvania a Parigi per il suo comportamento scandaloso e a tornare in patria dove la giovane regina Luisa è spronata dalla corte a trovarsi un marito. Alfred e Luisa s’innamorano e si sposano e mentre lei è tutta presa dai doveri del suo ruolo, il principe consorte si annoia mortalmente tanto da minacciare di tornarsene a Parigi…


Theloveparade


Il principe consorte è il primo talkie, cioè film parlato di Lubitsch e dimostra una grande perizia tecnica nella gestione della tecnica del sonoro.
Il film segna anche il debutto di Jeanette MacDonald sulle scene, l’usignolo di Filadelfia come verrà soprannominata porta in scena una regina con il look e gli atteggiamenti di una flapper girl, molto vanesia che pensa più ai vestiti (di Travis Banton anche se non è accreditato) che agli affari di stato. Essendo già in periodo pre-code non mancano le scene in sottoveste e anche una ripresa in vasca da bagno molto ammiccante: prima le gambe della regina che sta entrando in acqua poi la l’inquadratura del mezzobusto che emerge nudo dalla vasca.



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La trama del film è piuttosto esile, soprattutto nel finale: quando Alfred minaccia di andarsene Luisa diventa più arrendevole e promette di essere più attenta al marito ma è poco chiaro come questo sarà messo in pratica. Resta la grandezza della messa in scena del regista abilissimo a gestire gli spazi, non solo quelli scenografici ma raccontando quello che non si vede attraverso una sorta di coro greco: la prima cena tra Luisa e Alfred non viene rappresentata ma descritta attraverso i commenti delle dame di corte, dei ministri e soprattutto di Jacques, il cameriere francese di Alfred, che cerca di sedurre la cameriera Lulu, i due sono la versione più popolare dell’aristocratica coppia -non per niente cantano Let’s Be Common– portati in scena dall’incredibile gestualità da vaudeville di Lupino Lane, lo zio di Ida Lupino, e Lillian Roth.



The love parade
The love parade


Anche se la trama è esile il film è comunque esilarante: la canzone d’addio a Parigi intonata alle bellezze parigine da Maurice Chevalier dal piano nobile del palazzo continua con il canto di Jacques alle bellezze della servitù per finire con i mugolii del cane di casa a tutte le cagnette del quartiere, un classico esempio di “Lubitsch’s touch” ma la scena più esilarante riguarda la comparsata non accreditata del comico Ben Turpin: mentre Alfred si veste per le nozze, Jacques si dimostra piuttosto scettico su una medaglia appuntata sulla divisa che rappresenta un personaggio strabico e Alfred confida che tutte le volte che ha incrociato uno strabico è stato sfortunato a quel punto compare da dietro la tenda Ben Turpin che avvisa che è il momento di recarsi in chiesa e in effetti le nozze di Alfred saranno decisamente sfortunate a partire dalla prima notte punteggiata dai colpi di cannone..

Joker

Joker

Arthur Fleck vive con la madre malata, ossessionata dall’ex datore di lavoro, il miliardario Thomas Wayne che si è candidato come sindaco di Gotham. Arthur lavora come clown cercando di realizzare il suo sogno: diventare un comico di successo ma è affetto da una rara patologia che lo fa ridere sguaiatamente ogni volta che prova una forte emozione, questo fa di lui un disadattato vittima di derisioni e violenze finché un giorno non si ribella e in metropolitana uccide tre ragazzi ricchi che dopo aver importunato una ragazza se la prendono con lui che, in divisa da clown, era scoppiato a ridere a causa del suo disturbo. L’omicidio fomenta lo spirito di ribellione della città e l’assassino, soprannominato Joker, diventa un idolo delle masse; Arthur prova finalmente l’ebbrezza di essere idolatrato anche se non può rivelare di essere il colpevole, intanto, da una delle numerose lettere che la madre invia a Wayne, l’uomo sospetta di esserne il figlio illegittimo e lo affronta ma dopo aver negato il legame di sangue, il milardario gli fa delle rivelazioni sul suo passato che portano Arthur a scoprire la sua infanzia fatta di abusi, una scoperta che fa esplodere la follia latente di Arthur Fleck che sfrutta il passaggio televisivo nello show di Murray Franklin per rivelare di essere il Joker.



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Leone d’oro a Venezia e campione d’incassi d’inizio stagione (ma sarà davvero difficile batterlo se è arrivato alla quarta settimana di programmazione anche in provincia) Joker è un bel film che sa giocare con un discrimine cinematografico: è o non è un cinecomics? Essendomi annoiata da tempo del genere cinematografico in questione, propendo per la seconda categoria, per quelli che, forti della sequenza finale, pensano che l’elemento fumettistico derivato dalla saga di Batman sia solo una cornice a una storia di discesa della follia, un inferno di solitudine e dolore che trova sfogo e redenzione nella violenza.
L’innesto nella saga di Batman permette di attirare l’attenzione di un pubblico più giovane (o disimpegnato?) che altrimenti avrebbe evitato un film così intensamente drammatico. Del resto la pellicola è fatta tutta di rimandi, se vogliamo persino a L’uomo che ride il film muto del 1928 a cui si ispira la maschera del personaggio del fumetto: la risata forzata di Gwynplaine, frutto di un intervento chirurgico passa da costrizione fisica a una costrizione psicologica e c’è un rovesciamento nel rapporto con la figura paterna: nel film di Leni il protagonista rifiuta la sua ritrovata condizione di nobile per restare con gli ultimi che lo hanno accolto mentre in Joker, Arthur è disposto anche all’umiliazione pur di farsi accettare dal presunto padre miliardario.



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Ovviamente il richiamo più importante è ai film di Scorsese, iniziale produttore del film, Taxi Driver e Re per una notte, pellicole da cui deriva il tema dell’alienazione nella metropoli sporca e violenta dei tardi anni ’70 e che s’incarna in Robert de Niro, protagonista di quelle opere che ritroviamo nei panni del comico di successo, idolo di Arthur che lo invita in trasmissione solo per deriderlo ulteriormente di una sua performance assurda in uno spettacolo per aspiranti comici: che nel 1981 venga inviato un video di una serata amatoriale sarebbe un probabile buco di sceneggiatura ma la dimensione perennemente in bilico tra realtà e distorsione mentale del protagonista permettono anche queste ambiguità.
Altri elementi del cast rimandano alla follia e al mondo di Batman: Zazie Beetz, l’attrice che interpreta la vicina di casa con cui Arthur s’illude di avere una relazione, assomiglia ad Halle Berry che è stata Catwoman nel film del 2004.



Joker


La magrezza di  Joaquin Phoenix rimanda a quella impressionante di Christian Bale (il Cavaliere Oscuro di Nolan ) in L’uomo senza sonno, altro film sull’alienazione mentale. Sulla bravura innegabile del protagonista è stato detto tutto, a me ha colpito un fattore extra: la somiglianza con il defunto fratello River, che non avevo mai notato prima ed emerge in maniera impressionante quando l’attore è truccato da Joker.

Io, Semiramide

Iosemiramide

Italia, 1962
con Yvonne Furneaux, John Ericson, Renzo Ricci, Gianni Rizzo, Germano Longo, Massimo Giuliani
regia di Primo Zeglio

Semiramide, bellissima e astuta concubina del re assiro Minurte riesce a farsi donare una provincia dal sovrano dopo aver convinto l’acclamato generale Onnos a non spodestare il vecchio monarca. Nel bottino di guerra di Onnos c’è l’indomito Kir, re dei Dardani che attira le attenzioni di Semiramide, Onnos, geloso lo condanna a morte ma Semiramide lo fa salvare, facendone il suo schiavo e il suo amante. Quando il vecchio Minurte decide di sposare la concubina, Kir, per gelosia fugge dal palazzo, catturato da Onnos viene nuovamente messo a morte ma riesce a fuggire. Il generale fa credere a Semiramide che a ordinare la morte dell’amante sia stato Minurte, la principessa per vendetta appoggia il colpo di stato di Onnos ma all’ultimo minuto rivendica tutto il potere per sé fino a quando il giovane Adarte non avrà l’età per salire al trono. Dopo alcuni anni di governo illuminato la regina non ha ancora dimenticato Kir e decide di recarsi nella sua provincia dove sta facendo costruire la città di Babilonia. Qui ritrova l’amato che si era rifugiato tra gli schiavi del suo popolo. Semiramide dona la libertà ai Dardani come pegno d’amore ma Kir è cambiato e vuole essere il sovrano assoluto…



Io Semiramide


Francamente mi aspettavo di peggio da questo peplum di onesto mestiere che dietro il melodramma sentimentale, nasconde una cinica, ma realistica, riflessione sul potere: l’anziano Minurte che fa redigere gli annali storici millantando la sua decisiva presenza sul campo di battaglia quando non si è mai mosso da palazzo; Semiramide ormai regina che spiega a Ghelas il perché non fa mai catturare Onnos pur avendolo vinto in battaglia molte volte: un nemico, soprattutto se un traditore, è un valido motivo per dichiarare guerra quando fa comodo e infine la figura di Kir, giovane e valente sovrano, un tutore per il giovane Adarte a cui è legato da sincero affetto, che, vittima degli intrighi di palazzo e delle delusioni d’amore, si lascia corrompere dalla brama di potere e riorganizza il suo popolo per spodestare il fanciullo e creare una propria linea dinastica. L’unica che riesce a mantenere una certa lucidità e a muoversi con successo tra i vari complotti è proprio Semiramide, ambiziosa e senza scrupoli, venuta dalla strada ma in grado di capire che il potere va amministrato anche con clemenza.



Io Semiramide


L’ambientazione nella lontana Ninive permette un uso fantasioso dei costumi e delle scenografie (palesemente di carta pesta) e a parte qualche improbabile costume da barbaro, c’è una certa eleganza nella messa in scena che richiama l’orientalismo pittorico della fine del XIX secolo (e il regista Primo Zeglio è stato anche pittore) soprattutto nella scena del bagno di Semiramide.

La regina Margot

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La Reine Margot
Francia 1994
con Isabelle Adjani, Daniel Auteuil, Jean-Hugues Anglade, Vincent Perez, Virna Lisi, Dominique Blanc, Pascal Greggory, Claudio Amendola, Miguel Bosé, Asia Argento, Julien Rassam, Thomas Kretschmann, Jean-Claude Brialy
regia di Patrice Chéreau

Per porre fine alle lotte di religione, Margherita di Valois viene data in moglie al protestante Enrico di Navarra ma il matrimonio non è propizio visto che la notte di nozze si trasforma della strage della notte di San Bartolomeo. Essendo il loro un matrimonio di puro interesse Margherita ed Enrico avevano già deciso di non consumare la loro notte di nozze ma mentre Margot è con il suo amante il duca di Guisa, Enrico, sapendo di essere in pericolo si reca dalla moglie proponendole un’alleanza che salvi lui dalla morte e offra loro la possibilità di diventare sovrani nonostante non siano i primi nella linea di successione. Enrico di Guisa che si era nascosto all’arrivo del re di Navarra, lascia Margot dopo una scenata di gelosia, allora la donna esce mascherata e ha un incontro furtivo con un giovane sconosciuto, un piccolo nobile al seguito di Navarra, Hyacinthe de La Môle. Quando inizia il massacro, Margot si ritrova davanti l’amante occasionale in fuga e decide di salvarlo è l’inizio di una passione travolgente che costerà la vita a de La Mole che pure riesce a portare a termine la sua missione: liberare Margherita dal Louvre e restituirla al legittimo marito riparato in Navarra.

Ispirato dall’omonimo romanzo di Alexandre Dumas padre il film punta più sugli aspetti passionali, l’amore tra Margherita e de La Mole piuttosto che sull’amicizia tra Carlo IX e Enrico di Navarra che nel romanzo sconfiggeva il fanatismo religioso.
Il romanzo di Dumas è il testo più noto che si basa sulla leggenda popolare della regina Margot, donna colta e prima donna francese a scrivere le proprie Memorie, viene dipinta come una donna lussuriosa ed incestuosa, Chéreau si attiene alla tradizione ma la sua Margot si salva conoscendo il vero amore con de La Môle, anche Carlo, come nel romanzo, trova una via di salvezza nell’amicizia con Enrico: il re di Navarra lo aveva salvato durante una partita di caccia al cinghiale e per riconoscenza Carlo aveva fatto quello che era in suo potere per salvarlo dalla furia dei Valois.
Caterina de Medici e i suoi figli sono il simbolo del male assoluto nascosto nel potere senza moderazione: l’intrigante Caterina ha come arma prediletta il veleno per liberarsi dei suoi nemici e non esita a calpestare la vita delle persone pur di raggiungere i propri scopi, ne è un esempio la Marchesa Charlotte de Sauve (Asia Argento) buttata tra le braccia di Enrico di Navarra fin dalla prima notte di nozze e sacrificata con un rossetto avvelenato nel tentativo di uccidere con il venefico trucco Enrico di Navarra, salvato da Margot in virtù del loro accordo.
Un altro tentativo di avvelenare Enrico porta alla morte di Carlo IX: Caterina fa avvelenare le pagine di un libro di falconeria e lo fa portare dal figlio minore, Francesco, nella camera del re di Navarra ma sarà Carlo a leggere il libro. Anche sul letto di morte del figlio Caterina non rinuncia ai suoi piani: vede che il libro apparteneva ai De la Mole e sfrutta l’occasione per attribuire l’omicidio del figlio regnante ai protestanti. Interpretata da una grandiosa Virna Lisi che vinse un meritatissimo premio a Cannes per la miglior interpretazione, Caterina de Medici è rappresentata come una figura maligna, vestita di nero, spesso nell’ombra, con qualcosa di vampiresco nella sua folle sete di potere.



La regina margot


L’ennesimo intrigo, l’avvelenamento del libro attribuito a De la Mole è quello che costa la vita al giovane che assieme ad Annibal de Coconas, prima suo nemico poi fedele compagno, viene decapitato. Margot se ne parte verso la Navarra con la testa imbalsamata dell’amato tra le mani.
Finale grandguignolesco per un film molto carnale, nonostante le molte le scene di nudo tagliate, l’interesse del regista non è per il sesso ma per lo strazio dei corpi, soprattutto la prima parte è un concentrato di scene di massa negli spazi angusti del palazzo del Louvre che trasmette un senso di claustrofobia e di tragedia ineluttabile che culmina nel massacro degli ugonotti, scene che hanno anche una valenza politica visto che nel 1994 si era nel pieno della guerra balcanica, guerra fratricida con motivazioni (?) non molto diverse da quelle delle guerre di religione francesi.