Cosetta

It
USA,1927 Paramount Pictures
Clara Bow, Antonio Moreno, William Austin, Priscilla Bonner, Jacqueline Gadsden, Julia Swayne Gordon, Elinor Glyn
regia di Clarence G. Badger

Betty Lou commessa di un grande magazzino s’innamora a prima vista di Cyrus Waltham Jr., il serioso erede appena subentrato al padre alla guida dell’azienda. Pur di farsi notare Betty Lou accetta la corte di Monty, amico svagato di Cyrus e finalmente la commessa riesce a conquistare il rampollo. Intanto le dame della carità vogliono portare in orfanotrofio il figlioletto della coinquilina di Betty Lou rimasta senza lavoro per le conseguenze del parto. Betty Lou interviene e spaccia per suo il bambino dichiarando che può mantenerlo grazie al suo lavoro. La notizia finisce sul giornale e arriva a Cyrus che inizia a prendere le distanze dalla presunta ragazza madre. Quando Betty Lou scopre che Cyrus è a conoscenza della sua millantata maternità decide di vendicarsi ma l’amore trionfa.

Fuorviante titolo italiano che sembra far riferimento al personaggio de I Miserabili con cui la protagonista del film ha in comune giusto l’estrazione sociale ma ha tutt’altro temperamento.

Del resto l’it del titolo è quel certo non so che che rende una persona magnetica e intrigante per citare gli Afterhours, non per nulla oggi lo chiamiamo X factor.

Si tratta di una commedia sentimentale che si fa ricordare per la verve della protagonista, Clara Bow in grado di bucare lo schermo ancora oggi. It è il film che lancia la sua carriera e la trasforma nell’epitome dell’età del jazz.

clara bow
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Il film pochi giorni fa ha aperto la rassegna su cinema e moda che il Mic di Milano ha organizzato in concomitanza della Milano Fashion Week e effettivamente la protagonista si distingue anche nell’abbigliamento.

I costumi sono di Travis Banton ed è da sottolineare la sfacciataggine con cui Betty Lou sistema il suo abituccio nero per trasformarlo in una mise da sera adatta al Ritz, ovviamente il maître scafato riconosce subito la ragazza povera portata a cena dal riccone e propone un tavolo laterale ma la scenetta ironica di trasforma in un segno della moda emergente quando Betty Lou è accanto ad Adéla, la fidanzata di Cyrus il cui elegantissimo abito lungo appare improvvisamente datato accanto al modello corto e scollato di Clara Bow.

Il termine it girl nasce proprio da questo film che vanta anche altri primati: dovrebbe essere uno dei primi film in cui si usa lo zoom in avanti (scena al Ritz quando Betty Lou rifiuta il tavolo laterale e ne sceglie uno accanto a quello in cui cena Cyrus e lo zoom diventa la soggettiva di Betty la cui attenzione è tutta rivolta all’oggetto del suo desiderio).

It è un chiaro caso di product placement antelitteram. L’opera è tratta da un racconto della scrittrice Elinor Glyn anche produttrice della pellicola e che appare nel ruolo di sé stessa intenta a spiegare a Cyrus e alle sue commensali che cosa sia l’it, argomento del momento grazie al successo del suo racconto pubblicizzato anche su Cosmopolitan di cui viene inquadrata la copertina prima di passare all’articolo che intriga Monty e introduce il personaggio di Betty Lou.

Il giornalista che assiste alla scena in cui le dame di carità vogliono portar via il bambino è un debuttante Gary Cooper mentre paiono definitivamente smentite le voci che volevano alcune scene del film dirette da Josef von Sternberg non accreditato

The palace

2023
con Oliver Masucci, Fanny Ardant, John Cleese, Mickey Rourke, Bronwyn James, Joaquim de Almeida, Luisiana Kornuta Steffen, Danny Exnar, Sydne Rome, Aleksandr Petrov, Beatrice Frey, Luca Barbareschi, Milan Peschel, Fortunato Cerlino, Teco Celio
regia di Roman Polanski

31 dicembre 1999: al Palace Hotel di Gstaad, in Svizzera, i preparativi fervono per il veglione più atteso che sancirà il passaggio al nuovo secolo con l’incognita del millennium bug. Fin dall’alba il direttore Hansueli e il suo staff si prepara per esaudire le richieste della clientela, ricca, viziata e viziosa 

The palace è un film bizzarro, non perfettamente riuscito ma è un’opera che a modo suo rilegge questo primo ventennio del XXI secolo mettendo alla berlina un’élite economica e politica che non ha più vergogna di mescolarsi con i parvenu né tanto meno con chi i soldi li fa illegalmente.


Un mosaico di storie che riprende il genere alberghiero in voga nel cinema classico, come non pensare a Grand Hotel del ’32?
Polanski cita anche se stesso: un cerotto che richiama quello di Jack Nicholson in Chinatown, Sidne Rome da star di Che? ad epitome della vecchia succube della chirurgia estetica.

Il film ha fatto particolarmente discutere per la volgarità che però a me pare ampiamente sdoganata dai tempi.


Con un linguaggio cinematografico tipicamente novecentesco Polanski satireggia sulla situazione politica attuale non è un caso che film esca l’anno dopo l’invasione dell’Ucraina e in televisione si dia spazio alla salita al potere di Putin, evento che sconvolge alcune dinamiche di quello stesso veglione

Black rabbit

miniserie tv USA, 2025, Netflix
con Jude Law, Jason Bateman, Forrest Weber, Cleopatra Coleman, Sope Dirisu, Amaka Okafor, Troy Kotsur, Robin de Jesús, Chris Coy

Jake gestisce un locale di successo a New York, il Black rabbit, e potrebbe trasformarlo in un franchising riaprendo un ristorante di fama dentro al Four Season ma l’improvviso ritorno del fratello Vince, perenne scapestrato, manda all’aria tutti i piani…

Scomodo le parole del maestro Orson Welles che sosteneva che il lieto fine di un film dipende dal punto in cui chiudi la storia per questa mini serie molto intrigante che per buona parte degli episodi riesce a rinverdire i fasti del noir metropolitano affastellando un crescendo di situazioni sempre più complicate da cui i fratelli Friedkin escono regolarmente per il rotto della cuffia infilandosi sempre più nella tana del coniglio… nero di malavita e illegalità, non sempre gli snodi della trama sono solidi ma il tutto è avvincente almeno fino all’ultimo episodio.

Penso che la storia si sarebbe dovuta concludere con il suicidio di Vince
Vince è un raro caso di homme fatale, che distrugge tutto quello che tocca ed è interessante non farlo agire a livello sentimentale ma vederlo in azione nell’ambito familiare indagando un rapporto di fratellanza segnato da una infanzia difficile.


Mi sarei risparmiata i minuti finali di Jake rappacificato col mondo solo perché ha deciso di rallentare e gestire un bar. Questa teoria che il piano B meno frenetico sia la soluzione dei mali del mondoha un po’ stufato: il nostro protagonista ha morti, frodi e quant’altro sulla coscienza e basta servire caffè con calma per tornare ad essere felici? Grazie a dio c’è ancora in giro il vecchio Clint a ridare senso morale alla giustizia più imperfetta con Giurato n2

Giurato numero 2

Juror #2
USA 2024 Warner Bros /Malpaso
con Nicholas Hoult, Toni Collette,
Leslie Bibb, J.K. Simmons, Zoey Deutch, Kiefer Sutherland, Gabriel Basso, Chris Messina, Amy Aquino, Cedric Yarbrough, Drew Scheid, Adrienne C. Moore, Hedy Nasser, Jason Coviello, Francesca Eastwood
regia di Clint Eastwood

Justin Kemp, ex alcolista sposato con una figlia in arrivo, viene selezionato come membro di una giuria in un processo di omicidio. Durante la presentazione del caso scopre che il cervo che credeva di aver investito l’anno precedente era in realtà la ragazza vittima dell’omicidio in giudizio. Justin cerca di spingere gli altri giurati ad avere un ragionevole dubbio per assolvere l’imputato ma deve anche fare in modo che le indagini non si riaprano per non finire in galera; Justin fa quindi in modo che il giurato ex poliziotto che ha indagato per conto suo venga espulso dalla giuria ma le parole dell’ex detective spingono l’avvocata della pubblica accusa  Faith Killebrew ad approfondire le indagini…

Il film di Clint Eastwood è un apologo sulla giustizia che parla ai nostri tempi ma si trasforma anche in una lezione universale.

La critica ai tempi attuali è nelle battute sulla mancanza di fondi, sulla scarsa attenzione che poliziotti e giurati prestano alle prove lasciandosi condizionare dai preconcetti e dalla fretta di tornare alle proprie vite e raggiunge il suo culmine quando l’inizio del dibattimento tra i giurati replica quasi fedelmente il film di Sidney Lumet, La parola ai giurati: che differenza tra il giurato numero 8 del film del ’57 che agiva solo per amore di giustizia e il giurato numero 2 che vuole far scarcerare l’accusato per sgravarsi la coscienza salvo scoprire che se James Sythe sarà dichiarato innocente le indagini verranno riaperte e potrebbero risalire a lui: il suo passato da ex alcolista che ha già avuto incidenti stradali lo porterebbe dritto all’ergastolo.

Il caso immaginato da Eastwood è emblematico: tutti sono parzialmente responsabili dell’incidente occorso a  Kendall Carter, la stessa donna che s’incammina ubriaca per una strada buia in una notte piovosa, il fidanzato che l’abbandona su quella strada pericolosa dove viene investita del tutto involontariamente da Justin che si era fermato nel locale sul punto di cedere all’alcol pur riuscendo a resistere: un destino beffardo degno di un noir anni ’40.
Più si dipana la vicenda più si giustifica Justin: partendo da un incipit improbabile -scoprire di essere il colpevole dell’omicidio che si sta dibattendo in aula- Eastwood realizza un’opera avvincente che porta lo spettatore ad interrogarsi sul significato di giustizia, sulle sfumature delle verità che stiamo perdendo in un mondo che impone sempre di schierarsi senza avere nessun dubbio.

Il film gioca metacinematograficamente su due piani: se a tratti è una sorta di remake de La parola ai giurati, dall’altra ripropone la coppia che tutti abbiamo amato in About a boy dove Nicholas Hoult era Marcus, il ragazzino che doveva gestire la madre aspirante suicida Toni Collette: ritrovarli oggi a guardarsi disperatamente negli occhi in un tremendo finale aperto, è toccante.

Il regista non nasconde l’intento di realizzare una parabola sulla giustizia, lo fa con i nomi dei protagonisti, in particolare con quello dell’avvocata che vuole entrare in politica e gioca tutta la campagna sul suo nome, Faith, ma a prevalere sarà la fede nella giustizia.
Poi i dettagli sugli attributi della rappresentazione della Giustizia: la bilancia che trema pendendo da una parte all’altra nei dialoghi che rivelano la verità e soprattutto il titolo sul suo volto bendato della Giustizia che passa al viso bendato di Ally, la moglie di Kemp a cui il marito sta facendo una sorpresa. Eastwood sembra aver studiato bene il significato inizialmente nefasto della benda che rimanda a quella della Fortuna, perché siamo tutti nelle mani del fato.

Il coltello di ghiaccio

Italia 1972
con Carroll Baker, Alan Scott, Evelyn Stewart, Eduardo Fajardo, Franco Fantasia, George Rigaud, Mario Pardo, Lorenzo Robledo, Dada Gallotti, Silvia Monelli, Rosa Marìa Rodriguez, Consalvo Dell’Arti
regia di Umberto Lenzi

Martha Caldwell è rimasta muta dopo aver visto i genitori morire in un incidente ferroviario, la ragazza sembra in fase di superare lo shock tanto da trovare il coraggio di andare in stazione ad accogliere la cugina, famosa cantate. Jenny però viene ritrovata morta dopo pochi giorni, la polizia sospetta una serie di omicidi satanisti dato che un’altra ragazza era stata ritrovata morta vicino alla villa dei Caldwell ma una serie di altre vittime legate a Martha, la governante e una ragazzina che trascorreva molto tempo con lei porteranno a una sconcertante verità.

Attenzione spoiler

È celebre la stroncatura del Mereghetti che definisce disonesto il finale; quello che c’è di davvero disonesto è chiamare il presunto satanista Manson, tre anni dopo la strage di Cielo Drive; altrettanto inutile la ripresa (ai fini della storia) della corrida che bisogna sorbirsi per tutti i titoli di testa, pare imposta dalla coproduzione spagnola.

Ammetto di essere caduta come una polla nel giochetto ben orchestrato da Lenzi che fa di tutto per portare lo spettatore da un’altra parte anche se i flash back che tormentano Martha da quando Jenny le ha portato una registrazione di quando era ancora in grado di parlare avrebbero dovuto insospettirmi ma vengo da tre mesi estivi di sovradosaggio di serie crime sovrapponibili e mi sono proprio divertita nel credere a tutte le espressioni truci del maggiordomo, le presenze inopportune del medico, lo zio a un passo dal tirare le cuoia che esce tranquillamente dall’ospedale per tornare a casa.

E soprattutto mi sono lasciata ingannare dalle reminiscenze de La scala a chiocciola dove la protagonista, anche lei muta per un trauma si trova a dover sfuggire a un serial killer: all’ultima collaborazione con Lenzi, Carroll Baker regala una valida interpretazione di un’adorabile ragazza resa muta da un’immane tragedia guadagnando la simpatia del pubblico per la forza d’animo con cui affronta il suo destino.

L’ispirazione al capolavoro di Siodmack porta a un risultato speculare: Dorothy McGuire ritrova la voce quando il killer che l’inseguiva viene ucciso e lei esce dall’incubo, nel film di Lenzi Martha ritrova la voce quando cade nell’incubo dovendo affrontare la sua colpevolezza.