Visitors vs Visitors

Dianavistiros Dalla scorsa settimana sono tornati a invaderci in massa, con le due serie, quella della prima metà degli anni ’80 e la seconda del 2009. L’originale V – Visitors va in onda il martedì su Italia2 mentre V del 2009 va in onda per la prima volta in chiaro su Italia1 il venerdì .
Non avevo più visto la serie originale dagli anni ’80 quando Canale5 la mandò in onda per la prima e (forse?) l’unica volta per cui i ricordi erano molto vaghi e sono rimasta piacevolmente stupita nel trovarmi di fronte a un ottimo prodotto televisivo invecchiato molto bene, anche gli effetti speciali sono ancora credibili e meno ridicoli di certi che si possono trovare in blockbuster di grido. La qualità del prodotto è spiegata dal fatto che V -Visitos è in realtà una miniserie di due puntate, quelle andate in onda martedì 22 e 29 maggio. Il successo ha dato vita a un sequel, sempre in formato miniserie V: The Final Battle e solo in un terzo momento arriva una serie di 19 episodi, Visitors.
V -Visitors si apre con una didascalia che dedica l’opera a tutte le forme di resistenza passate, presenti e future e il richiamo all’invasione nazista è lampante. Il telefilm inizia con l’arrivo delle astronavi e l’attesa dei terrestri per conoscere le motivazioni dei visitatori che si manifestano come portatori di pace. Ben presto però si crea un clima di sospetto e la comunità scientifica viene isolata, molti umani scompaiono e i Visitors con i loro collaborazionisti umani spadroneggiano su una Los Angeles messa a ferro e fuoco..
V – Visitors sa ricreare molto bene la climax ascendente di tensione, il riferimento al delirio nazista è sottolineato dalla presenza di un vecchio ebreo fuggito in America dopo l’esperienza nei campi di concentramento il cui nipote ora è un seguace dei Visitors a cui denuncia anche la propria famiglia; per giunta il simbolo dei visitor è chiaramente una svastica destrutturata.

V 2009Al messaggio antitotalitarista si unisce il cotè fantascientifico di stampo classico: il referente è sicuramente Star Wars la cui prima trilogia finisce proprio nel 1983, le astronavi ricordano anche le Aquile del telefilm spaziale per eccellenza, Spazio 1999. Su questo florido filone di fantascienza ambientato dentro astronavi e navicelle spaziali, si innesta l’idea geniale dei Visitor, alieni rettiliformi che utilizzano una maschera per simulare un sembiante umano; l’immagine di Diana, la leader degli invasori, che divora piccoli roditori o volatili e la lingua bifida dei Visitors si sono fissati nell’immaginario collettivo. E’ davvero un piacere scoprire che oltre all’idea dei colubridi c’e’ un prodotto raffinato.
Da ricordare la presenza di Robert Englund, nei panni di Willy, uno dei pochi alieni buoni che non condivide i piani di invasione terrestre di Diana. Dal 1984 avremmo dimenticato la sua bonomia spaventati dall’orrido personaggio di Freddy Kruger che Englund avrebbe interpretato in tutti i film originali della lunga serie Nightmare.

Nel 2009 della storica serie è stato riproposto un reboot. La didascalia che apre il pilot chiede dove ci si trovava alla morte di JFK o all’11 settembre, diventa ben presto chiaro che quel che la domanda sottintende: l’arrivo in massa dei Visitatori è stata preceduta da una lenta infiltrazione degli alieni tra gli umani, il rivelarsi è solo la mossa finale del’invasione. Lo scontro di civiltà passa in secondo piano e diventa dominate il tema del sospetto: di chi fidarsi? Il collega, il parente sono veri esseri umani o alieni infiltrati? Alieni che a loro volta si dividono tra buoni e cattivi, alcuni che rifiutano il piano di invasione cercano da tempo di guidare una resistenza..
I primi tre episodi della nuova serie sono stati molto intriganti ma pare che la scrittura non riesca a mantenere il livello di interesse e la seconda serie si chiude bruscamente al decimo episodio, nonostante rientri in scena Diana mentre Marc Singer, l’attore che interpretava Mike Donovan, torna con un ruolo diverso.
Cambia anche il senso della V rossa: nella serie originale stava per vittoria ed era il simbolo della Resistenza, nella seconda indica più semplicemente i visitatori.

Romy Schneider

Romyschneider Se ne andava il 29 maggio 1982 Romy Schneider, una delle attrici più belle e dalla vita drammatica del cinema europeo.
Rosemarie Magdalena Albach-Retty nasce il 23 settembre 1938 a Vienna da due attori di successo. Il padre, Wolf Albach-Retty, ben presto abbandona la famiglia e il legame tra la madre Magda Schneider e la giovane figlia diventa molto intenso. E’ la madre a spingere la bella Romy a dedicarsi al cinema dove la ragazza debutta quindicenne nel film Wenn der weiße Flieder wieder blüht . Il successo arriva con il terzo film girato nel 1954 L’amore di una grande regina dove Romy che ha ormai adottato il cognome materno, interpreta il ruolo della giovane Regina Vittoria. Sarà un’altra sovrana però, a darle la fama imperitura, il ruolo dell’imperatrice Sissi che Romy interpreta in una trilogia che va dal 1955 al 1957. Nel film che inizia la saga La principessa Sissi la madre di Romy, Magda, interpreta la Duchessa di Baviera, madre della futura imperatrice austro ungarica.

Trilogiasissi

Gli altri due film sono Sissi – la giovane imperatrice (1956) e Sissi – destino di un’imperatrice. Esiste anche Sissi a Ischia del 1958 la cui trama non ha nulla a che fare con l’imperatrice d’Austria, si sfrutta solo il successo planetario che faceva identificare Romy con Sissi, in realtà il titolo originale della pellicola è Scampolo.

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L’attrice dimostra ben presto un’avversione per il ruolo che rischiava di ingabbiarla in ruoli fiabeschi ed ingenui. Non si discosta molto dal genere L’amante pura che narra dell’amore di un ufficiale dei Dragoni per la bella Christine nella Vienna del 1907. Remake di Amanti folli diretto da Max Ophüls nel 1933, il film si segnala per l’incontro tra Romy Schneider e Alain Delon che fece nascere un grande amore. Il legame dura fino al 1964 e l’attrice si trasferisce a Parigi per iniziare a lavorare in film internazionali (con prevalenza italiani e francesi) dal ben diverso spessore rispetto agli esordi austriaci.
Ricordiamo la partecipazione nel 1962 a Boccaccio ’70 dove interpreta Pupe nell’episodio diretto da Luchino Visconti. Sempre nel ‘62 partecipa a Il processo per la regia di Orson Welles. Nel 1968 ritrova Alain Delon ne La piscina, torbido dramma diretto da Jacques Deray (alcune scene del film con il bel Delon sono state recentemente usate per la pubblicità di un profumo Dior).
Claude Sautet la diresse nel 1969 ne L’amante e l’anno seguente ne Il commissario Pelissier, in entrambi i film il protagonista maschile è Michel Piccoli. L’attrice lavora ancora con Sautet in È simpatico, ma gli romperei il muso questa volta accanto a Yves Montand.
Nel 1970 è La califfa nella trasposizione cinematografica che Alberto Bevilacqua fece del suo omonimo romanzo. Il 1973 è l’anno in cui l’attrice torna a vestire i panni di Sissi, matura e delusa nel Ludwig di Luchino Visconti.
Nel ’74 è la volta del primo film francese del controverso regista polacco Andrzej Zulawski, L’importante è amare. Il 1975 la vede protagonista de Gli innocenti dalle mani sporche di Claude Chabrol; in Una donna semplice del 1978 viene diretta per la quinta volta da Sautet.
Nell’80 è la malata terminale seguita da un reporter negli ultimi giorni di vita ne La morte in diretta di Bernard Tavernier e nell’81 è il fantasma dell’amante scomparsa che viene a turbare Mastroianni in Fantasma d’amore di Dino Risi.
Il claustrofobico Guardato a vista di Claude Miller in cui la Schneider recita sempre nell’81, verrà rigirato nel 2000 a Holllywood (Under Suspicion).
Dalla principessina ingenua Romy Schneider si trasforma nella sua carriera in un’attrice intensa protagonista ideale di drammi che indagano la gamma dei sentimenti amorosi. Nella vita reale l’esistenza dell’attrice viene segnata da dolori profondi, il grande amore finito (ma mai scordato da entrambi) con Alain Delon, la tragica perdita di un figlio quattordicenne portarono l’attrice nel tunnel della depressione e dell’alcol fino alla morte venata di sospetti di suicidio avvenuta il 29 maggio 1982

I Tesori del Principe

Tesoridelprincipejpg Avrebbe dovuto chiudere il 31 maggio invece è stata prorogata fino al 3 giugno la mostra che espone 80 opere delle Collezioni del Principe del Liechtenstein. L’incontro tra il Forte di Bard e il principato incastonato tra la Svizzera e l’Austria nasce dalla condivisione della medesima cultura alpina dei Walser.
La selezione di opere racconta la grandezza di una casata che fin dalle origini ha sempre avuto un grande rapporto con il collezionismo d’arte: l’ultima collezione privata di una casata europea fu la prima a trasformarsi in un museo a pagamento nel palazzo estivo di Vienna, di cui fu un polo culturale fino al 1938 quando l’Anschluss nazista portò alla chiusura del Museo, che è stato riaperto solo nel 2004 in seguito a ristrutturazione architettonica e alla caparbietà con cui i principi hanno riacquistato opere che nel tempo sono andate perdute. Un esempio molto positivo di connubio tra ricchezza e arte da tenere presente in un momento in cui le case d’asta battono cifre da record mondiale. La completezza delle Collezioni Liechtenstein emerge fin dalla prima sala dedicata a Rubens dove dell’opera Marte e Rea Silvia troviamo in mostra il primo schizzo ad olio, il dipinto definitivo ad olio ed il pregevole arazzo di Jan Raes I che riprende fedelmente l’opera di Rubens.

Hayez ilconsiglioallavendetta Le opere esposte ripercorrono tre secoli di storia, dal tardo gotico cinquecentesco di Cranach al Biedermeier viennese della prima metà del XIX sec.
Tra i fiamminghi spicca un Ritratto di uomo di Van Dyck che si segnala per la finezza psicologica e un Trionfo della morte di Brueghel il giovane. Degli olandesi mi ha particolarmente colpita da Il suonatore di violino di Gerard Dou.
Ovviamente nella mostra un grande spazio è andata alla sezione degli italiani, due sculture del Giambologna la cui Venere Callipigia potrebbe conciliare molte donne con il proprio fondoschiena, opere di Guido Reni, dei Procaccini, una raffinatissima signora austriaca per il Ritratto di donna di Solimena, una mirabile copia in bronzo del Bacco michelangiolesco realizzata da Massimiliano Soldani-Benzi (che pare non soddisfece troppo il principe che aveva commissionato l’opera).
Vedute di Canaletto, Capricci romani di Locatelli per terminare con un capolavoro di Francesco Hayez (che non per nulla è stato scelto per il manifesto) Il Consiglio alla Vendetta. Il vedutismo ci introduce al romanticismo e non si può non menzionare la drammatica Eruzione del Vesuvio di Notte del viennese Josef Rebell.

PrincipessaMariaFranziska Interessante la quadreria biedermeier, stile che conoscevo più per i mobili che gli esiti pittorici: il ritorno a uno stile familiare, semplicistico (a cui rimanda lo stesso aggettivo bieder) come reazione culturale alla magniloquenza del classicismo napoleonico porta a un risultato tenerissimo come il Ritratto della Principessa Maria Franziska del Liechtenstein all’età di due anni di Friedrich von Amerling.

I Tesori del Principe
dal 9 dicembre 2001 al 3 giugno 2012
Forte di Bard
Valle d’Aosta

Dark shadows

Darkshadows Nella seconda metà del ’700 la famiglia Collins si trasferisce nel Nuovo Mondo ed impianta nel Maine l’impresa ittica di famiglia; gli affari prosperano e il villaggio prende il nome di Collinsport. Barnabas Collins è l’erede di questo impero ma commette l’errore di avere una tresca con una cameriera, Angelique. La ragazza che si è innamorata follemente, è una strega e quando vede Barnabas innamorarsi di Josette induce la ragazza al suicidio, maledice la famiglia e trasforma l’amato in un vampiro facendolo poi rinchiudere in una bara. Nel 1972 durante dei lavori stradali, Barnabas viene accidentalmente liberato dalla sua tomba prigione e si reca a casa dove trova gli eredi dei Collins sull’orlo della rovina mentre Angelique ha prosperato a loro spese ma la strega sarebbe ancora disposta a dividere il suo impero con l’indimenticato Barnabas..

Per la sua ultima fatica Tim Burton si ispira a una serie televisiva americana andata in onda sul finire degli anni ‘60, il risultato è un divertissement che ha innanzitutto il merito di ridare dignità gotica alla figura del vampiro dopo lo scempio che ne ha compiuto la saga di Twilight: come al solito non si può non amare lo sventurato Barnabas ridotto a vampiro dal maleficio di Angelique ma come sempre Burton non esita a mostrarci il lato oscuro del suo eroe, costretto ad uccidere brutalmente gli operai che lo hanno liberato dalla secolare prigionia per soddisfare l’attrettanto secolare sete di sangue. Si può parteggiare per un vampiro che uccide e dissangua senza la deviazione etica di Twilight o The Vampire Diaries o True Blood in cui i vampiri buoni scelgono di rifiutare il sangue umano e si limitano a quello animale o a dei surrogati. Dark Shadows andrebbe apprezzato solo per il fatto di aver rimesso le cose a posto una volta per tutte!
Il film non sarà una delle vette burtonianie ma personalmente la gioia di ritrovarmi nel mondo di Burton batte il rischio del manierismo e ritrovo con piacere certe espressioni di Edward Mani di Forbice sul viso nuovamente pallido del Barnabas di Johnny Depp e apprezzo anche che la nuova fidanzata appena trasformata trascolori in un volto assai simile a quello de La sposa cadavere. Tim Burton, comunque, non si limita ad aggiornare la sua galleria di personaggi strambi e mostri dal cuore umano, Dark Shadows indaga il tema dell’amour fou con il tormentato personaggio di Angelique Bouchard, strega divorata dall’”odi et amo” odiosa e disperata, ottimamente interpretata da Eva Green.

MARILYN MONROE 50 anni fa come oggi IL MITO

Ugo Nespolo © Marilyn, Multiplo in serigrafia, cm 60X60  - 2011 Dedicata ad una stella la cui luce non si è mai spenta.  
S’intitola MARILYN MONROE 50 anni fa come oggi IL MITO la mostra allestita dal  26 maggio al 10 giugno 2012 nei locali dell’Ex Cinema Moderno, viale Po 15 a Crescentino (Vercelli), dove negli anni ’50 lo struggente splendore dell’attrice tante volte ha  illuminato il grande schermo. Non ci sarebbe  dunque spazio più adatto per ospitare l’eccezionale esposizione, frutto dell’appassionata ricerca di un collezionista, di oltre 500  immagini e di  un gran numero di riviste, cartoline, poster, locandine e documenti, alcuni unici e rari, legati alla vicenda pubblica e privata di una diva e di un donna indimenticabile.
Di speciale significato artistico e simbolico è l’opera di Ugo Nespolo, artista di fama internazionale e presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino, che ha voluto essere presente con un ritratto dell’attrice,  vera e propria icona del ‘900, a cui ha dedicato la personale Marilyn. Il sogno infranto.

MARILYN MONROE 50 anni fa come oggi IL MITO,  ideata, organizzata e curata da  CMT, Collezioni Mostre Turismo Onlus, gode del patrocinio del Comune di Crescentino, della Regione Piemonte, della Provincia di Vercelli, del Consiglio Regionale del Piemonte, del Museo Nazionale del Cinema di Torino ed è stata possibile grazie all’aiuto e alla collaborazione  dell’Associazione Culturale Onlus Elegguà e dell’Agriturismo Riso Greppi, a cui si deve la pubblicazione del catalogo.

Una fotografia del 1945  ci svela Marilyn diciannovenne.  
Si chiama Norma Jean Baker, è  ragazza dallo sguardo triste vestita in modo austero.  In altri scatti sorride sulla neve o sorregge un agnellino, apparentemente spensierata. Ha già alle spalle il naufragio di un matrimonio quando inizia la carriera di fotomodella. Apparirà scandalosamente sul primo numero di Playboy  e presto i suoi capelli castani diventeranno biondo platino. Sta nascendo la stella destinata a conquistare Hollywood ed il mondo.
E’ del 1948 una  rara fotografia  di Scudda Hoo! Scudda Hay! il primo film in assoluto di Marilyn. Niente più di una breve apparizione ma la sua straordinaria bellezza non può passare inosservata.
La mostra segue, passo dopo passo, la sua ascesa d’attrice,  proponendo scene memorabili di Niagara e Quando la moglie è in vacanza (il suo sorriso disarmante e compiaciuto nella celebre sequenza della gonna bianca, che si alza sulla griglia di areazione della metropolitana, è uno dei momenti più celebri della storia del cinema). E ancora, per citarne alcuni, Gli uomini preferiscono le bionde, Fermata d’autobus, A qualcuno piace caldo, tutti film che esaltano il fascino, la voce ed il talento di questa donna baciata dal successo e dalla fortuna, eppure drammaticamente sola.        

Marilyn RIVISTE Così, nell’esposizione, accanto alle immagini del trionfo sugli schermi, si susseguono quelle di una vita segnata da una disperata richiesta d’amore: il naufragio dei suoi matrimoni con Joe Di Maggio ed Arthur Miller, le tante avventure, gli eccessi impietosamente riportati dai rotocalchi, le storie intrecciate con i fratelli Kennedy, la sua tragica fine dell’agosto del 1962, ancor oggi avvolta nel mistero, che ha contribuito, tristemente, alla nascita del mito.  
  
I curatori, per ricordarla a 50 anni dalla scomparsa, bandendo ogni morbosità,  suggeriscono una visione ed una lettura della mostra cariche di tenerezza e delicata partecipazione.  Come spiega il critico d’arte Massimo Olivetti nella presentazione in catalogo: “Mito e sogno s’intrecciano, si confondono e si alimentano nella raccolta e nella rassegna di immagini che ripropongono attimi e momenti, che replicano all’infinito ogni pezzetto di Marilyn, del suo sorriso, del suo latteo candore, della sua sconfinata infelicità alla ricerca di un salvatore. A lei ed a noi è dedicata questa mostra, alla sua persona e alle nostre chimere. Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino, custode dei sogni e dei miti in celluloide, ne ha colto il significato offrendo il patrocinio. Ed Ugo Nespolo, presidente del medesimo museo, lo ha affiancato, esponendo una sua opera dedicata a Marilyn.”

MARILYN MONROE
50 anni fa come oggi
IL MITO

26 MAGGIO – 10 GIUGNO 2012
Locali ex Cinema Moderno
Viale Po, 15
CRESCENTINO
(Vercelli)
Inaugurazione sabato 26 maggio, ore 16.30
Ingresso libero
Orari:
sabato e domenica: 9.30- 19.30 / 20.30 – 23.00
lunedì – venerdì: 15.00 -19.30 / 20.30-23.00

The Avengers

AvengersL’uso dell’energia generata dal Tesseract apre un portale spaziotemporale da cui i Chitauri si riversano sulla Terra guidati da Loki, il fratellastro esiliato di Thor. Anche se il progetto Avengers era stato abbandonato solo l’alleanza dei supereroi potrà salvare il pianeta dalla distruzione…

Finalmente è arrivato l’epilogo a cui ci avevano a lungo introdotto i due film dedicati a Iron Man, e quelli su Captain America, Thor e la seconda versione di Hulk, il supereroe più sfortunato visto che dal 2003 è stato interpretato da tre diversi protagonisti, Ang Lee aveva scelto Eric Bana, poi Ed Norton ne aveva vestito i panni nel film propedeutico a The avengers e oggi tocca a Mark Ruffalo cedere alle lusinghe del blockbuster targato Marvel e vestirne gli stracciatissimi panni. Sarà per ripagare tutti questi bistrattamenti che il rabbioso ed instabile professor Banner è il perno della vicenda di questo primo capitolo degli Avengers? Forse.

Avengers

La saga dei vendicatori non si discosta dallo stile delle pellicole che ne hanno creato l’attesa: un mix di scene d’azione convulse e battute ironiche. La ricetta funziona e lo spettatore esce soddisfatto per aver avuto quanto si aspettava, eppure dietro la vernice del blokbuster di puro intrattenimento si cela qualcosa di inquietante. L’immaginario a cui si rifà The avengers non è per niente originale anzi è una miscellanea dei più grandi successi degli ultimi quarant’anni: impossibile non pensare a Star Wars citato espressamente nella scena di avvicinamento di un veivolo alla portaerei volante, Nick Fury è vestito tale e quale a Morpheus di Matrix gli invasori hanno qualcosa di Alien e qualcosa degli orchetti de Il signore degli Anelli. Questo citazionismo esasperato non è (solo) mancanza di fantasia, del resto le astronavi chitauriane ispirate ai pliosauri (dinosauri marini) sono una bella novità; è come se The avengers volesse chiamare a raccolta tutti gli eroi dell’immaginario filmico americano e del resto il perchè diventa subito chiaro: si mette in scena la distruzione di New York riprendendo fedelmente l’attentato alle Torri Gemelle. The avengers non è un innocuo blockbuster, è uno scatto d’orgoglio a dieci anni dalla tragedia, un avvertimento ai nemici dell’America che ancora tramano nell’ombra.
Curiosità: l’aereo che attacca Capitan America mentre Iron Man cerca far ripartire uno dei quattro motori della portaerei volante è una leggera elaborazione dei discussi cacciabombardieri F-35 comprati dallo stato italiano.

Scandalo a Filadelfia

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The Philadelphia Story
Usa 1940 MGM
con Katharine Hepburn, Cary Grant, James Stewart
regia di George Cukor

L’altezzosa Tracy Lord, una delle più ricche ereditiere di Filadelfia, è alla vigilia del secondo matrimonio con un magnate di umili origini, George Kittredge. L’ex marito C. K. Dexter Haven vende l’esclusiva del matrimonio a un giornale di gossip e fa passare il cronista e la fotografa che devono seguire l’evento per amici del fratello della sposa. Parrebbe un dispetto all’ex moglie ma in realtà Dexter ha ceduto al ricatto del direttore del giornale per evitare lo scandalo che colpirebbe la famiglia se venisse pubblicato un articolo sulla tresca che il padre di Tracy ha avuto con una ballerina e perciò avvisa i Lord sulla vera identità degli improvvisi ospiti. Dopo un primo scontro Tracy scopre che il giornalista Macaulay “Mike” Connor è in realtà uno scrittore dall’animo profondo e tra i due scatta l’attrazione proprio la sera prima del matrimonio: George sarà comprensivo con la sventatezza della promessa sposa?


The Philadelphia Story


Celeberrimo capolavoro della commedia sofisticata americana passato alla storia, oltre che per i meriti artistici, per aver rilanciato la carriera di Katharine Hepburn, soprannominata negli anni precedenti veleno dei botteghini per gli insuccessi teatrali a cui legò il proprio nome. La caparbia attrice acquistò i diritti della commedia e raddrizzò definitivamente la sua carriera con l’aiuto di Howard Hughes come racconta anche il film di Scorsese The aviator. Mi pare romantico ricordare che il suo personaggio si chiama Tracy, come il grande amore della Hepburn, Spencer Tracy che l’attrice avrebbe incontrato sul set del film successivo, La donna del giorno (1942).


Thephiladelphiastory


Diretto con la consueta eleganza da George Cukor, The Philadelphia story presenta tutti gli elementi classici della commedia sofisticata: scambi di persona, gag fisiche che richiamano il slapstick delle comiche (la scena d’apertura con Cary Grant che getta a terra la Hepburn spingendola all’indietro con una mano sulla faccia) girandole amorose che, con buona pace del Codice Hays aggirato dal genere comedy of remarriage (divorziati che tornano insieme dopo altre relazioni) descrivevano una società molto meno bacchettona in fatto di scappatelle matrimoniali e infatti, tutto ruota attorno alla “rossa” Tracy altera e molto dura nel giudicare gli altri: è stata lei a spingere la madre a lasciare il padre in seguito alla tresca con la ballerina. Anche il matrimonio con Dexter è fallito perchè Tracy non accetta la sua debolezza verso l’alcol. Quando le vengono rinfacciate tutte queste cose e quando prova una tenerezza con lo spiantato Mike, Tracy capirà l’importanza della comprensione e del perdono per essere felice.


Scandalo a filadelfia


Non manca la satira sociale diretta non tanto verso il bel mondo, quanto verso gli arricchiti che non hanno sensibilità e nobiltà d’animo: non ci sono grossi problemi infatti nel riconoscersi e stimarsi tra i due giornalisti e i ricchi Dexter e Tracy che apparentemente non avrebbero nulla in comune.
I capolavori sono tali perchè offrono una lettura nuova con il mutare dei tempi: oggi, che il gossip è uscito dal sottobosco delle riviste dedicate per regnare sulle testate più autorevoli dei quotidiani, salta all’occhio il fastidio con cui era visto dalla buona società di una volta.


Scandaloafiladelfia


Il film vanta un remake (Alta Società, 1956) di tutto rispetto in quanto a cast: Grace Kelly Bing Crosby, Frank Sinatra e la presenza di Louis Armstrong ma la bravura del trio Hepburn, Stewart, Grant resta inarrivabile: Katharine Hepburn è splendente e Cary Grant superbo mentre James Stewart vinse inaspettatamente il suo unico Oscar come attore protagonista forse per compensare quello perso l’anno precedente per Mr. Smith va a Washington citato in Scandalo a Filadelfia nel fervore con cui Mike detta la lettera che denuncia le nefandezze del direttore del giornale.

Press Play. L’arte e i mezzi d’informazione

Kesslercircus La mostra attualmente in corso alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino propone un’interessante riflessione sui media, in un epoca in cui siamo sovraesposti all’informazione visiva, non a caso a colpirmi di più sono stati le opere che non usavano il video come mezzo per indagare il rapporto mediatico.
Di sicuro impatto è l’opera di Hans Peter Feldman 12/9 Frontpage che raccoglie più di centocinquanta prime pagine di quotidiani di tutto il mondo del 12 settembre 2001, il giorno seguente l’attentato alle Torre Gemelle. A più di un decennio di distanza l’ossessiva rappresentazione del messaggio dai toni apocalittici crea un forte senso di oppressione e conferma definitivamente che quella data è uno spartiacque fondamentale nella storia dell’umanità.
Thomas Hirshhorn propone Ingrowth opera del 2009 che mi ha fatto fortemente riflettere: quattro manichini femminili che rappresentano le quattro virtù Fede, Speranza, Grazia, Verità mutilati da enormi fori e legate dalla treccia dei capelli una volta a modelli scientifici che mostrano l’interno del corpo umano, oppure a una serie di giocattoli che rappresentano degli eroi dei fumetti e per finire a foto di cronaca molto esplicite nel mostrare vittime di sparatorie e per questo rifiutate dai media. Di fronte a quest’ultima istallazione che dovrebbe far inorridire al solo pensiero mi sono accorta di non provare quasi emozioni perchè scene del genere sono proposte con una certa frequenza dal cinema horror e non solo. Sono diventata indifferente per troppa sovraesposizione a immagini raccapriccianti o il pensare che quelle teste spappolate siano COME quelle dei film è un’estrema forma di difesa?
Se l’opera di Hirshhorn mi pone delle domande mi ha angosciato il Kessler’s circus di John Kessler, ispirato alla celebre opera di Calder, Calder’s Circus: Kessler ripropone una fantasia di oggetti in movimento sotto una tenda da campo militare e i personaggi sono soldatini spesso mutilati che vorticano furiosamente ripresi ognuno dalla propria telecamera che ne riflette l’immagine su una serie di schermi posti ai lati dell’istallazione, una follia ipercinetica e tragica che arriva dritta allo stomaco, forse perchè riprende modelli legati all’innocenza dell’infanzia e del gioco.

Press Play. L’arte e i mezzi d’informazione
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16, Torino
2 Febbraio – 13 Maggio 2012

Cosa piove dal cielo?

Cosapiovedalcielo Roberto De Cesare gestisce un negozio di ferramenta in quel di Buenos Aires ed è un uomo pignolo e solitario, ai limiti della misantropia. Un giorno mentre si rilassa guardando atterrare gli aeroplani, Roberto vede malmenare un ragazzo e buttarlo fuori da un taxi, li ragazzo gli chiede aiuto ma è cinese e i due non possono comunicare se non a gesti; Roberto presta i primi soccorsi al malcapitato senza immaginare che si troverà costretto a una lunga convivenza forzata con una persona con cui non può comunicare.

Il film, ispirato a una storia vera accaduta in Giappone, si apre con la scena surreale di una mucca che cade dal cielo centrando una barca dove due fidanzatini si stanno giurando amore eterno e uccidendo la promessa sposa. Nel corso del film scopriremo che tra questo episodio incredibile e i due protagonisti c’è un legame. Potrebbe essere una storia tragica, sullo sfondo c’e’ lo spettro della guerra delle Falkland di cui quest’anno ricorre il trentennale e Cosa piove dal cielo? (Un cuento chino) è uno dei pochi film (se non il primo) distribuito in Italia a raccontarci il punto di vista argentino sul conflitto delle Malvinas piuttosto che quello inglese come nei recenti This is England o The Iron Lady.
Del resto è facile intuire cosa si nasconda dietro alla pignoleria estrema di Roberto che passa la giornata a contare se nelle scatole di viti ci sono il numero esatto di elementi, che rifiuta l’amore della vicina Mary e si muove tra oggetti che sono rimasti fermi alla fine degli anni ‘70: tutte queste idiosincrasie sono il sintomo di una vita spezzata. Il regista Sebastián Borensztein sceglie però il tono della commedia e grazie all’ottima prova dei due protagonisti (superlativo Ricardo Darín) ogni piccolo gesto e scontro diventa motivo di sorriso o risata. La trama corre su binari piuttosto prevedibili ma il cliché della strana coppia funziona perfettamente e il film si segnala per l’ironica freschezza che ne ha fatto il vincitore sia del Premio della Critica che di quello del Pubblico al Roma Film Festival 2011.