I banditi del tempo

Time Bandits
UK 1981
con Craig Warnock, David Rappaport, Kenny Baker, Mike Edmonds, Jack Purvis, John Cleese, Sean Connery, David Warner, Ian Holm, Michael Palin, Shelley Duvall, Peter Vaughan, Katherine Helmond, Ralph Richardson, David Daker, Derrick O’Connor, Jim Broadbent
regia di Terry Gilliam

La camera di Kevin sembra essere diventata un portale spazio temporale: sei nani irrompono dall’armadio inseguiti dall’Essere Supremo. Kevin li segue con la sua macchina fotografica. I sei nani sono gli aiutanti dell’Essere Supremo che hanno deciso di compiere furti memorabili fuggendo dal luogo del crimine usando dei varchi temporali segnati su una mappa. Il Male segue quest’impresa dal suo castello e attira la banda ma l’arrivo dell’Essere Supremo rivela che il furto della mappa faceva parte del suo piano. Kevin si risveglia nella casa che sta andando a fuoco, salvato da un pompiere che assomiglia all’Agamennone che ha incontrato nel viaggio nel tempo…

I banditi del tempo è il secondo film da regista di Terry Gilliam diretto al di fuori dei Monty Phyton ed è il primo capitolo della trilogia dell’immaginazione che prosegue con Brazil e  Le avventure del barone di Münchhausen.

La fuga dalla realtà dei tre film si caratterizza  per avere il punto di vista di un ragazzino ne I Banditi del tempo, di un adulto in Brazil e di un vecchio ne Le avventure del barone di Münchhausen.

Scritto con Michael Palin, il film ripropone molto dell’umorismo surreale dei Monty Phyton soprattutto nella prima parte, nei personaggi di Napoleone ossessionato dalla scarsa altezza e di un Robin Hood decisamente svanito.


Più il viaggio a ritroso nel tempo prosegue più il film trova una sua autonomia: la figura di Agamennone, libera da ogni connotazione di stampo classico, diventa un surrogato della figura paterna: i genitori di Kevin sono completamente assorbiti dalla televisione e dall’interesse per gli elettrodomestici di ultima generazione che diventano uno status symbol. Ad interpretare il re di Micene c’è Sean Connery, fan dei Monty Phyton, che partecipò al film per un compenso simbolico (ma una percentuale sugli incassi).

Screenshot

Anche da un punto di vista scenografico la rappresentazione si fa più fantasiosa dal periodo miceneo: le maschere degli Atridi, le teste taurine o equine sono avvincenti come l’immaginario nel Regno delle Leggende. 

Più essenziale e metafisica la rappresentazione della Fortezza delle Tenebre Eterne, regno del Male. L’antagonista dell’Essere Supremo è ossessionato dalla tecnologia in particolare i computer e fa impressione che un film di 45 anni fa sapesse già prevedere i danni di una tecnologia ancora agli albori.

Kevin e i suoi amici stanno soccombendo nella battaglia contro il Male e vengono salvati dall’arrivo dell’Essere Supremo che aveva organizzato tutto il piano. I nani tornano al loro lavoro di creatori di elementi naturali e Kevin deve tornare al suo mondo, con un risveglio molto brusco e tragico: la casa sta andando a fuoco perché un pezzo del Male è sfuggito all’operazione di pulizia dei nani e si è istallato nel microonde. Quando i genitori di Kevin cercano di toccarlo vengono polverizzati lasciando solo il ragazzino: un finale ben poco conciliante per quello che viene considerato un film per ragazzi 

La valle dei sorrisi

Screenshot

Italia 2025, con Michele Riondino, Giulio Feltri, Paolo Pierobon, Romana Maggiora Vergano, Sergio Romano, Anna Bellato, Roberto Citran
regia di Paolo Strippoli

Nel 2009 il paesino alpino di Remis è stato segnato da un disastro ferroviario ma quindici anni dopo il villaggio ha ritrovato una sua serenità. Qui arriva Sergio Rossetti, ex judoka, per una supplenza di educazione fisica; l’uomo è segnato da un grave lutto che lo porta a bere. Michela, la ragazza che gestisce la locanda del paese s’interessa al suo dramma e gli propone una soluzione, Sergio capisce così come hanno riacquistato la serenità gli abitanti del paesino: basta abbracciare regolarmente “l’angelo di Remis”…

Presentato in anteprima alla Mostra di Venezia, il film di Paolo Stripppoli dimostra di saper utilizzare gli stilemi horror per analizzare tematiche più profonde, direi filosofiche.

“L’angelo di Remis” è un quindicenne che per vie sovrannaturali riesce a prendere su di sé il dolore di chi lo abbraccia. Mentre il paese, pur idolatrando Matteo, in realtà lo sfrutta per la propria serenità, il professore di ginnastica sembra essere l’unico a percepire l’ingiustizia nei confronti del ragazzino: nessuno gli ha mai chiesto se è contento di svolgere il suo compito salvifico e c’è un dialogo molto interessante tra Sergio e Michela a questo proposito in cui la ragazza ribatte che non è giusto nemmeno il dolore che è toccato a lei o quello che è toccato a Sergio; in quest’epoca dove l’importante è sfuggire al dolore, conta solo quello personale e il proprio sollievo vale bene le pene di qualcun altro.

Il sollievo è in realtà apparente perché, come ogni scarica di dopamina, crea dipendenza e gli abitanti di Remis mostrano le crisi di astinenza grattandosi nervosamente: da questa perforazione della barriera epiteliale Matteo è in grado di prendere il controllo della mente dell’individuo e cosa potrà mai andare storto quando questo potere è in mano a un ragazzino alle prese con le prime pulsioni sessuali?

Un altro punto interessante de La valle dei sorrisi che travalica il genere horror è l’analisi del rapporto padre/figlio. Sergio e Mauro Corbin sono due figure speculari: il primo ha perso il figlio, il secondo cova il suo come una gallina dalle uova d’oro.

Il senso di colpa per la morte del figlio permette a Sergio di interessarsi allo strano ragazzo che gli ha reso la serenità quindi sviluppa con lui un legame da mentore, anche grazie alle sue attività di sportivo e di insegnante. È l’unico che chiede al diretto interessato cosa se ne faccia di tutto quel dolore che raccoglie dagli altri, una domanda che forse nemmeno Matteo si è mai posto e che forse un capro espiatorio non dovrebbe mai farsi dato che è praticamente impossibile sfuggire al proprio ruolo e il tesissimo finale lo dimostra.

Gloria! 

Italia 2024
con Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda, Paolo Rossi, Elio, Vincenzo Crea, Natalino Balasso, Anita Kravos
regia di Margherita Vicario

Veneto, 1809: la “muta” Teresa è  inserviente all’istituto di Sant’Ignazio che offre una formazione musicale alle giovinette di buona famiglia. Il collegio è sotto la guida del maestro di cappella Perlina. Il sacerdote viene messo in grandi ambasce dalla proposta di scrivere una messa cantata in onore di Papa Pio VII eletto da un conclave veneto e che ha in programma una visita all’istituto. Teresa, che ha sempre avuto un grande talento per la musica scopre un pianoforte nascosto in cantina e assieme a quattro educande, inizia ad andare a suonarlo di notte, intanto Perlina fa di tutto per ritrovare la vena creativa ma alla fine vende il pianoforte per cercare di trovare chi la componga per lui. Il fatto scatena la ribellione di Teresa…

Originale debutto nel lungometraggio di Margherita Vicario, come dice la didascalia del film, l’opera è dedicata a tutte le compositrici e le musiciste che nel corso dei secoli hanno dovuto rinunciare al riconoscimento della propria arte.

L’intento femminista di Gloria! si sviluppa in forme diverse, nelle varie personalità delle protagoniste: Teresa è un’orfana, la sua condizione e la povertà l’hanno costretta a subire molte angherie che culminano in una violenza carnale da parte del governatore che le strappa anche il bambino con la connivenza di Perlina. I traumi lasciano Teresa senza parole tanto che viene creduta muta,  anche dallo spettatore. 

Neppure le educande  sono tenere con la ragazza e anche le quattro musiciste impiegheranno un po’ per accettare la ragazza e il suo talento musicale, soprattutto Lucia, la compositrice del gruppo a cui spetta anche una buona dose di delusione amorosa che la porta a tentare il suicidio. 

Nonostante i risvolti drammatici, la storia di riscatto di Teresa e delle sue compagne è raccontata con allegria grazie al  potere salvifico della musica ed è molto interessante come la regista metta in scena questo punto: stilisticamente vediamo la macchina da presa avvicinarsi alla persona che sta suonando, volendo coglierne il trasporto.

La fotografia luminosa riprende i colori tardo rococò mentre, musicalmente, si spazia tra vari generi uscendo dalla dimensione storica, personalmente mi è molto piaciuta la sfida al pianoforte tra l’accademica Lucia e la libertà jazzistica di Teresa che non ha cultura musicale ma solo un grande talento.

Molto buona la prova delle attrici e degli attori: nel ruolo del viscido Perlina abbiamo un insolito ma perfetto Paolo Rossi.

Perfido inganno

Born to Kill
USA 1947, RKO
con Claire Trevor, Lawrence Tierney, Walter Slezak, Audrey Long, Elisha Cook Jr, Isabel Jewell, Esther Howard, Kathryn Card, Tony Barrett , Grandon Rhodes
regia di Robert Wise

A Reno per divorziare,  Helen Brent abita nella pensione della signora Hart e qui fa conoscenza con la sua vicina, Laury Palmer. L’ultima notte a Reno Helen va al casinò dove lancia sguardi d’intesa con un  bel ragazzone, Sam Wilde, senza sapere che è  la nuova fiamma di Laury che ha deciso di farlo ingelosire. Helen incontra Laury e il nuovo accompagnatore al casinò dove li vede anche Sam che, ingelosito, va a casa di Laury e uccide prima il suo compagno poi la donna che ha assistito alla scena. Tornando a casa Helen fa rientrare il cane di Laury in casa scoprendo i corpi delle vittime ma decide di non chiamare la polizia perché a San Francisco l’aspetta il fidanzato, un petroliere che non gradirebbe essere invischiato in un delitto. Helen parte immediatamente per San Francisco e sui binari ritrova Sam che sta lasciando la città per sfuggire alle indagini. I due viaggiano insieme continuando a flirtare. Qualche giorno dopo Sam si presenta a casa di Helen e qui scopre che la donna ha un promesso sposo ma anche una sorellastra assai più ricca di lei. In pochi giorni Sam sposa l’ingenua Georgia scatenando la gelosia di Helen. Al matrimonio interviene anche  Mart. l’amico a cui Sam ha confidato il duplice delitto. Un investigatore pagato dalla signora Hart segue Mart fino a San Francisco, Helen, a cui Sam ha confessato gli omicidi,  gli offre del denaro per non proseguire le indagini. Intanto arriva anche la signora Hart e Mart cerca di ucciderla ma viene viene eliminato da Sam convinto che l’amico abbia una tresca con Helen. Il petroliere intanto si è stufato dello strano legame della fidanzata con il cognato e la lascia, persa la prospettiva di farsi una posizione, Helen rivela a Georgia la vera natura del marito ma la donna capisce che la rivelazione è stata fatta per non perdere la ricchezza offerta dalla sua vicinanza e la scaccia, intanto arriva la polizia e mette fine al morboso triangolo.

Robert Wise, dopo gli esordi nel horror targato RKO, debutta nel noir con un film torbido che fece scandalo e che ancora oggi è in grado di infastidire per le tematiche e gli efferati omicidi. 

Peculiare il rovesciamento del punto di vista: la storia è raccontata dalla prospettiva di Helen, una donna del jet set che però non ha soldi suoi, è la sorellastra ad avere tutto il capitale il che le provoca un sentimento di odio amore per Georgia che vede come una ingenua che ha avuto sempre la pappa pronta. Per costruirsi la propria fortuna a Helen non resta che il matrimonio ma anche in questo  caso il legame è più complesso: il pacato Fred Grover, oltre alla sicurezza economica dona a Helena anche la stabilità morale che la donna sente di non avere e infatti cede al fascino perverso dello psicotico Sam attirata dalla sua capacità violenta di prendersi ciò che vuole.

Sam è uno dei rari casi di homme fatale, l’incontro in grado di distruggere un’esistenza, in questo caso più di una, la sua morbosa gelosia lo porta ad uccidere Laury per un innocuo flirt con un altro uomo e ad uccidere anche il suo amico Mart, l’unico confidente di tutte le sue malefatte solo perché pensa che sia interessato ad Helen.

Se Helen e Sam sono una coppia diabolica i personaggi secondari non sono da meno: Mart è pronto ad uccidere la signora Hart per coprire l’amico, l’investigatore si fa comprare tranquillamente e la stessa signora Hart non ha abbastanza coraggio per ribellarsi alle minacce di Helen. Il motore di tanto squallore  è il denaro e infatti gli unici due che sembrano potersi permettere una morale sono i due ricconi del film.

Mi è sembrato di cogliere anche dei riferimenti metacinematografici: il pacioso ma avido investigatore ricorda Hitchcock nei suoi memorabili cameo e il protagonista maschile, Lawrence Tierney, legnoso beefcake voluto da Tarantino ne Le Iene, assomiglia molto all’attore John Hamm, il protagonista di Mad Men e mi sono ricordata che anche Don Draper è un personaggio in fuga che ha acquisito una nuova vita e una nuova identità…

Frank Costello faccia d’angelo

Francia, 1967
con Alain Delon, François Périer, Nathalie Delon,Cathy Rosier, Catherine Jourdan,Jacques Leroy, Michel Boisrond
regia di Jean-Pierre Melville

Il solitario Frank è un sicario della malavita, meticoloso nel costruirsi alibi perfetti in due tempi. Anche l’alibi per l’omicidio di un tenutario di un nightclub è inattaccabile anche se, uscito dall’ufficio della vittima Frank incrocia la pianista Valerie che finge di non riconoscerlo durante gli interrogatori della polizia. Nonostante risulti estraneo ai fatti l’ispettore di polizia che conduce le indagini non è convinto dell’innocenza di Costello, il che porta i committenti dell’omicidio a volersi liberare del sicario. Ferito da un altro killer e inseguito dalla polizia, Costello uccide il boss che aveva commissionato l’omicidio e poi torna nel night dove si esibisce Valerie  consapevole di andare incontro alla morte.

Caliamo un velo pietoso sulla pessima scelta del titolo italiano che fece infuriare anche il regista: viene addirittura cambiato il nome del protagonista da Jef a Frank per alludere all’omonimo boss mafioso americano.

Le samourai resta un film seminale che ha ispirato diversi autori in diverse parti del mondo, da Drive di Nicolas Winding Refn a Ghost Dog di Jim Jarmusch,  tantissimi sono i tributi e le citazioni al polar di Melville che ha ispirato soprattutto il capolavoro di John Woo, The Killer dove il protagonista di chiama Jeffrey e ha un legame particolare, che lo condurrà alla morte, con una pianista resa cieca da una sua sparatoria.

Per restare nel cinema asiatico, Jonnie To avrebbe voluto Delon per il vecchio killer Costello di Vendicami ma l’attore rifiutò la parte che andò a Jhonny Hallyday.

Le samourai è la summa del polar secondo Melville, il maestro della nouvelle vague che rilesse in chiave ancora più cupa e contemporanea il noir americano anni ’40.

Il film inizia nella stanza del protagonista un appartamento completamente spoglio, solo un uccellino in gabbia è l’unica compagnia (e una sorta di allarme) del killer, una frase in sovraimpressione rimanda a una massima del Bushido : 

Non esiste solitudine più profonda del samurai, se non quella della tigre nella giungla.

La solitudine sociopatica di Jef è resa dai pochissimi dialoghi e dallo sguardo vuoto e gelido di Delon.

Jef ha un'”amica” Jeanne Lagrange che non lo tradisce neanche davanti al rischio di finire in galera e un mazzo di 40 chiavi che gli permette di aprire qualsiasi DS gli serva per i suoi colpi con l’aiuto di un garagista che gli cambia prontamente la targa senza bisogno di parole. La sua è una vita notturna fatta di luoghi loschi e fatiscenti.

Il ritmo del film è dato anche dalla componente Nouvelle vague ancora molto presente nel film: alla solitudine del samurai fanno da contraltare le scene in presa diretta di Parigi: gli appostamenti della polizia nelle vie trafficate, i poster vistosi delle stazioni del metro e una delle sequenze più note del film è proprio l’inseguimento nel metro, sembra una fuga vittoriosa dagli inseguitori con vendetta sul boss che è venuto meno al contratto in realtà è una corsa volontaria verso la morte che avrebbe dovuto culminare con un sorriso sul volto sempre impassibile del protagonista ma il finale venne cambiato all’ultimo minuto. 

7 scialli di seta gialla

Italia 1972
con Anthony Steffen, Sylva Koscina,  Jeannette Len, Renato De Carmine, Giacomo Rossi Stuart, Umberto Raho, Annabella Incontrera, Liliana Pavlo, Romano Malaspina
regia di Sergio Pastore

Copenaghen: mentre sta aspettando in un ristorante una modella con cui ha una liason, il pianista cieco Peter Oliver ascolta involontariamente la conversazione di un tavolo accanto che allude chiaramente a un ricatto. Quando arriva Paola, la modella, gli comunica che vuole lasciarlo; poco dopo la donna viene trovata uccisa e l’ispettore Jansen sospetta di Peter ma il pianista, grazie a quella conversazione ascoltata per caso, si rivelerà fondamentale nella scoperta dell’assassino che ha continuato a mietere vittime…

Con un titolo che è uno scioglilingua, Sette scialli di seta gialla, conosciuto anche come Gli omicidi del gatto nero, è un giallo nato sulla scia del successo della trilogia degli animali di Dario Argento, trilogia ampiamente saccheggiata (il protagonista è cieco come Karl  Malden ne Il gatto a nove code, solo per citare l’analogia più macroscopica) ma Pastore non disdegna di rifarsi anche a Sei donne per l’assassino di Bava nell’ambientazione nell’atelier di moda, gli omicidi seriali di modelle e gli immancabili guanti di pelle nera del killer, dulcis in fundo una citazione dell’omicidio nella doccia di Hitchcock per l’assassinio più efferato della pellicola che era già stato anticipato da una scena filmata, estratta da un film che il pianista avrebbe dovuto musicare. 

Giallo minore e derivativo che però non rinuncia ad alcune chicche visive: Susan l’ex circense drogata ricattata dal killer, va in giro con un improbabile mantello con cappuccio e un cestino, se la cappa non fosse bianca saremmo davanti a una riedizione horror di Cappuccetto rosso, il gatto nero richiama E. A. Poe e la scena nella vetreria con il cieco che deve evitare i macchinari ha qualcosa de Il pozzo e il pendolo oltre che una ripresa raffinata dove Peter, ripreso dal basso di una cava, diventa la pupilla verticale dell’occhio di un gatto. 

L’ambientazione danese dona un tono livido riscaldato sempre da qualche punto di colore vivace, esempi di un’eleganza fotografica e compositiva caratteristica del giallo italiano che mi fanno sorvolare su trame lambiccate ed eventuali altri difetti. 

  

Marcel the Shell

Marcel the Shell with Shoes On
USA 2021
regia di Dean Fleischer Camp


MarcelTheShell


Mardel è un gasteropode che vive con la nonna Connie in una casa messa in affitto su Airbnb dopo che la coppia che l’abitava si è separata. Dean, un cineasta che ha affittato la casa si accorge della conchiglia con le scarpe e inizia a girare un documentario su di lui, scoprendo che la separazione della coppia ha causato anche la perdita della comunità di Marcel: le altre conchiglie sono finite nella valigia dell’uomo che ha lasciato la casa. Il documentario inizia ad avere successo e Marcel spera di poter sfruttare l’inaspettata fama per ritrovare il resto della sua famiglia ma i fan dei social si limitano a aggirarsi attorno alla casa di Marcel per fare i selfie, causando anche un incidente a nonna Connie. Arriva anche una chiamata da 60 minutes, il programma preferito di Marcel e Connie ma preoccupato per la salute della nonna, la piccola conchiglia rifiuta di farsi intervistare, Connie allora finge di essersi ripresa per far sì che Marcel partecipi al programma, sarà la loro ultima avventura ma dopo qualche mese arriva la buona notizia e Marcel ritrova la sua comunità anche se la felicità resta una questione strettamente personale…



Marcel the shell


Paradossalmente quella di Marcel potrebbe essere una storia vera: non ho ancora 60 primavere ma mi ricordo benissimo di piccole lumachine dalla conchiglia a spirale allungata proprio come quella di Marcel che vivevano sotto gli arbusti e che sono state le prime vittime dell’inquinamento, infatti non le ho mai più viste dall’inizio degli anni ’80. La voglia di ritrovare questo ricordo d’infanzia mi ha riportata al cinema senza sapere nulla della fama sul web della “conchiglia con le scarpe”: il lungometraggio nasce sulla scia di tre corti virali che il regista ha realizzato tra il 2010 e il 2014 con l’allora compagna Jenny Slate, voce originale di Marcel anche nel lungometraggio.
Il mockumentary sulla bizzarra creatura parte mostrando l’ingegno che Marcel e Connie devono usare per sopravvivere alla perdita della comunità; un frullatore legato al ramo dell’albero fa cadere i frutti che ai tempi felici della vita in comune sarebbe stato scosso dalle altre conchiglie; Marcel vive in una camerfetta perché il letto della sua cameretta è composto da due fette di pancarré mentre nonna Connie è diventata un’abile giardiniera e ha stretto un legame molto forte con gli insetti del giardino. Tutto divertente, con bellissimi giochi di messa a fuoco che fanno la gioia degli amanti della macro tra stop motion e sfondi reali, ma un senso di malinconia e tragedia pervade impalpabilmente le interviste, fino a quando si svela il dramma che ha segnato la vita di Marcel, la rottura della coppia che abitava la casa ha segnato la dispersione della sua famiglia e della sua comunità: le piccole conchiglie che per sfuggire alle liti dei fidanzati si riparava nel cassetto dei calzini, vengono rovesciati in valigia e se ne vanno con l’uomo mentre Marcel e la nonna guardavano il loro programma preferito, quel 60 minutes che riunirà Marcel alla sua famiglia.
La decisione di pubblicare sul web le interviste a Marcel, portano una fama inaspettata quanto inutile: la diretta in cui Marcel chiede espressamente aiuto per ritrovare la sua famiglia ha successo ma resta letteralmente inascoltata, una pioggia di cuori e stelline ma nessuno si interessa al dramma del protagonista anzi i “fan” riescono a trovare l’abitazione della conchiglia che diventa meta per i selfie senza rispetto per i minuscoli abitanti e infatti l’unico giorno in cui Marcel è fuori casa la nonna rischia di restare travolta dall’ondata di ammiratori. Una visione realistica ma forse un po’ troppo pessimistica dei social, è vero che ci accontentiamo di una parvenza di amicizia virtuale sul web ma affidare ancora il ruolo risolutore a uno storico programma tv, (una via di mezzo tra Chi l’ha visto e C’è posta per te, mi par di capire) non mi sembra una presa di posizione così indie.
Toccante la parte finale del film con la nonna che si finge guarita pur di convincere Marcel ad affrontare la vita invece di chiudersi per paura di perdere quel poco che gli è rimasto, i mesi di solitudine dopo la morte di Connie con l’unico conforto dell’amicizia di Dean e poi il ritrovamento dei parenti grazie alla struttura più solida e giornalistica del medium televisivo, un film d’animazione si fermerebbe al lieto fine e Marcel the shell sarebbe un ottimo film anche così ma la coda finale è forse il tocco più umano, realistico e innovativo dell’opera: nonostante la gioia del ritrovamento dei genitori e della numerosa famiglia, Marcel non può più rinunciare alla sua solitudine e così si ritaglia uno spazio tutto per sé scoprendo di essere in connessione con l’intero universo, continua anche il legame con Dean che ha trovato una nuova casa e probabilmente un nuovo amore: la vita continua ma soprattutto cambia.

Joker

Joker

Arthur Fleck vive con la madre malata, ossessionata dall’ex datore di lavoro, il miliardario Thomas Wayne che si è candidato come sindaco di Gotham. Arthur lavora come clown cercando di realizzare il suo sogno: diventare un comico di successo ma è affetto da una rara patologia che lo fa ridere sguaiatamente ogni volta che prova una forte emozione, questo fa di lui un disadattato vittima di derisioni e violenze finché un giorno non si ribella e in metropolitana uccide tre ragazzi ricchi che dopo aver importunato una ragazza se la prendono con lui che, in divisa da clown, era scoppiato a ridere a causa del suo disturbo. L’omicidio fomenta lo spirito di ribellione della città e l’assassino, soprannominato Joker, diventa un idolo delle masse; Arthur prova finalmente l’ebbrezza di essere idolatrato anche se non può rivelare di essere il colpevole, intanto, da una delle numerose lettere che la madre invia a Wayne, l’uomo sospetta di esserne il figlio illegittimo e lo affronta ma dopo aver negato il legame di sangue, il milardario gli fa delle rivelazioni sul suo passato che portano Arthur a scoprire la sua infanzia fatta di abusi, una scoperta che fa esplodere la follia latente di Arthur Fleck che sfrutta il passaggio televisivo nello show di Murray Franklin per rivelare di essere il Joker.



Joker_


Leone d’oro a Venezia e campione d’incassi d’inizio stagione (ma sarà davvero difficile batterlo se è arrivato alla quarta settimana di programmazione anche in provincia) Joker è un bel film che sa giocare con un discrimine cinematografico: è o non è un cinecomics? Essendomi annoiata da tempo del genere cinematografico in questione, propendo per la seconda categoria, per quelli che, forti della sequenza finale, pensano che l’elemento fumettistico derivato dalla saga di Batman sia solo una cornice a una storia di discesa della follia, un inferno di solitudine e dolore che trova sfogo e redenzione nella violenza.
L’innesto nella saga di Batman permette di attirare l’attenzione di un pubblico più giovane (o disimpegnato?) che altrimenti avrebbe evitato un film così intensamente drammatico. Del resto la pellicola è fatta tutta di rimandi, se vogliamo persino a L’uomo che ride il film muto del 1928 a cui si ispira la maschera del personaggio del fumetto: la risata forzata di Gwynplaine, frutto di un intervento chirurgico passa da costrizione fisica a una costrizione psicologica e c’è un rovesciamento nel rapporto con la figura paterna: nel film di Leni il protagonista rifiuta la sua ritrovata condizione di nobile per restare con gli ultimi che lo hanno accolto mentre in Joker, Arthur è disposto anche all’umiliazione pur di farsi accettare dal presunto padre miliardario.



Joker_


Ovviamente il richiamo più importante è ai film di Scorsese, iniziale produttore del film, Taxi Driver e Re per una notte, pellicole da cui deriva il tema dell’alienazione nella metropoli sporca e violenta dei tardi anni ’70 e che s’incarna in Robert de Niro, protagonista di quelle opere che ritroviamo nei panni del comico di successo, idolo di Arthur che lo invita in trasmissione solo per deriderlo ulteriormente di una sua performance assurda in uno spettacolo per aspiranti comici: che nel 1981 venga inviato un video di una serata amatoriale sarebbe un probabile buco di sceneggiatura ma la dimensione perennemente in bilico tra realtà e distorsione mentale del protagonista permettono anche queste ambiguità.
Altri elementi del cast rimandano alla follia e al mondo di Batman: Zazie Beetz, l’attrice che interpreta la vicina di casa con cui Arthur s’illude di avere una relazione, assomiglia ad Halle Berry che è stata Catwoman nel film del 2004.



Joker


La magrezza di  Joaquin Phoenix rimanda a quella impressionante di Christian Bale (il Cavaliere Oscuro di Nolan ) in L’uomo senza sonno, altro film sull’alienazione mentale. Sulla bravura innegabile del protagonista è stato detto tutto, a me ha colpito un fattore extra: la somiglianza con il defunto fratello River, che non avevo mai notato prima ed emerge in maniera impressionante quando l’attore è truccato da Joker.

C’era una volta a… Hollywood

Onceuponatimeinhollywood_

Mentre la stella di Roman Polanski e Sharon Tate è in ascesa, il loro vicino di casa, la star della tv Rick Dalton, capisce che il suo declino è ormai inesorabile visto che iniziano a proporgli di trasferirsi in Italia per girare gli spaghetti western, l’unica spalla su cui piangere (letteralmente) è quella del suo “double” lo stuntman che lo sostituisce nelle scene rocambolesche, Cliff Booth, uomo dal passato complicato, amico e factotum di Rick. Cliff nota una giovanissima hippy e la accompagna allo Spahn Movie Ranch dove la famiglia Manson vive alle spalle dell’ottantenne e ormai cieco George Spahn che Cliff conosce dai tempi della serie tv che ha reso famoso Rick Dalton, Bounty Law. Rick, con Cliff al seguito, si rassegna a girare i film italiani e torna a Hollywood agli inizi dell’agosto 1969, la notte in cui Charles Manson inviò i suoi adepti a compiere la strage a Cielo Drive…

Tarantino continua il suo modello di revisione storiografico iniziato con Bastardi senza gloria, film a cui si allaccia strettamente perché parlando dei suoi trascorsi cinematografici con l’agente Marvin Schwarzs il primo estratto filmico mostrato è quello del lanciafiamme (anticipando il finale) con cui Dalton arrostisce i nazisti, stesso finale riservato a Hitler da Soshanna in Bastardi senza gloria.
Alcune critiche mosse al film stanno proprio nel fatto che Tarantino reiteri questo modello già visto di stravolgimento della realtà storica, per me invece è uno dei punti di forza degli ultimi lavori tarantiniani, una riflessione sulla violenza affidandole un valore catartico e liberatorio che però non ne incita l’uso anche perché, ancora una volta come in Django unchained, i cattivi fanno la figura dei ridicoli coglioni sia nella scena della ruota bucata allo Spahn Ranch che nella fuga di una dei quattro hippy mandati in missione assassina.



Ceraunavoltaahollywood


Avendo poi capito nel corso degli anni che personalmente non amo i biopic proprio perché non sono mai fedeli alla realtà che in teoria dovrebbero raccontare, trovo molto più intelligente e originale Tarantino che racconta un’altra storia rendendola ancora più commovente proprio perché lo spettatore sa che è così che sarebbe dovuta andare e invece il fato è stato crudelissimo, in particolare con la bella Sharon per cui il regista e Margot Robbie mostrano una tenerezza infinita nel portarla in scena, soprattutto nella sequenza in cui si va a vedere al cinema.
Tornato nella Hollywood della sua infanzia, Tarantino esibisce ancora una volta la sua conoscenza enciclopedica del cinema, ogni film è un tributo a un diverso regista italiano, stavolta Sergio Corbucci ma viene citato anche Margheriti tra i registi che si servono di Rick Dalton nella sua trasferta romana.
C'erauna voltaa HollywoodL’autore cita molto anche sé stesso, cosa che mi fa temere che questo nono film possa essere davvero tra gli ultimi del regista, in particolare tornano i protagonisti di Grindhouse – A prova di morte, questa volta però Kurt Russell e Zoe Bell non sono più rivali ma sposati, Randy è succube della moglie che non sopporta Cliff Booth perché un probabile uxoricida e soprattutto ha messo al tappeto Bruce Lee mentre aspettavano di girare una scena de Il Calabrone verde.
La cultura enciclopedica di Tarantino non si limita solo ai film ma si espande anche alle serie tv e se proprio vogliamo vedere un omaggio del regista al proprio ego forse questo è l’ambito: in un momento in cui le serie tv hanno più successo dei film, Tarantino sembra volerci ricordare che il fatto non è una novità e forse c’è una critica implicita al prodotto se gli affiliati di Manson si imbesuiscono facendo binge watching antelitteram davanti al televisore, però ricordiamoci che Tarantino fu anche uno dei primi registi a girare un episodio per una serie tv – CSI – quando la commistione tra cinema e televisione non era ancora così usuale come oggi.

BlackkKlansman

USA 2018 Universal
con John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Corey Hawkins, Laura Harrier, Ryan Eggold, Jasper Pääkkönen, Ashlie Atkinson, Michael Buscemi, Paul Walter Hauser, Harry Belafonte, Alec Baldwin
regia di Spike Lee



-blackkklansman-


Nei primi anni ’70 Ron Stallworth è il primo poliziotto afroamericano di Colorado Spring, inizialmente gli viene affidato un ruolo d’archivio poi Stallworth chiede di poter fare l’infiltrato, il primo ruolo che gli viene affidato è quello di infiltarsi in un incontro dei Black Panthers organizzato dall’Unione Studentesca Nera dove conosce la bella Patrice Dumas, la presidentessa del movimento. Passato all’intellingence, Ron Stallworth decide di rispondere a un annuncio del Ku Klux Klan in cerca di proseliti. Ricontattato dai suprematisti, il poliziotto stringe legame telefonici con i vertici della cellula del Colorado ma quando deve incontrare di persona i suprematisti bianchi Ron ha ovviamente bisogno di una controfigura, il collega ebreo Flip Zimmerman. L’operazione è proficua e riesce a sventare un’attentato ai danni del movimento studentesco ma i fondi vengono tagliati e tutto il materiale requisito…



Blakklansman


Superbo film di Spike Lee, premiato con l’Oscar 2019 alla migliore sceneggiatura non originale.
Lee è subentrato in un progetto destinato al  regista Jordan Peele, rivelazione con l’horror Get Out riuscendo a farlo completamente suo; del resto il tema dello scontro razziale è sempre stato fondamentale nella teoretica di Spike Lee che in questo caso l’autore utilizza magistralmente per parlare dell’America di Trump.
La storia è incredibilmente vera: realmente un poliziotto nero ottenne la tessera d’appartenenza al Ku Kux Klan, il più temibile gruppo di suprematisti bianchi della storia.
Spike Lee confenziona un bel poliziesco stringato, dai tocchi ironici supportato da un ottimo cast: il protagonista è John David Washington, figlio di Denzel Washington.
Gli spunti di riflessione sono davvero tanti e raccontano il perdurare di un odio razziale che è diventato particolarmente virulento negli ultimi anni investendo anche l’Europa per le questioni dei migranti ma quello che mi ha profondamente colpito è l’uso della storia del cinema, Patrice e Ron che passeggiano discutendo del cinema nero degli anni ’70; l’attivista Kwame Ture che spiega la negazione dell’identità nera attraverso l’infantile immedesimazione con Tarzan, l’eroe bianco che sconfigge i cattivi selvaggi e poi il commovente montaggio alternato tra la proiezione di Nascita di una nazione di Griffith, e il racconto del vecchio sopravvissuto (Harry Belafonte) al linciaggio di Waco, Texas  del 1916, particolarmente efferato proprio per il vasto successo del film di Griffith che riportò in auge il Ku Klux Klan.
Nel bene e nel male Spike Lee riconosce una potenza alle immagini che continuiamo a sottovalutare mentre il regista la stigmatizza ulteriormente nel finale con le immagini di repertorio dei disordini di Charlottesville del 2017: il film è uscito nelle sale americane a un anno esatto dalla tragedia ed è dedicato a Heather Heyer, vittima dell’attentato.