Il sesso nelle serie tv (fino all’obbrobrio di Outlander)

Cesareborgia Sono passati “solo” 9 anni da quando Roma, tipico period drama della HBO approdava su Rai2 e Giacobbo giustificava il perché e il per come certe scene forti fossero state rigirate per la televisione italiana, qualche anno dopo su Canale5 sbarcarono I Tudors e non ci fu più nessuna remora nel mostrare le disinibite avventure sessuali di Enrico VIII, almeno fino a Il Trono di Spade per cui si è formato un movimento d’opinione, soprattutto in America per l’uso piuttosto forte fatto del corpo femminile: molte scene di sesso e violenza hanno solo un valore di contorno e lo stupro di Samsa da parte di Ramsay Bolton (per altro non inquadrato ma solo suggerito) nei romanzi di George R. R. Martin non è presente. Personalmente ho avuto l’impressione che l’uso del sesso sia diminuito in quest’ultima stagione di GoT ma non sono mai stata particolarmente infastidita dalle scene esplicite delle serie citate o in quelle de I Borgia o anche Deadwood: mi sono sempre parse molto contestualizzate, racconti di un passato storico fatto di soprusi e ovvie collusioni sesso potere ancora presenti nell’epoca contemporanea.
Ho trovato invece infelice l’uso del sesso in Outlander, serie di grande successo che narra le avventure di un’infermiera della seconda guerra mondiale che toccando la pietra di un cerchio magico si ritrova catapultata nella Scozia del XVIII secolo tra mille (dis)avventure e l’incontro con il grande amore. La nostra eroina si ritrova sempre sull’orlo dello stupro, salvata all’ultimo minuto il più delle volte dal suo aitante Jamie Fraser e per quanto due o tre puntate di seguito si siano chiuse sulle sue gonne alzate con un certo fremito di noia da parte mia, ci potevo ancora stare, anzi quando era divisa tra l’amore per Jamie e il marito del XX secolo, avevo scomodato addirittura un parallelo con la serie di Angelica dove l’indomita eroina la dava praticamente a tutti pur di ritrovare il suo grande amore, il Conte di Peyrac.
Outlander Nelle ultime due puntate però Outlander è completamente sfuggito di mano ai suoi autori (non so quanto siano fedeli ai romanzi che credo non leggerò mai) Claire passa in secondo piano e il vero oggetto delle perverse attenzioni sessuali del perfido “Black Jack” Randall si scopre essere il povero Jamie, a cui vengono inflitte ogni sorta di torture: due mazzate (non martellate ma mazzate) su una mano che poi verrà pure inchiodata al tavolo e nel mezzo di queste schifezze gratuite il buon Randall pretende pure che il ragazzo si goda le gioie del sesso invece di subirle! Per quanto le scene di sesso avessero un tono molto patinato da film ammiccante anni ’80 il mio pensiero andava solo a quella povera mano martoriata e all’ambientazione perché nonostante la profusioni di raffinati chiaroscuri di luce, la notte d’amore (???) avviene sempre in una lercia cella di prigione con dei topi di fogna di mezzo metro che si smangiucchiavano l’aiutante di Randall ammazzato da Fraser e gettato in un angolo e se il richiamo voleva esser barocco direi che è fallito completamente, pare che invece i più apprezzino la composizione da Pietà (qualcuno scomoda addirittura Michelangelo!) della scena in foto.
Nelle ultime due puntate di Outlander, a parte l’incazzatura di un improvviso cambio di storyline (io pensavo che Claire tornasse nel suo tempo e Jamie la seguisse, del resto è lui l’uomo dell’identikit accusato di averla rapita a inizio stagione) mi è toccato sopportare il continuo altalenarsi di fastidio per la violenza troppo esplicita e inutile ai fini della vicenda e di risate per il ridicolo involontario in cui spesso scadeva questo eccesso. Ciliegina sulla torta la chiusa in cui il povero Jamie confessa di voler morire per aver provato piacere durante l’amplesso e lieto fine posticcio con Claire che si scopre incinta pur avendo sempre pensato di essere sterile, quindi si ribadisce l’inutilità delle scene di cui sopra perché non servono neppure a sdoganare l’omosessualità anzi il machismo latente è disgustoso: guarda che fine fa un uomo buono e comprensivo anche sessualmente con la compagna, meno male che alla fine la mette incinta!
Outlander sembra essere il frutto della tendenza sado maso sdoganata da 50 sfumature di grigio, che a quanto pare può provocare più danni di quanti si potesse immaginare, fosse solo in fatto di buon gusto. Io sbadiglio e continuo ad aspettare che il sesso venga raccontato solo come manifestazione gioiosa della vita, cosa che in Outlander c’è stata, senza poi doverla scontare con le pene dell’inferno, soprattutto per gli spettatori.

Dietro i candelabri

Behind the Candelabra
USA 2013
con Michael Douglas, Matt Damon, Rob Lowe, Dan Aykroyd
regia di Steven Soderbergh



Behindthecandelabra


L’ultimo decennio di vita del celebre show man Liberace, dal 1977 quando, ultrasessantenne, conosce il giovanissimo Scott e vive la storia d’amore più importante della sua vita che finisce tristemente per vie legali dopo cinque anni, fino alla morte dell’artista vittima nel 1987 dell’AIDS.

Władziu Valentino Liberace era un pianista americano di origini italo polacche che ebbe un grandissimo successo tra gli anni ’50 e ’70, celebre per le sue mises stravaganti e costosissime, rifiutò sempre di ammettere la sua omosessualità e la morte per AIDS negli anni più virulenti della malattia ha fatto cadere l’oblio sul suo nome.
Steven Soderbergh riporta alla ribalta il suo personaggio con un film tratto dall’omonimo libro di Scott Thorson che racconta la sua storia d’amore con l’artista. Il film ha fatto molto discutere perché in America è stato giudicato “troppo gay” dalle case di produzione e non è stato distribuito in sala ma direttamente in televisione dalla HBO. In Europa il problema non si è posto e il film è stato anche in concorso al Festival di Cannes.
Il vero peccato della mancata distribuzione nelle sale americane è che questo era il classico film confezionato per gli Oscar dall’eclettico Soderbergh, non mancava nulla: la trasformazione mimetica degli attori, la malattia, la perfetta ricostruzione storica con costumi sfarzosi, ottime musiche, tutto riconosciuto dai diversi premi che il film ha vinto a partire dai Golden Globe.
Resta, in ogni caso una pellicola molto interessante che offre molti livelli di lettura dal biopic di ultimo tipo, quello che si concentra su un singolo periodo o un singolo episodio per spiegare la vita di un’artista come avviene anche in Hitchcok o Rush. Da questo punto di vista la pellicola ha il merito di aver rispolverato dall’oblio uno show man che per certi versi è stato un precursore, fosse solo per gli abiti folli indossati ben prima del glam rock, di Elton John o Lady Gaga. Come uomo ne esce la figura di una persona dall’ego ipertrofico, un vampiro psichico che prosciuga le energie di chi gli sta vicino per poi buttarlo quando non gli serve più.
Il film funziona anche sul piano sentimentale, narrando le varie fasi di una storia d’amore che vivono quasi tutte le coppie al di là delle inclinazioni sessuali.




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Sulla bravura del cast credo ci sia poco d’aggiungere: oltre ai due ottimi protagonisti a me è piaciuto molto Rob Lowe nei panni del tiratissimo chirurgo estetico spacciatore di anfetamine che portano alla dipendenza da droghe Scott.
Il tocco autoriale di Soderbergh si vede nel tentativo di smascherare i trucchi che stanno dietro al personaggio e anche allo show biz, tutto fatto con leggerezza ed ironia (la prima apparizione di Liberace senza capelli) e in fondo è divertente che questo perfetto meccanismo studiato a tavolino abbia perso l’occasione di partecipare agli Oscar per cui era costruito: una sorta di contrappasso con il mito che voleva smontare.

La visione del Sabba

Lavisionedelsabba Italia 1988
con Beatrice Dalle, Daniel Ezralow, Omero Antonutti
regia di Marco Bellocchio

Davide, un giovane psichiatra, incontra Maddalena per preparare la perizia della donna, accusata di aver aggredito il cacciatore che voleva molestarla. Da subito l’uomo rimane affascinato dalla ragazza che dichiara di esser nata l’8 gennaio del 1630 e finisce per condividere le visioni di Maddalena, del suo passato di strega destinata al rogo..

Film controverso, molto amato soprattutto dal pubblico oppure stroncato, principalmente dalla critica. Fa parte della cosiddetta trilogia psicanalitica sul femminile iniziata col precedente Il diavolo in corpo (1986) e terminata nel 1991 con La condanna.


Lavisionedelsabba

La visione del sabba ha un grande impatto visivo che trae ispirazione dalla pittura del XVI secolo ma dal punto di vista psicoanalitico non aggiunge nulla di nuovo alla dicotomia maschile/ragione/fuoco femminile/sogno/acqua che la pellicola rimarca molto. Le parti notturne o ambientate nel passato sono le più avvincenti per il fascino della composizione e delle luci: sequenze oniriche in cui la comunicazione è spesso affidata alla danza (inutile ricordare che Daniel Ezralow è un affermatissimo ballerino e coreografo). I segmenti diurni dove domina la parola vanno un po’ a discapito di un’opera che si muove sul limite tra reale e immaginario, del resto il tema della follia è fondamentale in tutta la teoretica del regista e forse quello che resta maggiormente del film è proprio il parallelo tra la scena iniziale con gli inquisitori che esaminano la strega nel ‘600 e il collegio di psichiatri che studiano la pazza ai nostri giorni: passano i secoli ma la libertà di esprimersi dell’individuo, specie se donna, resta sempre ostracizzata.


La visione del sabba

La figura di Maddalena incarna un femminino complesso e misterioso come il suo rapporto contrastato con il sesso che dai vari dizionari viene raccontato come piuttosto esplicito nella pellicola (Il Mereghetti lo definisce soft core) ma i voyeuristi non si lascino tentare: La visione del sabba non mostra niente di più di quel che potete vedere in una normale serie targata HBO.

In treatment

Intreatment

In treatment pare essere proprio la serie italiana del momento che nella sua distribuzione giornaliera su Sky Cinema 1 ha riavvicinato il pubblico italiano all’appuntamento quotidiano con la fiction preserale.
Come tutti sanno la serie è l’adattamento italiano di un format israeliano venduto in tutto il mondo e per quanto il regista Saverio Costanzo abbia parlato con una certa supponenza del livello notevolmente inferiore delle fiction passate dalle tv generaliste, io trovo nella serie (certamente di spessore) una sfilza di difetti tipici forse più del cinema che della televisione italiana. Alludo a un certo minimalismo rappresentato da quella telecamera francamente troppo statica (pensiamo a Carnage e a cosa si può fare con quattro attori rinchiusi in un appartamento).
Il minimalismo di storie molto parlate e sofferte interiormente era una caratteristica tipica del cinema dei primi anni ‘90 di cui Castellitto fu un degno interprete e se ci si pensa, a parte i cellulari, non c’è nulla nello studio di Giovanni Mari che caratterizzi la contemporaneità dell’ambiente: le storie potrebbe risalire anche a 15/20 anni fa. Del resto anche lo schema di rapporti che si sta delineando è tipico di una certa italianità immobile da decenni: un professionista di successo, in crisi di mezz’età diviso tra una moglie che si è votata a lui e la passione per una giovane donna innamorata che l’uomo non ha il coraggio di ricambiare. Una donna più grande che in qualche modo lo domina, una coppia in crisi che ruota attorno all’idea di un figlio, una ragazzina con problemi familiari, un carabiniere infiltrato dalla ovvia doppia vita, il personaggio meglio riuscito della serie che però si può leggere come speculare alla figura del terapeuta: insomma, il solito maschio borghese schiavo del desiderio sessuale, oppresso da figure familiari femminili troppo ingombranti (che cosa sono Anna e Alice se non rispettivamente la figura materna e la figlia?).
Non ho mai visto la serie americana targata HBO quindi non so come sia il terapeuta descritto in quella serie ma in un periodo in cui i serial killer sono amabili vicini di casa (Dexter), le agenti della CIA bipolari (Homeland), il mitico Sherlock Holmes riletto dagli inglesi come affetto dalla sindrome di Asperger, che noia l’ennesima riproposizione del solito, vecchio modello del maschio italico!

Il trono di spade

Tronodispade

Delusa dai mediocri dinosauri di Terranova -ma quanto erano piu’ realistici quelli di Primeval?-, per nulla spaventata dalle paurose atmosfere di American Horror Story, ritrovo finalmente il feeling con ”l’evento dell’anno” (ce n’e’ uno ogni mese però!) grazie a Il trono di spade.
Tratta dalla saga fantasy Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, la serie firmata, tanto per cambiare, dalla HBO riesce a restituire la dimensione epica di una grande saga nordica con qualche reminiscenza shakespeariana nel complicato gioco di potere per la conquista e il mantenimento del comando simboleggiato dal trono di spade a cui debbono obbedienza sette regni.
La fiction si apre mentre governa re Robert, primo esponente della casata Baratheon a salire al trono dopo che il potere era appartenuto per secoli ai Targaryen, deposti per la pazzia dell’ultimo sovrano. I figli dell’ultimo re, Daenerys e Viserys cercano di riprendere il trono allendosi con i selvaggi Dothraki grazie al matrimonio di Daenerys con il capo dell’orda. Re Robert pero’ deve guardarsi anche delle insidie in seno alla famiglia reale: sua moglie Cersei Lannister della ricchissima famiglia Lannister ha un rapporto incestuoso con il gemello Jiame e molto probabilmente l’erede al trono Joffrey Baratheon e’ frutto dell’incesto. A queste conclusioni giunge il nuovo Primo Cavaliere del Re, Eddard Stark, mentre cerca di capire come e’ morto il suo predecessore nonche’ cognato.


Got

Eddard Stark, e’ il lord di Grande Inverno la zona piu’ a nord del regno che una Barriera separa da terre ostili dove vivono popolazioni selvagge ed esseri soprannaturali, gli estranei.
La trama e’ molto complessa ma riesce a gestire bene l’immenso corpus di trame e sottotrame con un ottima delineazione dei caratteri che non sono per nulla manichei, ma ricchi di diverse sfumature; il mio preferito per ora e’ Tyrion Lannister, detto il folletto, fratello nano ma molto piu’ simpatico e soprattutto sveglio, dei due belloni gemelli Cersei e Jaime.
Alla potenza narrativa corrisponde anche una potenza visiva, molto elegante nella forma con una revisione fantastica ma non eccessiva di castelli medievali. Girata tra Irlanda, Scozia, Malta e il Marocco, la serie offre ambientazioni maestose, che si ammirano con una punta di amarezza pensando che l’Italia avrebbe potuto offrire scenari altrettanto onorevoli ma ormai siamo completamente usciti dal giro delle produzioni internazionali. Consoliamoci con la bella fotografia dell’italianissimo Marco Pontecorvo, il regista del celebrato Pa-ra-da.
Notevole come sempre la sigla: faccio ancora un po’ fatica a seguire la cartografia dei Sette Regni, ma il modo in cui sorgono gli edifici esprime molto efficacemente le macchinazioni che stanno alla base della trama.

The fighter

Thefighter Micky Ward, pugile trentunenne con qualche chance di fare carriera, vive all’ombra del mito del fratellastro, Dicky Eklund, che quindici anni prima mise al tappeto Sugar Ray Leonard ma ora e’ vittima del crack. Dicky allena il fratellino mentre la madre Alice fa da manager. I due sono piu’ di intralcio che d’aiuto alla carriera di Micky che avra’ bisogno di allontanarsi dalla famiglia per ritrovare se’ stesso ma sara’ solo con l’aiuto di Dicky che il pugile potra’ ambire al titolo dei pesi welter.

La pellicola e’ ispirata alla vera storia dei due omonimi pugili che compaiono in un breve inserto nei titoli di coda.
Il riscatto, la rivincita sono da sempre il motore che sta dietro al successo dei film di ambientazione pugilistica, quasi un genere a se’, dove la fatica e il dolore sono palpabili. Una volta era il riscatto di una minoranza etnica (vedi Rocky, lo stallone italiano e il vero Micky Ward era soprannominato Irish) ora le radici irlandesi dei due fratellastri non sono piu’ importanti, Ward ed Eklund rappresentano in questa pellicola il riscatto della white trash, la spazzatura bianca che vive ai margini della societa’ americana.
L’idea del riscatto ha una potente presa emotiva altrimenti non si spiegherebbe come si rimanga affascinati da questa pellicola che analizzata razionalmente non ha le carte in regola per avvincere lo spettatore come invece succede. C’e’ una certa debolezza drammaturgica, ci si aspetterebbe un dramma segreto che sul finale spieghi il legame profondo che unisce i due fratelli invece non c’e’ nulla di piu’ di un fratello maggiore che ha perso la sua occasione e si consola con il crack, diventato protagonista di un docufilm della HBO sui danni di questa droga mentre lui pensa che sia una celebrazione del suo antico successo.
Christian Bale giustamente premiato con l’oscar per la miglior interpretazione non protagonista maschile interpreta il fratello quarantenne mentre nella realta’ ha tre anni meno del protagonista Mark Wahlberg, classe 1971, cioe’ un quarantenne che interpreta un trentunenne. Insomma sulla carta sembra tutto sbagliato e invece il film funziona, che veramente basti crederci fino in fondo?

Romanzo Criminale – La serie 2

Romanzocriminalemortelibano Giovedi’ 18 novembre su Sky Cinema 1 HD e’ finalmente arrivata, dopo due anni di attesa, la seconda stagione di Romanzo Criminale la serie che si compone di dieci episodi. Le vicende della banda della Magliana riprendono dal punto in cui si era interrotta la prima serie, la morte del Libanese. Nei primi due episodi abbiamo visto lo sconcerto degli amici del Libano, alla ricerca del suo assassino (o assassini) mentre le cosche che collaboravano alle attivita’ malavitose della banda premono da tutte le parti per accaparrarsi gli affari di una societa’ indebolita dalla morte del capo.
Il primo episodio si apre con un omaggio al film di Michele Placido che forse non si era osato fare nella precedente stagione: un flashback che racconta come i ragazzini di borgata che sarebbero poi diventati il Libanese e il Dandy, incontrano il Bufalo. L’opera di Placido si apriva con l’incontro nell’infanzia dei tre protagonisti (Libano, Dandy e il Freddo) qui la citazione serve per spiegare il comportamento folle del Bufalo che culmina nel gesto di rubare la bara del Libanese sulle note struggenti di Total ecplipse of heart di Bonnie Tyler confermando la capacita’ di Sollima di usare musica extradiegetica con la stessa abilita’ di Tarantino.
RomanzoCriminale2L’improvvisa morte del Libanese porta gli altri protagonisti a confrontarsi con se’ stessi: se Bufalo sente l’obbligo di pagare il suo debito di devozione che risale all’infanzia verso l’amico morto, anche il Freddo rinuncia alla sua possibilita’ di rifarsi una vita con Roberta per vendicare la morte dell’amico. Il piu’ scosso dall’omicidio e’ il Dandy costretto a riconoscere il proprio essere inetto nel presente come nel passato tanto che il secondo episodio si chiude con lo spettro del Libano che sentenzia all’amico dallo specchietto retrovisore “brutto scoprire chi sei”.
Anche Scialoja scopre di non voler esitare nell’usare metodi pochi ortodossi per stringere il cerchio intorno alla banda. Il Freddo sembra l’unico a mantenere una certa integrita’ in questa discesa agli inferi collettiva scandita dalle notizie sulla P2 date dai mezzi di informazione.
La bella notizia per noi e’ che la HBO ha comprato i diritti della serie ed e’ la prima volta che la rete di culto acquista una serie italiana. Intanto Sky non molla la formula di trarre serie da film di successo e dopo Quo vadis Baby? e Romanzo criminale (ma anche Non pensarci) si appresta a serializzare anche Gomorra con la supervisione di Saviano.

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Romanzo Criminale (film )

The Pacific

Il fatto che mi sia trascinata per alcuni mesi le 10 puntate della costosissima miniserie HBO prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, andata in onda su Sky nel mese di maggio, dimostra chiaramente quanto poco mi sia piaciuto il prodotto: han ricostruito cosi’ bene il periodo storico della Seconda Guerra Mondiale che hanno recuperato anche lo spirito retorico dei film di propaganda bellica dell’epoca.
The Pacific chiude il dittico iniziato con Band of Brothers del 2001 (che non ho mai visto): se la prima serie ricostruiva il fronte europeo, la seconda analizza l’intero fronte di guerra americano sul Pacifico seguito all’attacco di Pearl Harbour del 7 dicembre 1941: dalla battaglia di Guadalcanal fino alla conquista di Okinawa, chiudendosi con il primo dopoguerra che vede lo spaesato ritorno dei reduci. Gli scenari offrono poco allo spettatore: la maggior parte delle battaglie si sono svolte in sperdute isole dell’arcipelago Solomon battute dalle piogge monsoniche: fango e trincee, niente piu’. Non si vede praticamente mai il nemico ma solo l’eroico corpo dei Marines composto da bravi ragazzi che se causano qualche disastro, tipo la morte di un compagno, e’ solo per inesperienza. I superiori poi, sono sempre affidabili e comprensivi.
Protagonisti di quest’opera corale sono John Basilone, caduto ad Iwo Jima, Eugene Sledge e Robert Leckie (quello che mi stava piu’ simpatico) che anni dopo la guerra scrissero dei libri di memorie che sono stati utilizzati come spunto per creare la serie. Ogni singolo episodio e’ introdotto da immagini di repertorio e dai commenti di veterani ancora in vita.
La cosa davvero degna di menzione resta la sigla iniziale: si vede il dettaglio di un carboncino che tratteggia i volti dei personaggi. Il colore nero, la punta fatta con un coltello, introducono la nota drammatica e la pressione del carboncino sulla carta genera una frammentazione della mina che ricorda le esplosioni della battaglia. I ritratti a matita si trasformano nei volti degli attori sottolineando cosi’ il passaggio dal racconto scritto a quello per immagini che sta alla base della serie.


Thepacific

Deadwood

Alofficialfanclub Zitta zitta e nel cuore del sabato notte (ore 02,20) La 7 ha deciso di riproporre dallo scorso 12 gennaio la prima serie di Deadwood; il mio consiglio spassionato e’ quello di buttarci almeno un occhio perche’ questa e’ una delle serie capolavoro della HBO di cui avevo gia’ parlato precedentemente. Resta sublime la scheda imdb dove si sottolineava che nel pilot il termine fuck e’ ripetuto 31 volte, ora hanno aggiornato il conteggio al numero totale di volte in cui la parola e’ stata ripetuta in tutte le tre stagioni!
La prima serie di Deadwood era andata andata in onda nell’estate 2006 e io ho aspettato fiduciosa l’estate scorsa per vedermi la seconda stagione, ma La 7 gli ha preferito l’ America’s Cup, cosi’ sono ricorsa al mulo per sopperire all’astinenza da Al Swearengen e mi sono vista tutte le dodici puntate in due sole serate, ne parlero’ molto presto, per ora anticipo che dalla seconda serie entra in scena George Hearst, babbo del tycoon William Randolph a cui si ispira Quarto Potere e se volete sapere come il giovane Kane eredita le sue miniere, beh.. dovete proprio guardare Deadwood!
Adesso non mi resta che procurarmi la terza ed ultima serie almeno con i sottotitoli in italiano perche’ se il linguaggio non e’ da educande i discorsi sono pregni di significati e sottintesi politici, in fondo si sta solo costruendo l’America..

Deadwood

Deadwood

Ormai definitivamente “series addicted” non potevo farmi sfuggire questo telefilm consigliato dall’esimio spostato LG e la fiducia e’ stata ben riposta: una serie che riporta sugli schermi un genere dimenticato come il western, un linguaggio sboccato che ben sottolinea il mondo senza legge in cui agiscono i protagonisti, forse avrei preferito un’immagine un po’ piu’ sgranata, sullo stile di Carnivale .
Siamo nel 1876 e Deadwood e’ una citta’ che sorge fuori dai confini della confederazione americana, in territorio Sioux: un villaggio senza legge che attira cercatori d’oro e ogni possibile personaggio in cerca di fortuna: dal ricco figlio di papa’ che viene da New York e ben presto ci lascera’ la penne lasciando la sua vedova alle prese con il laudano e gli avvoltoi che puntano alla sua fortuna, al celebre pistolero Wild B. Hickock che arriva con Calamity Jane, la cui caratterizzazione mi ricorda per certi versi quella di Doris Day nell’omonimo film del ‘53 (in italiano intitolato Non sparare, baciami) anche se fisicamente si ispira alla Renée Zellweger di Ritorno a Cold Mountain.
Tra gli altri arriva anche Seth Bullock, un ex sceriffo che dopo aver amministrato per l’ultima volta la legge impiccando un uomo (e’ la tosta scena iniziale con cui si apre il pilot) si trasferisce a Deadwood con Sol, il suo socio ebreo, per aprire un emporio.
La cittadina e’ in mano ad Al Swearengen, che la dirige senza scrupoli dal suo saloon, non esitando a inviare i suoi scagnozzi a depredare le famiglie che lasciano la citta’, soprattutto se hanno guadagnato qualche dollaro.
Eppure Swearengen non e’ il peggio che si puo’ trovare a Deadwood: ben piu’ crudele si rivelera’ Tolliver, il vilain ripulito che costruisce un saloon piu’ raffinato in concorrenza con quello di Swearengen.
Altro personaggio fondamentale della comunita’ e’ Doc, dottore avvinazzato che deve cercare di non pestare troppi piedi per non finire in pasto ai maiali del cinese e si trovera’ anche a dover combattere contro un’epidemia di vaiolo.
Tra gli ideatori della serie, ovviamente prodotta dalla HBO, c’e’ Walter Hill che ha diretto il pilot della prima stagione ed in questo mondo senza legge dove si scontrano personaggi amorali ed immorali (per ricordare una distinzione manzoniana) rivive la teoretica dei suoi film, come I Guerrieri della notte o Undisputed.
L’abstract di presentazione su il sito de La 7 si conclude con questa frase Dal serial viene fuori il ritratto di un’epoca a tinte fosche, prigioniera di sentimenti come l’avidità e lo sfrenato individualismo. Un’epoca dove ogni cosa, di qualunque genere, ha un prezzo. ..il ritratto di un’epoca ormai lontana, no?