Lo spettro di Canterville

The Canterville Ghost
USA 1944 MGM
con Charles Laughton, Robert Young, Margaret O’Brien
regia di Jules Dassin



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Ospiti in un secolare castello, un plotone di soldati americani non si lascia intimidire da Simon di Canterville, lo spettro più spaventoso d’Inghilterra da trecento anni, da quando il padre lo maledisse per un gesto di codardia condannandolo a vagare fino a quando un suo consanguineo non lo riscatterà con un gesto di coraggio. Tra i soldati c’è Charlie (in originale Cuffy) Williams che si scopre essere un pronipote del fantasma: riuscirà il soldato a superare la proverbiale codardia dei Canterville?




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Ispirato all”omonimo racconto di Oscar Wilde, il film è una divertente commistione di fantasy e film di propaganda.
Come nel testo di Wilde si gioca molto sulle differenze culturali tra inglesi e americani: tanto i primi sono legati alle loro tradizioni secolari, tanto i secondi non hanno storia su cui costruire una tradizione.
Finché in Williams prevale la parte “americana” non si lascia intimidire dalle teatrali apparizioni del fantasma e insegna anche alla piccola Lady Jessica a non aver paura del tremendo antenato; nel momento in cui scopre di appartenere a una famiglia nota per la sua vigliaccheria, Williams si lascia suggestionare e rischia di mandare a monte un’azione militare ma quando le sorti dei suoi compagni dipenderanno solo da lui, Charly ritroverà tutto il suo coraggio, riscattando anche Sir Simon.




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Buona la prova attoriale soprattutto dei due protagonisti: Charles Laughton gigioneggia da par suo con un trucco che ricorda un poco quello de L’arte e gli amori di Rembrandt (Rembrandt, 1936) mentre Robert Young passa con disinvoltura dai toni leggeri a quelli drammatici. Margaret O’Brien è al limite del lezioso ma resta una figura gradevole.
Nonostante i problemi di realizzazione, con il cambio di regia a riprese già inoltrate, passando da Norman Z. McLeod, mago della commedia, a Dessin che si farà un nome con i noir e i polar, Lo spettro di Canterville riesce ad amalgamare perfettamente i toni comici e quelli drammatici, restando un classico del fantasy ancora godibile per il pubblico contemporaneo.

Anatomia di un omicidio

AnatomiadiunomicidioAnatomy of a Murder
USA 1959 Columbia
con James Stewart, Lee Remick, Ben Gazzara, Arthur O’Connell, George C. Scott, Eve Arden
regia di Otto Preminger

Dopo aver perso il posto come procuratore, l’avvocato Paul Biegler vivacchia con piccoli casi, dedicandosi soprattutto alla pesca, fino a quando viene contattato da Laura Manion che gli propone la difesa del marito, un soldato che ha ucciso l’uomo che l’ha violentata.
Biegler dopo qualche perplessità accetta il caso con l’aiuto del fedele amico, l’ex giudice  Parnell per per l’occasione smette anche di bere..

Anatomia di un omicidio è considerato uno dei migliori legal drama della storia del cinema insieme a La parola ai giurati di Sidney Lumet del 1957.
Se La parola ai giurati esalta i valori della giurisprudenza, per cui il giurato riesce a far cambiare idea ai colleghi e a far scagionare un innocente, due anni dopo Preminger mette in campo l’indagine sull’ambiguità umana che contraddistingue la sua poetica e mette in scena esattamente il contrario del film di Lumet, mostrando tutti i trucchi disponibili per falsare una verità giuridica.

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Biegler è una vecchia volpe del foro, per anni è stato procuratore della pubblica accusa, non è chiaro perché abbia perso il posto, presumibilmente per manovre politiche, di certo è un uomo amareggiato e deluso dalla Legge quindi vede nel processo Manion un occasione di rivalsa e consiglia da subito il tenente Manion e la sua vivace mogliettina sul comportamento più conveniente da tenere: lui deve riuscire a farsi riconoscere un’infermità mentale temporanea, lei deve essere irreprensibile.
La verità che Biegler porterà a galla getta una luce diversa sui fatti e questo basta a far scagionare Manion ma non svela la verità: del resto Manion è reo confesso e scoprire se un omicidio nasce da un impulso o è premeditato è impresa davvero assai ardua.
Tanto La parola ai giurati è stringato e si svolge quasi tutto nella stanza dove sono riuniti i giurati, tanto è arioso e complesso il film di Preminger che dura quasi tre ore che pure volano in un baleno, con una netta cesura tra una prima parte in cui si raccolgono le prove e la seconda che si svolge quasi tutta dentro l’aula del tribunale.



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Ispirato a un romanzo scritto da un avvocato che era riuscito a far scagionare nella realtà il marito omicida, il film di Preminger presenta alcuni esterni dei luoghi della vicenda reale, una zona del Michigan sui Grandi Laghi.
Ottimo il cast: James Stewart offre una sfumatura più mellifua e misteriosa del suo “solito” personaggio posato con la passione per il jazz, tanto che a un certo punto duetta anche con Duke Ellington, autore della colonna sonora.
Parnell e la segretaria Maida Rutledge rappresentano il tocco umoristico e caustico della vicenda e sono interpretati dagli ottimi caratteristi Arthur O’Connell e Eve Arden.




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Ben Gazzara, il tenente Manion, è il classico giovanotto insofferente anni ’50; Lee Remick interpreta ottimamente Laura Manion, provocatrice conscia del potere che la sua bellezza ha sugli uomini.
Avrebbe potuto essere rappresentata come quella “che se l’è andata a cercare” eppure la pellicola, pur appartenendo a un periodo puritano come quello della fine degli anni ’50, non è per nulla sessista in questo ambito. Ciò non toglie che il film ebbe molti problemi con la censura visto che una parte del dibattito in aula ruota attorno alle mutandine della donna e lo scandalo fu non tanto mostrarle quanto definirle “mutandine”. Il cinico procuratore interpretato da George C. Scott qui a uno dei suoi primi lavori significativi, liquida la questione dicendo che lui conosce solo il termine francese che è ancora più equivoco (penso che alluda alle culottes).




Anatomiaomicidio


Ultima ciliegina di questo capolavoro: i titoli di testa di Saul Bass.

Mia Madre

MiaMadreloc2015 Italia
con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini
regia di Nanni Moretti

Margherita è una regista impegnata nelle riprese di un film riguardante il mondo del lavoro, le riprese non sono facilissime soprattutto per l’ingestibilità del divo americano protagonista del film; ma il vero problema di Margherita è accettare che la madre ricoverata in ospedale per problemi di cuore, stia morendo..

Moretti torna su temi già affrontati, il lutto e il film nel film ma ha un piglio diverso piuttosto spiazzante soprattutto per il ruolo che il regista si ritaglia all’interno della pellicola: Giovanni è un uomo posato, capace di rinunciare alla carriera per stare accanto alla madre morente ed essere il perno della famiglia in grado di rassicurare tre generazioni di donne: la nipote Livia, legatissima alla nonna che si trova a dover affrontare per la prima volta la morte di una persona cara, la sorella Margherita regista “sensibile ed impegnata” alle prese con i drammi di una vita sentimentale e lavorativa incasinata che si rifiuta di accettare il destino ineluttabile della madre e Ada, una donna forte, un’insegnante che è stata maestra di vita per gli allievi che ancora cercano la sua amicizia che si trova “instupidita” dalla malattia che le toglie l’indipendenza.




Mia-madre


Ripeto fa impressione vedere Moretti rinunciare alla sua vis polemica ma mai come in questo film il regista/attore ha deciso di “stare accanto al personaggio” la frase tormentone che Margherita ripete sempre ai suoi attori.
MiamadreL’understatement del regista ha una sua equivalenza anche nello stile e nella messa in scena, è tutto apparentemente povero nel raccontare una quotidianità drammatica fatta di notti all’ospedale consulti con i medici mentre la vita normale prosegue: la figlia a cui insegnare ad andare in motorino, l’attore americano da blandire.
In fondo è il lavoro (creativo o da operaio che sia) che salva dalla disperazione della perdita, per questo vale ancora la pena combattere per cercare di conservarlo anche se a volte se ne dimentica il senso.

Quiz Show

QuizshowUSA 1994
con John Turturro, Ralph Fiennes, Bob Morrow, Paul Scofield, Martin Scorsese
regia di Robert Redford

Sul finire degli anni ’50 il quiz televisivo più seguito in America è Twenty-One della NBC ma quando il campione Herb Stempel viene costretto a cedere il titolo al più affascinante Charles Van Doren, inizia a lasciar trapelare che lo show sia truccato, attirando le attenzioni del giovane ispettore del Congresso, Richard Goodwin, che scoperchierà il primo scandalo della TV americana..

Tratto dal libro Remembering America scritto dallo stesso Richard Goodwin, il film di Redford si segnala innanzi tutto per la perfetta ricostruzione storica: in certi momenti mi pareva di vedere Mad Men ma il film ha almeno dieci anni di più.
Lo scandalo televisivo è il pretesto per mettere in scena l’ambiguità morale che mina l’abusata “innocenza dell’America” e che non risparmia nessuno dei protagonisti: se “lo sponsor” della Geritol interpretato da un gelido Martin Scorsese e i pezzi grossi della TV si comportano biecamente come ci si aspetta e riescono ad insabbiare tutto perché “tanto é solo spettacolo e non fa male a nessuno”, non escono puliti neppure i tre protagonisti della vicenda: Herb Stempel rivela l’inganno solo perché non ha avuto le altre comparsate in TV promesse e i soldi guadagnati sono già finiti, il suo desiderio di essere al centro dell’attenzione diventa così contorto da cercare visibilità nella denuncia della truffa televiva.



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Charles Van Doren è il rampollo di un’illustre famiglia di letterati americani, tutti (anche lui) professori alla Columbia, spesso vincitori del Pulitzer, riconoscendo la sua inadeguatezza verso le aspettative famigliari, cerca il riscatto della sua mediocrità nella televisione e si ritrova invischiato suo malgrado nel meccanismo perverso del gioco senza avere la capacità di opporsi e cedendo alla malia dei soldi e del successo.



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Goldwin, che ammira lo stile di vita colto dei Van Doren, cerca di non coinvolgere l’amico nel processo che in effetti dovrebbe prendere di mira chi ha manipolato lo show ma, come sempre, il pubblico trova più interessante sapere del coinvolgimento dell’idolo delle folle che delle manovre illecite di una multinazionale.

La storia di una monaca

LastoriadiunamonacaThe Nun’s Story
USA 1959 Warner Bros
con Audrey Hepburn, Peter Finch, Dean Jagger
regia di Fred Zinnemann

Gabrielle van Der Mal è la figlia di un celebre chirurgo belga che per spirito di abnegazione decide di farsi suora per andare missionaria nel Congo belga. Suor Lucia sarà un’ottima infermiera ma perderà la sua quotidiana battaglia per essere una buona suora lasciando il velo quando il padre viene ucciso in un bombardamento nazista.

Tratto dall’omonimo romanzo di Kathryn Hulme che s’ispira alla storia vera dell’ex religiosa Marie Louise Habets, La storia di una monaca è un solido dramma ben diretto e recitato che si conferma in pieno figlio della sua epoca: ha valore quasi documentaristico nel raccontare i riti della vita monastica e la vita degli indigeni africani mentre la trama sottolinea molto bene la lotta quotidiana di Suor Lucia per essere una buona suora ed adeguarsi perfettamente alla regola. Il dubbio fin dal principio è che la donna sia spinta più che dalla vocazione, dalla forza di volontà di non venir meno alla sua promessa. Audrey Hepburn resta comunque molto brava nel rendere i tormenti della donna.



Storiadiunamonaca

Che la vita monacale non sia facile, addirittura quasi sempre votata all’infelicità trapela dagli austeri primi piani delle monache giovani o anziane che assistono ai vari riti di passaggio. Le uniche figure felici sembrano le madri superiori che reggono i vari conventi: severe o materne sembrano aver raggiunto la pace interiore per cui Gaby lotta tanto.
ThenunsstoryAnche in Congo le missionarie sono felici e anche suor Lucia sembra aver raggiunto un suo equilibrio (ovviamente più a favore dell’attività da infermiera) e la stima del dottor Fortunati che -come il padre di Gaby- nota subito quanto poco la donna sia tagliata per la vita religiosa.
L’immagine delle missioni è però piuttosto stereotipata: i poveri africani redenti rappresentano il buon selvaggio e si può perdonare l’uccisione di una suora (che profeticamente si era detta disposta a tutto pur di far convertire l’inservente Ylunga).
Resta però impossibile perdonare, anche per una suora, la barbarie nazista sul civile suolo europeo, che richiede uno schieramento. Un tema da film di propaganda fuori tempo massimo visto che la pellicola è del 1959.
Girato anche in Italia, nel film si vede brevemente Ave Ninchi nei panni della suora dell’economato venuta a ritirare la dota all’ingresso delle novizie in convento.




Storiadiunamonaca

Arsenico e vecchi merletti

ArsenicoevecchimerlettiArsenic and Old Lace
Usa 1944 Warner Bros
con Cary Grant, Priscilla Lane, Josephine Hull, Jean Adair, Raymond Massey, Peter Lorre, Jack Carson, Edward Everett Horton, John Alexander
regia di Frank Capra

Mortimer Brewster, critico teatrale noto per i suoi libri contro il matrimonio, capitola e si sposa con la bella vicina di casa. Celebrate le nozze torna a casa per gli ultimi preparativi prima del viaggio di nozze e scopre che le sue adorate ziette che lo hanno cresciuto, hanno l’abitudine di avvelenare i vecchi solitari che prendono a pensione e li fanno seppellire in cantina da suo fratello Teddy, convinto di essere Roosvelt e di scavare il Canale di Panama. Nel delirio improvviso che ha scombinato la vita di Mortimer, torna a casa dopo vent’anni, l’altro fratello, Jonathan che, sadico fin dall’infanzia, è diventato un maniaco omicida con la complicità del Dr. Einstein..

Se La vita è meravigliosa è il film di Natale di Frank Capra, Arsenico e vecchi merletti è il suo film di Halloween come si capisce dalle illustrazioni con pipistrelli e gatti neri che accompagnano i titoli di testa prima che la didascalia iniziale contestualizzi la vicenda la notte di Ognissanti.
Il film è un puro divertissement tratto da una commedia di successo, una sorta di parodia della grande stagione dei mostri della Warner che produce la pellicola: Capra dimostra di saper usare sapientemente i giochi di ombre derivanti dall’espressionismo tedesco e sa gestire con grande maestria l’unità di luogo: quasi tutto il film si svolge nella casa delle adorabili (!) sorelle Brewster con vista sul cimitero.




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La commedia, una sarabanda in puro stile slapstick, è sostenuta ottimamente dagli attori: su tutti svetta Cary Grant, l’unico sano in una famiglia di pazzi -e infatti è ”figlio di un cuoco di mare”- che oltre a sottolineare da par suo l’assurdità delle situazioni, è davvero bravo nelle gag fisiche capitombolando con diverse sedie o poltrone.
Raymond Massey è il terribile Jonathan a cui il succube socio, il Dr. Einstein interpretato da Peter Lorre, ha cambiato i connotati per l’ennesima volta facendolo uguale al Boris Karloff (che interpretava il ruolo a teatro) di Frankenstein proprio perché la sera prima dell’intervento aveva visto “quel film” rimanendone impressionato.
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Molto bravo anche Jack Carson nei panni del nuovo poliziotto di quartiere che ovviamente ha una commedia nel cassetto da far leggere a Brewster ma non si accorge che il poveretto sta per essere eliminato dal fratello omicida.
Tutto il film verte attorno alle due vecchie sorelle Brewster, irreprensibili colonne della comunità che hanno ben più di uno scheletro nell’armadio (per l’esattezza dodici in cantina): la paffuta e serafica zia Abby (Josephine Hull), che si muove sempre saltellando è davvero superlativa.

Stand by Me – Ricordo di un’estate

StandByMeStand by Me
USA 1986
con River Phoenix, Wil Wheaton, Corey Feldman, Kiefer Sutherland, Richard Dreyfuss, John Cusack
regia di Rob Reiner

Quando lo scrittore Gordon Lachance viene a sapere dal giornale della morte dell’amico d’infanzia Chris Chambers, inizia a rievocare l’estate del 1959, quando dodicenne insieme a Chris e agli altri due amici, Teddy e Vern, partirono alla ricerca del cadavere di un ragazzino investito dal treno..

Un bellissimo film sul passaggio dall’infanzia all’età adulta dove la nostalgia per la stagione migliore della vita la fa da padrona grazie alla rievocazione di un Gordon ormai adulto e alla collocazione nel 1959, età dorata della cultura americana sottolineata da una colonna sonora perfetta la cui canzone simbolo diventa anche il titolo del film, eclissando quello proevisto, omonimo del racconto The body di Stephen King, a cui la pellicola si ispira.
La banda di dodicenni racchiude tutte le frustrazione tipiche dell’età: Gordie è un bambino troppo sensibile e fantasioso, per questo non molto considerato dal padre che aveva occhi solo per il primogenito Danny, promessa dello sport morto in un incidente solo qualche mese prima; su Chris pesa il marchio di appartenere a una famiglia di “poco di buono” che lo porta a scelte stupide come rubare dei soldi della scuola perché sa di non avere occasioni; Teddy è figlio di un reduce alcolizzato che ha rischiato di ucciderlo mentre Vern è il classico ragazzo sovrappeso e insicuro eppure è proprio lui a proporre agli amici di andare a vedere il cadavere di cui ha sentito parlare dal fratello maggiore.
Stand by mePer raggiungere il luogo dove presumibilmente si trova il corpo i ragazzi impiegano più di un giorno a piedi tra avventure umoristiche (scoprire che il cane con la nomea peggiore della città in realtà è un cucciolone) e altre drammatiche come l’esser sorpresi dal treno sul ponte che attraversa un fiume.
Avventure inframezzate da momenti intimi di confidenza, soprattutto tra Gordie e Chris, un’alternanza di ritmo che dà un grande respiro al film.
Quello che spinge i ragazzini verso la macabra scoperta non è tanto la voglia di successo che pioverà su chi ritrova Ray Brower, la cui scomparsa monopolizza i notiziari, quanto un desiderio di confrontarsi con la morte, vederla in faccia, soprattutto per Gordie che deve ancora elaborare il lutto del fratello.
Sul posto arriverà anche la banda dei ragazzi più grandi guidati da Asso Merrill, a cui appartengono il fratello di Vernon e il suo amico che alla fine hanno spifferato tutto e per la prima volta i ragazzi più giovani avranno il coraggio di ribellarsi alle angherie dei fratelli maggiori, quasi a sancire l’uscita dall’età infantile.



Chris

La forza del film sta anche nella bravura dei protagonisti, un cast notevole anche se in ruoli molto brevi: ad esempio Richard Dreyfuss che interpreta Gordie ha pochissime scene ma resta la voce narrante del film, John Cusak è Danny, il fratello morto di Gordie, Kiefer Sutherland nel suo periodo “bad boy“ è Asso Merrill ma ovviamente a brillare su tutti e a far aumentare l’effetto malinconico della pellicola è la prova notevole di River Phoenix, al suo secondo film, nei panni di Chris Chambers.

L’impareggiabile Godfrey

My Man Godfrey
Usa 1936, Universal
con William Powell, Carole Lombard, Mischa Auer, Alice Brady, Gail Patrick, Eugene Pallette
regia di Gregory La Cava

Durante una caccia al tesoro tra i ricconi di Central Park, nella lista degli oggetti da trovare, è compreso anche un “dimenticato”, un barbone. Le sorelle Bullock trovano il clochard Godfrey in una discarica ma l’uomo indispettito dai modi altezzosi della sprezzante Cornelia, le preferisce Irene, l’eterna seconda. Quando la ragazza capisce quanto sia stato umiliante per Godfrey presenziare alla caccia al tesoro, gli offre il suo aiuto ma l’uomo chiede solo un lavoro e diventa così il maggiordomo di casa Bullock..




My Man Godfrey


Gregory la Cava è un maestro dimenticato della commedia anni ’30, con la stessa attenzione di Cukor alla psicolgia dei personaggi femminili e infatti le quattro donne di casa Bullock, madre, le due figlie e la cameriera sono un compendio perfetto di svagatezza, alterigia e falso cinismo messi in crisi dall’arrivo dell’inappuntabile maggiordomo..
Come Frank Capra, anche La Cava racconta la grande depressione ma se Capra è l’interprete dell’ottimismo del New Deal, per Gregory La Cava i soldi sono il motore del mondo e la fortuna economica è sempre traballante: Godfrey è in realtà un rampollo della buona società di Boston che si è rovinato per una donna, Mr. Bullock sta per essere rovinato da una speculazione sbagliata e sarà proprio l’acume per gli affari di Godfrey a salvarlo dalla bancarotta per sdebitarsi di avergli dato un lavoro.




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Tutto il film è basato su antinomie a partire dai titoli di testa costruiti con le luci della sfavillante notte newyorkese ma la sequenza d’apertura è sulla baraccopoli dei barboni nella discarica sotto il Queensboro Bridge.
La classe di Godfrey e l’esperienza acquisita nei rovesci della vita gli permettono di assistere imperturbabile alle follie di casa Bullock, dando al regista l’oppurtunità di mettere alla berlina lo stile di vita degli arricchiti che vivono inconsapevoli di quel che li circonda, tema questo profondamente attuale senza che oggi si sia trovato un modo per stigmatizzarlo.
L’unica variabile fuori controllo resta l’amore da cui Godfrey fugge dopo la drammatica esperienza che lo ha buttato sul lastrico: tutte le donne di casa Bullock sono un po’ innamorate di lui ma l’uomo non riesce a sfuggire all’incantevole ostinazione di Irene che se lo sposa e chissà se la pungente battuta finale “Tranquillo Godfrey.. durerà solo un minuto” allude anche al breve matrimonio occorso tra la Lombard e Powell nei primi anni ’30.




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L’impareggiabile Godfrey è il primo film ad esser nominato in tutte quattro le categorie per attori, maschile e femminile, protagonista e non protagonista. Purtroppo non vinse nessuno dei sei premi a cui era candidato (anche miglior regia e miglior sceneggiatura non originale) ma resta la bravura impareggiabile degli attori: Carol Lombard in ascesa da alcuni anni, conferma definitivamente le sue doti per la commedia, anche il carismatico protagonista William Powell avvalora la sua bravura. Fondamentale l’apporto dei due attori non protagonisti: Alice Brady, nei panni di Mrs Bullock, si interessa, più che alle figlie e ai problemi quotidiani, alla sorte del suo protégé Carlo, sedicente artista che vive alle spalle dei Bullock, interpretato da un divertentissimo Mischa Auer.

Venere e il professore

A song is born
USA 1948 MGM
con Danny Kaye, Virginia Mayo, Steve Cochran, Felix Bressart, Benny Goodman
regia di Howard Hawks


VenereEilprofessore

Rinchiusi da ben nove anni nella loro accademia per scrivere una grande enciclopedia della musica con dischi annessi, sei illustri professori di musica, guidati dal musicologo Hobart Frisbee, non si accorgono che la musica è cambiata e ora il jazz e lo swing regnano nei locali notturni. Fatta la notevole scoperta grazie a due lavavetri di colore, il timido Frisbee s’avventura nella vita notturna della città per indagare il nuovo fenomeno. L’accademico chiede alla cantante Honey Swanson di rispondere ad alcune domande e la ragazza si rifiuta ma quando deve cercare un rifugio per nascondersi dalla polizia per non testimoniare contro il suo fidanzato malvitoso, Honey si ricorda del professore e si presenta all’accademia nel cuore della notte..




Venereprofessore

Howard Hawks gira il remake musicale di un suo film del 1941: Colpo di Fulmine con Gary Cooper e Barbara Stanwyck, che si guadagnò una nomination agli Oscar.
La trama è piuttosto scontata: la ragazza non è così cinica come vuol far credere e finisce per innamorarsi del professore timido ed impacciato che dovrà ricorrere all’astuzia e alla musica per liberarsi del boss e dei suoi scagnozzi.
Come nel film precedente si scorge un rovesciamento della fiaba di Biancaneve e i sette nani: anche qui i professori sono sette e invece di aiutare una dolce fanciulla rischiano di venire gabbati da lei.
Danny Kaye è forse un po’ penalizzato nel ruolo del timidone che lo costringe a tenere a freno la sua verve, infatti il momento migliore è quando interpreta il ballo samoano per convincere la filantropa che li sovvenziona a non tagliare i fondi alla ricerca: la filantropa è una vecchia zitella un po’ innamorata del professore e ovviamente cede (i soldi) alla danza d’accoppiamento, sperando in ben altro.
Nei panni del professor Gerkikoff troviamo il caratterista Felix Bressart, comparso in tre dei film americani di Lubitsch, in particolare era l’agente Buljanoff che si era fatto traviare dalla bella vita parigina in Ninotchka.

Asongisborn

L’interesse del film sta infatti nelle comparsate: al film partecipano le più note stelle del jazz, il clarinettista Benny Goodman fa addirittura parte dei sei professori, mentre gli altri partecipano interpretando sé stessi a partire da Louis Armstrong che nel 1956 parteciperà anche ad Alta Società, il remake musicale di Scandalo a Filadelfia.
L’elenco dei musicisti che suonano in Venere e il professore è impressionante: Tommy Dorsey, Charlie Barnet, Lionel Hampton, Mel Powell, i ballerini Buck and Bubbles che interpretano i lavavetri che fanno conoscere la musica d’improvvisazione agli accademici, doppiati vergognosamente in italiano e chiamati Bingo e Bongo. I gruppi The Page Cavanaugh Trio, The Golden Gate Quartet e Russo and the Samba Kings.

Le mie due mogli

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USA 1940 RKO
con Cary Grant, Irene Dunne, Randolph Scott, Gail Patrick
regia di Garson Kanin

Ellen Arden creduta morta in un naufragio, ricompare dopo sette anni, proprio il giorno in cui il marito Nick fa legalizzare la sua morte e si sposa con Bianca, la nuova compagna. Appena rivista la prima moglie Nick sarebbe pronto a lasciare la nuova sposa ma quando scopre che Ellen ha trascorso sette anni su un’isola deserta con un aitante compagno..

Secondo dei tre film girati dalla coppia Irene Dunne/Cary Grant come sempre perfetta nei tempi comici, alla regia avrebbe dovuto esserci Leo McCarey ma a causa di un incidente viene sostituito da Garson Kanin, che dirige una commedia molto divertente.



Lemieduemogli


Come nel precedente L’orribile verità, siamo nel sottogenere remarriage, il ricongiungimento di una coppia già sposata, ad allontanare i coniugi in questo caso è stato il destino ma la strada verso la ritrovata felicità coniugale è ostacolata, più che dalla petulante seconda moglie, dalla presenza dell’ingombrante compagno di sventure di Ellen, l’atletico Stephen Burkett, con cui la donna ha trascorso sette anni sull’isola deserta e che non fa mistero di essere innamorato di Ellen.
Lemie2mogli
Pur non avendo nulla da invidiare all’amico Randolph Scott, Cary Grant è bravissimo nell’incarnare il marito sminuito dalla prestanza fisica del rivale solo con un cappello ben rincagnato in testa.
In Le mie due mogli Cary Grant sfoggia brillantemente tutto il suo repertorio di uomo sorpreso nei look più imbarazzanti: con un assurda vetaglia maculata, con un cappellino da donna in testa fino al travestimento finale da Babbo Natale per riconquistare definitivamente la moglie, perché nella guerra tra i sessi delle commedie anni 30/40 è sempre l’astuzia femminile a prevalere sul maschio costretto a subire, l’unico a portare nel genere la sua nota vena di sadismo verso le donne è Hitchcock nella sua unica incursione nella commedia brilante Il signore e la signora Smith.
Il remake del film ha una storia piuttosto travagliata: avrebbe dovuto essere Something’s Got to Give, il film interrotto dal suicidio della protagonista Marilyn Monroe, venne poi ripreso nel 1963 con Doris Day in sostituzione di Marilyn, iltitolo italiano è Fammi posto tesoro