Quel che non si e’ capito

Mariomonicelli Si e’ chiuso con una lieve flessione negli ascolti l’evento televisivo Vieni via con me. Il programma ha dimostrato con i suoi ascolti straordinari che la gente e’ stufa, non solo di paillettes come sottolineano i giornali ma anche di dibattiti urlati: io ad esempio, per quanto mi ci metta di buona volonta’ non riesco praticamente mai a vedere per intero una puntata di Ballaro’ o Anno zero, per quanto il tema possa essere interessante, proprio perche’ lo starnazzo mi annoia mortalmente.
Come ha detto Roberto Saviano nel suo monologo conclusivo il potere sta nel narrare storie, raccontare un punto di vista da cui si puo’ dissentire o su cui si puo’ riflettere.
E proprio ieri sera abbiamo perduto un grande narratore di storie, Mario Monicelli, il cui annuncio della scomparsa e’ stato dato in diretta durante Vieni via con me.
Quello che la trasmissione di Fazio e Saviano ha dimostrato e cioe’ che il grande pubblico e’ affamato di storie intelligenti non e’ stato recepito dai dirigenti televisivi altrimenti oggi i palinsesti televisivi sarebbero stravolti per far spazio all’omaggio al maestro della commedia all’italiana. Solo rete4 conferma la sua dimensione cinematografica e nel pomeriggio ha sostituito il film previsto con La mortadella. Siamo al banco di prova dei canali dedicati del digitale terrestre ma Rai movie continua con la sua programmazione asfittica. Stasera alle 21,00 su Rai2 e’ previsto il primo capitolo de Le cronache di Narnia, tanto per riempire il vuoto lasciato da XFactor. Credo che stasera ci sarebbe potuto essere un altro record di ascolti se si fosse osato trasmettere in prima serata I soliti ignoti o La grande guerra o meglio ancora L’armata Brancaleone pellicola prediletta dal regista e di cui non ricordo l’ultimo passaggio sulla tv generalista, tanto e’ remoto; certo il cambio di programma avrebbe dovuto essere annunciato gia’ dai TG del mezzogiorno, son convinta che in quel caso molta gente avrebbe cambiato i programmi serali per starsene a casa a ricordare come si deve Mario Monicelli.

Harry Potter e i doni della morte – parte 1

Harrypotterdonidellamorteparte1 Non sarebbe per nulla disdicevole se in una saga cinematografica cosi’ longeva prendesse a prestito dalle serie televisive il brevissimo riassunto degli episodi precedenti che permette allo spettatore medio, che negli ultimi 18 mesi trascorsi dal film precedente e’ stato in altre faccende affaccendato, di capire a che punto era rimasta la storia di HP.
Per chi non e’ fan accanito del maghetto, risulta particolarmente difficile seguire quest’ultima pellicola che esula dalla cornice solita del viaggio in treno ad Hogwarts e dall’ambientazione scolastica nel celebre college magico, totalmente assente in questa prima parte in cui Harry coi fidi Hermione e Ron parte alla ricerca degli Horcrux, i sette oggetti in cui Voldemort ha suddiviso e nascosto la sua anima per ottenere l’immortalita’ (due son gia distrutti in passato).
Il viaggio dei tre amici che non potranno neppure ricorrere alle arti magiche per il trasporto in seguito a una ferita di Ron ma dovranno muoversi come comuni mortali, permette di fare una riflessione generale sullo stile della saga potteriana che ha certamente alcuni stilemi specifici rappresentati dai bruschi movimenti dei mezzi di trasporto magici, dal bus che si alzava o si restringeva nel secondo capitolo alle traiettorie fulminee degli ascensori del Ministero della Magia in quest’ultima opera. A queste peculiarita’ si aggiungono pero’ aspetti via via diversi per ogni pellicola che si rifanno ai film piu’ in voga del momento. Se e’ sempre forte il legame con Il signore degli anelli (l’influenza negativa del medaglione pari a quella dell’anello) si aggiunge una sorta di citazione dell’altra saga must degli adolescenti cresciuti con Harry, Twilight, ed allora ecco che in quest’ultima pellicola i paesaggi mozzafiato assurgono ad un ruolo piu’ importante e i ghermitori hanno l’aria delle bande vampiresche di Twilight da cui derivano anche gli inseguimenti nella foresta. C’e’ anche una breve sequenza apocalittica che ricorda vagamente The road.
Nonostante i 146 minuti di durata dedicati solo alla prima parte della vicenda, il film non riesce ad approfondire le tematiche del volume (ad esempio i chiaroscuri della figura di Albus Silente) ma e’ una cavalcata tra mille situazioni che solo chi ha letto il romanzo puo’ comprendere e anche se c’e’ qualche buona trovata, come l’inseguimento durante il trasferimento di Harry col sidecar e soprattutto l’inserto a cartoni che coniuga il fascino delle ombre cinesi con un tratto di gusto burtoniano, queste chicche si disperdono nella lunghezza infinita del film. Sono piacevoli le scenografie con le case bislacche dei Weasley e di Luna Lovegood e i costumi (voglio una giacca a 5/6 colletti come Elphias Doge, al matrimonio!)
Avviso a chi soffre di ofidiofobia: stare all’erta, Nagimi e’ sempre piu’ realistica ed aggressiva ed e’ l’unico elemento davvero spaventevole di tutta la pellicola, non solo per chi ha la fobia dei serpenti.

Romanzo Criminale – La serie 2

Romanzocriminalemortelibano Giovedi’ 18 novembre su Sky Cinema 1 HD e’ finalmente arrivata, dopo due anni di attesa, la seconda stagione di Romanzo Criminale la serie che si compone di dieci episodi. Le vicende della banda della Magliana riprendono dal punto in cui si era interrotta la prima serie, la morte del Libanese. Nei primi due episodi abbiamo visto lo sconcerto degli amici del Libano, alla ricerca del suo assassino (o assassini) mentre le cosche che collaboravano alle attivita’ malavitose della banda premono da tutte le parti per accaparrarsi gli affari di una societa’ indebolita dalla morte del capo.
Il primo episodio si apre con un omaggio al film di Michele Placido che forse non si era osato fare nella precedente stagione: un flashback che racconta come i ragazzini di borgata che sarebbero poi diventati il Libanese e il Dandy, incontrano il Bufalo. L’opera di Placido si apriva con l’incontro nell’infanzia dei tre protagonisti (Libano, Dandy e il Freddo) qui la citazione serve per spiegare il comportamento folle del Bufalo che culmina nel gesto di rubare la bara del Libanese sulle note struggenti di Total ecplipse of heart di Bonnie Tyler confermando la capacita’ di Sollima di usare musica extradiegetica con la stessa abilita’ di Tarantino.
RomanzoCriminale2L’improvvisa morte del Libanese porta gli altri protagonisti a confrontarsi con se’ stessi: se Bufalo sente l’obbligo di pagare il suo debito di devozione che risale all’infanzia verso l’amico morto, anche il Freddo rinuncia alla sua possibilita’ di rifarsi una vita con Roberta per vendicare la morte dell’amico. Il piu’ scosso dall’omicidio e’ il Dandy costretto a riconoscere il proprio essere inetto nel presente come nel passato tanto che il secondo episodio si chiude con lo spettro del Libano che sentenzia all’amico dallo specchietto retrovisore “brutto scoprire chi sei”.
Anche Scialoja scopre di non voler esitare nell’usare metodi pochi ortodossi per stringere il cerchio intorno alla banda. Il Freddo sembra l’unico a mantenere una certa integrita’ in questa discesa agli inferi collettiva scandita dalle notizie sulla P2 date dai mezzi di informazione.
La bella notizia per noi e’ che la HBO ha comprato i diritti della serie ed e’ la prima volta che la rete di culto acquista una serie italiana. Intanto Sky non molla la formula di trarre serie da film di successo e dopo Quo vadis Baby? e Romanzo criminale (ma anche Non pensarci) si appresta a serializzare anche Gomorra con la supervisione di Saviano.

Post Correlati: Romanzo Criminale – la serie 1
Romanzo Criminale (film )

Alphonse Mucha: modernista e visionario

Amucha E’ sempre un piacere segnalare le mostre che si tengono in musei relativamente nuovi e/o delocalizzati perche’ vantano un personale estremamente cordiale e disponibile, caratteristica molto rara da trovare in istituzioni museali piu’ rodate.
L’esposizione che il Forte di Bard dedica ad Alphonse Mucha, maestro indiscusso dell’art nouveau vuole celebrare il centocinquantesimo anniversario dalla nascita dell’artista (Ivančice, 24 luglio 1860) indagando anche gli aspetti meno noti della sua arte.
E’ esposta una grande collezione di foto scattate da Mucha, che usava il mezzo fotografico sia come base per le sue opere, riprendendo i modelli in posa, che come pura espressione artistica dilettandosi principalmente nei ritratti ma c’e’ in mostra una foto che rappresenta delle silhouette di persone che si stagliano sulla neve che potrebbe quasi anticipare “i pretini” di Giacomelli.
Un altro lavoro poco conosciuto dell’artista boemo e’ il ciclo pittorico Epopea Slava realizzato tra il 1910 e il 1928 e regalato dal pittore alla citta’ di Praga quando divenne capitale della repubblica cecoslovacca. Spinto dai suoi ideali di pace e umanita’, Mucha desiderava per il popolo slavo un futuro di fratellanza e d’indipendenza dall’impero asburgico ed espresse tutto il suo afflato in venti tele di grandi dimensioni che esaltavano la popolazione slava.
Ovviamente il nucleo centrale della mostra e’ rappresentato dai manifesti liberty che decretarono il successo dell’ artista, il cui stile sensuale spopolo’ a cavallo tra il XIX e il XX secolo. La sua cifra personale riconoscibilissima e’ stata espressa in formule precise, ad esempio la composizione a Q dove la figura femminile viene disposta in maniera asimmetrica all’interno di uno sfondo circolare e parte del corpo fuoriesce sul lato rappresentando in questo modo la lettera Q.
Non mancano gli affiches creati per promuovere le rappresentazioni teatrali che avevano per protagonista Sarah Bernhardt con cui Mucha collaboro’ a lungo, i manifesti pubblicitari e le serie dedicate ai fiori o alle pietre preziose.
Il successo porta l’artista a cimentarsi anche come architetto disegnando alcuni padiglioni per l’Esposizione Universale di Parigi e gli arredi per il negozio del gioielliere Fouquet a Parigi, in Rue Royale di fronte a Chez Maxime.

Alphonse Mucha: modernista e visionario
fino al 21 novembre 2010
Forte di Bard
11020 Bard
Valle d’Aosta

I lemmi di Maria

Laragazzachegiocavaconilfuoco manifesto
visibile
patente
aperto
evidente
notorio
ovvio
noto
risaputo
dichiarato
nudo

Questi sono i sinonimi che Appleworks offre per l’aggettivo PALESE (etimo) ai quali aggiungerei chiaro, lampante.
Il termine in questione sta riscuotendo un grande successo negli ultimi tempi perche’ Maria de Filippi lo usa con molta frequenza e dato il notevole successo dei suoi programmi e’ ovvio che la sua influenza si risenta anche sul linguaggio di chi la segue.
Visto l’abuso dell’avverbio derivato, PALESEMENTE, fan della de Filippi dev’essere sicuramente Carmen Giorgetti Cima, traduttrice de La ragazza che giocava con il fuoco, secondo capitolo della Millenium trilogy di Stieg Larsson. Per la traduttrice non esistono sinonimi per questo vocabolo e riesce ad infilarlo quattro o cinque volte nelle due facciate di un foglio e la cosa mi disturba alquanto perche’ sono molto ligia all’insegnamento scolastico che vuole che nella lingua italiana (a differenza della latina) sia piu’ elegante fare uso di sinonimi anziche’ ripetere la stessa parola nel medesimo paragrafo e soprattutto a mio gusto personale palesemente ha proprio un brutto suono, irritante… molto irritante tanto che se avessi le stesse abilita’ hackeristiche di Lisbeth Salander una vendettina la cercherei. 😉

The social network

Thesocialnetwork La nascita del social network piu’ famoso del mondo rievocata attraverso le vicende processuali parallele che hanno coinvolto il fondatore Mark Zuckerberg accusato da altri studenti di Harvard di furto intellettuale dato che si sarebbe ispirato a un loro progetto per creare Facebook; Zuckerberg viene citato anche dal suo (ex) migliore amico, nonche’ co-fondatore del sito, Eduardo Saverin, per essere stato estromesso dalla societa’ che aveva contribuito a creare.

Nella sua ultima opera il regista David Fincher compie un’operazione molto intelligente smontando l’alone mefistofelico che aleggia intorno alla figura di Mark Zuckerberg. Il piu’ giovane miliardario del mondo, non deve essere certamente un mostro di simpatia e probabilmente avra’ anche delle disfunzionalita’ nelle relazioni sociali, ma dal ritratto iniziale del nerd sfigato e cafone, invidioso e profittatore le pennellate cupe si fanno via via piu’ sfumate e Zuckerberg finisce per essere solo il furbo prodotto di un mondo estremamente competitivo. Ad inquietare alla fine del film non e’ tanto la personalita’ dell’inventore di facebook ma la societa’ americana, in particolare l’ambiente universitario. Harvard, faro del sapere e fucina delle guide del paese, pretende dai suoi allievi risultati elevatissimi non solo nello studio ma contemporaneamente anche nell’imprenditoria, possibilmente con la massima attenzione alla prestanza fisica (soprattutto se si e’ ragazze) e per giunta bisogna anche divertirsi come ventenni. Questo quadro, qui nella periferia dell’impero, regno dei precari e dei bamboccioni risulta praticamente irreale ma il giudizio del regista non e’ certo lusinghiero: l’avidita’ regna sovrana e se Zuckerberg ha sfruttato a suo vantaggio idee non sue, chi e’ stato eventualmente danneggiato ha saputo farsi rifondere i danni in maniera estremamente proficua, un ingordo gioco delle parti dove chi e’ in svantaggio non esita mai a mettersi a rimorchio di chi in quel momento e’ vincente: pare lo chiamino amicizia.

Art News

Gradisco molto la nuova sistemazione pomeridiana nel palinsesto di Rai3 di TVTalk seguita dal magazine Art News che mi sembra l’unico programma a combattere decisamente contro la stolida affermazione di Tremonti, La cultura non si mangia. Nella puntata del 23 ottobre ha dimostrato chiaramente che con la cultura i guadagni ci sono eccome: il milioncino e passa di euro guadagnati dal fisco (do you remember SIAE?) solo con la mostra di Caravaggio (600.000 ingressi, ma per non scontentare il Veneto ricordiamo che la mostra su Giorgione ha staccato quasi 140.000 biglietti). La rivalutazione catastale di interi quartieri romani grazie alla costruzione del Maxxi e del Macro, come raccontano i video.
La puntata del 30 ottobre si occupava invece della disastrata situazione di Cinecitta’, protagonista della protesta in apertura del Festival Internazionale del Film di Roma: la cara vecchia Hollywood sul Tevere giace oggi in condizioni di semiabbandono e l’unico progetto di rilancio e’ affidato, con dubbia originalita’ alla riqualificazione immobiliare con la costruzione di alberghi e centri fitness ( qui il video)
Per indignarsi su un nuovo tema seguite le puntate del sabato pomeriggio alle 16.15.

La donna del bandito

Ladonnadelbandito They live by night
USA 1948 RKO
con Farley Granger, Cathy O’Donnell
regia di Nicholas Ray

Bowie The Kidd, ventitre’ anni di cui gli ultimi sette trascorsi in carcere, evade con due ergastolani e si dà alle rapine in banca con l’ingenua intenzione di usare il denaro per pagare un avvocato e far rivedere la sua pena detentiva. Keechie, nipote di uno dei galeotti, che offre un primo rifugio agli evasi, cerca di dissuadere Bowie dal suo folle piano ma non estera’ a seguirlo nella sua fuga dal destino segnato.

Pellicola d’esordio di Nicholas Ray ispirata al romanzo di Edward Anderson, Thieves like us che sta alla base anche del film di Robert Altman del 1974, Gang. Ambientata negli anni della Grande Depressione, tratteggia dei personaggi che anticipano quelli dell’opera di maggior successo del regista, Gioventu’ bruciata. Ragazzi poco piu’ che adolescenti senza gli strumenti per affrontare il mondo anche a causa di grossi conflitti familiari, che trovano nell’amore l’unica ragione di salvezza.
Ray narra questa vicenda d’amore assoluto e senza speranza con grande tenerezza e romanticismo, grazie anche al talento dei due protagonisti che hanno l’eta’ dei loro personaggi e ne restituiscono tutta l’ingenua e disperata passione. Il film si apre con una didascalia che dice che nessuno ha mai raccontato il vero volto di questi ragazzi e il film si chiude poeticamente con il volto di Keechie che svanisce nell’ombra mentre si volta a guardare per un ultima il corpo di Bowie.
Noto in Italia anche con il titolo Disperazione.

Urlo

Howl Nel 1955 a San Francisco, avviene la lettura pubblica dello scandaloso poema Urlo, opera prima del poeta Allen Ginsberg e manifesto poetico della cultura beat. Due anni dopo l’editore che ha pubblicato l’opera, Lawrence Ferlinghetti viene processato per oscenita’.

Finalmente una variazione poetica del genere biopic e non poetica perche’ il tema centrale ruota attorno a una poesia (o forse anche per questo) ma perche’ alcuni inserti a cartoni animati, disegnati da Eric Drooker e usciti anche in volume, esprimono in immagini tutta la forza lirica del testo di Ginsberg e si innestano sulla ricostruzione degli eventi storici dove il reading del ‘55 e i fatti che portano alla genesi del poema sono raccontati in bianco e nero mentre gli stralci del processo e la posizione del poeta del ’57 sono a colori. L’alternanza tra le scene processuali e l’intervista all’artista rappresentano chiaramente lo scontro tra le motivazioni di una generazione “ribelle” e lo sconcerto della classe borghese, scioccata dalle esperienze raccontate e dal linguaggio usato per narrarle. Contraddittorio perfetto a cui vanamente aspirano i dibattiti politici della nostra televisione e una commistione di stili cinematografici da cui esce vincente la forza prorompente e sovversiva della poesia.
Prova impegnativa e ben superata dal protagonista James Franco nei panni di Ginsberg, camei di contorno di vecchie glorie, mentre il povero Jon Hamm, nel ruolo dell’avvocato della difesa, inaspettatamente vittorioso, non riesce a liberarsi dell’ingombrante fantasma di Don Draper (Mad Men) e riporta sul grande schermo un personaggio che per look e apertura mentale ricorda il suo alter ego televisivo.