L’uomo che ho ucciso

LuomochehouccisoBroken Lullaby
USA 1932 Paramount Pictures
con Phillips Holmes, Lionel Barrymore, Nancy Carroll
regia di Ernst Lubitsch

1919: a Parigi si festeggia il primo anniversario della fine della guerra con una grande parata e una messa solenne, alla fine della funzione l’ex soldato Paul Renard chiede conforto al sacerdote: non riesce a dimenticare Walter Holderlin, il soldato tedesco ucciso in trincea.
Il sacerdote lo assolve ma non è quello che il ragazzo cerca e, appoggiato dal prete, decide di recarsi in Germania per confessare tutto alla famiglia dell’uomo che ha ucciso. Incontrata la famiglia, Renard non ha il coraggio di confessare la verità e si fa passare per un amico francese che Walter aveva conosciuto prima della guerra, instaurando così un forte legame affettivo con la famiglia; nasce anche l’amore con Elsa, la fidanzata di Walter a cui Paul confida chi è veramente: dopo un primo momento di sconcerto, la ragazza fa in modo che Paul non riveli la sua vera identità ai genitori di Walter per non rovinare la loro ritrovata serenità.

Tratto dalla pièce teatrale scritta da Maurice Rostand, figlio dell’autore di Cyrano de Bergerac, Broken Lullaby è l’unico film drammatico girato negli Usa da Ernst Lubitsch, ciò non toglie che nel film siano presenti tutti i tratti distintivi della teoretica lubitschiana e anche il tocco ironico del maestro berlinese, il famoso Lubitsch touch risalta ancora di più nell’economia drammatica del film stemperandola dolcemente.
BrokenlullabyLa sequenza iniziale mi è rimasta in testa dalla prima volta che vidi la pellicola: più che l’inquadratura della parata attraverso la gamba mutilata del soldato, mi ha sempre colpito l’antinomia della Messa e i soldati inginocchiati con la spada: una contraddizione in termini che si esplicita nel dialogo tra Paul e il sacerdote quando il ragazzo rifiuta l’assoluzione per il crimine perché commesso in cause di forze maggiore: Lubitsch anticipa di oltre un decennio il problema della Seconda Guerra Mondiale con i campi di concentramento e che da allora pesa su tutte le guerre moderne: la responsabilità personale del singolo che non può essere abdicata per ordini superiori, del resto Paul ha ucciso un coetaneo disarmato, sorpreso in una trincea senza neppure dargli il tempo di difendersi, ha così modo di leggere la sua ultima lettera alla fidanzata e conoscere il suo nome e d indirizzo che lo porteranno in cerca di redenzione.



Brokenlullaby


La Germania del 1919 viene rappresentata come un paese ferito e umiliato dalla sconfitta coi i francesi, la scena più toccante dove interviene il Lubisch touch è l’incontro al cimitero tra la signora Holderin e un’altra madre venuta a piangere il figlio, quando la donna scopre che il figlio si recava sempre dagli Holderin a mangiare la torta vuole sapere la ricetta e scopre che Mrs. Holderin usava due tazze di zucchero anziché una: il momento melodrammatico del pianto di un figlio ventenne morto in guerra si risolve nella dolcezza di una tazza di zucchero che riporta la figura di un ragazzo alla più consona dimensione della golosità adolescenziale.
Il legame degli Holderin con il francese non è ben visto nel villaggio e ancora una volta Lubitsch è maestro nel rappresentare il disdoro attraverso i pettegolezzi, le comari che si chiamano dalle finestre quando Elsa e Paul passeggiano per le vie. I compagni di bevute del dottor Holderin iniziano a vederlo come un traditore, se non altro del sacrificio del figlio e qui parte il celebre monologo del padre prima orgoglioso di avere un figlio soldato e che ora si vergogna di averlo mandato a morire per salvare l’onore dei padri e della nazione.
La chiusa sentimentale con Paul che non regge più la bugia sul passato e Elsa che lo perdona in nome di una serenità famigliare è un auspicio di pace per il futuro, che come sappiamo va miseramente fallita.

Nella città l’inferno

Nellacittàlinferno Italia 1958
con Anna Magnani, Giulietta Masina, Renato Salvatori, Alberto Sordi
regia di Renato Castellani

La domestica Lina, finisce alle Mantellate con l’accusa di aver rubato nella casa dei suoi padroni, in carcere le spiegano che il fidanzato che ha protetto probabilmente ha organizzato il colpo. Lina si affeziona a Egle, la più scafata delle compagne di cella che sembra averla presa sotto la sua protezione ma quando Lina viene scarcerta sarà proprio Egle a spezzare la scaramanzia che dovrebbe fare in modo che Lina non torni più in carcere..

Film molto sofferto sia nella genesi, per la rivalità tra le due attrici protagonisti che nella distribuzione: la copia che gira in televisione ha subito dei tagli ma nonostante questo il film conserva una forza notevole. Nella città l’inferno è un solido dramma carcerario che fu interpretato anche da vere detenute; il drammatico spaccato di vita, anche psicologico, è reso magistralmente dalla bravura delle due protagoniste.
Bravissima Giulietta Masina nel costruire il personaggio di Lina Borsani, la servetta veneta ingannata dal fidanzato Adone, interpretato da Alberto Sordi che ha una breve ma significativa comparsa nella scena dell’interrogatorio del giudice.
L’attrice cesella ogni passaggio del cambiamento di Lina che in carcere perde la sua ingenuità paesana per trasformarsi in una smaliziata prostituta che torna in carcere dopo qualche tempo: se la prima notte in carcere di Lina era stata una caduta nell’incubo, il rientro è una festa nel ritrovare le vecchie compagne, Egle per prima che però non accetta la trasformazione di Lina e la respinge con violenza.

Nellacittàl'inferno Fu proprio la Masina a fare il nome della Magnani per il ruolo della coprotagonista ma l’arrivo di Nannarella stravolge la pellicola che diventa un film della Magnani: il personaggio di Egle le permette di portare in scena tutta la sua romanità, contemporaneamente impunita e di buon cuore. Indifferente a tutte le regole del carcere, dorme di giorno e canta tutta la notte, Egle ha facile presa su tutte le altre detenute, il suo cinismo è una maschera di finta indifferenza che lei porta alle estreme conseguenze, vedi il dialogo con l’infanticida, ma che crolla quando si ritrova davanti Lina ormai perduta, e la porta ad aiutare Marietta una giovane carcerata che si è innamorata, ricambiata di un meccanico che vede dalla finestra della prigione.

Priscilla, la regina del deserto

Priscillalareginadeldeserto The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert
Australia 1994
con Hugo Weaving, Guy Pearce, Terence Stamp
regia di Stephan Elliott

Anthony, detto Tick si esibisce come drag queen a Sidney quando riceve una telefonata a cui non può sottrarsi, così Mitzi parte con le colleghe Bernadette e Felicia per il centro dell’Australia per un’esibizione in un albergo da salvare..

Non avevo mai visto Priscilla la regina del deserto quindi sono rimasta un po’ spiazzata nel trovare questo film di culto una commedia carina tra musical e road movie, molto colorata ma piuttosto inconsistente, probabilmente sono arrivata fuori tempo massimo: ventidue anni fa mostrare con leggerezza la vita delle trans poteva essere ben più significativo di quanto è oggi, dopo che abbiamo avuto film come Transamerica, dove forse si esplicita il finale del film, con il figlio di Tick disposto ad accettare serenamente l’orientamento sessuale del padre.
Certo The Rocky Horror Picture Show vent’anni prima aveva tutto un altro spirito e non è un caso che Tim Curry abia rifiutato la parte di Bernadette, e anche le commedie di Almodovar erano molto più graffianti a partire dagli esordi ma del resto Almodovar è Almodovar e Stephan Elliott, con tutto il rispetto, ha una filmografia ben più risicata che comprende anche Un matrimonio all’inglese, altra commedia di fama che io non amo molto, stranamente per motivi opposti a quelli di Priscilla dove è l’inconsistenza dei dialoghi e delle scene (l’incontro tra le trans e gli aborigeni che si capiscono senza preconcetti è l’apoteosi della banalità sinistroide più becera), mentre la messa in scena è estremamente piacevole anche se il contrasto tra il deserto selvaggio e i costumi estrosi mi suona vagamente di furbetto.

Priscillaterencestamp

A salvare davvero il film è l’interpretazione di Terence Stamp, la sua Bernadette, composta e defilata ma pronta a scatenarsi quando serve si mangia le coprotagoniste perennemente sguaiate.

Anomalisa

AnomalisalocUsa 2015 Universal
regia di Charlie Kaufman, Duke Johnson

Michael Stone cinquantenne motivatore di successo, arriva a Cincinnati per una conferenza sul suo ultimo libro. Nella città dove vive l’ex compagna che Michael ha abbandonato dieci anni prima, esplode tutta la sua angoscia: Michael è perennemente insoddisfatto, vede gli altri come una massa indistinta fino a quando non rimane colpito da Lisa, una ragazza dall’apparenza insignificante che alloggia al suo stesso hotel proprio per seguire la convention: sarà l’occasione buona per ricominciare?

Di solito i film di Kaufman, Se mi lasci ti cancello compreso, hanno qualcosa che intimamente non mi convince, quindi mi sono avvicinata con un certo timore ad Anomalisa che invece si è rivelata, per me, l’opera più riuscita dello sceneggiatore ora regista.
Forse l’uso delle marionette in stop motion sono state davvero l’ideale per rappresentare questa storia che si presta a diverse letture, senza che nessuna infici l’altra.
Anomalisa è soprattutto una metafora perfetta della solitudine dei nostri tempi, dove quasi nessuno è mai all’altezza delle (presunte?) aspettative degli altri, a maggior ragione Lisa goffa, grassotella, poco brillante, sempre a ruota dell’amica più carina.
In lei Michael riesce a trovare finalmente una nota diversa, originale dalla poltiglia umana da cui è circondato, figlioletto compreso. Michael non trova più niente di nuovo negli altri, anche se l’assioma su cui si basa il successo del suo libro è proprio quello di trovare una peculiarità nei clienti che si ascoltano al telefono. Il senso di straniamento di Michael è reso perfettamente (e questo solo un film d’animazione poteva farlo) dai volti tutti uguali di chi incontra che hanno tutti la stessa voce piatta. L’unica anomalia è Lisa che compare con il suo volto, per altro segnato da una cicatrice e soprattutto ha una voce personale con cui aggettivare le proprie ansie e paure.
Ma Michael forse non è un classico uomo del nostro tempo stressato dal “logorio della vita moderna” che lo porta ad avere una visione superficiale degli altri, forse Michael è un uomo malato, affetto dalla sindrome di Fregoli (Fregoli è il nome dell’albergo dove si svolge l’azione del film) una rara forma di paranoia da cui non lo salva neppure l’incontro con Lisa e infatti dopo la notte d’amore Michael, l’originalità della donna comincia a svanire e la scena della colazione dei due amanti è il momento più interessante del film.
Di fatto il riferimento alla sindrome di Fregoli, può essere anche consolatorio: è meglio pensare Michael come un uomo affetto da una grave malattia piuttosto che come il classico mediocre che cerca consolazione nel sesso la prima notte fuori città: va bene tutto, pur di rinnegare la propria banalità.

American Crime Story – Il caso O.J. Simpson

Americancrimestory A un passo dalla consegna degli Emmy possiamo dire che la serie rivelazione dell’anno è stata American Crime Story – Il caso O.J. Simpson che tallona l’inarrivabile Trono di Spade con 22 nomination contro le 23 del fantasy di George R. R. Martin.
Come rivela il titolo, già diventato acrostico, ACS è legata ad American Horror Story: nasce sull’onda del successo della serie orrorifica e ritroviamo tra i protagonisti Sarah Paulson, veterana di AHS.
Se le serie dedicate al gotico sono un intrattenimento granduignolesco ed eccessivo ma leggero nel messaggio, American Crime Story entra in campo con una storia che ha segnato profondamente l’America: la vicenda di O.J. Simpson, star del football diventato attore che nel 1994 viene accusato di aver ucciso la ex moglie, Nicole Brown e il suo amico Ronald Lyle Goldman. Due giorni dopo l’omicidio, l’America e il mondo intero assiste in diretta all’inseguimento di OJ in fuga sulle interstates statunitensi.
Non ricordo più dove ho letto che la giustizia legale non è un modo per risarcire la vittima ma per ricostituire un patto sociale e questa massima si adatta perfettamente al racconto che il serial fa del caso in questione. La storia si apre con le rivolte di Los Angeles del 1992 in seguito al tremendo pestaggio del tassista nero Rodney King da parte dei poliziotti di L.A.; nel 1994 dunque la situazione è ancora molto incandescente ed è facile per il il dream team degli avvocati difensori trasformare il caso Simpson in una questione razziale anche se le prove contro di lui sono schiaccianti: l’accusa è talmente convinta di vincere che prende il caso sottogamba, soprattutto per quel che concerne il problema razziale.

ACSIlCasoOJSimpson

Il caso giudiziario assume delle connotazioni mediatiche spropositate: programmi televisivi sospesi per mostrare la diretta del processo, un gioco al massacro sulla pelle dell’avvocato della pubblica accusa Marcia Clark costretta a cambiare look per essere più amabile e di conseguenza credibile per gli spettatori.
Il caso O.J. Simpson non è la storia di un processo famoso ma è l’inizio della contrapposizione sociale bianchi/neri, uomini/donne, che tanti problemi causa ancora oggi ed è soprattutto l’inizio della spettacolarizzazione mediatica dei nostri tempi, non per nulla molto spazio è lasciato all’avvocato Robert Kardashian, amico fraterno di OJ nonché il padre delle sorelle Kardashian, odierne starlette dei reality e dei social e più che il suo ruolo di persona che si ricrede dell’innocenza dell’amico, il telefilm ne sottolinea gli aspetti allora inconsciamente mediatici: ad esempio durante il discorso sui Kardashian che preferiscono l’amicizia e l’onore alla fama, già la piccola Kimmy guarda con sufficienza il padre.
Cast di grido con John Travolta causticamente divertente nei panni dell’avvocato Robert Shapiro, Cuba Gooding, Jr. nelle vesti di OJ e la Paulson bravissima nel mostrare la determinazione e la fatica per le umiliazioni subite da una donna in carriera.

Sangue e Arena

Locandina Blood and Sand
Usa 1922 Paramount
con Rodolfo Valentino, Nita Naldi, Lila Lee
regia di Fred Niblo

Juan Gallardo, povero ragazzo di Siviglia, diventa uno dei più grandi matador della Spagna, felice e sposato con la compagna d’infanzia Carmen, fino all’incontro con la marchesa Doña Sol che lo seduce e non vuole lasciarlo, mettendolo in imbarazzo anche davanti alla madre e alla sposa. Lo scandalo travolge anche la sua carriera di torero e Juan rimane mortalmente ferito nell’arena ma prima di spirare ottiene il perdono dell’amata Carmen.

Sangue e Arena ha aperto la settima edizione stagione del Gran Festival del Cinema Muto di Milano, quest’anno tutto dedicato a Rodolfo Valentino, di cui ricorre il novantesimo anniversario della morte.
Il film è noto per il remake del 1941 diretto da Rouben Mamoulian ed interpretato da Tyrone Power e Rita Hayworth, pellicola che riprende piuttosto fedelmente la trama della prima versione con Valentino.
Il film del 1922 non spicca per meriti artistici, è una grande produzione costruita su misura per il divo italiano che ha per comprimarie due grandi star del cinema muto come Nita Naldi e Lila Lee; ancora una volta, pur non trovando Valentino bellissimo nelle fotografie, sono rimasta affascinata dalla sua capacità di “bucare” lo schermo e ammaliare ancora oggi gli spettatori.

BloodAndSand

In questa pellicola l’attore dimostra una buona capacità recitativa, infatti non interpreta il solito ruolo di seduttore ma un uomo che, pur essendo molto innamorato della moglie, ha il solo torto di non saper resistere alla maliarda che lo seduce solo per la sua celebrità.
SangueearenaDella vamp d’inizio secolo la star Nita Naldi mette in scena tutto il repertorio: le mani artigliate che si avvinghiano all’uomo, l’anello serpentino che appartenne addirittura a Cleopatra, i molli divani con pelli di tigre dove fumare droghe lasciando sconcertato Gallardo, che in fondo rimane sempre un semplice popolano che ha avuto successo e al primo appuntamento con la seduttrice non vuole lasciare andare via l’amico che lo ha accompagnato nella fastosa residenza perché non sa cosa dire alla smaliziata marchesa.
La vicenda personale di Gallardo s’intreccia con la sua vicenda pubblica di eroe nazionale per il coraggio come matador: le riprese della corrida sono poche e girate da lontano a Valentino spetta il compito di sfoderare le sue capacità di ballerino in un flamenco nella taverna.
A dare ancora più spessore al lato tragico, e per certi versi scaramantico, della trama c’è il personaggio dello studioso che dal suo antro dove raccoglie strumenti di tortura osserva il destino di Gallardo e lo annota su un grande libro, è una chiara rappresentazione del Destino: quando gira la clessidra inizia il fato nefasto del torero, con l’incontro della donna che lo porta alla rovina.

Lassù qualcuno mi ama

Somebody Up There Likes Me
USa 1956 MGM
con Paul Newman, Pier Angeli, Sal Mineo, Everett Sloane, Eileen Heckart
regia di Robert Wise

Rocco Barbella, figlio di poveri immigrati italiani di New York, fin dalla più tenera infanzia dimostra uno spirito ribelle e l’insofferenza verso il padre ubriacone, pugile fallito. L’adolescenza trascorre tra case correzionali e riformatori da cui fugge regolarmente, diserta anche dall’esercito dove era stato arruolato forzatamente dopo il riformatorio.
Per guadagnare qualche soldo onestamente, Rocky si avvicina alla boxe e inizia ad avere successo anche se rischia di perdere la licenza il giorno che si scopre innamorato di Norma, una amica della sorella, dimenticando di presenziare all’incontro della serata. Dopo il matrimonio con Norma, Rocky sembra aver trovato un equilibrio ed è in lizza per il campionato del mondo, quando loschi figuri del suo passato lo ricattano: se non venderà il match riveleranno il suo passato di disertore. Marciano con una scusa rimanda l’incontro ma la commissione lo sospende, la squalifica non è ratificata in tutte le città e a Chicago, dopo una notte di ripensamenti e un incontro sanguinoso, Graziano guadagnerà l’ambito titolo mondiale.

Lassùqualcunomiama

Seconda incursione di Robert Wise nel mondo della boxe, Lassù qualcuno mi ama è un biopic romanzato (anche se i titoli di testa riportano la didascalia “Questo è il modo in cui ricordo.. definitivamente. Rocky Graziano) ben diverso dall’amaro apologo di Stasera ho vinto anche io.
Una pellicola quindi più commerciale ma dalla confezione raffinata per il bianco e nero drammatico della fotografia (premiata con l’Oscar, come le scenografie) ed estremamente godibile ancora oggi grazie al racconto nervoso delle (dis)avventure da loser del protagonista perfettamente in linea con i tempi: il ruolo di Graziano, infatti, avrebbe dovuto andare a James Dean, tragicamente scomparso nell’incidente automobilistico del settembre 1955.
Nel cast compaiono attori legati alla figura di di Dean: Sal Mineo ancora una volta nei panni del sodale disperato del protagonista come fu in Gioventù Bruciata, e (Anna Maria) Pier Angeli, l’attrice cagliaritana che trovò fortuna in America e fu il grande amore del ribelle per eccellenza, anche lei scomparsa prematuramente a soli 39 anni il 10 settembre 1971 per overdose di barbiturici.
Per rimanere in tema di grandi ribelli dello schermo, nel film recita in un piccolo ruolo, non accreditato, anche Steve Mc Queen.
A sostituire l’attore scomparso arriva Paul Newman, al secondo ruolo da protagonista e trova la consacrazione: una recitazione in perfetto stile Actor’s Studio, con momenti di disperazione contenuta (il collo incassato sulle spalle) alternati alla boria nevrotica: Graziano saltella spesso come se fosse sul ring.
Film seminale per tutta la produzione media a venire sui film di boxe: la brava Pier Angeli incarna il modello della dolce mogliettina disgustata dalla violenza del pugilato ma disposta ad accettarla pur di restare accanto all’uomo che ama, Rocky Graziano perde l’incontro decisivo per il titolo prima dello scandalo delle scommesse e poi lo riconquista dopo un match sofferto che subisce per lunghi round prima della riscossa finale: materiale che in seguito verrà sviluppato in saghe pugilistiche anziché in un unica pellicola.
A perdersi per strada è solo qualche spunto comico (i rientri a casa col volto sempre più tumefatto di Graziano) in favore del melodramma.

Numero Primo. Studio per un nuovo Album

Marco Paolini nel suo nuovo spettacolo work in progress "Numero Primo. Studio per un nuovo Album"

Una foto pubblicata da Eva (@avadesordre) in data:

L’ultimo spettacolo di Marco Paolini è un work in progress per cui suscettibile di cambiamenti ad ogni rappresentazione: la messa in scena a cui ho assistito venerdì 2 settembre a Monforte d’Alba nella rassegna Attraverso Festival inizia con il racconto dell’Orologio Wagner del Pantheon di Parigi restaurato senza i permessi statali dal gruppo clandestino degli Huntergunther e per quest’opera di miglioria di un bene pubblico l’associazione culturale è stata processata (la storia è raccontata sul loro sito)
Ma a Paolini non interessa raccontare una vicenda di paradosso burocratico, l’orologio serve per scandire il tempo di uno spettacolo in divenire ma soprattutto raccontando un episodio di 5000 giorni nel passato l’artista prende lo spunto per narrare quello che sarà tra 5000 giorni nel futuro.
La differenza con gli altri Album di Paolini è proprio questa: non più lo sguardo verso il passato dell’alter ego Nicola ma una proiezione verso il futuro di Achille, un fotografo che si vede affidato da una donna con cui intrattiene una relazione virtuale il figlio di lei, Nicola Fermat che preferisce essere chiamato Numero Primo. Questo padre per procura che si consola nel non essere il primo nella storia, si ritrova a dover gestire un bambino di cinque anni, curioso vivace.. speciale.
Nella storia di Achille e suo figlio, per quanto futuribile, ritorna tutta la capacità affabulatoria del Paolini che conosciamo, in grado d’immergere lo spettatore nella realtà del racconto di un futuro leggermente più distopico di quello che conosciamo oggi: cosa potrà mai cambiare in 5000 giorni? Forse davvero Marghera si riconvertirà in una fabbrica della neve che salverà Venezia dall’acqua alta e di sicuro la tecnologia a cui siamo ormai perennemente connessi e forse dipendenti assumerà forme nuove e l’uomo ritroverà la sua natura di accudente anziché di accudito, un po’ come gli Huntergunther dell’apertura che si prendono carico di una responsabilità senza avere nessun obbligo, se non morale.

L’uomo fiammifero

Luomofiammifero1 Italia 2009
con Francesco Pannofino, Marco Leonzi, Greta Castagna
regia di Marco Chiarini

Agosto del 1982: Simone ha undici anni, orfano di madre vive con il padre contadino che non capisce (e un po’ teme) il carattere solitario e svagato del figlio, perso in un suo mondo fantastico.
Simone è deciso a dimostrare al padre l’esistenza dei suoi amici immaginari fotografando l’Uomo Fiammifero, misterioso personaggio che vive sulla Luna, in grado di avverare i desideri: mancano cinque giorni al fatidico incontro quand’ecco che Simone fa amicizia con Lorenza, una ragazzina di poco più grande di lui che lo segue nelle sue avventure..

Opera prima di Marco Chiarini che nel 2010 è in lizza per il David di Donatello per il miglior esordio. L’uomo fiammifero è un film che mette al centro della narrazione il punto del vista del bambino, il suo modo di elaborare il lutto e lasciarselo alle spalle: l’uomo fiammifero era un pupazzo a cui la madre aveva assegnato un ruolo fantastico in cui Simone continua a credere per mantenere un rapporto con la figura materna ma l’arrivo di Lorenza e la scoperta dell’attrazione per l’altro sesso rappresenta la crescita e il passaggio dall’infanzia all’adolescenza del protagonista.
Il padre, un po’ burbero, un po’ spettatore sconsolato del percorso del figlio, è un bravo Pannofino, allora non ancora famosissimo, unico attore professionista in scena.
Il rapporto esclusivo padre/figlio rimanda a Collodi ma se Simone – Pinocchio diventa adulto e si allontana dalla fantasia, nel finale sarà Don Pietro a vedere l’uomo fiammifero.

Uomofiammifero

Chiarini sa restituire anche le emozioni tipiche dell’infanzia di chi ha vissuto in campagna: l’estati assolate, un po’ noiose ma foriere di scoperte a volte dolorose, un mondo forse per i più perduto reso perfettamente dal calore della fotografia.
Anche negli effetti speciali si legge l’estrema attenzione al mondo dell’infanzia e una menzione speciale va ai titoli di coda.