Anche Jean Reno è sbarcato sul piccolo schermo con una serie televisiva che rinnova con sapienza il polar francese e che dal 17 gennaio viene trasmessa su Fox Crime in prima visione tv.
Il protagonista è un detective di mezz’età che ha dedicato tutta la sua vita all’investigazione e ben poco alla famiglia: ha avuto una figlia con una prostituta che ora è morta. Con alle spalle un passato di alcol e droghe, Jo, dopo un infarto, cerca di ripulirsi, non tanto per la propria salute, quanto per avvicinarsi alla figlia che ha bisogno di lui.
Come nella serie inglese Il commissario Wallander, interpretata da Kenneth Branagh, la vicenda personale del protagonista fa da trama orizzontale della serie e per ora ha poco spazio, lasciandone molto di più alle trame verticali dei singoli episodi. I primi due casi spiccano nel panorama vastissimo dei serial gialli per una certa originalità e sono risolti grazie all’intuizione del detective, la scientifica ha un ruolo meno che marginale.
Ad intrigare è l’uso che viene fatto dell’ambientazione parigina: i monumenti più famosi (per ora Notre Dame e la Tour Eiffel) fanno da sfondo agli omicidi, poi l’azione si sposta in ambientazioni fotografate con luce livida o in notturna a sottolineare i toni noir della serie. Vorrei esimermi dallo sparare sulla croce rossa ma vedendo un’ambientazione così cupa per la Ville Lumière è impossibile non pensare alle nostre serie televisive: anche nelle più accurate (ad es. Montalbano) non si rinuncia mai alla dimensione da cartolina del sole splendente e dei panorami mozzafiato.
Mese: Gennaio 2013
La parte degli angeli
Con Robbie, teppistello dei bassifondi di Glasgow arrestato dopo l’ennesima rissa, il giudice è particolarmente clemente dato che il giovane sta per diventare padre e sembra seriamente intenzionato a cambiare vita. Henry, il supervisore dei servizi sociali prende a benvolere il giovane e lo introduce alla degustazione del whiskey per cui il ragazzo scopre di avere un talento naturale. Robbie riuscirà a trasformare la nuova passione in un lavoro non prima di aver tentato una truffa ad un’asta per un pregiatissimo e rarissimo whiskey.
In pieno fermento occupy, Ken Loach dirige una divertentissima commedia a lieto fine dove non manca di affrontare le tematiche più care al suo cinema d’impegno sociale: la seconda occasione e la fatica di affrontare una scelta di radicale cambiamento.
La cosa che colpisce di più da quest’Italia con le carceri strapiene e ai limiti dei diritti umani è vedere il meccanismo di recupero britannico: i servizi sociali sono sgangherati come in Misfits ma vedere riverniciare una scuola e ripulire un cimitero (il meraviglioso cimitero gotico The necropolis di Glasgow) ti fa proprio domandare cosa aspettino a introdurre i servizi sociali anche da noi.
C’è poi un momento ancora più drammatico: il confronto tra Robbie e la famiglia del ragazzo vittima della sua violenza: la vergogna provata da Robbie e la sua compagna vale più di qualsiasi pena detentiva.
Mentre fa pace con se stesso e cerca di non cadere nelle provocazioni di una banda di teppisti rivali, Robbie fa amicizia con in suoi sgangherati compagni dei servizi sociali e con loro matura il piano di rubare parte del pregiatissimo whiskey che sta per andare all’asta.
La redenzione di Robbie quindi non è totale? Loach (e noi con lui) parteggia per questa banda di sgangherati “soliti ignoti” perché comunque una percentuale di whiskey va sempre irrimediabilmente persa all’apertura di una botte ed è su questa parte degli angeli che intendono lucrare i nostri improbabili truffatori e oggettivamente c’è qualcosa di immorale (al di là della facile retorica sui tempi di crisi) nel comprare all’asta una piccola botte di whiskey per oltre un milione di sterline, per quanto pregiato possa essere il distillato.
La parte degli angeli è una deliziosa commedia che oltre ai risvolti sociali testimonia una grande capacità di Ken Loach di sfruttare i tempi comici: le due gag migliori vendono dopo due momenti di forte tensione per cui la risata è ulteriormente liberatoria.
Da vedere.
Vincitore del Premio della Giuria di Cannes 2012.
Cloud Atlas
Cinque storie più una cornice ambientate tra la fine del XIX secolo e un futuro post-apocalittico in cui i destini dei protagonisti sono saldamente legati tra loro, probabili reincarnazioni delle medesime persone.
Cloud Atlas non mi è piaciuto per niente, anche se credo che il libro da cui è tratto potrebbe essere una lettura interessante. Da un punto di vista stilistico non ho amato il modo approssimativo in cui si sono amalgamati i toni delle cinque storie: l’avventuroso viaggio per nave dell’avvocato, la romantica storia d’amore gay, l’inchiesta della giornalista d’assalto, la comica disavventura del vecchio editore rinchiuso in un ospizio contro la propria volontà, la drammatica esperienza di una replicante che scopre il destino dei suoi simili, la futuribile esistenza tribale su un pianeta Terra distrutto dalla nostra civiltà.
Il montaggio poteva essere anche interessante: quando si apre una parta da una storia si entra nell’altra ma il cambio di tono troppo repentino soprattutto quando si incrociava con la vicenda comica dei vecchi in fuga dall’ospizio poteva risultare irritante: nel mezzo di una risata ci si poteva ritrovare in un momento drammatico di un’altra vicenda.
La decisione di sviluppare in proprio le storie assegnate a ognuno dei tre registi ha probabilmente causato questa disomogenia.
A completare la sensazione straniante il trucco a cui sono stati sottoposti i protagonisti che sono sempre gli stessi in ogni storia e ricoprono anche ruoli minori. Se è interessante scoprire tutte le trasformazioni (alcune effettivamente impensabili) a cui sono stati sottoposti gli attori mentre scorrono i titoli di coda, il trucco pesante, i camei strampalati, anche se non riconosciuti creano una continua dissonanza che non permette di farsi coinvolgere dalla complessa connessione delle sei vicende.
Anche da un punto di vista scenografico non c’è nulla di originale, tutto è già visto, soprattutto nelle vicende futuribili i Wachowski li limitano a copiare di sana pianta da Star Wars a Blade Runner fino al loro stesso Matrix.
Infine ho trovato irritante il messaggio del film: c’è una sorta di predestinazione giansenista, i buoni si riconoscono da una strana voglia a forma di cometa mentre i cattivi sono grami per l’eternità, solo il personaggio di Tom Hanks riesce ad evolvere (forse più per disperazione che per amore) e a superare la cupidigia e la codardia che nei secoli ha attanagliato le sue altre identità.
20 anni senza Audrey Hepburn
Se ne andava venti anni fa Audrey Hepburn, icona di stile che in questi anni ha visto levitare il suo mito superando quasi quello di Marilyn. Mi diverte molto che la idolatrino ragazzine dalle sopracciglia (orrendamente) depilate e dalle unghie perfette mentre la loro beniamina aveva delle sopracciglia folte e per quanto riguarda le unghie mi è sempre rimasto impresso l’aneddoto raccontano da Isabella Rossellini nella sua autobiografia del 1997 in cui descrive la diva con le unghie listate di nero ma non per questo meno charmant.
Abbandono la mia indebita incursione nella moda a e torno al cinema.
Audrey Kathleen Ruston nasce a Bruxelles il 4 maggio 1929, il padre è inglese mentre la madre è un’aristocaratica olandese. Wikipedia risolve le curiosità sull’omonimia di Audrey e Kate Hepburn alludendo a una propabile medesima discendenza dal quarto Conte di Bothwell, James Hepburn.
Il divorzio dei genitori porta Audrey a vivere a Arnhem, cittadina olandese che subisce l’invasione nazista. Audrey Hepburn ha sempre giustificato la sua magrezza con la fame patiti nei duri anni sotto il dominio nazista.
Di certo anche la disciplina dovuta agli studi di danza regalano alla diva la linea invidiavibile che sarà una caratteristica della sua carriera.
Il debutto cinematografico avviene nel 1948 in un documentario educativo (L’olandese in 7 lezioni); nonostante alcune particine in produzioni cinematografiche britanniche, è il lavoro nel musical teatrale tratto da Gigi di Colette (che la scelse personalmente per il ruolo di protagonista) a portarla nel 1951 in tournee a Broadway dove vince il Theatre World Award.
Nel 1952 incanta regista (William Wyler) e produzione nel provino di Vacanze romane per il cui ruolo principale si era pensato a Liz Taylor. Gregory Peck chiede che il nome della sconosciuta attrice sia messo in cima al cartellone perchè si dice certo che la giovane Audrey vincerà l’Oscar. Per Vacanze romane, forse il suo ruolo più signifivo, la Hepburn vince non solo l’Oscar ma anche diversi altri importanti premi.
Per regia di Billy Wilder nel 1954 l’attrice gira Sabrina altro monumentale film che la pone nell’olimpo cinematografico.
Nel 1956 è Natasha Rostova in Guerra e Pace il kolossal tratto dal classico di Tolstoy diretto da King Vidor; nel ’57 sfoggia il suo talento di ballerina accanto a Fred Astaire in Cenerentola a Parigi ed è la giovane sognatrice che fa innamorare il vecchio playboy Gary Cooper in Arianna ancora per la regia di Billy Wilder. Nel 1959 la prima prova drammatica della carriera che le vale la terza nomination agli Oscar, il secondo BAFTA e un David di Donatello, Storia di una monaca diretto da Fred Zinnemann.
Nel 1960 vesti i panni di una mezzosangue indiana nel western di John Huston Gli inesorabili.
Nel 1961 il terzo film pilastro della sua carriera: Colazione da Tiffany dove interpeta la sofisticata e svampita Holly Golightly e incanta tutti cantando Moon river guadagnandosi una quarta nomination agli Oscar.
Nel 1962 gira un film dai toni molto scabrosi per l’epoca, trattando il tema del lesbismo, Quelle due. A dirigerla e’ nuovamente il regista di Vacanze romane, William Wyler che gira il remake de La calunnia diretto dal medesimo regista nel 1936. Accanto a Audrey Hepburn c’e Shirley MacLaine nei panni dell’insegnante effettivamente innamorata dell’amica che dopo l’insinuazione della studentessa si suicida.
Nel ’63 è protagonista accanto a Cary Grant di Sciarada, raffinata commedia giallo rosa diretta da Stanley Donen.
Nel 1964 Audrey Hepburn interpreta il lussuoso musical firmato da George Cukor, My fair lady ispirato all’opera Pigmalione di George Bernard Shaw.
Nel 1966 gira Come rubare un milione di dollari e vivere felici accanto a Peter O’Toole e Eli Wallach, l’ultima commedia diretta da William Wyler, il regista che l’aveva lanciata in Vacanze romane.
Sempre per la regia di Stanley Donen nel 1967 è Joanna Wallace, una donna in crisi con il marito che compie un ultimo viaggio con lui e rievocando i bei tempi del loro amore ritrova la forza per ricominciare. Due per la strada resta una delle pellicole più interessanti sull’analisi del rapporto di coppia e valse una nuova nomination agli Oscar alla Hepburn. Nello stesso periodo l’attrice si separa dal marito, l’attore Mel Ferrer che aveva sposato nel 1954. Il dramma personale si consuma durante la lavorazione del thriller, prodotto dallo stesso Ferrer, Gli occhi della notte, in cui Audery Hepburn interpeta una donna cieca venuta accidentalmente in possesso di una partita di droga. Il film è diretto da Terence Young.
Dopo il ‘67 Audrey Hepbur dirada le sue apparizioni cinematografiche preferendo dedicarsi alla nuova famiglia formata con lo psichiatra italiano Andrea Dotti; da segnalare però il film girato nel 1976 accanto a Sean Connery per la regia di Richard Lester: Robin e Marian racconta le ultime avventure di Robin Hood a vent’anni di distanza dalle sue gloriose imprese. Tornato dalle Crociate ritrova Marian che si è fatta suora, stanco di aspettarlo mentre lo sceriffo di Nottingham continua a vessare il popolo.
L’ultima apparizione dell’attrice sul grande schermo risale al 1989 con un cameo in Always di Spielberg.
Finito anche il matrimonio con Dotti nel 1982, Audrey Hepburn si dedica a opere benefiche soprattutto a favore dei bambini per conto dell’UNICEF. Si spegne il 20 gennaio 1993, a soli 64 anni per un cancro intestinale.
La migliore offerta
Virgil Oldman è un battitore d’asta celebre in tutto il mondo. Ricchissimo, conduce una vita tanto lussuosa quanto ritirata, vittima delle proprie idiosincrasie, in primis l’incapacità di rapportarsi al genere femminile. Un giorno una giovane ereditiera lo contatta per valutare il patrimonio di famiglia. Oldman viene colpito dalla strana ragazza, che scopre soffrire di agorafobia..
Film patinato e sontuoso nella messa in scena in cui il regista sembra liberarsi dei vezzi autoriali e costruisce un thriller avvincente che rimanda ai gloriosi sceneggiati Rai degli anni ‘70 con un’atmosfera di tragedia incombente che ben sorregge tutta la prima parte del film. Attenzione spoiler, se non si è visto il film saltare il paragrafo Lo scioglimento del giallo è piuttosto prevedibile un po’ perchè i personaggi della trama sono pochi e un po’ per lo stesso errore de La Talpa: chiamare un attore di spicco per un ruolo marginale che non ha altra giustificazione se non quella di essere il cattivo. Manca anche il coraggio di scegliere tra i due probabili artefici dell’inganno creando una complicità che non viene spiegata.
Detto questo Tornatore è abile nel guidare lo spettatore nei meandri di una mente distorta che ha trovato nell’arte un rifugio e un riscatto alle proprie mediocrità. E’ interessante anche seguire il percorso di un uomo che ha fatto della vista il proprio punto di forza e finisce irretito da una donna che gli si cela, stuzzicando così la sua curiosità.
In ogni falso si nasconde una parte di verità è l’assioma attorno a cui ruota il film e come la vanità spinge i truffatori a mettere molti indizi sotto il naso di Oldman che se li lascia sfuggire perché accecato, per la prima volta in vita sua, dalla passione, così gli stessi indizi servono allo spettatore per arrivare allo soluzione del giallo e sarebbe stato veramente cinico e geniale se il film si fosse chiuso con l’ultima entrata nel caveau, senza la coda esplicativa dove si annulla la linearità temporale che era stata uno dei punti di forza del fim e che vuole dare un andamento circolare alla pellicola che si apre e si chiude con Oldman solo a un tavolo di ristorante.
Un merito del film sta anche nell’ambientazione in un mondo molto affascinate come quello delle case d’aste dove il denaro scorre a fiumi accanto alle opere d’arte più ricercate. La pellicola segue i soliti cliché sugli artisti e i critici (Oldman costruisce una collezione da sogno con metodi poco leciti) ma di certo la quadreria è oltremodo suggestiva, mischiando quadri celeberrimi come la Fornarina di Raffaello a opere di pittori meno noti. Oltre ad essere composta esclusivamente da ritratti femminili, la caratteristica principale è quella di aver scelto solo dipinti in cui il soggetto fissa lo spettatore, da qui l’effetto vertigine nelle panoramiche che può simulare una sindrome di Stendhal anche negli animi meno sensibili all’arte.
The Master
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Freddie Quell fatica a reinserirsi nella vita quotidiana, dedito all’alcol (che produce con misture velenose) e alle donne fino a quando incontra il “guru” Lancaster Dodd..
The Master non è solo la rilettura degli esordi di Scientology, ma piuttosto un analisi dei nuovi individui che ha saputo creare il XX secolo: certo, la nostra società è ancora costituita prevalentemente da borghesi, intellettuali, eccetera che sono però figure creatisi nei secoli precedenti, il XX secolo ci ha regalato due modelli (tipicamente americani) il loser e questa figura per cui non mi viene in mente una parola adatta per descriverlo può essere “il maestro” il venditore, di certo è una figura che tutti abbiamo incontrato nella nostra vita a vari livelli, dall’amico a cui non si riesce a rifiutare mai niente (ma prova a pretendere che faccia qualcosa di cui hai bisogno tu!) al leader politico. Tutti accomunati dalla medesima faccia tosta, dal fascino mellifluo misto di ira e blandizie che contrasta fortemente con i precetti di dignità e onore del XIX secolo. Philip Seymour Hoffman incarna perfettamente questa figura soprattutto negli improvvisi sguardi maliziosi e complici che sa lanciare al suo interlocutore. Fisicamente completa la prova eccezionale di Joaquin Phoenix: il pancione di Dodd sembra inserirsi perfettamente nella cavità del ventre di Quell segnato dalle spalle curve e da un’andatura disarticolata.
La specularità dei due personaggi è data anche dal rapporto con il femminile: Dodd ha alle spalle un clan di figli ed ex mogli dominato dalla moglie in carica mentre Quell non riesce a relazionarsi con le donne: ancora una volta l’eccesso e la mancanza rappresentano forme complementari di una dipendenza sessuale che segna di profonda solitudine due vite così diverse nei loro esiti.
Visivamente il film è altrettanto complesso sia sul piano narrativo, alterando i piani temporali e la realtà con il sogno in maniera così sottile da creare una linearità parallela perfettamente credibile, che su quello della composizione dell’immagine dove la regia di Paul Thomas Anderson spazia dal rigore geometrico degli ambienti chiusi alla vastità dei deserti.
Il mio primo ebook
Non avevo timori o preconcetti negativi nei confronti degli ebook, anzi la scelta era quasi obbligata visto che ho terminato le pareti di casa da destinare a libreria e la convenienza economica è davvero notevole: ieri ho comprato quattro libri alla modica cifra di euri 11,96 meno del prezzo di un singolo libro cartaceo.
Ero quindi praticamente certa di non appartenere a quei due lettori su tre che dopo essersi avvicinati alla lettura elettronica cono tornati a quella cartacea.
Quello che mi ha sorpreso è stato il fatto di terminare un libro di 500 pagine in soli quattro giorni in meno di cinque ore di lettura: sarà che la retro illuminazione del Kobo Glo mi fa “l’effetto computer” tenendomi sveglia ma favorisce anche la concentrazione. Da sempre per me la lettura è il cuscino tra realtà e sonno (quando arriva) e pur essendo un primo amore, le varie distrazioni avevano pian piano rosicchiato il tempo da dedicare ai libri che arriva dopo quello riservato ai film, i serial, il passaggio sui social.. Confesso insomma che negli ultimi tempi mi abbioccavo sui libri dopo quattro o cinque pagine e che la mente divaghi mentre leggo costringendomi poi a tornare indietro di qualche buon paragrafo mi è sempre successo, almeno fino all’incontro con il Kobo. Forse sarà solo l’eccitazione della prima volta e presto tornerò alle mie pessimi abitudini ma di certo questa prima lettura mi ha regalato una concentrazione di cui avevo perso il sapore non facendomi rientrare neppure in quella casistica di di persone che ricordano con più difficoltà quanto letto virtualmente. E posso assicurare che il merito non va certo al volume in lettura, il mediocre Leonie di Sveva Casati Modignani, scelto tra quelli in omaggio all’acquisto del Kobo: se l’esperienza di lettura è stata piacevole sono ancora imbranata a livello tecnico e solo ieri sono riuscita a trasferire sul device la ventina di ebook già acquistati nei mesi precedenti.
Amore e Psiche a Milano
C’è tempo fino al 13 gennaio per vedere la mostra gratuita a Palazzo Marino che espone due capolavori del neoclassicismo provenienti dal Louvre di Parigi. Dissipo subito ogni illusione: la scultura del Canova non è il celebre bacio di Amore e Psiche ma l’opera del 1797 Amore e Psiche stanti di una bellezza più composta ed intima della celeberrima scultura.
La visita pur essendo gratuita è guidata e una guida molto preparata narra la celebre favola di Apuleio in due momenti, la prima parte sostando davanti al quadro Psiche e Amore (1798) di Francois Gerard che racconta il primo bacio che la fanciulla mortale Psiche riceve dal suo amante divino Cupido. La delicata eleganza del quadro è ricca di elementi simbolici a partire dallo sguardo turbato e perso nel vuoto della fanciulla che simboleggia la sua impossibilità di vedere Amore. La farfalla simboleggia l’anima e in greco ψυχή significa sia anima che farfalla.
A legare le due opere è proprio la farfalla. Canova rappresenta il momento finale della storia, quando Psiche superate le terribili prove imposte dalla suocera Venere può sposare l’amato e assurgere all’Olimpo. Nella scultura Eros è rappresentato senza le ali che sono il tratto più caratteristico della sua iconografia. E’ la fanciulla a posare la farfalla sulla sua mano e la figura femminile è più alta dell’amante e quasi lo sorregge. Questo perchè la statua era un dono di nozze per un amico del Canova che stava per sposare una donna di classe più elevata che lo avrebbe innalzato socialmente ma il dettaglio della farfalla e la dolce intimità del gruppo scultoreo vuole significare la purezza del vero amore tra i due promessi che annulla il rischio di un matrimonio di mero interesse.
Il consiglio per vedere la mostra senza incappare in lunghe code è quello di preferire la giornata di giovedì in cui l’orario dell’esposizione si protrae fino alle 22,30. In questo modo è possibile anche per chi ha impegni lavorativi, escludere le probabilmente lunghe code del weekend. Giovedì scorso io me la sono cavata con circa un’oretta di coda iniziata alle 19,00. Dopo le 20,00 l’ingresso è quasi immediato.
Milano, Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2
dal 1 dicembre 2012 al 13 gennaio 2013
Ingresso libero
La bottega dei suicidi
In una metropoli sempre più grigia, come l’umore degli abitanti, il numero dei suicidi cresce in maniera esponenziale. Ne trae profitto solo la famiglia Tuvache che da generazioni vende prodotti per rendere più agevole il momento del trapasso. La nascita del terzo figlio, Alan, un inguaribile cuor contento, metterà in crisi gli affari di famiglia e farà affiorare i dubbi di coscienza dei Tuvache.
Patrice Leconte si cimenta con il cartone animato in questa commedia nera ispirata al romanzo di Jean Teulé.
L’uscita italiana della pellicola stata anticipata da un certo clamore perché la censura aveva vietato il film ai minori di anni 18 in quanto affrontava il tema del suicidio con estrema leggerezza. Il divieto è stato ritirato pochi giorni prima dell’uscita in sala. Sorvoliamo sulla miopia dei censori e consideriamo l’episodio come una buona pubblicità per un film che avrebbe rischiato di passare inosservato dato che in Italia vige anche la miopia degli esercenti che, se un film è a cartoni animati è da intendersi esclusivamente per l’infanzia e quindi riservato solo agli spettacoli pomeridiani e al massimo al primo serale.
Io ho trovato il film piuttosto divertente, ammetto la mia passione per l’humor nero. Mi appassiona anche Tim Burton e non ho trovato il lavoro di Leconte così dipendente dal modello burtoniano, sia nel disegno che nella presenza di un elemento diverso in seno a una famiglia: sinceramente a Tim Burton, non ho pensato proprio, anzi ho trovato alcuni elementi di interessantissma originalità nel segmento in cui Mishima e Lucrece Tuvache confessano la loro coscienza tomentata e la canzone diventa pretesto per una fantasia di chiaro stampo surrealista.
Sicuramente il film non è un capolavoro e a fiaccarlo sono soprattutto le troppe canzoncine di matrice disneyana che riempiono il film (chissà perché nei cartoon debbono sempre cantare?) però non è neppure una storia banale e su di me la psicologia al contrario dell’esaltazione di elementi lugubri con lo scopo opposto di affossarli ha funzionato e sono uscita di sala con il buonumore.