La traversata di Parigi

La Traversée de Paris
Francia 1956
con Jean Gabin, Bourvil, Jeannette Batti, Georgette Anys, Robert Arnoux, Monette Dinay, Louis de Funès, Myno Burney
regia di Claude Autant-Lara


La traversee de Paris


Nella Parigi occupata dai nazisti, l’ex tassista Marcel Martin tira a campare facendo la borsa nera. La notte in cui deve attraversare Parigi con un maiale macellato di nascosto e stipato in quattro valige, il suo complice non si presenta all’appuntamento perchè è stato arrestato. Martin accetta l’aiuto di uno sconosciuto, tale Grandgil solo perché crede sia uno spasimente della moglie e preferisce controllarlo. Tra mille peripezie, cani che inseguono le valigie dal succulento odorino, ronde da evitare, bombardamenti, Martin scoprirà che l’estroso compagno è in realtà un pittore di successo che ha deciso di seguirlo per provare il brivido del rischio. Catturati dai tedeschi, Grandgil viene riconosciuto dall’ufficiale che ammira il suo lavoro, il pittore vorrebbe intercedere anche per il compagno ma non fa in tempo e Martin viene spedito in un campo di prigionia, si ricontreranno casualmente alcuni anni dopo: l’artista azzimato sale su un treno e nel facchino riconosce il vecchio compagno di una notte di avventure.



LatraversatadiParigi


Il regista Autant-Lara s’ispira all’omonimo racconto di Marcel Aymé ma ne sfuma i toni tragici in una commedia cinica e amara: nel racconto Martin uccide il ricco pittore mettendo in scena uno scontro di classe mentre nel film i due compagni di avventura diventano quasi amici e il regista preferisce sottolineare cinicamente l’ineluttabilità del destino, anche nei momenti più drammatici della Storia c’è chi può permettersi di giocare con la sorte e chi è predestinato al ruolo di vittima.
Il film fece piuttosto scalpore all’epoca perché mostra un lato piuttosto inconsueto della Francia sotto l’occupazione nazista: non c’è nessun atto eroico solo un popolo rassegnato e affamato che cerca di sopravvivere, ogni incontro dei due protagonisti è con personaggi che pensano solo alla propria sopravvivenza, anche la ragazza che sogna di aiutare dei sovversivi non si scompone quando scopre che i due fuggitivi che ha nascosto nell’androne stanno praticando la borsa nera.
Persino Jean Gabin recita in un ruolo insolito: l’attore simbolo del cinema del Fronte Popolare ha spesso vestito i panni dell’omicida o del fuorilegge ma le sue gesta erano giustificate dal fato avverso o da una legge morale superiore a quella umana, ne La traversata di Parigi è una simpatica canaglia che agisce per noia, la certezza di essere un privilegiato sta alla base del suo atteggiamento sbruffone che spesso rischia di far scoprire lui e il compagno fino alla cattura quando ormai sono arrivati a destinazione. Anche il suo tentativo di far scarcerare Martin nasce da un impulso di amicizia per l’avventura che li ha legati, certamente una buona azione ma la superficialità dell’artista resta evidente.
Il film fu girato ricostruendo gran parte degli esterni parigini in studio, fondamentalmente per questioni di budget comunque l’effetto è notevole: una Parigi appena accennata che emerge a fatica dal nero più cupo, metafora del momento più buio della sua storia recente.

Non ci resta che il crimine ***la trilogia***


Trilogia c'erauna volta il crimine


Non ci resta che il crimine
Italia 2019
con Alessandro Gassmann, Marco Giallini, Edoardo Leo, Gian Marco Tognazzi, Ilenia Pastorelli, Massimiliano Bruno, Daniele Trombetti, Daniele Blando, Emanuel Bevilacqua, Sara Baccarini, Lorenzo Lucchi
regia di Massimiliano Bruno



Noncirestacheilcrimine


Moreno convince gli amici di sempre, Sebastiano e Giuseppe, a seguirlo nella sua nuova imprese: un tour (ovviamente abusivo) nei luoghi della banda della Magliana. L’unico cliente che trovano è Gianfranco, un compagno di scuola nerd che bullizzavano e che ora è milionario grazie a una start up venduta a un gigante dell’informatica. Mentre sono in un bar ritrovo della banda, Moreno Sebastiano e Giusepe incappano in un tunnel spazio temporale che li riporta nel 1982 in pieno delirio le la rimonta ai Mondiali. I tre vorrebbero sfruttare la conoscenza dei risultati per fare i soldi con le scommesse ma finiscono per indebitarsi con Renatino De Pedis. Giuseppe viene tenuto in ostaggio mentre Moreno e Sebastiano devono trovare cinque milioni in 24 ore, i due ci riescono usando i soldi della banda nascosti nella basilica di Sant’Apollinare. Nel frattempo nasce un’insospettabile amicizia tra Giuseppe e Renatino mentre Sabrina, l’amante del boss s’invaghisce di Sebastiano. Dopo altre (dis)avventure, tra cui una rapina travestiti da Kiss, i tre riescono a tornare nel loro tempo ma Renatino li ha inseguiti e nel frattempo Sabrina ha rubato il tesoro che avevano trafugato e nascosto in un luogo dove recuperarlo nel 2018…

Il titolo fa riferimento a Non ci resta che piangere il capolavoro della comicità italiana per quanto riguarda i viaggi temporali ma il film è una parodia della serialità televisiva, alle due stagioni di Romanzo Criminale con adattamento, praticamente a tutto, della famosa battuta “pijamose Roma”. La commedia è divertente: i tre protagonisti interpretano bene le debolezze dell’uomo medio contemporaneo soprattutto Tognazzi con la sua doppia anima di represso /violento esaltata dall’incontro con Renatino, ben interpretato da De Leo che ne mantiene i lati oscuri del boss della Maagliana nonostante i toni da commedia. Il regista ritaglia per sé il ruolo di Gianfranco l’amico nerd che diventerà deux ex machina dei futuri viaggi nel tempo della banda.


Ritorno al crimine
Italia 2020
con Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Edoardo Leo, Gian Marco Tognazzi, Massimiliano Bruno, Carlo Buccirosso, Giulia Bevilacqua, Loretta Goggi, Ninetto Davoli, Gianfranco Gallo, Antonio Gargiulo, Angelo Orlando, Nicola Pistoia, Marco Esposito
regia di Massimiliano Bruno



Ritornoal crimine


Tornati nel nostro tempo, Moreno, Sebastiano e Giuseppe sono sulle tracce di Sabrina per recuperare il tesoro della banda della Magliana non sapendo che anche Renatino e suoi scagnozzi sono finiti nel tunnel spazio temporale e li stanno inseguendo. I conti dovrebbero chiudersi a Capri dove Sabrina vive con la figlia e il secondo marito falsario, tale Massimo Ranieri ma l’intervento di una banda di camorristi guidati da Van Gogh così soprannominato per la somiglianza con il pittore e che vuole possedere un ritratto del suo sosia costringe i tre amici a una nuova avventura nel tempo: evitare la nascita del boss…

Il capitolo più debole della trilogia: dopo l’omaggio a Romanzo Criminale nel decennale dall’uscita, il tributo/ parodia si sposta all’altra serie crime di culto, Gomorra. A non funzionare è lo sdoppiamento della trama: Renatino che si deve confrontare con le assurdità del XXI secolo, abbastanza divertente anche se si snatura il personaggio rendendo un po’ troppo simpatico il boss della Magliana, mentre i tre protagonisti tornano ancora una volta nel 1982 nel periodo dei Mondiali ma a Napoli dove interagiscono con Gennarino ” ‘O Rattuso” boss da operetta interpretato da Gianfranco Gallo (il marito di Imma Tataranni) padre di Van Gogh ma non figlio della moglie ma frutto di uno stupro che fortunatamente viene sventato impedendo così la nascita del vilain. Dubbi sulla paternità di Lorella, la figlia di Sabrina finita nelle mani della camorra e costretta a sposare il nuovo boss: potrebbe essere la figlia di Renatino o di Sebastiano.


C’era una volta il crimine
Italia 2022
con Giampaolo Morelli, Marco Giallini, Gian Marco Tognazzi, Carolina Crescentini, Massimiliano Bruno, Edoardo Leo, Giulia Bevilacqua, Ilenia Pastorelli
regia di Massimiliano Bruno



Ceraunavoltailcrimine


Il piano, già anticipato nel finale del secondo capitolo, è quello di rubare la Gioconda nel periodo in cui era stata riposta nel Castello di Chambord insieme agli altri capolavori del Louvre per metterli in salvo dalla razzia nazista. Manca Sebastiano finito in galera con Massiimo Ranieri e sostituito da un parente, Claudio, storico con grossi problemi della gestione della rabbia. L’opera viene trafugata ma il ritorno al presente non sarà facile: siamo nei giorni dell’armistizio e i nostri eroi devono vedersela con partigiani e repubblichini, trovano rifugio a casa di Adele, la nonna di Moreno ma la piccola Monica, futura madre del protagonista, finisce su una camionetta di nazisti e condotta a Napoli. Moreno Claudio, Giuseppe e Adele faranno di tutto per riprendersi la piccola ma sarà necessario ancora una volta l’intervento di Renatino e Sabrina reclutati da Gianfranco e Lorella nel loro tour temporale per recuperare gli amici.

Devo riconoscere che quest’ultimo capitolo è quello che mi ha divertito di più, lasciati da parte i tributi alle serie tv, Bruno è libero di sbizzarrire la sua vena anarcoide sul tema dei viaggi nel tempo, con buona pace della necessità di non modificare gli eventi passati e gli incontri con parenti ed affini. Ancora una volta il film cita e rende omaggio, stavolta a un genere quello della guerra visto dai grandi della commedia all’italiana: da La grande guerra di Monicelli a Mediterraneo di Salvatores con un tocco tarantiniano che già era presente nello showdown del secolo episodio.
Pur nella sua faciloneria resta sempre esilarante la capacità tutta italiana di voltare faccia, passando dall’inno tedesco a Bella Ciao a Faccetta Nera pur di salvarsi la pelle.
Esilaranti gli incontri con i due protgonisti storici dell’epoca: il partigiano Sandro Pertini e il duce rinchiuso a Campo Imperatore, se il primo non si può toccare nemmeno per tentare la fuga (fosse stato Cossiga… dicono i protagonisti) e ci si può solo giocare a carte citando la famosa partita dei Mondiali recuperando un leitmotiv della trilogia, al secondo vengono fatti smontare tutti i luoghi comuni che ultimamente gli sono stati attribuiti sulle pensioni e la costruzione dello stato sociale.
Tra i protagonisti abbandona Gassman, il cui Sebastiano è finito in galera con il falsario Bucirosso ma entra Paolo Morelli, che si conferma sempre divertente e abile ad inserirsi in gruppi già rodati come fu già per Smetto quando voglio.

La storia di una monaca

LastoriadiunamonacaThe Nun’s Story
USA 1959 Warner Bros
con Audrey Hepburn, Peter Finch, Dean Jagger
regia di Fred Zinnemann

Gabrielle van Der Mal è la figlia di un celebre chirurgo belga che per spirito di abnegazione decide di farsi suora per andare missionaria nel Congo belga. Suor Lucia sarà un’ottima infermiera ma perderà la sua quotidiana battaglia per essere una buona suora lasciando il velo quando il padre viene ucciso in un bombardamento nazista.

Tratto dall’omonimo romanzo di Kathryn Hulme che s’ispira alla storia vera dell’ex religiosa Marie Louise Habets, La storia di una monaca è un solido dramma ben diretto e recitato che si conferma in pieno figlio della sua epoca: ha valore quasi documentaristico nel raccontare i riti della vita monastica e la vita degli indigeni africani mentre la trama sottolinea molto bene la lotta quotidiana di Suor Lucia per essere una buona suora ed adeguarsi perfettamente alla regola. Il dubbio fin dal principio è che la donna sia spinta più che dalla vocazione, dalla forza di volontà di non venir meno alla sua promessa. Audrey Hepburn resta comunque molto brava nel rendere i tormenti della donna.



Storiadiunamonaca

Che la vita monacale non sia facile, addirittura quasi sempre votata all’infelicità trapela dagli austeri primi piani delle monache giovani o anziane che assistono ai vari riti di passaggio. Le uniche figure felici sembrano le madri superiori che reggono i vari conventi: severe o materne sembrano aver raggiunto la pace interiore per cui Gaby lotta tanto.
ThenunsstoryAnche in Congo le missionarie sono felici e anche suor Lucia sembra aver raggiunto un suo equilibrio (ovviamente più a favore dell’attività da infermiera) e la stima del dottor Fortunati che -come il padre di Gaby- nota subito quanto poco la donna sia tagliata per la vita religiosa.
L’immagine delle missioni è però piuttosto stereotipata: i poveri africani redenti rappresentano il buon selvaggio e si può perdonare l’uccisione di una suora (che profeticamente si era detta disposta a tutto pur di far convertire l’inservente Ylunga).
Resta però impossibile perdonare, anche per una suora, la barbarie nazista sul civile suolo europeo, che richiede uno schieramento. Un tema da film di propaganda fuori tempo massimo visto che la pellicola è del 1959.
Girato anche in Italia, nel film si vede brevemente Ave Ninchi nei panni della suora dell’economato venuta a ritirare la dota all’ingresso delle novizie in convento.




Storiadiunamonaca

Black Sea

BlackSea Il capitano di un sottomarino, licenziato dalla società per cui lavora, viene coinvolto da un altro marittimo che ha perso il lavoro in un progetto al limite della legalità: scendere nel Mar Nero alla ricerca di un U-boot affondato durante la Seconda Guerra Mondiale con un a bordo un carico d’oro che doveva garantire un accordo di pace tra la Russia di Stalin e la Germania nazista..

Le pellicole di sottomarini hanno sempre per sfondo la guerra, vera (Destinazione Tokio) o fittizia (Caccia a Ottobre Rosso), questa volta si tratta di una sporca dozzina di marittimi licenziati in tronco che combattono la crisi a modo loro, senza sapere di esserne vittime per l’ennesima volta, manipolati dalla stessa società che ha tolto loro il lavoro.
Il film si divide in tre parti con stili ed esiti piuttosto diversi: la formazione del gruppo con un tono piuttosto scanzonato che culmina nella presentazione della rugginosa bagnarola russa che dovrà accoglierli, talmente vintage da non esser neppure un sottomarino a propulsione nucleare.
Da questo punto il tono cambia e si inabissa nel luogo comune: dai tempi di Armageddon – Giudizio finale la tecnologia russa è sempre obsoleta e basta assestare un buon colpo per metterla in moto, astronavi o sottomarini che siano.
Come in tutti i film di sottomarini, il mezzo finisce per incagliarsi pencolando pericolosamente su uno sprofondo, in un modo o in un altro si allaga costringendo l’equipaggio a rifugiarsi in una piccola porzione dello scafo con le paratie stagne che gocciolano; quel che manca nel film, oltre al bip del sonar, è il senso di claustrofobia insito nel mezzo, sacrificato alla necessità (questa sì interessante) di mostrare gli scontri tra le due parti dell’equipaggio: per gli inglesi non è giusto dividere a metà il bottino con i russi perché il potere d’acquisto che questi ne ricaveranno sarà superiore al loro, l’avidità non porterà nulla di buono per nessuno, tanto meno per il comandante a cui è dedicata un’ultima parte di redenzione un po’ melensa scandita dai ricordi della vita familiare sacrificata per il lavoro.

Hermitage

Hermitage_LOC Dopo Leonardo Live, questo è il secondo film “d’arte” che vado a vedere in sala e mi sono ritrovata ad ammirare un documentario completamente diverso dal precedente: Leonardo Live era esaustivo nel raccontare meticolosamente le opere del grande maestro rinascimentale, mentre Hermitage si sofferma poco sui capolavori contenuti dal celebre museo di San Pietroburgo per raccontarne la storia attraverso i secoli dalla fondazione voluta da Caterina II di Russia nel 1764, esattamente 250 anni fa.
Nel film di Margy Kinmonth, ritorna in chiava diversa e con le debite differenze artistiche il concetto di Sokurov, che l’Hermitage sia davvero l’Arca Russa, contenitore di due secoli e mezzo di storia convulsa che hanno influenzato i destini del mondo.
Il museo nasce, come già detto per volere della Grande Caterina, che comprò intere collezioni, anche in tempo di guerra, per dimostrare che la Russia era un’impero ricchissimo e culturalmente all’altezza dei regni europei. Tutti i Romanov apportarono importanti contributi al museo, in settori che a loro interessavano o anche quando a regnare c’era uno zar del tutto disinteressato all’arte.
L’Hermitage è scampato a un’incedio a fine Ottocento, alla Prima Guerra Mondiale, alla Rivoluzione d’Ottobre (fu nazionalizzato cinque giorni dopo il colpo di stato) e soprattutto alla furia nazista della Seconda Guerra Mondiale. Paradossalmente i nemici più insidiosi vennero dall’interno, soprattutto da Stalin che vendette molte opere importantissime per finanziare la crescita industriale e inviò molti membri del personale nei gulag perché si opponevano alle vendite o per le loro origini colte e di derivazione nobiliare.
Le collezioni sterminate del museo vanno dalla scultura classica, all’archeologia russa, dai dipinti, grandi maestri italiani e fiamminghi all’arte contemporanea. Molte collezioni sono state celate per lungo tempo: gli Impressionisti, Matisse, Picasso non riscuotevano l’approvazione di Stalin, le opere ricevute (o meglio prelevate) come compensazione dei danni di guerra dalla Germania furono tenute nascoste fino agli anni ’90 per i reclami della nazione saccheggiata.
Hermitage può essere letto solo come un grande spot al museo russo e in fondo non ci sarebbe nulla di male in questo intento, ma a una riflessione più attenta si nota come il film sottolinei il significato politico dell’arte, la sua importanza nello stabilire la magnificenza e il grado di civiltà di un impero e sopratutto, la lungimiranza di uno statista passa sempre dal suo rapporto con l’arte.

Captain America: il primo vendicatore

CaptainAmerica USA, 1941. Lo sfisicato e asmatico Steve Rogers vuole caparbiamente arruolarsi e partire come soldato per l’Europa. La sua determinazione attira l’attenzione di uno scienziato tedesco fuoriuscito dalla Germania nazista che lo sceglie tra altri candidati per testare un siero di sua invenzione che lo trasforma in un supereroe. L’omicidio del dottor Erskine blocca la ricerca sui supersoldati e ancora una volta Steve dovra’ fare appello a tutta la sua determinazione per non essere impiegato solo come richiamo pubblicitario ma riuscire a combattere.

Desolante sensazione di dejà-vu per questo nuova pellicola dedicata a un supereroe Marvel, per altro il primo e il piu’ amato negli States. Siamo in un epoca di estremo citaziosnismo e il genio di alcuni registi, leggi Tarantino, si basa proprio sulla rilettura di un immaginario gia’ consolidato ma ahime’, questo non e’ il caso di Captain America dove ben presto tutto annega nella sensazione di un banale gia’ visto. Regge solo la prima parte di perfetta ricostruzione del fermento americano di entrata in guerra ma poi il nerboruto nuovo Steve Rogers rincorre la spia saltellando sulle macchine come faceva Hulk, e’ imbranato nel suo assurdo costumino come Spider agli esordi. Il capo dell’Idra, Johann Schmidt, e’ interpretato dallo stesso attore (Hugo Weaving) che in Matrix recitava il ruolo dell’agente Smith (pure l’assonanza!) e quando si trasforma in Red Skull ricorda piu’ The Mask che un temibile nemico dell’umanita’, nazisti compresi.
Persa la rilettura dei valori della saga di Spider, Captain America si dimostra privo di quei toni ironici che a partire da Iron man erano diventati la cifra caratteristica delle ultime trasposizioni dei fumetti della Marvel cosi’ ci si intristisce nel vedere la patetica sporca dozzina di fedelissimi del nuovo supereroe e manca del tutto di commozione il sacrificio finale, doveroso omaggio del decennale agli eroici passeggeri che sventarono la missione di uno degli aerei in mano agli attentatori dell’11 Settembre.

L’uomo che verrà

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Martina e’ una bambina rimasta muta in seguito alla morte del fratellino neonato spirato tra le sue braccia. Attraverso i suoi occhi seguiamo la vita della sua famiglia e dei suoi compaesani sull’Appennino emiliano nei mesi che precedono e nei giorni che seguono la terribile strage di Marzabotto iniziata il 29 settembre 1944 per concludersi il 5 ottobre 1944.

L’uomo che verra’ non e’ propriamente un film sulla strage di Marzabotto, Diritti prosegue la sua teoretica iniziata nella sua opera prima, Il vento fa il suo giro , che consiste nella narrazione di mondi di matrice contadina appartati come la comunità occitana delle valli cuneesi del film precedente o scomparse, come la vita contadina ai margini della montagna continuata per secoli con le sue leggi ataviche e dure fino al dopoguerra, raccontata nella pellicola attualmente nelle sale. Al regista preme raccontare l’impatto di un un mondo arcaico guidato da leggi secolari con la follia moderna di una guerra crudele che colpisce la popolazione e la costringe suo malgrado a cercare di mantenere un equilibrio impossibile tra le richieste dei partigiani e quelle dei tedeschi: qualunque sia il pensiero politico degli abitanti, essi sono comunque costretti a dividere i magri raccolti con i tedeschi che confiscano e i partigiani che promettono pagamenti a guerra finita.
LuomocheverràIl racconto ha i ritmi lenti di un mondo ormai scomparso e fa pensare a L’albero degli zoccoli di Olmi, maestro di cui Diritti e’ il più fedele allievo, anche per la scelta stilistica di girare il film in dialetto emiliano, sottotitolandolo. Forse incuriosisce il fatto che i dialoghi dei soldati tedeschi non siamo mai sottotitolati ma questa scelta acuisce ancora di più l’incomunicabilità tra i due mondi che sono venuti a collidere. Sicuramente il mondo contadino della famiglia di Martina sarebbe stato comunque destinato a scomparire con il progresso dei decenni a venire, ma l’evento sconvolgente della rappresaglia nazista sconquassa ancora di più quella realtà già così duramente provata per cui non tutti i sopravvissuti materialmente alla strage avranno la forza di sopravvivere in un mondo che ha sovvertito in maniera così folle le regole della convivenza umana; ci riusciranno sono i bambini la cui spinta vitale e’ più forte della perdita della capacita’ di sapersi muovere in un mondo che all’improvviso appare incomprensibile.
L’uomo che verrà conferma il talento originale di Diritti e l’interesse verso questo autore si fa più insistente, benché il film sia stato vergognosamente distribuito solo in cinquantacinque (55!) copie sul territorio nazionale; ma dicevo dell’interesse verso l’autore per cui ogni commento a questo film si conclude ricordando che per anni Diritti ha curato i casting per registi come Fellini, lo ricordo anche io perché la scelta della spia fascista e’ davvero stupefacente: un volto beffardo uscito da un delirio pittorico di Hieronymus Bosch.

Bastardi senza gloria

Ingloriousbasterds

“Questo potrebbe essere il mio capolavoro” e’ la battuta che chiude il film di Tarantino e se dobbiamo interpretarla come un commento del regista alla sua opera, beh mi trovo a dissentire almeno in parte: probabilmente questo e’ il capolavoro di Tarantino, PER ORA. Il regista ci sta abituando ad un costante aumento del livello delle sue opere che riescono sempre a sorprendere critica e pubblico: giuro di aver partecipato a un applauso alla fine di Inglorious basterds, evento decisamente raro per una normale proiezione serale a meta’ settimana in un cinema di provincia!. Credo che sia dai tempi di Hitchcock che pubblico e critica non vadano cosi’ a braccetto nel gradimento di un autore.
Con il consueto gioco di citazioni che e’ ormai definitivamente la sua cifra stilistica, Tarantino riesce comunque ad aggiungere una riflessione personale sulla seconda guerra mondiale, se consideriamo il primo capitolo non solo come esempio mirabile di cinema alla Sergio Leone, ma per quello che ci racconta, vediamo il capovolgimento della classica figura del commando nazista che arriva per snidare degli ebrei. L’idea di una scena simile e’ di violenza e sopraffazione invece Tarantino gioca con lo spettatore che vive in un ansia tremenda aspettando che esploda la rabbia nazista e ci  mette di fronte a un colonnello delle SS che preferisce giocare perfidamente su un piano di finta gentilezza e disponibilita’ manovrando la volonta’ di LaPadite, che non sembra certo essere uno sprovveduto, eppure io credo che questo primo capitolo, mirabile per costruzione e messa in scena, sia anche fortemente realistico: che la speranza (o l’illusione) di poter vivere in pace abbia portato alla delazione piu’ che le presunte invidie tra vicini. Del resto che faccia piu’ paura l’idea che si ha della propria paura che la paura stessa lo dimostra il capitolo seguente quando la macchina da presa indugia a lungo sul nero della grotta da cui deve uscire il terribile orso ebreo, uno della squadra dei bastardi che ama eliminare i tedeschi con una mazza da baseball.
Piccolo plotone di soldati americani di origine giudaica, raccolti dal tenente Aldo Raine che pretende una quota fissa di scalpi nazisti dai suoi sottoposti (l’unico mio cruccio nei confronti del film? che non li scalpassero da vivi!) i bastardi senza gloria danno il titolo al film ma non sono proprio i protagonisti della pellicola, insieme a un soldato dell'intelligence inglese e la collaborazione di un’attrice tedesca cercano di attentare alla vita di Hitler e degli alti gerarchi nazisti alla premiere francese de Orgoglio della nazione, pellicola propagandistica che narra le gesta di un soldato semplice. Ma il destino si fa beffe dei nostri eroi e la bella attrice finisce nell’incubo di una favola di Cenerentola al contrario dove non e’ il principe a porgere la scarpetta, ma la morte nei panni dannatamente melliflui del colonnello Hans Landa. Destino beffardo che pero’ sorride a Shosanna, la fanciulla scampata allo stermino della sua famiglia raccontato nel primo capitolo e che ha trovato rifugio a Parigi e sotto mentite spoglie dirige una piccola sala cinematografica. Fredrick Zoller, protagonista dell'eroica vicenda e della sua trasposizione cinematografica si infatua di lei e riesce a far spostare la proiezione nel cinema della ragazza, dandole cosi’ modo di organizzare la sua vendetta..
Il cinema come mezzo e motivo della vendetta, furore iconoclasta e delirio cinefilo si fondono nella montagna di pellicola ammucchiata dietro lo schermo e dai tempi del Don Quixote wellesiano la ripresa di un immagine trasmessa sullo schermo (alludo alla risata di Soshanna alla fine del suo messaggio) non aveva una valenza cosi’ simbolica e potentemente emotiva.

Ogni cosa e’ illuminata

Attenzione! post con lieve presenza di spoiler

Jonathan, un giovane americano ebreo, decide di fare un viaggio in Ucraina alla ricerca delle origini della propria famiglia e di Augustine, la donna che aiuto’ suo nonno a sfuggire alla barbarie nazista.


Ognicosaèilluminata

L’esordio alla regia dell’attore Liev Schreiber parte come una commedia di satira sociale mettendo ironicamente a confronto le manie di un giovane occidentale e le necessita’ una famiglia ucraina che per vivere si e’ inventata un’attivita’ di guida per ricchi ebrei che vogliono ritrovare i loro luoghi di origine: alle scenette fa da contrappunto la presenza esilarante della cagnetta Sammy Davis Jr. Jr.; poi il film si
trasforma in una quest, inseguendo il luogo sempre piu’ misterioso di Trachimbrod, la “rigida ricerca” finisce nel luogo quasi magico dove sorge la casa della sorella di Augustine che conserva tutte le memore dello shtetl, il villaggio abitato da soli ebrei che venne totalemente distrutto dalla furia antisemita dei nazisti.
Il filo conduttore del film e’ la memoria, che e’ anelata dal giovane americano (del resto gli Stati Uniti sono la nazione con meno patrimonio storico) e respinta dagli ucraini: il giovane Alex spera solo nella chance che gli puo’ dare il futuro, mentre il nonno e gli altri anziani vivono nel tentativo di dimenticare quegli orrori incancellabili; la diversa posizione verso il passato e’ data dalle opposte paia d’occhiali che indossano Jonathan e il nonno di Alex: se il secondo rifugge la realta’ nascondendosi dietro occhiali scuri e fingendo di esser cieco, il primo sgrana i suoi occhi per veder tutto attraverso un enorme paio d’occhiali da vista.
Alla commozione della seconda parte del film partecipa anche l’incantevole bellezza dei luoghi che pure recano ancora gli sfregi della guerra e del nucleare.
Un film estremamente piacevole, tratto da un libro di culto che voglio legger al piu’ presto e faccio conto di trovare anche la bella soundtrack etno-rock.