Anime in delirio

Possessed
USA 1947 Warner Bros
con Joan Crawford, Van Helfin, Raymond Massey, Geraldine Brooks, Moroni Olsen, John Ridgely, Stanley Ridges
regia di Curtis Bernhardt



ANIME IN DELIRIO


A Los Angeles una donna in evidente stato confusionale vaga per le strade, internata in un reparto psichiatrico ricostruisce la sua storia: si tratta di Louise Howell infermiera privata di un magnate del petrolio innamorata di un ingegnere David Sutton, che però la lascia quando vede che per Louise la relazione è troppo seria. Alla morte della moglie, Mr. Graham chiede a Louise di sposarlo e la donna accetta nonostante non lo ami. Il matrimonio sarebbe piuttosto sereno se non fosse che David è un impiegato di Graham e ogni incontro destabilizza Louise che non è mai riuscita a dimenticarlo. Quando Sutton è in procinto di sposare Carol, la primogenta di Graham, Louise lo uccide.



POSSESSED


Ottima commistione tra melò e noir che valse a Joan Crawford una seconda nomination agli Oscar dopo quello vinto l’anno precedente per Il Romanzo di Mildred.
Di certo i film a fondo psichiatrico sono stati un ottimo traino per lo sviluppo delle cure psichiatriche nel ceto medio alto americano: dopo aver confessato l’omicidio dell’amato, Louise giace come la Bella Addormentata mentre lo psichiatra che l’ha presa in cura giustifica il suo gesto con un pistolotto sulle malattie mentali che hanno ottime speranze di esser curate e prevede le buone probabilità che il delitto le venga condonato per l’incapacità d’intendere e di volere.



Anime indelirio


E’ molto interessante la prima parte del film dove la moglie di Graham, che non viene mai mostrata, sviluppa una gelosia patologica verso il marito che le fa pensare che abbia una relazione con la sua infermiera, anche Louise, lasciata per noia dal cinico David, sviluppa la stessa gelosia furiosa per giustificare l’abbandono: siamo ancora all’inizio della pellicola e questa sottile similitudine tra le due donne anticipa il destino infausto di Louise che cadrà nel delirio convincendosi anche di aver ucciso la prima signora Graham e immaginando di uccidere Carol, la figliastra corteggiata da David.
Il cambio di passo nel film avviene proprio con il litigio e la caduta dalle scale di Carol: se fino a quel momento lo spettatore ha vissuto le confessioni di Louise allo psichiatra come un dramma amoroso, un melodramma appunto, quando assiste al vero rientro di Carol senza bacio con David, capisce lo slittamento verso la malattia mentale, la schizofrenia in cui è caduta Louise per colpa del suo amore malato per David Sutton.



Animeindelirio


Ovviamente il personaggio di Sutton doveva essere odioso per permettere allo spettatore di identificarsi con Louise e accettare che l’omicidio le venisse scontato in vista del complesso percorso di riabilitazione, ma quella di David è risultata un’insolita caratterizzazione maschile, definita giustamente homme fatale: come il corrispettivo femminile è pericoloso e indifferente al destino delle vittime della sua seduzione, nasconde il suo cinismo dietro la più assoluta sincerità: il disinteresse per il matrimonio parlando con Louise, l’interesse per il patrimonio riferendosi a Carol.

Voglio danzare con te

Shall We Dance
USA 1937 RKO
con Fred Astaire, Ginger Rogers, Edward Everett Horton, Eric Blore, Jerome Cowan, Ketti Gallian, William Brisbane, Ann Shoemaker, Harriet Hoctor, Sidney Bracey
regia di Mark Sandrich


Vogliodanzarconte


Parigi: l’etoile del balletto classico Petrov (all’anagrafe Peter P. Peters) vorrebbe ballare con la stella del music hall Linda Keene ma la ballerina è stufa di Parigi e vuole tornarsene in America per sposare un miliardario. Petrov fa in modo di prendere lo stesso piroscafo intanto una sua ex fiamma che era stata allontanata dal balletto dicendole che il ballerino era sposato, mette in giro la voce di un matrimonio segreto tra la stella della danza classica e quella moderna. Gli equivoci aumentano alimentati dai rispettivi manager e così a Petrov e Linda non resta che sposarsi davvero per poter divorziare scoprendosi però veramente innamorati.



Shallwedance


Voglio danzare con te è il settimo dei dieci film del duo Ginger Roger Fred Astaire che iniziarono la loro carriera cinematografica come coppia di supporto alla trama principale di Carioca . Quando i due attori e ballerini diventano protagonisti alla regia c’è Mark Sandrich che li digerà ben cinque volte, firmando tutti i loro più grandi successi. Voglio danzare con te è il quarto film girato con il regista che nel tempo ha messo insieme un cast di sostegno ben rodato che vede quasi sempre la presenza di grandi caratteristi come Edward Everett Horton o Eric Blore che sostengono la parte comica del film.



Vogliodanzareconte


La collaborazione tra artisti e regista è notevole dal punto di vista coreografico: il tip tap sui pattini a rotelle, il numero finale con le ballerine tutte mascherate da Linda che la convincono dell’amore di Peter e soprattutto l’assolo di Fred Astaire nella sala macchina della nave che spero non venga investito dall’assurda mania di revisione che sta investendo ultimamente Hollywood visto che i meccanici sono tutti di colore e la vita del fuochista è rappresentata in maniera idilliaca.
A non essere esaltante è la trama, esile e troppo alambiccata funziona la prima parte sulla nave la seconda ambientata a New York rischia di essere ripetitiva.

Le quattro giornate di Napoli

Italia 1962, Titanus
con Lea Massari, Aldo Giuffré, Gian Maria Volonté, Georges Wilson, Regina Bianchi, Domenico Formato, Franco Sportelli, Pupella Maggio, Enzo Turco, Jean Sorel, Luigi De Filippo, Raffaele Barbato, Charles Belmont, Curt Lowens, Enzo Cannavale, Nino Castelnuovo, Antonio Casagrande, Dale Cummings, Peter Dane, Franco Balducci, Vincenzo Barbato, Silla Bettini, Silvana Buzzanca, Adriana Facchetti, Antonella Della Porta, Anna Maria Ferrero, Luis Goetz, Rosalia Maggio, Giuseppe Jodice, Sergio Jossa, Nando Murolo, Mario Nandi, Vera Nandi, Eduardo Passarelli, Enzo Petito, Enrico Salvatore, Frank Wolff, Renato Terra, Carlo Taranto
regia di Nanni Loy


Lequattrogiornatedinapoli


Dopo l’Armistizio dell’8 settembre anche a Napoli si pensa che la guerra sia finita ma la gioia generale viene smorzata dalla recrudescenza della violenza tedesca: fucilazioni e rastrellamenti portano la cittandanza a ribellarsi e inizia una guerriglia urbana spontanea che culmina, dopo quattro giorni di battaglia, con la resa dei nazisti.

Ispirato al libro di Aldo De Jaco La città insorge: le quattro giornate di Napoli del 1956, il film di Nanni Loy ebbe un grande successo internazionale ricevendo ben due candidature all’Oscar, una come miglior film straniero e la seconda per la Miglior sceneggiatura originale.
Il film è intensamente drammatico ma si vede tutta la passione di Nanni Loy per le minuzie degli individui che ne rendono l’umanità. Il film è corale, quasi frammentario, racconta le tragedie che portarono all’insurrezione, la fucilazione del marinario livornese (Jean Sorel), il rastrellamento degli uomini per mandarli nei campi di lavoro e il tentativo di fucilazione punitiva di alcuni prigionieri nel campo sportivo del Vomero sventata da un gruppo di studenti guidati dal loro insegnante e un ufficiale italiano (Gian Maria Volonté) restato senza ordini dopo la fuga del comando militare: sarà proprio lui a gestire la trattativa di resa dei tedeschi anche se le direttive le farà dare da uno dei popolani che si è guadagnato l’onore delle armi sul campo.
Altri soldati cercano di fuggire a Sorrento da dove viene il soldato Pitrella (Aldo Giuffré) ma finiscono anche loro per unirsi ai rivoltosi.
L’occhio di Loy si riconosce nell’attenzione per le piccole scaramucce: il vecchietto che dal terrazzino se la prende con i giovani che stanno costruendo la barricata invitandoli a farla altrove perché la gente vuole dormire, la moglie azzeccosa che va a recuperare il marito sulla barricata, sono ben più che momenti leggeri per stemprare la tensione, c’è proprio la voglia di rendere la natura umana senza malizia: non è codardia quello che spinge le persone, ma istinto di sopravvivenza dopo anni di guerra feroce che fa il paio con l’istinto materno della donna che a inizio film preferisce che i bombardieri che sorvolano la città sgancino le bombe su Napoli piuttosto che a Roma dove c’è suo figlio.
Alle vicende minime fa da contraltare la Storia, le battaglie a cui partecipano tutti, soprattutto i giovani, l’armata di Aiello formata dai “lazzaroni” del riformatorio a cui si unisce per caso il piccolo Gennarino Capuozzo, figura veramente esistita e a cui è dedicato il film, bambino di 10 anni morto sulle barricate.
Nonostante i gesti di eroismo e il mostrare la guerra anche come un momento di pura esaltazione liberatoria, vedi la vicenda di Maria (Lea Massari) e Salvatore, due ex amanti che si ritrovano nella battaglia anche se lei è sposata è un figlio, famiglia a cui ritorna alla fine dell’insurrezione, la pellicola è certamente un tributo all’antiretorica e all”antimilitarismo come dice il popolano a cui il capitano lascia dettare le condizioni della resa: “non ci piace la guerra, ci basta che ve ne andiate”.

Grasso è bello

Hairspray
USA 1988, New Line Cinema
con Ricki Lake, Leslie Ann Powers, Divine, Deborah Harry, Sonny Bono, Jerry Stiller, Colleen Ann Fitzpatrick, Michael St. Gerard, Ruth Brown, Clayton Prince, Mink Stole, Shawn Thompson, Joann Havrilla, Josh Charles, Jason Downs, Doug Roberts, Holter Graham, John Waters, Pia Zadora, Dawn Hill, Lydia Troy, Alan J. Wendl
regia di John Waters



Hairspray


Come tutte le sue coetanee l’adolescente Tracy, nella Baltimora del 1962, è fan di un programma musicale della tv locale. Nonostante il sovrappeso Tracy è portata per la danza e riesce a entrare nel cast del The Corny Collins Show diventandone ben presto una delle protagoniste e provocando l’invidia di Amber, reginetta del programma a cui Tracy ruba anche il bel fidanzato  Link Larkin. L’amica di Tracy Penny s’innamora di un ragazzo di colore nonostante la discriminazione razziale imperante che porta sua madre a rinchiuderla e a farla seguire da uno psicologo. Tracy si schiera a favore dell’integrazione e finisce in prigione ma la protesta impazza e il governatore, per evitare scandali, libera la ragazza appena in tempo per esser proclamata vincitrice dell’annuale concorso legato allo spettacolo.



Hairspray


Grasso è bello è il più noto film di John Waters, l’unico ad avere avuto un remake nel 2007 con John Travolta nei panni di Divine e ad esser diventato un musical già nel 2002.
Tema del film è l’integrazione razziale nella Baltimora di primi anni ’60: lo spettacolo televisivo e il luna park dei genitori di Amber sono ispirati a un vero show e a un vero parco di divertimenti dove si sono verificati episodi di razzismo come quelli mostrati nel film. Baltimora del resto, è la città d’origine del regista e del suo amico d’infanzia Harris Glenn Milstead, cioè la drag queen Divine protagonista di tutti i film di Waters fino alla prematura scomparsa nel 1988. Nel film l’attore recita un doppio ruolo: la casalinga obesa Edna Turnblad, stiratrice rassegnata anche lei riscattata dalla verve della figlia e Arvin Hodgepile, il perfido produttore dello show che rifiuta l’integrazione razziale lasciando partecipare i ragazzi di colore solo una volta al mese.
Suprematisti bianchi sono anche i genitori di Amber, interpretati da Sonny Bono e la Blondie Deborah Harry che porta con stile acconciature assurde. Altri camei di lusso sono quelli dei musicisti Ric Ocasek, front man dei Cars e Pia Zadora nei panni dei beatnick mentre il regista ritaglia per sé il ruolo dello strambo psicologo.
Se purtroppo la situazione interrazziale non sembra trovare soluzione negli Stati Uniti, la parodia camp (un uso più consapevole del  kitsch) della gioventù anni ’60 di Waters si è rivelata anticipatoria di alcune realtà mediatiche: credo che Tracy Turnblad sia il primo sdoganamento curvy della storia del cinema, se non altro è quello che ne mostra i veri motivi economici: il negoziante di abbigliamento taglie forti che sfrutta il successo della solare ragazzina per vendere i suoi abiti creando la modella grandi forme.
Impressionante poi ritrovare nelle dinamiche e nel successo del Corny Collins Show molti elementi del successo di Non è la Rai e verrebbe da pensare che Boncompagni si sia ispirato al film.

Scandalo internazionale

A Foreign Affair
USA 1948
con Jean Arthur, Marlene Dietrich, John Lund, Charles Meredith, Millard Mitchell, Damian O’Flynn, Stanley Prager, Peter von Zerneck, Raymond Bond, Michael Raffetto, Boyd Davis, Frank Fenton, Robert Malcolm, James Larmore, William Murphy
regia di Billy Wilder


Scandalointernazionale


La deputata Phoebe Frost fa parte di una commissione inviata a Berlino per controllare la moralità delle truppe. La zelante deputatessa (secondo il doppiaggio originale) scopre che la cantante di un night, ex amante di alti papaveri nazisti, è protetta da un ufficiale americano e chiede l’aiuto del capitano John Pringle in quanto compaesano non sospettando che sia proprio l’ufficiale che vuole smascherare. Pringle finge d’innamorarsi della Frost per sviare le indagini ma l’amore nasce veramente. La Frost finisce in una retata insieme alla cantante Erika che la toglie d’impiccio ma le rivela l’identità dell’ufficiale che la protegge; Pringle intanto è già stato precettato dal suo superiore perché continui a fingersi innamorato della von Schlütow per fare uscire allo scoperto il suo amante nazista, un alto gerarca creduto morto…



Scandalointernazionale


Nel primissimo dopoguerra Billy Wilder e Marlene Dietrich tornano a girare nella Berlino che hanno lasciato da esuli all’ascesa del nazismo e il regista mostra nelle scene iniziali le macerie della capitale del Reicht.
Per certi versi la storia riprende un po’ Ninotchka, di cui Wilder fu sceneggiatore: l’irreprensibile politica che cede alle mollezze per amore ma non siamo più nella dolce Parigi d’anteguerra e la vicenda narrata tocca la patria dell’autore, il cinismo caratteristico di Wilder è quanto mai sulfureo e crudo: anche la fotografia del film dal bianco e nero profondamente contrastato e dalle ombre espressioniste appartengono più al noir che alla commedia brillante; insistito anche l’uso degli specchi a sottolineare l’ambiguità morale.
Marlene Dietrich che era stata una delle più ferventi sostenitrici dello sforzo bellico americano contro il nazismo, interpreta una donna disposta a tutto pur di sopravvivere, siamo certi che riuscirà a cavarsela anche nella sequenza finale con ben cinque soldati della polizia militare che dovrebbero controllarsi a vicenda, immischiata con i più alti gerarchi nazisti liquida la sua scomoda posizione con una battuta: per le donne la politica è come la moda e bisogna adeguarsi a quel che viene imposto, battuta leggera che cela una tragica verità sulla situazione femminile durante i conflitti.
L’antinomia tra la reale posizione della diva e il suo ruolo prosegue nell’entrata in scena del suo personaggio: mostrato scarmigliata mentre si lava i denti e spruzza il dentifricio in faccia all’amante quanto di più lontano dall’immagine della diva levigata e perfetta da sempre portata sullo schermo dalla Dietrich.
La rivale di Marlene è Jean Arthur classica diva americana che ha girato tre commedie con Frank Capra, l’ultimo è il celeberrimo Mr. Smith va a Washington  ambientato nel mondo della politica americana. Da sottolineare che l edue protagoniste sono praticamente coetanee: Jean Arthur è del 1900 mentre Marlene è nata nel 1901, entrambe alla soglia dei cinquanta tengono tranquillamente testa al protagonista maschile di dieci anni più giovane, per dire che il fenomeno delle cougar non è appannaggio degli anni 2000.
Se Wilder è caustico con la Germania, non fa sconti neppure al cieco moralismo americano e infatti il film fu praticamente boicottato negli USA proprio per le critiche degli organi militari e della Camera dei Deputati: come il suo maestro Ernst Lubitsch fu il solo, con Chaplin, a criticare apertamente Hitler quando era al potere, Wilder racconta in tempo reale le contraddizioni del primo dopoguerra e poi quelle della divisione di Berlino trovandosi di nuovo in Germania per girare Uno, due, tre! proprio durante la costruzione del Muro.
Va ricordato che Lubitsch muore nel 1947 e il finale che rovescia la scena di seduzione in cui Pringle vuole baciare Phoebe con la donna decisa a sposare il recalcitrante giovanotto è un classico della teoretica lubitschiana: quale peggior punizione per un ufficiale che ha protetto una nazista del matrimonio?

La donna del lago

Italia 1965
con Peter Baldwin, Salvo Randone, Valentina Cortese, Philippe Leroy, Virna Lisi, Pia Lindström, Pier Giovanni Anchisi, Ennio Balbo, Anna-Maria Gherardi, Bruno Scipioni, Mario Laurentini, Vittorio Duse
regia di Luigi Bazzoni e Franco Rossellini


Ladonnadelago


Bernard, uno scrittore in crisi si rifugia fuori stagione in un albergo sul lago dove è solito trascorrere le vacanze. La speranza è quella di ritrovare Tilde la bella cameriera che lo aveva colpito l’anno precedente ma Bernard viene a sapere che la ragazza si è suicidata. Il fotografo del paese, confidente dello scrittore, lascia però intendere delle stranezze che fanno più pensare a un omicidio legato a una presunta gravidanza di Tilde. Intanto torna dal viaggio di nozze Mario, il figlio del proprietario dell’albergo: Adriana, la bella moglie è strana e malinconica e ben presto viene trovata morta anche lei sulle rive del lago. Stessa sorte tocca a Mario e al padre Enrico sospettati di avere avuto entrambi una relazione con Tilde. Irma, la figlia dell’albergatore confessa allo scrittore i segreti di famiglia prima di gettarsi nelle acque del lago.



Ladonnadellago


Ispirato all’omonimo romanzo di Giovanni Comisso che riprendeva i famosi “misteri di Alleghe” cinque strani omicidi avvenuti tra il 1933 e il 1946 nel paesino lacustre del bellunese, La donna del lago è un film molto interessante che stupisce per la modernità stilistica. I film di genere degli anni ’60 italiani vedono il predominio dei film gotici dalle ambientazioni ridondanti in vecchi castelli pieni di ragnatele e sale di torture.
La donna del lago è un giallo dalle atmosfere sospese e non un gotico ma l’ambientazione contemporanea, spoglia che punta tutto su una fotografia dal bianco e nero sgranato, giocato sulle rifrazioni delle superfici, i controluce e addirittura i negativi è un unicum interessantissimo che si differenzia dalla produzione di genere del periodo e sarebbe originale ancora oggi.



Ladonnadellago


Il racconto è guidato dalla voce off del protagonista quasi un flusso di coscienza che ben si sposa con le atmosfere malinconiche e misteriose del lago, le intuizioni morbose sulle tresche dell’albergo, suggerite, forse gonfiate dai classici personaggi di provincia interpretati da una serie di comprimari dalla faccia “giusta”: Francesco, il fotografo ha pure la gobba.
Notevole il cast dei protagonisti, superlativo Salvo Randone che interpreta Enrico, il proprietario dell’albergo, dalla gentilezza mellifua e lubrica, Philippe “Yanez” Leroy è il figlio Mario violento e sensuale, mentre Irma, la sorella che gestisce l’hotel è un’intensa Valentina Cortese. Adriana è interpretata da Pia Lindström, prima figlia di Ingrid Bergman, alla regia oltre che Luigi Bazzoni troviamo alla sua unica prova registica, Franco Rossellini, figlio di Renzo che cura le musiche oniriche.

Il segreto del medaglione

The Locket
USA 1946, RKO
con Laraine Day, Brian Aherne, Robert Mitchum, Gene Raymond, Sharyn Moffett, Ricardo Cortez, Henry Stephenson, Katherine Emery, Reginald Denny, Fay Helm, Helen Thimig, Nella Walker, Queenie Leonard, Lillian Fontaine, Myrna Dell
regia di John Brahm


Ilsegretodelmedaglione


Poche ore prima del suo matrimonio, John Willis riceve la visita del dottor Harry Blair che gli consiglia di rinunciare alle nozze raccontandogli chi è veramente la donna che sta per sposare, per inciso ex signora Blair. Dopo aver ascoltato tutte le vicende del passato di Nancy, che ha la morte di alcuni uomini sulla coscienza, John decide comunque di sposare l’amata ma il destino gioca un tiro beffardo e quando la futura suocera regala il medaglione a Nancy non riconoscendo in lei la bambina che aveva giustamente accusato del furto del medesimo gioiello, la ragazza realizza per la prima volta i suoi trascorsi e impazzisce.



Ilsegretodelmedaglione


Insolito incrocio tra noir e film sulle nevrosi freudiane che fa pensare ad Hitchcock, Nancy è una cleptomane come Marnie per un trauma infantile: figlia della governante di una ricca famiglia, diventa amica di Karen ma la madre osteggia il legame per la differenza sociale e quando la ragazzina regala a Nancy un medaglione, la madre ne pretende la restituzione, il medaglione viene poi considerato perduto e la signora accusa ingiustamente Nancy del furto. Il fratello maggiore di Karen, che ne frattempo è morta, non ha conosciuto Nancy quando viveva a casa sua perché il ragazzo era al college, incontrerà Nancy dopo molti anni e deciderà di sposarla nonostante gli avvertimenti del dottor Blair, neppure la signora Willis riconosce la ragazzina che ha scacciato di casa e le regala proprio il medaglione che ha causato le crisi di cleptomania di Nancy portandola definitivamente alla pazzia. Un colpo di scena un po’ arzigogolato ma che ha un sottointeso beffardo sul destino che presenta il conto dopo decenni che mi ricorda uno degli episodi più noti della serie tv Alfred Hitchcock presenta, La bara di ghiaccio: una donna dopo quarant’anni riesce a recuperare il corpo del maritofinito in un crepaccio e dopo una vita trascorsa nel suo ricordo scopre che l’uomo ha al collo un medaglione che testimonia il suo amore per un’altra donna.
Ne Il segreto del medaglione ci sono anche delle sequenze che ricordano lo stile hitchcockiano: quando Blair sospetta che la moglie abbia effettuato un furto a casa dei lord inglesi, c’è un primo piano della borsetta dove pensa si trovi la refurtiva poi c’è tutta una sequenza in cui il marito cerca delle scuse per poter frugare nella borsa e controllare ma ogni oggetto richiesto viene passato dalla moglie da un posto diverso dalla borsetta incriminata.
Per concludere il rapporto con Hitchcock va ricordato che gli interni della magione dei Willis sono gli stessi della casa di Sebastian in Notorius.
Gli aspetti noir del film sono legati alla costruzione del film che fa un grande uso di flashback, che infatti è noto per un gioco di scatole cinesi che ne contiene tre differenti: Blair inizia a raccontare la sua storia con Nancy fino all’incontro con il pittore Norman Clyde che a sua volta racconta l’incontro con la ragazza e la scoperta della sua cleptomania; interrogata è la stessa Nancy che confida al pittore l’episodio che ha segnato la sua infanzia.
Pur non essendo un capolavoro, il film è discreto, si lascia guardare con piacere e mostra l’intrigante legame con la pittura tipico di diversi film degli anni’40.

Jojo Rabbit

Germania, USA 2019
con Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Taika Waititi, Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Archie Yates, Rebel Wilson, Alfie Allen, Stephen Merchant
regia di Taika Waititi


Jojorabbit


Johannes Betzler ha dieci anni nella Germania nazista del 1945, il padre è al fronte, la sorella maggiore è morta, la madre per quanto dolce ha mille impegni e Jojo, succube della propaganda, ha come amico immaginario niente meno che il führer
in persona, che lo sprona ad essere coraggioso: quando a un campo della gioventù hitleriana il ragazzino non ha il coraggio di uccidere un coniglio diventando per i compagni Jojo Rabbit, sarà proprio Hitler a incoraggiarlo a lanciare una granata per dimostrare di essere coraggioso. Il gesto costa a Jojo delle ferite sul volto e una leggera zoppìa che lo escludono dalle attività militaresche ed è proprio rientrando a casa prima del previsto che il ragazzino scopre che la madre nasconde una ragazzina ebrea. Non potendo denunciarne la presenza per non fare incriminare la madre, a Jojo non resta che cercare di studiare il pericolo esemplare giudeo con cui si trova a convivere…

Ormai è tradizione (credo tutta italiana) far uscire un film che tratti il tema del nazismo in prossimità del Giorno della Memoria, con esiti molto diversi. Jojo Rabbit è un ottimo film che appartiene al filone che osa deridere il dramma nazista, a partire da Il Grande Dittatore, il solitamente dimenticato Vogliamo Vivere! di Lubistch per arrivare a Train de Vie e a La vita è Bella; con le pellicole citate Jojo Rabbit condivide solo il spirito ironico e graffiante ma i referenti sono ben altri.
Colori e atmosfere rimandano a Wes Anderson, soprattutto l’inizio al campo della gioventù hitleriana che non ha una chiara connotazione temporale, potrebbe essere un campo estivo organizzato da nostalgici, facendo capire da subito che il film si rolge soprattutto ai rigurgiti neofascisti dei nostri tempi.



Jojo Rabbit


L’unico amico di Jojo, Yorki, ricorda molto il Piggy de Il signore delle mosche, classico film per ragazzi che analizza la nascita del totalitarismo; la somiglianza non è solo fisica ma anche nel ruolo: nel film di Peter Brook il ragazzino diventa la memoria storica del gruppo, la parte razionale che viene eliminata, anche Yorki spiega le cose a Jojo ed è quello che nei tragici giorni della caduta di Berlino comunica a Jojo che Hitler si è suicidato nel bunker.
I toni drammatici ovviamente non possono mancare: la morte della madre, inattesa e toccante con Jojo che le allaccia le scarpe, lui che non era mai in grado di farlo bene, improvvisamente si ritrova adulto e solo (o quasi) nell’inferno della resa, le immagini della città distrutta rimandano a Germania Anno Zero e una volta di più comprendiamo il suicidio di Edmund nel film di Rossellini che molto probabilmente sarebbe anche il gesto di Jojo se non avesse a casa Elsa, il vituperato nemico di cui si è innamorato.



Jojo rabbit


Il messaggio e la positività del film sta tutto nell’incontro dell’altro: la convivenza forzata che diventa amicizia e il primo amore di Jojo. Lo scoprire che quanto ci è stato insegnato ad odiare non è diverso da noi ma più simile di quanto si creda (la condivisione della solitudine) e nonostante lo strazio della perdita alla fine dell’orrore si può riuscire a ballare sulle note di Heroes di David Bowie cantata in tedesco, una canzone che ti frulla in testa dall’eroico sacrificio del capitano Klenzendorf.

Il teschio maledetto

The Skull
GB 1965 Amicus
con Peter Cushing, Christopher Lee, Patrick Magee, Patrick Wymark, Jill Bennett, Michael Gough, Nigel Green, April Olrich
regia di Freddie Francis



Ilteschiomaledetto


Qualche anno dopo la morte del Marchese de Sade, un frenologo fa riesumare il cadavere per procurarsi il cranio del marchese e studiarlo ma iniziano una catena di omicidi.
Nella Londra del 1965 lo studioso di demonologia Christopher Maitland e Sir Matthew Phillips si contendono gli oggetti più bizzarri spesso procurati dal losco Anthony Marco. Quando Marco propone a Maitland l’acquisto del teschio di de Sade, Phillips gli rivela che l’oggetto era suo e gli è stato rubato ma è ben contento di essersi liberato della sua influenza nefasta e consiglia l’amico di non acquistarlo. Maitland però è già soggiogato dal cranio e rischia di uccidere anche la moglie, salvata dal crocifisso che porta al collo…


Theskull


Dal racconto The Skull of the Marquis de Sade di Robert Bloch, autore di Psycho, la Amicus, casa di produzione inglese rivale della Hammer, trae un film non eccezionale ma passabile per gli amanti del genere. Da menzionare la celebre coppia Christopher Lee/Peter Cushing il primo ha solo una comparsata di lusso mentre Cushing è il protagonista vittima delle suggestioni demoniache del teschio, privo della forza di volontà dell’amico Matthew Phillips.



Theskull


Ci sono momenti di noia e altri che testimoniano un’invecchiamento della pellicola (i giochi di luce ancora gradevoli ma superati) però l’incubo in cui Maitland è prelevato senza motivo da due poliziotti e costretto a giocare alla roulette russa dal giudice, è decisamente angosciante ancora oggi e rivela una sottigliezza psicologica che vuole andare oltre il semplice plot di un teschio strumento demoniaco.



Il teschio maledetto


Interessante la soggettiva dall’interno del cranio: permette delle buone composizioni delle immagini e sottolinea la volontà nefasta che domina l’oggetto, il finale infatti, è un puro scontro di volontà tra l’uomo e l’oggetto demoniaco.