L.A. Confidential

USA 1997, Warner Bros
con Kevin Spacey, Russell Crowe, Guy Pearce, James Cromwell, Kim Basinger, Danny DeVito, David Strathairn, Ron Rifkin, Matt McCoy, Simon Baker, Graham Beckel, Darrell Sandeen, Michael McCleery, Tomas Arana
regia di Curtis Hanson

Los Angeles 1953: mentre il mercato della droga è in subbuglio per la morte di un capomafia e la polizia deve rifarsi un’immagine dopo il Natale di sangue, uno dei poliziotti sospesi dal servizio per aver partecipato al linciaggio viene trovato tra i morti della carneficina alla caffetteria Nite Owl. I primi sospettati sono dei ragazzi di colore ma tre poliziotti, per motivazioni diverse, non credono a questa pista e, pur non andando d’accordo tra loro, si alleano per scoprire la verità; qualcuno pagherà con la vita…

Canto del cigno del genere neo-noir: il lato torbido della luccicante Città degli Angeli raccontato in maniera precisa e complessa: una lunga introduzione, più storie apparentemente slegate tra loro che s’intrecciano per rivelare che il mandante è sempre  lo stesso con la sete di governare lo stretto connubio di sesso e droga che attraversa la città.

L’introduzione al periodo storico è precisa: ce la racconta il giornalista Sid Hudgens che dirige un tabloid scandalistico chiamato Hush Hush e ha sul libro paga il detective Jack Vincennes, detto Hollywood Jack perché è il consulente di una serie televisiva che dovrebbe esaltare la polizia losangelina ed è il protagonista di arresti eccellenti costruiti ad arte con Sid.
Jack avrà un inatteso scatto di coscienza quando troverà sgozzato un ragazzotto di provincia i cui sogni di gloria hollywoodiana si sono spenti facendo il gigolo a favore degli scatti fotografici di Sid.

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Il secondo poliziotto è Bud White, giovane partner di Dick Stensland, il poliziotto ucciso al Nite Owl. Bud è un picchiatore, esegue gli ordini senza fare domande e passa per uno poco sveglio in cambio di riserva il diritto di sfogare la sua rabbia più cieca su chi maltratta le donne nel tentativo di superare il trauma della madre massacrata dal marito davanti ai suoi occhi.

Le strade di Bud e Jack scorrono parallele e li accomuna solo il disprezzo verso il tenente Ed Exley, figlio di un eroico poliziotto morto in azione. Exley è stato l’unico a testimoniare contro i colleghi nel Natale di sangue, l’incorrutibilità del giovane poliziotto fa il paio con la sua abilità politica e riesce a fare carriera nonostante sia poco amato.

L.A.  Confidential 1997  Kevin Spacey Guy Pearce
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Los Angeles ovviamente è anche Hollywood e la malavita nutre e si nutre del sottobosco dello star-system, c’è una gag sulla relazione tra Lana Turner e Johnny Stompanato e gran parte della trama ruota attorno a un faccendiere che ha messo in piedi un servizio di escort simili alle dive più amate, alcune delle sue ragazze sfruttano la somiglianza naturale come quella di Lynn Bracken con Veronica Lake, altre devono ricorrere alla chirurgia plastica per diventare Rita Hayworth. Bud s’innamora di Lynn e comincia a indagare sul caso del collega ucciso perché assassinato mentre era in compagnia di una collega di Lynn, morta anche lei al Nite Owl.
Lynn però va a letto con Exley per metterlo in trappola con un servizio fotografico di Sid, la reazione di Bud è inconsulta ma alla fine si alleerà con Exley per arrivare al mandante di tutti gli omicidi.

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Per i due poliziotti e la donna c’è un lieto fine ma la storia emersa dalle indagini è così torbida da lasciare l’amaro in bocca.

Il film ebbe un grande successo di critica e di pubblico confermando la carriera di star come Kevin Spacey e Kim Basinger che ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista.
Per gli altri ruoli, il regista ha puntato su un cast poco conosciuto e la pellicola si è rivelata un ottimo trampolino di lancio per i tre australiani del cast: Guy Pearce e soprattutto Russell Crowe, ma anche Simon Baker, il giovane attore gigolo sgozzato è poi diventato celebre con la serie tv The mentalist

La porta d’oro

Hold Back the Dawn
USA 1941, Paramount
con Charles Boyer, Olivia de Havilland, Paulette Goddard, Walter Abel, Victor Francen, Curt Bois, Rosemary DeCamp, Eric Feldary, Nestor Paiva, Eva Puig, Micheline Cheirel, Madeleine Lebeau, Billy Lee, Mikhail Rasumny, Charles Arnt, Arthur Loft, Gertrude Astor, Martin Faust, Brian Donlevy, Veronica Lake, Richard Webb
regia di Mitchell Leisen

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, il gigolo George Iscovesco decide di lasciare Parigi e di trasferirsi in USA passando dal Messico. Per le sue origini rumene i tempi d’attesa per il visto richiederebbero anni ma grazie ad Anita, vecchia conoscenza dei tempi parigini, George scopre che se sposa un’americana riuscirà ad entrare negli States in un mese. In un giorno conquista la maestrina Emmy Brown e la sposa ma finisce per innamorarsi di lei…

Commedia romantica che guadagnò sei candidature agli Oscar e si segnala per essere l’ultima sceneggiatura scritta da Billy Wilder che poco soddisfatto del risultato finale decise di dirigere personalmente i propri progetti.

Un’altra peculiarità del film è l’incipit: vediamo Geoge entrare negli studi della Paramount per  per vendere  un soggetto a Mr. Saxon, un regista che aveva conosciuto in Francia prima della guerra. Il soggetto è la sua rocambolesca storia d’amore con Emmy che dopo aver scoperto il motivo per cui Geoge l’ha sposata, ha un incidente d’auto mentre torna ad Azusa, suo paese natale. Per risarcirla del denaro che nel frattempo gli era stato prestato, a Geoge non resta che vendere la sua storia.
Ad interpretare il regista mr. Saxon c’è Mitchell Leisen, il vero regista del film, mostrato mentre dirige una scena con Veronica Lake tratta da I cavalieri del cielo, il film che lancia la carriera dell’attrice e che nella filmografia del regista precede La porta del cielo.

Il film è un’opera molto gradevole magari dall’esito un po’ prevedibile ma può contare su un cast di grandi attori: Charles Boyer sa costruire da par suo il personaggio di George Iscovesco dosando charme e ambiguità sottolineati dal pulsare della sua leggendaria vena sulla tempia. 

Olivia de Haviland ricevette una nomination come miglior attrice: è davvero deliziosa nel ruolo della maestrina travolta prima dalle marachelle dei suoi allievi poi dalla corte di George che finisce per conquistare con il suo ingenuo entusiasmo.

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Il ruolo della terza incomoda è interpretato da Paulette Goddard: Anita è una ballerina cinica ed arrivista da sempre innamorata di George, quando lo ritrova casualmente in Messico è lei a suggerirgli il matrimonio come scorciatoia per poter ottenere il visto e sarà lei a rivelare a Emmy il motivo per cui George l’ha sposata.

Diverse storie di contorno di altri attendenti asilo creano un atmosfera corale su cui veglia l’ispettore Hammock.

C’è la classica notte d’amore negata, marchio di fabbrica delle commedie romantiche di Leisen e il film è impreziosito da belle composizioni, soprattutto allo specchio: oltre alle scene in cui rivela la doppiezza degli intenti dei personaggi, ci sono alcune inquadrature di pura bellezza come quella dedicata a Olivia de Havilland ripresa nello specchietto retrovisore dell’auto.

L’appartamento

The Apartment
USA 1960, UA
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen, David Lewis, Hope Holiday, Joan Shawlee, Naomi Stevens, Johnny Seven, Willard Waterman, David White, Edie Adams, Joyce Jameson
regia di Billy Wilder

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Impiegato in un’enorme azienda assicurativa, lo scapolo C.C. Baxter presta il suo appartamento ai dirigenti con l’amante ottenendo in cambio scatti di carriera e arrivando anche a prestarlo al grande capo Sheldrake. Quello che non sa è che l’amante di Sheldrake è la bella ascensorista Fran Kubelik di cui Baxter è segretamente innamorato…

Vincitore di cinque premi Oscar su 10 candidature, L’appartamento è una delle zampate più taglienti che Wilder lancia al way of life americano.

L’idea del film nasce da un personaggio secondario del film romantico inglese Breve Incontro che presta (inconsapevolmente) la casa ai due amanti clandestini.

Billy Wilder ha la geniale idea di raccontare la storia di un mediocre impiegato che fa carriera prestando la casa ai dirigenti dell’agenzia di assicurazioni per cui lavora.
“Cicci bello” Baxter è un personaggio laido ma Wilder riesce a renderlo simpatico dandogli la faccia bonaria di Jack Lemmon e mostrandocelo quasi vittima degli eventi nelle notti passate all’addiaccio in attesa che il superiore finisca il suo festino.
A parte il medico vicino di casa che lo considera un ipersessuale, in ufficio tutti lo considerano un sempliciotto anche se nel giro di un anno Baxter arriva ai vertici dell’azienda.

Opposta alla figura di Baxter c’è quella di Fran, l’ascensorista. La ragazza ha avuto una relazione con Sheldrake ma l’ha interrotta conscia che l’uomo non avrebbe mai lasciato la moglie. Sheldrake la corteggia nuovamente pur conoscendo i suoi sentimenti e sapendo di non corrisponderli.
Tra un affittacamere per interesse e una serie di maschi sempre in cerca di avventure, l’unica la cui reputazione è a rischio è Fran, che ha la sola colpa di essersi innamorata di un uomo sposato.

Solo in un secondo tempo Baxter scopre che l’amante di Sheldrake è la ragazza di cui è innamorato e l’elemento scelto per la rivelazione è uno specchio rotto. Wilder è anche un grande maestro del noir e scegliere uno specchio da sempre simbolo di doppiezza nel cinema, per giunta rotto dona un tocco dark al film: la visione frammentata e distorta di sé che tanto piace a Fran è un’anticipazione del suo futuro insano gesto.

Memore della lezione lubitschiana, Wilder sceglie il periodo natalizio per mettere in scena il momento clou della storia: il periodo più scintillante dell’anno è una tortura per chi è solo, così ecco lo squallido appuntamento prenatalizio tra Sheldrake e Fran con l’uomo che regala 100 dollari alla ragazza perché non ha potuto comprarle un regalo per non destare sospetti, umiliandola al punto che Fran tenta il suicidio e Baxter da affittacamere si trova a fare da infermiere all’amante del capo.

La feroce critica al capitalismo si manifesta anche nella scenografia: i futuristici uffici della società d’assicurazione sono luoghi freddi dove l’essere umano dà il peggio di sé: arrivismo, sesso fine a se stesso. L’appartamento di Baxter dal gusto retrò molto old America è invece il luogo delle confidenze e delle intimità dove anche un mediocre come Baxter può trovare il coraggio di diventare mensch.

Marty, vita di un timido

Marty
USA 1955
con Ernest Borgnine, Betsy Blair, Esther Minciotti, Augusta Ciolli, Joe Mantell, Karen Steele, Jerry Paris
regia di Delbert Mann

Marty Piletti, 34enne italoamericano è il primogenito -e l’unico ancora scapolo- della famiglia. La madre e anche i clienti della macelleria in cui lavora insistono nel raccomandargli di trovare una brava ragazza e sistemarsi ma Marty ormai è rassegnato a una vita da scapolo, stanco di essere rifiutato da tutte le ragazze per il suo aspetto poco avvenente. Una sera in discoteca un ragazzo gli offre dei soldi per liberarlo da una ragazza bruttina, Marty rifiuta ma empatizza con la ragazza e le si avvicina. I due trascorrono una splendida serata che finisce con la promessa di risentirsi il giorno dopo. Ma la mattina dopo tutti, dagli amici alla madre sconsigliano a Marty di rivedere la bruttina stagionata per giunta non italiana…

Marty è un’adorabile commedia che abbandona il glam delle classi più abbienti per indagare l’amore nei ceti più popolari; il film è una produzione indipendente e nel trailer originale il produttore Burt Lancaster sfodera il suo fascino per promuove l’insolita ambientazione.

Marty Piletti è un ragazzone dal cuore d’oro che ha abbandonato i suoi sogni per occuparsi della famiglia quando il padre è morto. Ora vive solo con la madre che parrebbe intenzionata a vederlo sposato ma quando l’ipotesi di un fidanzamento prende corpo, la madre di Marty capisce che potrebbe toccarle la sorte della sorella Caterina che è venuta a vivere con lei perché litigava con la nuora e quindi inizia a dire al figlio che Clara non è adatta a lui.
Anche l’amico del cuore, Angelo, che ha dovuto concludere la serata da solo inizia a prendere in giro Marty perché si è trovato una racchia.

La storia è semplice e lineare ma riesce a comunicare benissimo i timori dei due protagonisti che troppe volte sono stati rifiutati per il loro aspetto per poi raccontare con grande tenerezza la nascita di qualcosa che va oltre la simpatia.
Tutto potrebbe andare in frantumi perché si mettono di mezzo le invidie degli amici e gli egoismi dei familiari ma fortunatamente Marty coglie l’ultima occasione per realizzare i suoi sogni e per una volta ascolta sè stesso, fregandosene dei giudizi altrui

Un piccolo gioiello pluripremiato con la Palma d’oro a Cannes e con 4 Oscar, tra cui miglior film.

I peccatori

Sinners
USA 2025, Warner Bros
con Michael B. Jordan, Hailee Steinfeld, Miles Caton, Buddy Guy, Jack O’Connell, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson, Omar Benson Miller, Delroy Lindo, Li Jun Li, Saul Williams, Yao, Lola Kirke
regia di Ryan Coogler

Mississippi 1932: i gemelli Moore tornano da Chicago con l’intenzione di aprire un juke joint nella cittadina dove sono nati. Li aiuta il cugino Sammie, virtuoso della chitarra e proprio il suo talento nel blues attira un trio di vampiri che ben presto vampirizzano quasi tutti i partecipanti all’evento; Sammie si salva e la mattina si reca in chiesa. Il reverendo che è suo padre gli chiede di abbandonare la musica ma il giovane rifiuta….

Ero già intrigata dal trailer prima di scoprire lo storico numero di nomination raccolte dal film per i prossimi Oscar perché pensavo che il film fosse ispirato alla storia di Robert Johnson, poi come tutti ho pensato che le nomination fossero più una risposta politica alla situazione attuale ma sono rimasta piacevolmente sorpresa: come avevo detto in Il Robot Selvaggio il woke è sopravvalutato, ancora una volta la rivoluzione la fa il cinema classico offrendo un buon prodotto d’intrattenimento, il genere amato dagli Oscar che ricordiamo, disdegna gli autori e non ha mai premiato un film di Hitchcock. La novità è un cast all black.

Il regista Ryan Coogler e il protagonista Michael B. Jordan sono diventati famosi con Creed ma sotto l’egida del vecchio Sly hanno imparato la lezione e i risultati si vedono.

Partiamo dai premi cosiddetti tecnici, in particolare la fotografia, non m’interessa quanta elaborazione digitale ci sia e se ci sia ma vedere dei bellissimi paesaggi luminosi senza la luce verdognola alla Netflix, come la definisco io, allarga il cuore.

Si tratta di un film in costume ma si prende delle libertà per ribadire l’assunto spiegato nel prologo: la musica come varco tra mondi differenti. La musica attira i vampiri ma la sequenza diciamo così onirica in cui il ballo diventa un viaggio nel tempo per arrivare all’hip hop, al rap con i mixer e i dischi che scratchano è un bellissimo tributo alla musica nera che ha conquistato (contagiato se vogliamo usare un termine più adatto a una storia di vampiri) il mondo.

Ho notato altre discrepanze nei costumi che mi spiego come una citazione cinefila. Parlo di Mary, la ragazza di colore che può passare per bianca, ex fidanzata di Stack, uno dei due gemelli. La si nota subito nella folla della stazione per il colore della pelle ma anche per il look molto diverso da quello degli anni ’30 soprattutto la pettinatura tipica dei tardi anni ’40 primi ’50 esattamente il periodo in cui il personaggio della nera bianca entra al cinema con Pinky e la figlia della cameriera de Lo specchio della vita di Douglas Sirk, il re del melodramma amoroso e la storia d’amore tra Stack e Mary diventa un amour fou che sfida gli eoni del tempo, per dirla alla Dracula di Bram Stoker.

Completamente diversa l’evoluzione dell’amore dell’altro gemello, Smoke, con Annie. I due hanno avuto in precedenza una figlia la cui morte prematura ha portato al distacco della coppia. Annie è addentro alle cose di magia, la prima ad accorgersi della natura sovrannaturale degli ospiti indesiderati e a definire i vampiri i più pericolosi tra gli spiriti.

Qui la cosa si fa interessante: §spoiler§ Annie rifiuta totalmente l’idea di diventare una vampira e Smoke dopo aver combattuto fino all’ultimo nella parte action del film muore con la visione di Annie e del loro figlio che lo stanno aspettando.

Ecco una bella differenza tra bianchi e gli altri popoli (il vampiro entra in scena inseguito dagli indiani) il mito del vampiro è tipicamente occidentale: le altre culture accettano tutte la morte come una parte del ciclo della vita mentre noi abbiamo alimentato l’idea di vivere in eterno elaborando il mito di un principe valacco che combatteva gli invasori turchi. I vampiri cercano di convincere i pochi reticenti parlando di un mondo in cui si è tutti uguali: morti e costretti a vivere solo di notte ma liberi dal finto buonismo del mondo svelando anche i piani del Ku Klux Klan in teoria scomparso ma che sta organizzando un attacco al locale che ci sarà con citazione alla Apocalisse now variando “amo il profumo del napalm al mattino”

Il film mi è piaciuto molto perché ha sottolineato l’orgoglio black giocando con classe con gli stilemi del cinema classico americano: il 1932 è un anno centrale nel lustro scarso del pre-code dove il gangster movie la fa da padrone e qui abbiamo due ex gangster che hanno lavorato al servizio di Al Capone, poi i protagonisti sono due gemelli come in uno dei capolavori del noir anni ’40 Lo specchio scuro.

La figlia di Ryan

Ryan’s Daughter
UK 1970, MGM
con Sarah Miles, Robert Mitchum, Trevor Howard, Christopher Jones, John Mills, Leo McKern, Barry Foster, Marie Kean, Evin Crowley, Arthur O’Sullivan
regia di David Lean

Irlanda 1916: Rose è la figlia dell’oste di un villaggio sulla costa; è la più ricca del paese e conduce una vita solitaria inseguendo i suoi sogni passeggiando lungo la spiaggia. S’innamora di Charles Shaughnessy, il maestro di scuola, un uomo pacato, un vedovo molto più grande di lei. Rose e Charles si sposano ma il matrimonio si rivela una delusione. Un giorno nel vicino campo militare inglese arriva un nuovo ufficiale, il maggiore Randolph Doryan mandato a comandare il campo dopo un’esperienza tanto eroica quanto traumatica sul fronte occidentale. Mentre è solo con Rose nel pub del padre, Doryan ha una crisi, la ragazza lo aiuta e i due si ritrovano a baciarsi. Inizia una relazione clandestina che ben presto fa sparlare tutto il paese. La situazione precipita quando Tim O’Leary, capo degli irredentisti irlandesi viene arrestato con la sua banda mentre cerca di recuperare delle armi inviate dai tedeschi. Per la sua relazione con Doryan, Rose viene creduta la spia che ha fatto catturare i ribelli e viene linciata. Doryan nel frattempo si suicida mentre Charles, che pure ha deciso di divorziare , lascia il villaggio con Rose. 

Melodramma sentimentale che vuole replicare il successo de Il Dottor Zivago ma fu un flop di critica che indusse Lean ad allontanarsi dal cinema, tornerà solo nel 1984 per girare il suo ultimo film, Passaggio in India
A dispetto delle critiche il film ebbe un grande successo al botteghino e vinse anche due Oscar; ovviamente fu premiata la fotografia: come da Lawrence d’Arabia in poi, l’ambientazione viene esaltata dal formato panoramico con grande attenzione alla bellezza paesaggistica, in questo caso le tumultuose coste irlandesi battute dal vento e dalla tempesta.

La storia s’ispira vagamente a Madame Bovary per il fatto che Rose non trova la serenità nel matrimonio che ha fortemente voluto, in realtà la sua è un’insoddisfazione personale difficilmente placabile soprattutto nel matrimonio con un uomo più grande di lei ed estremamente pacato come Shaughnessy, interpretato molto bene da Robert Mitchum in un ruolo assai diverso da quelli da duro che hanno caratterizzato la sua carriera.

A non funzionare nel film è l’eccessiva sottolineatura del registro grottesco soprattutto nella colonna sonora sempre scritta da Michele Jarre e resta incomprensibile come l’autore delle suadenti musiche di Lawrence d’Arabia abbia optato per uno score a base di marcette quando il tema è la disperazione amorosa e personale dei vari personaggi.

Anche il padre di Rose è una figura fuori fuoco giocata troppo su registri grotteschi: Ryan è il più ricco del paese perché è un doppiogiochista, i grandi proclami per la libertà d’Irlanda nascondono la sua attività d’informatore per gli inglesi ed è lui a tradire O’Leary e i suoi ma è talmente pusillanime da non trovare il coraggio di confessare neanche davanti all’aggressione all’adorata figlia che lascia al suo destino, un personaggio tragico sminuito da una recitazione sopra le righe, stile attoriale che caratterizza tutti i personaggi di contorno dal popolino greve e sguaiato tenuto a bada dall’energico reverendo Hugh Collins fino al personaggio di Michael, lo sgorbio del villaggio deriso da tutti, la cui vista è insopportabile a Rose fino a quando non riconosce nello sguardo del derelitto la comprensione per le offese subite.

Da sempre innamorato di Rose, Michael è colui che rivela la sua tresca con il maggiore e che consegna le armi tedesche a Doryan che si suicida facendole esplodere. John Mills vinse comunque l’oscar per questa interpretazione. 

Un altro aspetto poco riuscito è la rappresentazione dell’amore di Rose e Doryan: le scene di sesso (se così le possiamo chiamare oggi) sono inframmezzate da dettagli naturalistici: coppie di fiori in vari stadi da gemme a soffioni che volano via a simboleggiare i vari stadi dell’atto amoroso: fortunatamente il cinema ci ha regalato allusioni sessuali più riuscite e meno melense.

La componente naturalistica ha anche delle valenze molto belle e il cielo tempestoso che fa da sfondo all’arrivo del maggiore sull’isola anticipa la portata tragica di quest’entrata in scena.

Lean prova anche a giocare con registri onirici con un buoni risultati: il nero che avvolge i protagonisti durante il loro primo bacio portandoli in una dimensione altra dalla noia del villaggio per lei e dall’incubo dei ricordi bellici per lui.
Charles che scopre il tradimento della moglie dalle impronte sulla spiaggia e ha una sorta di allucinazione in cui vede la coppia dirigersi in una grotta appartata dove poi Michael troverà le mostrine perdute dall’ufficiale.
Un film non perfettamente riuscito ma che conserva nella fotografia il suo punto di forza.

Kate & Leopold

USA 2001
con Meg Ryan, Hugh Jackman, Liev Schreiber, Breckin Meyer, Natasha Lyonne, Bradley Whitford, Paxton Whitehead, Philip Bosco
regia di James Mangold

1876: il giovane Leopold, duca di Albany squattrinato che lo zio vuol far sposare per interesse, nota uno strano tipo durante un comizio per la costruzione del ponte di Brooklyn e lo segue finendo per cadere in un tunnel spazio temporale che lo porta alla New York odierna. Stuart cerca di spiegare la situazione al suo frastornato compagno ma vengono interrotti da Kate, ex fidanzata di Stuart che abita al piano di sotto. La scomparsa di Leopold, che ha ideato il prototipo dell’ascensore, inizia a causare problemi agli ascensori e Stuart cade nel vano vuoto finendo in ospedale. Leopold viene affidato a Kate che inizialmente non crede che sia un viaggiatore del tempo. I due si innamorano ma la relazione s’interrompe per una questione di principio. Stuart riporta Leopold nel suo tempo facendo ripartire tutti gli ascensori ma guardando le foto che ha scattato nel suo precedente viaggio scopre un dettaglio che farà riunire Kate e Leopold.

L’amore è un salto nel vuoto, come ci dimostra visivamente il finale dell’ultima commedia romantica interpretata dalla fidanzatina d’America degli anni ’90, Meg Ryan: Il film gioca col fantastico: se nella stagione d’oro della commedia americana anni ’30 e ’40 le valenze fantastiche avevano un tono sovrannaturale con i fantasmi, ora il tema non può che essere sviluppato in modo più scientifico anche per il grande successo della saga di Ritorno al futuro.

Il tema ovviamente è solo accennato ed è un escamotage per presentare due caratteri completamente diversi che devono conciliarsi nell’amore però è un peccato che il problema del blocco degli ascensori causato dalla scomparsa di Leopold dalla sua linea temporale non sia stato più sfruttato per le gag comiche.

Come tutte le commedie romantiche degli anni ’90 la comicità è soprattutto di parola e relegata ai personaggi secondari, a Stuart bizzarro studioso di varchi temporali e a Charlie, il fratello di Kate a cui Leopold insegna come conquistare la ragazza di cui è innamorato. 

Lo scontro tra i sessi rappresentato dai protagonisti vede una cinica donna in carriera che si scontra (letteralmente) con un gentiluomo d’altri tempi. Il senso dell’onore di Leopold rischia di farle perdere la promozione quando la salva dalle avances del suo capo, forse il momento più interessante del film è proprio l’ambiguità della gestione del rapporto con J.J. da parte di Kate: avrebbe saputo tenerlo a bada o avrebbe ceduto per il vantaggioso scatto di carriera? Non lo sapremo mai perché tutto il film esalta il bel tempo andato: i modi gentili di Leopold faranno sì che Charlie conquisti la ragazza del suo cuore, la sua integrità morale non gli permette di utilizzare la sua immagine per vendere un prodotto scadente.

Certo, il gioco dell’esaltazione del passato serve per mettere alla berlina i difetti del presente, compito primario della commedia, ma l’operazione in questo film è un po’ troppo scoperta.

Resta un’opera carina, un dignitoso canto del cigno di un genere che è andato via via scomparendo dalle grandi produzioni. 

Da segnalare che Until, la canzone di Sting nella colonna sonora, è stata premiata con l’oscar e il Golden globe ma i riferimenti -anche musicali- sono tutti per Colazione da Tiffany: l’uso delle scale d’emergenza e soprattutto la bellissima Moon River.

Il diavolo nel cervello

Italia 1973
con Stefania Sandrelli, Keir Dullea, Micheline Presle, Tino Buazzelli, Renato Cestiè, Maurice Ronet, Orchidea De Sanctis, Gaia Germani, Giorgio Basso, Elsa Boni, Gabriella Lepori
regia di Sergio Sollima



Il diavolo nel cervello


Oscar torna nella città natale dopo otto anni trascorsi in Venezuela e rincontra la donna che amava un tempo, Sandra ma lei non lo riconosce persa in una regressione infantile dovuta alla morte del marito. Oscar scopre che Fabrizio è stato ucciso dal figlioletto Ricky, causando così lo scompenso psicologico di Sandra che è affidata alle cure della madre che sembra però trascurarla. Con l’aiuto del dottor Emilio Bontempi, altro amico di gioventù, Oscar scopre gli inganni di Fabrizio che viveva alle spalle della ricca moglie e che il bambino rinchiuso in collegio non è colpevole dell’omicidio del padre…


Ildiavolo nel cervello


Il diavolo nel cervello è l’unica incursione nel thriller di Sergio Sollima, regista di spaghetti western oltre che del mitico Sandokan televisivo. Il film, anche se non riuscitissimo, presenta una certa originalità: è un giallo psicologico nel periodo di massimo fulgore di Dario Argento che punta molto sulle atmosfere morbose di una nobile famiglia, la vicenda è intricata dai molti flashback che raccontano i diversi punti di vista dei personaggi, a me ha divertito soprattutto per il colpo di scena finale, piuttosto inaspettato: per come è costruito il film si è portati a pensare che la colpevole sia l’austera contessa Osio De Blanc che memore della gloria passata della famiglia se ne impipa della legge e nasconde con pugno di ferro la condizione della figlia e del nipote in nome della dignità della casata.
Stefania Sandrelli è la bellissima e fragile contessina Sandra vittima di un marito nobile ma spiantato che l’ha sempre tradita puntando solo al suo patrimonio che arriva al punto di sfruttare le inquietudini del figlioletto per minare la salute mentale della moglie convincendola di aver partorito un mostro crudele che vorrebbe ucciderla. L’attrice non spicca nel ruolo se non per la presenza scenica dello splendore dei suoi trent’anni.



Il diavolo nel cervello


Le indagini sui torbidi segreti degli Osio De Blanc sono condotte da Oscar, amico di gioventù di Sandra e Fabrizio che andò a far fortuna all’estero quando la ragazza amata gli preferì il ricco rampollo e il dottor Bontempi, interpretato da Tino Buazzelli, il Nero Wolfe televisivo che con lo stesso acume da investigatore segue le sue intuizioni e soprattutto per l’interesse del ragazzino, scopre il vero assassino di Fabrizio.

Ad interpretare Ricky c’è Renato Cestiè attore bambino stella degli anni ’60 inquietante come Nicoletta Elmi, i due si ritrovano compagni di classe ne I ragazzi della 3ª C.
Come sempre nei gialli italiani degli anni ’70 mi colpisce l’eleganza formale della composizione, in questo caso un modulo ricorrente è il primissimo piano del personaggio di cui sta per per partire il flashback con un altro personaggio sullo sfondo. Notevoli le ambientazioni che spaziano gran parte della pianura padana: la Mantova delle scene iniziali, Villa Erba e villa La Favorita per le residenze degli Osio de Blanc e molte inquadrature del lago d’Orta, molto interessanti per la diversa concezione della viabilità per chi conosce bene la località turistica.
Da menzionare la colonna sonora di Morricone, come sempre grande lavoro sui suoni e un’interessante refrain distorto di Per Elisa.

Ribalta di gloria

Yankee Doodle Dandy
USA 1942, Warner Bros
con James Cagney, Joan Leslie, Walter Huston, Richard Whorf, George Tobias, Irene Manning, Frances Langford, S.Z. Sakall, Jeanne Cagney, Walter Catlett, Rosemary DeCamp, Eddie Foy Jr.
regia di Michael Curtiz



Yankee doodle dandy

Il celebre attore di rivista e compositore George M. Cohan nel suo ultimo spettacolo fa la parodia del presidente in carica: Franklin Delano Roosevelt, quando viene convocato alla casa Bianca l’artista teme una reprimenda invece il presidente, dopo aver ascoltato la sua storia personale, lo premia con la medaglia d’onore del Congresso per il peso che la sua musica patriottica ha avuto nella storia americana.



Ribalta digloria

George M. Cohan è una gloria nazionale americana poco nota qui da noi, anche se conosciamo diverse delle sue canzoni. Attore e compositore, Cohan ha il primato di essere il primo artista a cui fu dedicata una biografia e un biopic mentre era ancora in vita, l’artista ebbe anche l’opzione di scegliere l’attore che lo avrebbe impersonato e la scelta cadde su James Cagney che per questo ruolo vinse l’unico Oscar della carriera.



Ribalta di gloria

La regia è di Michael Curtiz che da par suo sa fare un grande racconto retorico delle vicende personali di Cohan, che fu autore tra l’altro di Over There, l’inno dell’esercito americano e il film non nasconde la propaganda bellica in favore dell’ingresso degli USA nel secondo conflitto mondiale. I momenti registicamente più belli sono però alcune ellissi temporali (le inquadrature delle luci di Broadway per raccontare i successi degli anni ’20) o alcuni tagli registici come il titolo dello spettacolo letto dal libretto sbirciando dalla spalla della spettatrice nel palco.



Ribaltadi gloria

Per cui ama il musical americano è un film imprescindibile visto che gran parte della pellicola ricostruisce i numeri più importanti dell’artista e c’è praticamente un riassunto del suo primo grande successo Yankee Doodle Dandy in cui Cagney ha modo di dar prova delle sue grandi doti di cantante e ballerino. La vicenda personale dell’artista invece ha un tono molto sentimentale incentrata com’è sul rapporto idilliaco con la famiglia: con la madre, il padre e la sorella George M. Cohan recitò fin dalla prima infanzia ne The Four Cohans e anche l’amore con la cantante e ballerina Mary non presenta una nuvola, come il rapporto con Sam Harris, produttore con cui Cohan firmò i suoi più grandi successi.

Non voglio morire

I Want to Live!
USA 1958 MGM
con Susan Hayward, Simon Oakland, Virginia Vincent, Theodore Bikel, Wesley Lau, Philip Coolidge, Lou Krugman, James Philbrook, Gage Clarke, Joe De Santis, John Marley
regia di Robert Wise


Non voglio morire


Barbara Graham, una “party girl” di facili costumi con diversi reati minori alle spalle sembra sistemarsi quando sposa un barista e ha un figlio ma il marito è tossicodipendente e il matrimonio finisce malamente. Barbara torna alla vita di prima e finisce invischiata in una brutta storia di una rapina ai danni di un’anziana signora che ha portato alla morte di quest’ultima: gli altri due indagati asseriscono che anche la Graham ha partecipato all’omicidio mentre la donna si dichiara totalmente estranea ai fatti. La mancanza di un alibi ma soprattutto il suo atteggiamento spavaldo che ha attirato su di lei l’attenzione dei media, la fanno condannare a morte. L’avvocato Matthews chiede il parere del criminologo Carl Palmberg che ritiene la donna incapace di atti di violenza estrema ed espone altri fatti che convincono anche il giornalista Edward Montgomery, uno dei primi ad aver demonizzato Barbara, dell’innocenza della donna ma il ricorso in appello viene rifiutato e dopo diversi ricorsi Barbara finisce nella camera a gas.



Nonvogliomorire


Non voglio morire si conferma ancora oggi tra i film più toccanti contro la pena di morte sorretto dalla grande prova attoriale di Susan Hayward che per questo film vinse l’unico oscar della sua carriera e dall’ottima regia di Robert Wise che costruisce un robusto dramma a tesi ispirato alla vicenda reale di Barbara Eleine Wood Graham finita nella camera a gas nel 1955 a soli 31 anni, come reale è la figura del giornalista premio Pulitzer Edward Montgomery che prima costruisce la figura della rossa ferina e poi diventa uno dei più grandi assertori della sua innocenza. Forse proprio la mancata analisi del cambio di bandiera di Montgomery è l’anello debole del film, più che aver reso la figura della Graham chiaramente innocente mentre pare che ci fossero pesanti prove a suo carico.



I want to live


In ogni caso la vicenda è uno spunto per sottolineare gli aspetti terribili della pena di morte: il film parte con inquadrature sghembe con un’importante colonna sonora jazz, un bianco e nero molto contrastato che ben rendono la vita ai margini della protagonista, molto interessante anche il segmento del processo con le confessioni estorte a una Barbara particolarmente ingenua ma è quando entra in scena la camera a gas che il film raggiunge il suo apice: se fino a quel momento il film aveva mescolato ricostruzioni in studio e scene in presa diretta, dalla comparsa della camera a gas tutto diventa palesemente artefatto perché l’indicibile resta tale anche davanti alla macchina da presa e Wise, grande regista anche di sci-fi sembra fare riferimento a quel genere cinematografico nei dettagli della preparazione del marchingegno mortale, non manca l’ironia dei numerosi cartelli che invitano i detenuti del braccio della morte a condurre una vita sana, prestare attenzione all’igiene e a non fumare ma è la ricostruzione dei continui rimandi dell’esecuzione, l’assicurarsi che la linea per la grazia all’ultimo minuto sia libera, che sono strazianti per le false speranze che regalano al condannato a cui però non viene risparmiato l’ultima onta della morte pubblica davanti a giornalisti e testimoni tanto che anche la spavalda Barbara chiede di essere bendata per non vedere ancora quel pubblico invadente che ha fatto scempio della sua vita.