Natalie Wood

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Natalia Nikolaevna Zakharenko nasce a San Francisco il 20 luglio 1938, da una famiglia di emigrati russi che cambia il proprio nome in Gurdin per ottenere la cittadinanza americana.
La piccola Natalie dimostra un precoce talento per la danza e debutta a soli 4 anni in Happy Land (1943), scoperta dal regista Irving Pichel.
Nel 1947 e’ la bambina che non crede a Babbo Natale nel classico natalizio Il Miracolo della 34° strada e la figlia di Lucy Muir, la giovane vedova interpretata da Gene Tierney che intesse una love story con un burbero fantasma in Il Fantasma e la signora Muir diretto da Joseph L. Mankiewicz.
Natalie Wood cresce come starlette adolescente, partecipando a numerose pellicole; la svolta arriva nel 1955 quando a soli 17 anni anni e’ Judy, la protagonista femminile di Gioventu’ bruciata, celeberrimo film di Nicholas Ray che porta alla ribalta tre giovani attori dall’infausto destino: James Dean, Sal Mineo e la bella Natalie che per questo film ha la su aprima nomination agli Oscar.

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L’anno seguente e’ Debbie Edwards la ragazzina rapita dagli indiani e ritrovata dallo zio Ethan Edwards, uno splendido John Wayne in uno dei capolavori di John Ford, Sentieri selvaggi.
L’apice della sua carriera e’ nei primi anni ‘60 quando diventa il simbolo di una gioventu’ che mal sopporta le regole del falso moralismo e della reperessione sessuale con il ruolo di Deanie Loomis, la fragile fanciulla innamorata di Warren Beatty in Splendore nell’erba. (1961)
Nello stesso anno e’ Maria, la fanciulla protagonista di un amore interazziale nella versione cinematografica del musical West Syde Story firmata da Robert Wise.
Segue La donna che inventò lo strip-tease, biografia romanzata e tratta da un musical, di Gypsy Rose Lee, famosa spogliarellista degli anni’30.

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Nel 1965 e’ la protagonista de Lo strano mondo di Daisy Clover, bel film di Robert Mulligan, che non ha mia riscontrato un grosso riconoscimento di pubblico e di critica: fu proprio lo scarso successo del film a portare la Wood a diradare la sua attivita’ cinematografica (e’ da segnalare solo il film del 1966 Questa ragazza è di tutti che le vale la terza nomination) per preferire la televisione, nel frattempo la sua vita sentimentale e’ piuttosto complicata, nel 1962 divorzia dal primo marito l’attore Robert Wagner (celebre soprattutto per la serie tv Cuore e batticuore) che risposera’ in seconde nozze nel’72 dopo la parentesi di un altro matrimonio.
La fragilita’ che Natalie Wood portava sullo schermo rifletteva quella della sua esistenza, terminata tragicamente il 29 novembre 1981 in un incidente dai risvolti misteriosi: l’attrice che aveva sempre avuto il terrore dell’acqua muore annegata scivolando dal suo yacht dove si trovava in compagnia del marito e dell’amico e collega Christopher Walken con il quale stava girando il film Brainstorm.

Il labirinto del fauno

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Spagna 1944, la guerra franchista e’ finita ma l’esercito e’ ancora impegnato a sgominare le bande di partigiani comunisti. Ofelia segue la madre incinta che sta raggiungendo il secondo marito, un capitano franchista, in una sperduta localita’ montana: benche’ dodicenne, la ragazzina e’ ancora affascinata dal mondo delle fiabe e si rifugia in un mondo fantastico per sfuggire agli orrori quotidiani.

Guillermo del Toro continua il suo percorso rivisitando il periodo della guerra spagnola in chiave gotica, dopo La spina del diavolo (che mi sono persa a causa di una distribuzione infelice alle soglie dell’estate scorsa) arriva questa fiaba nera molto ben accolta.
Personalmente ho trovato un po’ troppo schematica la separazione del lato fantastico da quello reale della vita di Ofelia: avrei preferito una maggiore commistione e piu’ fluidita’ nei passaggi tra i due mondi, difetto che perdono per l’interessante lettura psicologica del femminile che si puo’ spigolare tra i risvolti barocchi della pellicola.



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Ofelia e’ una ragazzina alle soglie dalla puberta’ che si rifugia in un mondo fantastico sotterraneo, pericoloso e sporco, per rifuggire il modello materno molto debole: una donna succube del perfido Capitano Vidal (le vaghe allusioni all’incontro tra i due e l’interesse esclusivo del Capitano per il figlio possono lasciare intendere che il nascituro sia frutto di una violenza).
Alla figura della madre fa da contraltare quella di Mercedes, con cui Ofelia lega immediatamente: la governante della casa-guarnigione dove risiede Vidal e il suo drappello di soldati e’ una donna libera ed indipendente (staffetta nonche’ spia dei partigiani) che riuscira’ a tenere testa al cattivissimo Vidal: l’insistenza del dettaglio del coltello nascosto sul ventre tra le pieghe del grembiule sottolinea quanto Mercedes sia una donna in contatto col la sua parte maschile.
Ofelia (nome omen?) e’ indecisa tra questi due modelli femminili mentre deve prendere coscienza della sua essenza femminile: il rifiuto di una presa di posizione (il sacrificio del bambino, cioe’ della purezza dell’infanzia) comporta la rinuncia alla vita e il prefinale e’ emblematicamente simbolico del femminile a cui Ofelia rinuncia con il sangue che stilla nella pozza d’acqua dove si riflette la luna piena.

Il vento che accarezza l’erba

Ilventocheaccarezzalerba La nascita della repubblica irlandese nei primi anni ‘20 si consolida con l’accettazione di un trattato con l‘Inghilterra che divide in due il partito indipendentista ed in particolare due fratelli che avevano condiviso l’ideale dell’indipendenza.

Un film non eccelso dal punto di vista artistico (la parte centrale e’ sicuramente didascalica e noiosa) che ha reso controversa la vittoria della Palma d’oro a Cannes.
Le parti piu’ interessanti che salvano il film sono l’inizio e la fine: un inizio diretto che entra subito in medias res, mostrando le violenze che l’oppressore inglese esercita sulla popolazione irlandese: piu’ che le cruente torture (che non avranno fatto distogliere lo sguardo a ben pochi spettatori) indigna la sorta toccata al ragazzo che si ostina a parlare in gaelico.
Ad interessare il regista non e’ la lotta per l’indipendenza contro gli inglesi ma il mostrare le dinamiche che portano alla spaccatura del movimento irredentista irlandese, rappresentato dai due fratelli: Damien che vuole fare il dottore e cerca di non farsi coinvolgere dalle lotte per l’indipendenza diventera’ un fiero oppositore del trattato che rende l’Irlanda una repubblica ancora asservita all’Impero Britannico, mentre Teddy l’ex seminarista acceso rivoluzionario si accontentera’ del trattato. Che le simpatie di Loach siano tutte per Damien e’ indubbio, ma mi pare che il racconto sia piuttosto equilibrato e permetta di comprendere anche le ragioni di chi ha accettato di scendere a patti con gli inglesi portando le proprie decisioni alle estreme conseguenze e il Loach che racconta storie di bivi che non ammettono via di fuga (My name is Joe) merita di essere visto.
Una volta tanto salvo anche il criticato titolo italiano: nella traduzione letterale della vecchia canzone irlandese il vento accarezza l’orzo (anzi lo scuote) ma nella nostra lingua e’ indubbiamente piu’ poetico accarezzare l’erba.

Addio a Philippe Noiret

PhilippeNoiret E’ scomparso il grande attore francese la cui carriera si e’ spesso intrecciata con il cinema italiano.
Philippe Noiret nasce a Lille il 1 Ottobre 1930, si avvicina alla recitazione dietro suggerimento dello scrittore Henri de Montherlant.
A 19 anni ha un piccolissimo ruolo nel film Gigi’ (1949) di Jacqueline Audry, ma il debutto ufficiale e’ considerato La pointe courte di Agnès Varda del 1956 che da vita a una carriera che non ha mai avuto battute d’arresto. Nel 1960 e’ lo zio a cui sfugge la piccola Zazie di Zazie nel metrò di Louis Malle. Nel 1969 fa parte del cast di Topaz, una delle utilme fatiche di Alfred Hitchcock.

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Gia’ negli anni ‘60 Noiret inizia a lavorare con registi italiani (Fulci, Zampa, De Sica) ma e’ nei primi anni ‘70 che il rapporto con l’Italia si cementa grazie alla collaborazione con Marco Ferreri per il quale gira lo scandaloso La grande abbuffata del 1973, e l’anno seguente l’’ironica rivisitazione della battaglia di Little Big Horn trasposta a Parigi de Non toccare la donna bianca.
Nel 1975 e’ l’anno del grandissimo successo di Amici miei di Monicelli, mentre nel 76 e’ il Generale dello sperduto avamposto de Il deserto dei tartari di Zurlini.
Altra bella collaborazione e’ quella con Alberto Sordi che ha il suo apice ne Il testimone (1978) il film di Mocky che vede Sordi nei panni di un restauratore invitato in Francia dall’amico Noiret che lo fara’ accusare dei propri delitti.
Nel 1981 e’ uno dei Tre fratelli che tornano nella casa paterna nel Sud Italia alla morte della madre nel film di Francesco Rosi.
Nel 1988 e’ il proiezionista Alfredo nel celeberrimo Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore.
Nel 1994 veste i panni di Neruda ne Il postino di Michael Radfor, ultimo film girato dal nostro Massimo Troisi

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Il profumo

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Il film me lo sono persa, ma la vox populi sosteneva che il libro fosse assai più bello della pellicola e così ho letto questo acclamato romanzo e ovviamente non mi è piaciuto neanche un po’, mi ha intrigato molto poco la storia di questo Grenouille nato senza odore ma con l’olfatto più sviluppato al mondo (e già questa compensazione nel medesimo campo mi soddisfa poco) poi non ho capito a che genere appartiene il romanzo e questo al limite è solo un buon romanzo di genere, non venitemi a dire che si tratta di letteratura d’autore!
Romanzo storico non mi pare: non c’è nessuna connotazione storica se non la descrizione delle puzze parigine, un horror, un giallo? non fa mai paura non c’è mai suspense, il personaggio è odioso e repellente fin dall’inizio, non fa neppure pena la sua sorte scellerata di orfano e devo seguire per 259 pagine le sue pazzie riguardo la possibilità di generare il profumo perfetto che fa essere amati da tutti?
Che poi.
Ammettiamo che il profumo si sia potuto ottenere nel modo descritto, ma con poche gocce costui riesce a ipnotizzare una folla enorme e per giunta puzzolente di effluvi maleodoranti che avrebbero dovuto alterare la percezione olfattiva del prodigioso elisir almeno nelle ultime file?
Secondo me è una storia che non sta in piedi, per tacer dell’assurdo finale.

Flags of our fathers

FlagsofourfathersLa foto della bandiera americana piantata sul monte Suribachi diventa in pochi giorni l’emblema della battaglia di Iwo Jima, fondamentale per il dominio sul Pacifico.
Dei sei ragazzi che innalzarono il pennone solo tre sopravvivono alla battaglia e tornano in patria osannati come eroi ma la battaglia piu’ dura deve ancora cominciare: una tourne’ per gli States per raccogliere i fondi necessari per continuare la guerra, raccontando una verita’ manipolata..

In questo film non c’e’ il trasporto di Million Dollar Baby, la passione dettata dalla partecipazione totale, ma una freddezza (se cosi’ posso chiamarla) che nasce dal reiterato disgusto per una cosa orribile come la guerra.
Gli orrori della guerra sono inenarrabili, per questo motivo non sapremo ne’ vedremo mai la sorte toccata a “Iggy” Ignatowski, portandoci a casa l’angoscia impalpabile del’ignoto.
Piu’ ancora che contro la guerra, Eastwood punta il dito contro i politicanti, i venditori di fumo che alterano la verita’ a loro piacimento per trasformarla in una macchina da soldi, per produrre altro denaro che mantenga il meccanismo infernale della guerra, cosi’ la storia di Iwo Jima e’ svenduta e modificata: le bandiere piantate sul cocuzzolo furono due, la prima piu’ piccola fu tirata giu’ perche’ un ufficiale la voleva per la gloria del suo reggimento, cosi’ il secondo plotone salito sulla vetta ne pianta un’altra, quella immortalata dal celebre scatto di Joe Rosenthal; quando la foto diventa un simbolo di speranza per la nazione americana, ormai stanca e scoraggiata dalla guerra, si crea la necessita’ di dare un volto a quegli anonimi eroi fotografati in controluce: la fretta, i ricordi confusi, la voglia di condividere la gloria con i propri amici fa si’ che si confondano i protagonisti della prima posa con i secondi, ma ormai la macchina dei media si e’ messa in moto e i ragazzi sopravvissuti non potranno esimersi dal continuare a rivivere quel giorno scalando montagnole di cartapesta o mangiando dolci che riproducono la celebre foto irrorata da una crema di fragole troppo simile al sangue che non riescono a togliersi dalla mente: una pressione insostenibile, soprattutto per Ira Hayes, il nativo americano che a un certo punto abbandona il tour e preferisce tornare sul campo di battaglia.
Eastwood segue la vita dei tre protagonisti anche dopo la fine della guerra raccontando brevemente le loro vite, la difficolta’ che ebbero (per chi ci riusci’) nel convivere con quei ricordi orribili e il senso di colpa di essere sopravvissuti usurpando la fama di eroi, per un giorno almeno, perche’ i media dimenticano in fretta.
Come e’ risaputo, questo e’ solo il primo film che Clint Eastwood dedica alla battaglia di Iwo Jima, il secondo Letters from Iwo Jima raccontera’ l’episodio bellico secondo il punto di vista giapponese, volendo si potrebbe dire che i film sono tre perche’ i bellissimi titoli di coda composti da fotografie originali dei reali protagonisti di questa storia e da immagini della battaglia sono quasi un piccolo ma fondamentale documentario storico, assolutamente da non perdere.

Azur e Asmar

Il nobile Azur viene allevato da una nutrice saracena che lo cresce assieme al figlio Asmar e allieta l’infanzia dei due bambini con racconti arabi, in particolare quello della Fata dei Jinn. Quando Azur viene mandato in citta’ dal precettore, la nutrice e Asmar sono scacciati da palazzo. Diventato adulto Azur decide di andare in Arabia per liberare la Fata dei Jinn..



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Dopo Kiriku’ e gli animali selvaggi, Ocelot torna con un opera piu’ ambiziosa dei suoi lavori precedenti, oltre alla sperimentazione in 3D, introduce nuovi personaggi, in particolare Rospu’ che non ha la ieratica eleganza dei personaggi tipici di Ocelot ma e’ oggettivamente ridicolo.
Per il resto l’autore continua nel suo pregevole lavoro di recupero di miti e leggende dell’altro lato del bacino del Mediterraneo, approfondendone anche gli aspetti filologici, in questo caso la continuata iterazione delle stesse frasi o delle stesse scene (Rospu’ che sputa e si lamenta di quel che manca in Arabia o l’arrivo sequenziale di tutti i personaggi nel palazzo dei Jinn alla fine della storia) tipiche di ogni tradizione popolare.
AzuretAsmarIl messaggio di pace e fraternita’ tra due grandi culture come quella europea ed araba puo’ apparire forse troppo scontato e quasi lezioso (ma vorrei capire dove sta l’elemento di rottura nei cartoon targati Dreamworks o Pixar se non in un atteggiamento piu’ moderno e scurrile: preparatavi a rutti e puzzette per le nuove uscite), a me non e’ dispiaciuto rintanarmi per un ora e mezza nel fantastico mondo di fratellanza e coraggio disegnato da Ocelot che comunque con grande acume sottolinea un parallelo, a cui difficilmente si pensa, tra la mitologia dei Jinn e quella degli elfi.
Sublime come sempre la raffinatezza del disegno che si ispira al medioevo europeo e a quello arabo: alcuni paesaggi incorniciati dalle finestre del palazzo in Europa hanno la grazia delle vedute leonardesche e fiamminghe mentre il lavoro di ricostruzione sul medioevo arabo e’ perfetto, dati i molti anni di studi che il regista ha dedicato al loro progetto. Al sottile richiamo alla storia dell’arte si unisce un uso del colore smagliante e stupefacente che ha il suo apice nel bellissimo leone scarlatto dagli artigli blu.
Da menzionare anche la delicata colonna sonora.

Mario Soldati

Mariosoldati_1 L’ultimo dei tre centenari che il cinema italiano festeggia quest’anno, dopo Rossellini e Visconti, e’ quello di Mario Soldati, figura un po’ anomala della cinematografia e della letteratura. Nato a Torino il 17 novembre 1906, inizia a frequentare giovanissimo gli ambienti liberali che ruotano attorno a Piero Gobetti, nel 1929 vinta una borsa di studio si trasferisce in America dove resta fino al 1931.
Tornato in Italia prende contati con il mondo dell’arte e diventa aiuto regista di Mario Camerini, dopo alcuni film girati a due mani l’esordio come regista avviene nel 1939 con la commedia Dora Nelson, pellicola ispirata alle slapstick d’oltreoceano che non fu molto amata alla sua uscita.
Da ottimo letterato qual’e’, Soldati porta sullo schermo due buone trasposizioni delle opere di Fogazzaro: Piccolo mondo antico (1941) che lancia definitivamente Alida Valli, facendola uscire dal ruolo di “fidanzatina d’Italia” e nel 1942 Malombra che ha per protagonista Isa Miranda, dato che alla Valli si erano schiuse le porte di Hollywood.
Sempre nel 1942 adatta per il grande schermo il romanzo di Cinelli, La trappola realizzando Tragica Notte, uno dei suoi pochissimi film che ha valenze neorealiste.
Segue Eugenie Grandet ancora con Alida Valli, girato nel 1946, come Le miserie di Monsieur Travet satira del mondo della piccola borghesia burocrate, che sara’ un tratto spesso presente nel cinema di Soldati.
Mariosoldatifilm Nel 1948 il drammatico Fuga in Francia, storia di uno sconfinamento oltralpe da parte di un gerarca fascista col figlio che nel viaggio si unisce ad alcuni operai che vogliono espatriare in cerca di lavoro, rappresenta la seconda incursione del regista nel neorealismo.
Nella prima meta’ degli anni ’50 Soldati alterna commediole leggere che spesso hanno per protagonista Walter Chiari a film di cappa e spada; solo nel 1953 torna da adattare opere letterarie con la trasposizione de La provinciale di Moravia nell’omonimo film con Gina Lollobrigida.
Del 1954 e’ il thriller La mano dello straniero che racconta di un ufficiale britannico che deve venire a Venezia per rincontrare il figlioletto che non vede da anni ma viene rapito da spie jugoslave.
L’ultimo film del regista e’ del 1959, Policarpo “ufficiale di scrittura”, divertente pellicola sui burocrati d’inizio secolo.
L’eclettico scrittore regista, viene affascinato anche dal mondo televisivo ed e’ uno dei padri delle inchieste giornalistiche con storici reportage come Viaggio nella Valle del Po del 1957.
Mario Soldati si spegne a Tellaro, vicino La Spezia, il 19 giugno 1999.

Alibi – per essere altrove

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Poi uno si stupisce se dico che sono napoleonica per effetto pavloviano: che ci posso fare se a me il Grande Corso porta decisamente bene?

Alibi1 Ad esempio il contatto con lui, direttore della nuova rivista di viaggi Alibi – per essere altrove e’ nato grazie alla comune passione napoleonica, fatto sta che il geniale direttore ha pensato bene di affidarmi una rubrica sul cinema all’interno della rivista e mi e’ parso giusto iniziare a sviscerare il rapporto tra cinema e viaggio raccontando la storia di un mezzo di trasporto che al cinema ha avuto (e ha portato) molto successo, il treno: siccome la storia tra cinema e treno e’ lunga e complessa nel primo numero racconto solo la prima parte di questa liason.
Terminato lo spudorato momento di vanto, va detto che la rivista e’ molto curata sia nell’impaginazione che nei servizi che hanno un’impronta “culturale”, in tutte le accezioni del termine, come tiene a specificare l’esimio direttore nell’editoriale di presentazione.
Il prezzo e’ piu’ che equo: 3,90 euri, la distribuzione buona (ho fatto incetta di copie per parenti e amici all’Esselunga di Alessandria) se ancora non e’ chiaro dove voglio andare a parare vi elargiro’ una delle perle di saggezza cultural-economica del mio vecchio parroco, Don Egisto: il primo numero di un nuovo giornale va sempre comprato e conservato, magari tra cinquant’anni vi trovate una fortuna in mano! 😉