Paura e desiderio

Pauraedesiderio.jp Ultimo giorno per vedere in sala il film d’esordio di Stanley Kubrick del 1953, pellicola di 68 minuti che il regista aveva rinnegato liquidandola come un semplice esercizio e che sembrava andata perduta.
Il film è certamente imperfetto: il debuttante è indeciso tra diverse soluzioni stilistiche ma sembra avere già ben chiari alcuni punti che torneranno spesso nei suoi film, soprattutto quelli concernenti la guerra.
Paura e desiderio racconta le vicende di una pattuglia aerea caduta oltre le linee nemiche, delle decisioni da prendere per sfuggire al nemico e delle reazioni che queste comportano: il più giovane tra i quattro uomini impazzirà, uccidendo una ragazza che era stata fatta prigioniera mentre un altro troverà nell’eroismo (uccidere un generale nemico a costo della vita) la ragione per un’esistenza che altrimenti avrebbe ritenuto sprecata.
Nel prologo iniziale Kubrick tiene a precisare che la storia non ha una collocazione storica esatta, che la scelta di far parlare in inglese i protagonisti è solo una convenzione: il regista racconta quindi una storia astratta paradigmatica dell’essenza stessa della guerra.
Oltre che anticipare i film che verranno, Paura e desiderio ci racconta anche della formazione kubrickiana: il rigore formale della composizione delle immagini che riscontriamo anche nelle sue fotografie (in mostra fino al 25 agosto al Palazzo Ducale di Genova) e l’ammirazione per la filmografia russa espressamente citata nell’assalto ai soldati che mangiano e nel confronto tra la ragazza legata e il soldato che la sorveglia, i due momenti cinematograficamente più potenti del film.

The lone ranger

John Reid avvocato fresco di laurea, torna a Colby, paesino di frontiera dov’è sceriffo il fratello maggiore verso cui nutre da sempre un senso d’inferiorità. John si unisce al fratello e i suoi rangers nell’inseguimento del bandito evaso Butch Cavendish ma vengono traditi e uccisi nelle gole di un canyon. John però viene prescelto, anche se controvoglia, dall’indiano Tonto per tornare dalla morte e diventare l’eroico Lone Ranger..

Theloneranger

A 80 anni dalla nascita del Ranger Solitario sulle frequenze di un’emittente radiofonica il personaggio viene ripreso dal terzetto che ha dato vita alla celeberrima saga de I Pirati dei Caraibi.
Per certi versi il film riprende lo stile dei blockbuster dedicati ai supereroi raccontando la genesi quasi del tutto casuale del personaggio e mettendogli contro un vilain sopra le righe. The Lone Ranger aggiunge un compendio totale di tutta la cinematografia western, dalle classiche inquadrature di John Ford della Monument Valley al spaghetti western citando a piene mani C’era una volta il West di Sergio Leone ma quasi ogni inquadratura rappresenta una citazione di un film western: un minestrone che diventa un helzapoppin indiavolato sulle note dell’Overture del Guglielmo Tell dove il treno da ambientazione western si trasforma in fondale da comica con un Jhonny Depp imperturbabile quanto Buster Keaton.
Ricco di buone intenzioni e stimoli il film però non riesce a mantenere tutte le promesse, personalmente ho trovato inutile la cornice del ragazzino mascherato da Lone Ranger a cui Tonto, ormai Matusalemme e ridotto a scimmiottare se stesso in un museo del west, racconta la storia di Lone Ranger: la nostalgia per il vecchio West ormai scomparso sarebbe emersa comunque e la pellicola sarebbe stata più scorrevole, esigenza non da poco per un film di puro intrattenimento il cui target sono le famiglie.

Springsteen and I

Se dobbiamo esser onesti dobbiamo ammettere che il rock’n’roll è morto: esiste una band i cui membri non siano over 50 o giù di lì? Ben vengano allora i documentari che celebrano le grandi star del rock’n’roll dai Rolling Stones di Scorsese a questa bizzarra celebrazione di Bruce Springsteen.
Non è infatti il Boss ad essere al centro del documentario ma i suoi fedelissimi fans, come si evince dal titolo Springsteen and I.
Un’opera creata dal basso con materiali spesso inediti girati dai devoti springsteeniani e video amatoriali di chi ha accolto l’appello di spiegare cosa rappresenti per lui il rocker del New Jersey.
Ne esce un quadro a tratti surreale che riesce a divertire per l’evidente follia di alcuni fan ma ci sono momenti anche commoventi e stupisce come una gamma di sentimenti così vari possa coinvolgere anche chi non è uno springsteeniano di ferro come la sottoscritta.

SpringsteenandI

Che il concerto rock sia il corrispettivo di una messa laica è risaputo e il regista Billie Walsh organizza i materiali secondo questo criterio, del resto Bruce ha il carisma e le physique du rôle per essere un predicatore: il film si apre su un’invettiva stile gospel per introdurre Spirit in the night, segue la parte miracolistica con le storie di chi ha avuto la fortuna di salire sul palco, ricevere fortunosamente biglietti per le poltronissime del Madison Ssquare Garden o incontrare il cantare per strada e duettare con lui.
Se Bruce è una divinità per i suoi fans è un dio molto carnale e ho adorato la parte su squinternate signore che raccontano con deliri misticheggianti e orgasmatici il contatto con il Boss che nell’inaspettato monologo sul cunnilingus si rivela più divertente e disinibito di quel che ci si aspetta da un autore impegnato.
Ovviamente anche gli aspetti più seri della poetica del cantante vengono indagati, di quanto la sua musica sia di conforto per la worker class che fatica duramente e sicuramente la testimonianza più toccante in questo senso è quello della ragazza laureata che si mantiene facendo la camionista.
Attraverso lo sguardo estatico dei fans lo stile originale della pellicola riesce a dare un ritratto a tutto tondo dell’artista.
A chiudere il film un estratto dell’oceanico concerto del 2012 a Londra chiuso dai duetti con Paul McCartney.

Road to L. – Il mistero di Lovecraft

Roadtol Italia 2005
con Roberto David Purvis, Simonetta Solder, Valentina Lodovini
regia di Federico Greco e Roberto Leggio

Il ritrovamento a Montecatini di un presunto diario di Lovecraft potrebbe essere una scoperta straordinaria che dimostra l’origine italiana di parte dei miti di Cthulhu e soprattutto dei racconti ambientati a Innsmouth, ispirati alla mitologia del Filò, racconti tradizionali del Polesine che il Solitario di Providence avrebbe visitato nel suo presunto viaggio italiano del 1926.
Una troupe italoamericana cerca di ricostruire i legami tra i racconti di Lovecraft e la mitologia locale degli uomini pesce ma l’esperienza finirà in un incubo..

Recupero con colpevole ritardo questo mockumentary costola (in teoria racconterebbe il backstage) del breve documentario H.P.Lovecratf – Ipotesi di un viaggio in Italia diretto da Federico Greco nel 2004.
Si tratta di una produzione indipendente che gioca con intelligenza sui meccanismi della paura, suggestioni, timor panico dei luoghi abbandonati e riconquistati dalla natura..
L’inizio arranca un po’, forse anche per la difficoltà di seguire i dialoghi americani (la copia che ho reperito non era sottotilata) e oggettivamente la discesa nei cunicoli della chiesa di Loreo è un po’ ridicola e poco credibile ma pian piano la pellicola si fa più avvincente a partire dalla storia del giovane studente di antropologia scomparso nelle acque del Po per culminare nelle riprese del villaggio abbandonato nelle golene del grande fiume dove il tecnico del suono invece che sentire la voce del documentarista sente in cuffia una vecchia nenia locale.
Un film in grado di trascendere la vicenda specifica che narra e creare suggestioni orrorifiche comuni a tutte le latitudini, un pò come il titolo scelto dove L. si può leggere come l’iniziale del maestro dell’incubo, Lovecraft o assimilarne il suono al vocabolo inglese dalla stessa fonia: Hell, inferno.

Piano, solo

Pianosolo Italia 2006
con Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca, Michele Placido,
regia di Riccardo Milani

La parabola esistenziale di Luca Flores, geniale pianista jazz, artista segnato da una fragilita’ emotiva che lo condusse al suicidio.

Tratto dall’autobiografia scritta da Walter Veltroni, il biopic di Milani non risparmia nulla delle miserie esistenziali a cui Luca Flores ando’ incontro, raccontate con un certo compiacimento voyeristico che non permette neppure una totale identificazione con il personaggio, che pure riesce ad emergere con tutta la sua disperata forza che lo porta ad attraversare l’Africa in moto per confrontarsi con i suoi sensi di colpa e gli fa pianificare scientemente la propria fine.
Il racconto filmico procede sempre piano, senza scosse, con un taglio molto televisivo fatto di bei panorami fiorentini, con insistente riguardo per i lungarno; molte scene come l’incidente dell’infanzia sono prevedibili con alcuni minuti d’anticipo e tutto il film non presenta mai uno spunto autoriale mettendosi sulla scia di quel tipo di biopic (penso a La vie en rose della scorsa stagione) che preferisce insistere sul presunto cote’ umano (ma ribadisco che si tratta di un’asettica visione voyeristica) relegando in secondo la musica , che pure ha fatto in modo che questi personaggi superassero le loro miserie umane.
La pellicola punta su una buona recitazione che comunque ho trovato un po’ di maniera e senza sorprese: Kim Rossi Stuart ormai ci ha abituato alla sua maschera di giovane uomo nevrotico che rischia di sfociare nella pazzia e in questa prova aggiunge ben poco alla sua galleria di personaggi, e ancora una volta forma una bella coppia con Jasmine Trinca, Michele Placido offre un’interpetazione onesta, ma non certo memorabile Paola Cortellesi ha la stessa aria di addolorata comprensione dello sceneggiato sulla Montessori e Mariella Valentini ripropone il ruolo materno e preoccupato che vediamo giornalmente in Vivere: francamente un’occasione sprecata.

Recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

The Spiral

In brevissimo tempo Sky Arte si sta confermando un canale molto interessante anche per le serie televisive: dopo il grottesco Appunti di un giovane medico è la volta di una serie scandinava ad intrigarmi con i suoi colpi di scena ambientati nel mondo dell’arte.
The Spiral narra di un artista concettuale Arturo alla guida di una factory di giovani artisti con cui realizza delle performance al limite della legalità con l’intento di creare scalpore e attirare l’attenzione sulle contraddizioni del nostro tempo.


Thespiral

Il pilot si apre con la partecipazione di Arturo al party per festeggiare l’acquisto di un’opera d’arte costosissima da parte di un magnate che ha appena chiuso la sua azienda mandando a spasso centinaia di persone. Arturo fa piovere sugli invitati una pioggia di euri falsi ma per realizzarli ha usato una vecchia macchina della zecca nazionale che avrebbe dovuto esser demolita con l’ingresso dell’Euro. Per questo Arturo viene arrestato ma i suoi giovani accoliti portano avanti il suo progetto più importante: rubare sei opere da sei importanti musei in sei nazioni diverse e realizzare un’immensa caccia al tesoro sfruttando il sistema postale. Il senso dell’operazione è quello di attrarre l’attenzione sulle grandi corporazione che sfruttano il mercato dell’arte per riciclare denaro ed evitare il fisco.
Il piano riesce ma da iniziano anche a morire i personaggi coinvolti, a partire da Arturo, confinato in una camera d’ospedale piantonata dalla polizia..
Da questo punto il tema dell’arte passa in secondo piano e la serie si trasforma in un thriller più convenzionale ma comunque avvincente, con i ragazzi che cercano di capire chi è sulle loro tracce e i poliziotti dell’Europol sezione arte che devono portare a casa l’indagine anche per non vedersi tagliati i fondi.
A colpire non è tanto l’ambientazione fine a sè stessa nel mondo dell’arte ma l’ambito scelto quello dell’arte concettuale piuttosto ostica ai più e la perfetta aderenza al momento storico che stiamo vivendo dove l’arte stessa diventa vittima/strumento delle grandi corporazioni.
Forse la prima serie chiaramente incentrata sulla crisi globale, da vedere anche solo per quello.

Gli 80 anni di Lone Ranger

LoneRanger

Domani esce nelle sale The Lone Ranger, l’attesa ultima fatica di Johnny Depp che assieme al produttore Jerry Bruckheimer e al regista Gore Verbinski ritenta la formula vincente de I Pirati dei Caraibi dando nuova vitalità ad un’icona della cultura americana, nata in un programma radiofonico.

Il 30 gennaio 1933, infatti, dalle onde di Radio WXYZ di Detroit, Michigan iniziarono le trasmissioni delle avventure del Ranger Solitario destinate a un pubblico di bambini: il personaggio retto ed onesto era stato creato dal proprietario della stazione, George W. Trendle poi le storie vennero affidate al direttore del personale della stazione radio, James Jewell.
Jewell continuò a dirigere la serie radiofonica The Lone Ranger per tutto il 1938, quando ormai il programma aveva assunto i contorni di un fenomeno nazionale. Il suocero di Jewell era proprietario del Campo Kee-Mo-Sah-Bee a Mullet Lake, in Michigan, che divenne così l’ovvia ispirazione linguistica per il nome che Tonto diede al suo amico, il Ranger solitario (Tonto fu inserito in undici episodi della serie). Si pensa che il nome del campo derivi da una parola Ojibwe, “giimoozaabi,” tradotto come “esploratore fidato” o persino “chi sceglie un percorso diverso dal normale”. Anche il nome Tonto potrebbe derivare da un’altra parola Ojibwe, “N’da’aanh-too” (pronunciato “Nda-n-to”) che significa “selvaggio” o “cambiare”.
Jewell suggerì anche la “Ouverture del Guglielmo Tell” di Gioachino Rossini come tema musicale del programma.
Ci furono 2.956 episodi radiofonici del programma che terminò il 3 settembre 1954.
Dal 1949 The Lone Ranger fu anche una serie televisiva trasmessa dalla ABC con Clayton Moore nei panni del Ranger solitario e Jay Silverheels nel ruolo di Tonto. Il programma divenne un fenomeno internazionale e continuò fino al 1957.

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La città ideale

Lacittàideale Michele Grassadonia è un ecologista radicale che cerca di vivere senza consumare acqua ed energia elettrica, ovviamente men che meno usa l’automobile, almeno fino ad una sera di pioggia , quando per fare un favore al suo capo, accompagna la di lui amante a una festa. Mentre sta raggiungendo la donna Michele urta qualcosa ma sulla strada non c’è nulla, dopo qualche chilometro soccorre un ferito e, date le precedenti ammaccature, la polizia lo crede colpevole dell’incidente che si rivela mortale..

L’esordio dietro la macchina da presa di Luigi Lo Cascio è una vicenda cupa, dalle sfumature kafkiane dove un uomo innocente ma dalle abitudini poco ortodosse finisce vittima del meccanismo giudiziario, un’entita mastodontica e nebulosa per natura, figuriamoci se poi si tratta del sistema giudiziario italiano, lacunoso e cavilloso all’ennesima potenza.
La bellissima Siena, la città ideale del titolo perché mantiene ancora una dimensione “a passo d‘uomo” diventa sempre più cupa col progredire della storia in cui si trova invischiato il protagonista, costretto a una discesa negli inferi degli azzeccagarbugli, dal primo avvocato d’ufficio che gli consiglia il silenzio mentre Michele vuole confrontarsi apertamente con la legge per chiarire la propria posizione, al più famoso avvocato senese che si prende cura del suo caso solo dopo la morte della vittima dell’incidente per finire con l’avvocato siciliano Scalici, invischiato con la mafia a cui si rivolse anche il padre di Michele scomparso da tempo ma che ha lasciato in eredità alla moglie e al figlio un debito con gli strozzini.
Michele, da solo (o meglio, con l’aiuto del Guidoriccio da Fogliano), trova anche la possibilità di dimostrare la sua innocenza, tutto starà all’abilità degli avvocati, ma come gli chiede Scalici nei meandri del Palazzo di Giustizia palermitano (il famigerato palazzo dei veleni di Falcone): valeva la pena di prestare soccorso?
Finale aperto ma amaro con un protagonista forse troppo ligio e fiducioso nel seguire le regole che esce disilluso (vittorioso a questo punto, che importa?) dal suo confronto con la Legge.
Un film molto interessante, pur se con qualche incertezza che si avvale di un cast strepitoso soprattutto nelle prove di Lo Cascio e di un Burruano in grado di incutere terrore con la sua untuosa bonomia.