Io e Annie

Annie Hall
USA 1977
con Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Carol Kane, Paul Simon, Shelley Duvall, Janet Margolin, Christopher Walken, Colleen Dewhurst
regia di Woody Allen

Alvy Singer riflette sulla sua storia d’amore con Annie: comico nevrotico di origini ebraiche lui, svagata ed insicura wasp lei, le loro strade si dividono quando Annie preferisce vivere a Los Angeles per inseguire il sogno di diventare cantante, percorso inizialmente appoggiato da Alvy che però non sa rinunciare a New York.

La rivoluzione del free cinema colpisce anche la commedia romantica che Woody Allen trasforma in un flusso di coscienza aprendo il film guardando direttamente in macchina.

Il film avrebbe dovuto essere più articolato, una lunga riflessione sulla vita secondo Alvy ma grazie ad un’attenta revisione di sceneggiatura si concentra sul racconto anticonvenzionale di una storia di amore. 

Tra flash back e divagazioni sulle relazioni precedenti dei protagonisti Allen mette a nudo le nevrosi di coppia: il desiderio sessuale calante, le aspirazioni che portano in luoghi diversi.

Dalla pellicola emerge anche tutto l’amore di Allen per New York espresso come antinomia a Los Angeles, mostrata nello stridente rapporto tra musiche natalizie e clima torrido.

Nonostante le smentite del regista, il film viene comunemente letto come una sorta di resoconto autobiografico della reale relazione tra Woody Allen e Diane Keaton: il titolo originale dell’opera è Annie Hall, cioè il vero cognome dell’attrice e pare che gran parte del look iconico della Keaton, che ha segnato un’epoca sia stato creato con i suoi abiti personali.

Io e Annie è uno di quei film che travalica il gusto personale, che piaccia o meno è innegabile la sua forza dirompente nella rottura degli schemi prefissati del genere romantico.

Innegabile che certe idiosincrasie del nostro Nanni Moretti abbiano spunto da questa pellicola, in particolare tutto il segmento relativo al cinema dal rifiuto ad entrare a proiezione iniziata al fastidio per i vaniloqui del cinefilo vociante.

Anime in delirio

Possessed
USA 1947 Warner Bros
con Joan Crawford, Van Helfin, Raymond Massey, Geraldine Brooks, Moroni Olsen, John Ridgely, Stanley Ridges
regia di Curtis Bernhardt



ANIME IN DELIRIO


A Los Angeles una donna in evidente stato confusionale vaga per le strade, internata in un reparto psichiatrico ricostruisce la sua storia: si tratta di Louise Howell infermiera privata di un magnate del petrolio innamorata di un ingegnere David Sutton, che però la lascia quando vede che per Louise la relazione è troppo seria. Alla morte della moglie, Mr. Graham chiede a Louise di sposarlo e la donna accetta nonostante non lo ami. Il matrimonio sarebbe piuttosto sereno se non fosse che David è un impiegato di Graham e ogni incontro destabilizza Louise che non è mai riuscita a dimenticarlo. Quando Sutton è in procinto di sposare Carol, la primogenta di Graham, Louise lo uccide.



POSSESSED


Ottima commistione tra melò e noir che valse a Joan Crawford una seconda nomination agli Oscar dopo quello vinto l’anno precedente per Il Romanzo di Mildred.
Di certo i film a fondo psichiatrico sono stati un ottimo traino per lo sviluppo delle cure psichiatriche nel ceto medio alto americano: dopo aver confessato l’omicidio dell’amato, Louise giace come la Bella Addormentata mentre lo psichiatra che l’ha presa in cura giustifica il suo gesto con un pistolotto sulle malattie mentali che hanno ottime speranze di esser curate e prevede le buone probabilità che il delitto le venga condonato per l’incapacità d’intendere e di volere.



Anime indelirio


E’ molto interessante la prima parte del film dove la moglie di Graham, che non viene mai mostrata, sviluppa una gelosia patologica verso il marito che le fa pensare che abbia una relazione con la sua infermiera, anche Louise, lasciata per noia dal cinico David, sviluppa la stessa gelosia furiosa per giustificare l’abbandono: siamo ancora all’inizio della pellicola e questa sottile similitudine tra le due donne anticipa il destino infausto di Louise che cadrà nel delirio convincendosi anche di aver ucciso la prima signora Graham e immaginando di uccidere Carol, la figliastra corteggiata da David.
Il cambio di passo nel film avviene proprio con il litigio e la caduta dalle scale di Carol: se fino a quel momento lo spettatore ha vissuto le confessioni di Louise allo psichiatra come un dramma amoroso, un melodramma appunto, quando assiste al vero rientro di Carol senza bacio con David, capisce lo slittamento verso la malattia mentale, la schizofrenia in cui è caduta Louise per colpa del suo amore malato per David Sutton.



Animeindelirio


Ovviamente il personaggio di Sutton doveva essere odioso per permettere allo spettatore di identificarsi con Louise e accettare che l’omicidio le venisse scontato in vista del complesso percorso di riabilitazione, ma quella di David è risultata un’insolita caratterizzazione maschile, definita giustamente homme fatale: come il corrispettivo femminile è pericoloso e indifferente al destino delle vittime della sua seduzione, nasconde il suo cinismo dietro la più assoluta sincerità: il disinteresse per il matrimonio parlando con Louise, l’interesse per il patrimonio riferendosi a Carol.

Le sette probabilità

Seven Chances
USA 1925
con Buster Keaton, Snitz Edwards, Ray Barnes, Ruth Dwyer, Frances Raymond, Erwin Connell, Jules Cowles
regia di Buster Keaton



Le7probabilità


La società di Jimmy Shannon e del suo socio Billy sta per fallire quando Jimmy riceve una grossa eredità che potrà riscattare solo se sarà sposato alle sette di sera del giorno del suo compleanno che è quello in cui l’avvocato gli ha notificato il testamento. E’ l’occasione per fare quello che non ha mai avuto coraggio di fare: chiedere la mano di Mary, ma nel suo imbarazzo Jimmy rovina la proposta e Mary rifiuta il matrimonio ma quando capisce che le intenzioni del fidanzato sono dettate dal sentimento, la ragazza invia il suo servitore da Jimmy per accettare il matrimonio. Intanto il socio e l’avvocato convincono Jimmy a sposarsi in ogni caso per ottenere l’eredità ma nessuna delle donne conosciute accetta la proposta. Così Billy arriva a pubblicare un annuncio sul giornale e le spose si presentano in chiesa a frotte. A Jimmy non resta che la fuga inseguito dalle sue innumerevoli nubende mentre Mary lo aspetta a casa per celebrare la sospirata cerimonia, se Jimmy arriverà in tempo…



7chances


Riscoperto solo negli anni ’70 il film non è perfetto, la prima parte, quella più legata all’opera teatrale a cui è ispirata, è abbastanza anonima la comicità surreale e rocambolesca del comico esplode nella seconda parte quando il nugolo di spose rincorre infuriato il povero Jimmy, richiamando il mito di Orfeo fatto a pezzi dalle Baccanti: le spose travolgono l’intera città terrorizzando tutti gli uomini, anche un intero drappello di poliziotti tra cui si era nascosto Jimmy.
La furia femminile viene rappresentata fisicamente dalla valanga di sassi che rincorre Jimmy e che alla fine il nostro eroe dovrà dribblare per sfuggire alla massa di spose che solo la furia della natura potrà sconfiggere. Certamente c’è una vena misogina ma Buster Keaton mette in scena anche l’infelice matrimonio con l’attrice Natalie Talmadge, una delle cause della fine prematura della sua carriera.



Le sette probabilità


La fuga precipitosa diventa anche una prova ginnica non indifferente: girata en plein air e non in studio, dove tra capitomboli, ruzzoloni e scatti fulminei Keaton attraversa tutti i dintorni di Los Angeles, dagli spazi metropolitani alle colline scoscese.
Il comico è anche regista del film e anche nella prima parte regala alcune raffinatezze: la gag del cane che cresce mentre Jimmy non si decide a dichiararsi a Mary è un classico, ma il cambio di fondale quando Keaton sale in macchina senza far spostare la vettura è una trovata usata solo da Buster Keaton.

Betty Love

BettyloveNurse Betty
USA 2000
con Renée Zellweger, Morgan Freeman, Chris Rock, Aaron Eckhart, Pruitt Taylor Vince, Tia Texada, Allison Janney, Crispin Glover, Elizabeth Mitchell
regia di Neil LaBute

Betty Sizemore è un’adorabile cameriera del Kansas con ambizioni da infermiera frustrate da un marito particolarmente zotico. Betty sublima l’infelicità della sua esistenza con la soap opera A reason to love al punto che quando assiste all’omicidio del marito per questioni di droga rimuove l’accaduto convincendosi che il dottor Ravell, protagonista della telenovela sia il suo ex fidanzato e decide di tornare da lui. Mentre i due killer che le hanno ucciso il marito la cercano per tapparle la bocca, a Los Angeles Betty riesce a farsi assumere come infermiera e va a vivere con Rosa, sorella di un malato che ha salvato grazie alle tecniche apprese dalla soap, quando la coinquilina capisce l’ossessione di Betty decide di farle incontrare l’attore che interpreta il personaggio per cui ha una cotta ma la dolce follia di Betty incanta anche i produttori della serie che finiscono per darle una parte nella soap..




Betty love


Road movie, commedia romantica e commedia nera: diversi generi si mescolano nell’ottimo film di Neil LaBute  che mette in risalto le capacità attoriali di Renée Zellweger, purtroppo la pellicola è passata (quasi) inosservata per il successo planetario di Bridget Jones uscito poco dopo.
Una commedia apparentemente leggera, o almeno più leggera dei precedenti lavori di LaBute, ma non per questo meno graffiante: la denuncia del mezzo televisivo che dispensa una consolante melassa che ipnotizza a tutte le latitudini: nel finale Betty è a Roma e il cameriere che la serve non la riconosce, troppo preso a guardarla recitare sul piccolo schermo.




Betty love


Se il pubblico preferisce dimenticare i propri guai svagandosi con la tv e Betty rimuove lo shock dell’omicidio rifugiandosi nel mondo del suo amato dottor Ravell, LaBute ci mostra anche chi sta dietro la produzione di questa droga televisiva: attori e produttori disposti a tutto pur di mantenere il potere e il successo creato dalla soap; George McCord, l’attore che da vita al dottor Ravell e i produttori della serie sono talmente presi da loro stessi da non accorgersi dell’alterazione mentale di Betty, pensano che sia una brava attrice che abbia trovato un modo originale per farsi notare.
Del resto la follia di Betty è così convincente che anche per Rosa è difficile accorgersi che la coinquilina non sta cercando un uomo in carne e ossa ma è arrivata a Los Angeles sulle tracce di un personaggio di fantasia.
Fantasticare sugli altri è molto facile: anche Charlie, l’anziano killer all’inseguimento della donna e della partita di droga rubata che Betty ha portato con sè senza saperlo, durante il viaggio si crea un’idea della fuggitiva che corrisponde alle sue fantasie finendo per innamorarsi di lei perdendo così di vista la realtà, errore che pagherà molto caro.




Nurse betty


L’alienazione, la perdita di contatto con la realtà sono temi portanti del film quasi profetici di questo presente in cui la nostra attenzione è tutta rivolta a un piccolo schermo piuttosto che a ciò che ci circonda.

La La Land

Lalaland

Mia, aspirante attrice che si mantiene lavorando in una caffetteria all’interno degli Studios, inizia ad incontrare, all’inizio in maniera poco piacevole, Sebastian, un musicista squattrinato con la fissa del jazz. Raccontandosi sogni e progetti Mia e Sebastian s’innamorano ma la prosaicità della vita quotidiana mette alle corde il loro sentimento e realizzare le proprie ambizioni forse vuol dire mettere da parte l’amore..

Confesso di essere entrata in sala con molti pregiudizi verso un film troppo osannato per non temere di restare delusa e invece sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla gradevolezza della storia dolce amara e soprattutto dalla capacità con cui Damien Chazelle sa far rivivere le atmosfere della grande stagione del musical e non mi riferisco tanto alle citazioni più o meno evidenti che sono stati sviscerate ovunque da mesi, a colpirmi è stata l’accuratezza di certi particolari, l’uso del colore ma soprattutto l’anno di produzione del film scritto in numeri romani sotto il titolo: per una che si è rovinata la vista nel cercare di decifrare col fermo immagine certe date davvero minuscole nel corso degli anni, è stato quasi commovente ritrovarsi questo dettaglio sul grande schermo per un film del 2016!
Oltre che un omaggio ad un genere cinematografico, il film è anche un omaggio alla città di Los Angeles la City of stars della canzone principale, candidata agli Oscar e già vincitrice di un Golden Globe. Un atto d’amore così viscerale da rischiare di mettere in crisi la cosiddetta ”sospensione dell’incredulità”: davvero Mia se ne può tornare a piedi da una festa in collina, senza che le accada nulla? Davvero si può amoreggiare su all’Osservatorio senza che si materializzi un delinquente quando si sa che ogni angolo di L.A. è buono per ritrovare un cadavere? Ripeto l’omaggio è talmente sentito che ti dimentichi anche del lato oscuro di Los Angeles e ti lasci trasportare dalla storia di Mia e Sebastian.
Divisa in quattro capitoli che seguono il corso delle stagioni la vicenda mi ha ricordato il nostro Dieci inverni, un altro film d’amore che regala la stessa fascinazione dell’amore “semplice” di La La Land.
Una semplicità apparente perché il mancato lieto fine (scelta giusta, scelta sbagliata o addirittura scelta maliziosa che lascia lo spiraglio per un sequel?) richiama ancora una volta un classico hollywoodiano dai molti remake (il prossimo pare nel 2018) il musical del 1954 che non si trova nell’elenco delle citazioni, E’ nata una stella che nella sua prima versione drammatica del 1932 aveva un titolo che racchiude bene il film di Chazelle: A che prezzo Hollywood?

La donna del destino

Ladonnadeldestino

Designing Woman
Usa 1957 MGM
con Lauren Bacall, Gregory Peck, Dolores Gray, Mickey Shaughnessy
regia di Vincente Minnelli

In trasferta a Los Angeles, il cronista sportivo Mike Hagen conosce una bella ragazza, Marilla Brown, anche lei new yorkese e nel giro di una settimana i due si sposano; una volta tornati nella metropoli, Mike scoprirà che la moglie è una ricca e raffinata figurinista mentre Marilla sospetta che la tresca del marito con la precedente fidanzata non sia mai finita. Tra gelosie e ripicche, l’amore trionfa solo quando Marilla viene rapita dai malavitosi che gestiscono gli incontri combinati di boxe, su cui sta indagando Mike.

Commedia sofisticata sulle incomprensioni amorose della passione nata all’improvviso che deve fare i conti con due realtà all’apparenza inconciliabili: se per Mike, che si è sempre creduto un buon partito, è dura accettare che la moglie sia molto più ricca di lui, Marilla deve fare i conti con la gelosia per la ex del marito, Lori Shannon, una showgirl tutta curve che Mike liquida goffamente appena tornato a New York ma che rientra nelle loro vite essendo scelta come protagonista dello spettacolo di cui Marilla è costumista.

Designingwoman

La rivalità si allarga ai gruppi di amici: modaioli e festaioli quelli di Marilla, rudi giocatori di poker i colleghi di Mike. Se Mike è annoiato dai pettegolezzi sugli abiti, dal canto suo Marilla inorridisce alla vista del sangue durante gli incontri di boxe e teme il pugile suonato Maxie Stulz che diventerà la guardia del corpo di Mike quando il giornalista sarà costretto a nascondersi per portare a termine la sua inchiesta.
Al personaggio di Stulz sono riservate le scene più divertenti ma anche i due protagonisti si rivelano ottimi interpreti della commedia, in particolar modo Lauren Bacall (che soffiò il ruolo a Grace Kelly) che sgrana i meravigliosi occhi azzurri che un decennio prima teneva abbassati per guardare da sotto in su nei noir di cui era protagonista assieme a Bogart, tra l’altro La donna del destino fu girato negli ultimi mesi di vita dell’attore.

Marilla&maxie

Il materiale per mettere in scena con gustosi siparietti la guerra dei sessi, tanto cara alla commedia americana, abbonda e Minnelli riesce ad infilare sequenze di balletti anche se il film non è un musical, un po’ raccontando il dietro le quinte dello spettacolo ma soprattutto facendo risolvere la scazzottata finale a colpi di danza dal ballerino sulla cui virilità Mike aveva espresso dei dubbi.
Molto interessante la sequenza del risveglio di Mike con la sbornia dopo il party in cui conosce Marilla: tutti i suoni sono amplificati e rimbombanti ma soprattutto quando Marilla invita Mike ad ammirare la bella giornata, l’inquadratura del cielo azzurro e il paesaggio verde si trasforma in una versione acida con il cielo rosa shocking in accordo con lo stile della nascente pop art.

Robert Walker

Robertwalker

Il 28 agosto 1951 moriva a soli 32 anni Robert Walker promettente star hollywoodiana la cui vita è stata distrutta, come ebbe modo di dire lui stesso dall’ossessione di Selznick per la moglie.
Robert Hudson Walker nasce il 13 ottobre 1918 a Salt Lake City, ultimo di quattro figli; il carattere sensibile del ragazzo rivela le sue debolezze quando i genitori si separano. L’attività recitativa sembra far bene alla sua indole e il giovane Walker rivela un certo talento tanto da esser mandato a studiare all’American Academy of Dramatic Arts di New York.
A scuola il ragazzo s’innamora quasi subito di una campagna di corso, Phylis Lee Isley, e i due convolano a giuste nozze nel 1939, un anno dopo il loro primo incontro.
Il viaggio di nozze è a Los Angeles in cerca di scritture ma non succede nulla di rilevante e la coppia torna a New York dove si mantengono recitando alla radio e in teatro intanto hanno due figli, Robert Walker Junior e Michael Walker che avranno anch’essi un futuro recitativo.
La nascita dei due figli non impedisce a Philys di proseguire con le audizioni e viene notata da David. O.Selznick che decide di farne una star con il nome di Jennifer Jones.
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Selznick dimostra interesse anche per la carriera del marito e lo fa assumere alla MGM: mentre nel 1943 Jennifer Jones vince l’oscar per Bernadette, Robert Walker si fa notare come uno dei soldati destinati al sacrificio nel film bellico Bataan di Tay Garnett. Il ruolo del soldato, visto anche il periodo storico, sarà tipico dei primi anni di carriera di Walker, lo ritroviamo ad esempio, in Missione segreta di Mervyn LeRoy girato nel 1944.
Dello stesso anno è anche Da quando te ne andasti dramma sentimentale sulle vicende di una famiglia il cui padre è al fronte, Jennifer Jones è Jane Deborah Hilton, figlia della signora Hilton (Claudette Colbert) che s’innamora di un giovane soldato prossimo alla partenza per la guerra interpretato da Robert Walker. I due erano ancora sposati anche se la relazione con Selznick ormai era cosa nota, creando a Walker un disagio che lo porta all’alcolismo.
Il ruolo del caporale Bill Smollett però è apprezzato dalla critica e l’anno successivo l’attore lavora con Judy Garland, che lo avrebbe voluto anche per Incontriamoci a Saint Louis; insieme girano l’adorabile pellicola L’ora di New York, storia di un incontro fortuito tra una ragazza e un militare in licenza che decidono di sposarsi nel giro di ventiquattro ore. Diretto dal marito della Garland, Vincente Minnelli, il film fu il primo ruolo senza cantato per la giovane diva che doveva la sua fama alla voce angelica.

Loradinewyork

La carriera di Walker procede senza grossi successi anche se in produzioni interessanti come Il Mare d’Erba, seconda regia di Elia Kazan che ha per protagonisti al coppia Tracy/Hepburn. Sempre del 1947 e ancora con Katharine Hepburn è Canto d’Amore, il convenzionale biopic diretto da Clarence Brown sull’amore tra Clara Wieck e Robert Schumann; Robert Walker veste i panni dell’amico Johannes Brahms.
Nel 1948 è Eddie Hatch, il timido vetrinista che si innamora di una statua di Venere che prende vita, interpretata da una smagliante Ava Gardner, nel musical fantasy Il Bacio di Venere diretto da  William A. Seiter (e Gregory La Cava non accreditato).

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Ancora segnato dalla fine della relazione con Jennifer Jones, dopo una relazione sul set con la Gardner, l’attore sposa impulsivamente Barbara Ford, figlia del celebre regista ma il matrimonio naufraga dopo alcuni mesi e Walker, per non perdere il contratto con la MGM accetta di farsi disintossicare in una clinica.
La carriera procede senza pellicole significative fino al 1951 quando Hitchcock sceglie Robert Walker per il ruolo di Bruno Anthony ne L’Altro Uomo (Delitto per delitto). Bruno Anthony è il losco personaggio che, durante un incontro in treno, propone al tennista Guy Haines uno scambio di delitti per avere entrambi un solido alibi e non essere incriminati.

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La prima del film si tiene il 30 giugno 1951 e il film ha buone recensioni, Walker intanto lavora a un nuovo progetto, L’amore più grande di Leo McCarey: ma la sera del 28 agosto l’attore muore per un mix di farmaci e alcol: trovandolo in uno stato d’alterazione, la cameriera aveva chiamato il medico che lo aveva sedato causando l’overdose che uccide Robert Walker.
Il film in lavorazione viene modificato per poter essere terminato e vennero utilizzatati alcuni materiali de L’altro Uomo.

The nice guys

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Los Angeles 1977: il picchiatore Jackson Healy e il detective Holland March, si incontrano in maniera non proprio amichevole: su commissione Healy spacca un braccio a March per convincerlo ad abbandonare un caso che sta seguendo. Ben presto però i due si ritrovano a collaborare per ritrovare Amelia, l’unica sopravvissuta del cast di un film porno che scotta: il sesso è solo una copertura per svelare i raggiri sull’inquinamento dell’industria automobilistica..

Shane Black torna al mondo che gli è congeniale e che in parte ha inventato, o almeno aggiornato agli anni ’80, con la sceneggiatura di Arma Letale: la strana coppia malassortita da cui nasce un’amicizia vincente, nel caso di The Nice Guys i protagonisti sono così squinternati da essere tenuti a bada da Holly, la figlia tredicenne di Holland March, detective fallito ed alcolizzato per il senso di colpa per la morte della moglie. Tra gag surreali e battute fulminanti c’è anche spazio per creare dei personaggi profondi, oltre che divertenti.
La trama è rocambolesca e piena di colpi di scena ma estremamente divertente, la ricostruzione della Los Angeles di fine anni ’70 è perfetta a partire dalla scritta cadente di Hollywood, ai costumi e nella scena alla festa del re del porno in cui una ragazza viene cambiata per un tavolino vedo una citazione artistica delle donne-mobile di Allen Jones.
Questo intelligente divertissement è sostenuto magistralmente dai due interpreti: se Russell Crowe fa la parodia del suo ruolo da duro (e rincontra Kim Basinger vent’anni dopo L.A. Confidential) Ryan Gosling, che già aveva dimostrato una vena comico surreale in Lars e una ragazza tutta sua, rivela un talento grandioso per la comicità slapstick, degna delle comiche di Mack Sennett o Hal Roach.

Myrna Loy

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Il 2 agosto 1905 nasce a Helena, nel Montana Myrna Adele Williams divenuta celebre come Myrna Loy, attrice di grande eleganza che ebbe una vita cinematografica divisa in due, segnata dall’avvento del sonoro.
Quando il padre muore di febbre spagnola nel 1918, la madre realizza il desiderio di trasferirsi con i due figli a Los Angeles, dove Myrna frequenta una scuola esclusiva e studia danza e recitazione iniziando a calcare le scene a 15 anni.
A diciotto abbandona gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla danza e alla recitazione, alcune sue foto vengono notate da Rodolfo Valentino ma sarà la moglie di Rudy, Natacha Rambova a scritturarla per il suo primo film, What Price Beauty? del 1925. La ventenne Myrna Loy interpreta il ruolo di una vamp che contende (perdendo) l’amore a una fanciulla acqua e sapone interpretata da Nita Naldi.

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Per tutti gli anni ’20 alla giovane attrice saranno attributi ruoli da vamp o da bellezza esotica, ha una parte non accreditata anche ne Il cantante di jazz, quasi una premonizione del ruolo che il sonoro avrebbe avuto nella sua carriera: il brio nella recitazione infatti, la libera dai ruoli spesso secondari di bellezza esotica per imporla come una delle più raffinate attrici della commedia brillante come dimostra nel 1932 in Amami Stanotte di Rouben Mamoulian, dove i doppisensi della sua Contessa Valentine rubano la scena alla romantica e schizzinosa principessa Jeanette interpretata da Jeanette McDonald.
Nel 1934 arriva il film, anzi la serie che trasforma Myrna Loy ne “la regina di Hollywood”, in quell’anno gira infatti L’uomo ombra accanto a William Powell: i coniugi Nick e Nora Charles, accompagnati dall’immancabile fox terrier Asta, tra battute e vita da jet set, risolveranno una serie di omicidi nel corso dei sei film dedicati all’elegante coppia che sbanca i botteghini tra il 1934 e il 1947.

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Oltre ai sei film de L’uomo ombra, la coppia Loy-Powell compare insieme sul grande schermo altre otto volte per un totale di quattordici pellicole girate insieme.
Ne Le due strade sono affiancati da Clark Gable (con cui l’attrice girerà sei film), la pellicola è melodramma passato alla storia perché John Dillinger fu ucciso dopo aver assistito a questa proiezione e Myrna Loy ebbe la fama di star del cinema preferita dal Nemico Pubblico n°1.
Nel 1936 l’attrice è protagonista del La donna del Giorno, ancora con William Powell, Spencer Tracy e Jean Harlow, il film di Jack Conway è un perfetto esempio di commedia brillante, a differenza di Gelosia dell’anno seguente nonostante il cast sia rodato e di tutto rispetto con Clark Gable diviso tra la raffinata moglie Loy e la provocante segretaria Harlow.
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Il paradiso delle fanciulle, biografia di Ziegfeld, L’amico pubblico n°1, Gli arditi dell’aria sono alcuni dei film degni di nota degli anni ’30, alternati alla serie de L’uomo ombra, in cui Myrna Loy brilla come ricca ereditiera o come moglie perfetta (The perfect wife era un altro dei suoi soprannomi), come dimostra nel 1946 nel melodramma di William Wyler, I migliori anni della nostra vita, storia del reinserimento in famiglia di tre reduci della Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1947 torna alla commedia ne L’intraprendente Signor Dick accanto a Cary Grant il film ha molto successo e la coppia viene riproposta l’anno seguente nel classico La casa dei nostri sogni.
A partire dagli anni ’50 Myrna Loy inizia a diradare le sue apparizioni cinematografiche per dedicarsi a teatro e televisione, i film degni di nota in cui compare sono Merletto di Mezzanotte, Dalla terrazza di Mark Robson dove interpreta la madre ubriacona di Paul Newman Airport 75, La fine …della fine commedia nera interpretata e diretta da Burt Reynolds; l’ultimo film è Dimmi quello che vuoi di Sidney Lumet, del 1980.
Mai nominata dall’Academy, Myrna Loy riceve un Oscar alla carriera nel 1991, si spegne il 14 dicembre 1993.

100 anni di Anthony Quinn

Aquinn Antonio Rodolfo Quinn Oaxaca nasce il 21 aprile 1915 a Chihuahua, in Messico nel pieno della Rivoluzione messicana. Il padre di origini irlandesi-messicane è un soldato di Pancho Villa che diventa assistente cameraman e si sposta con tutta la famiglia a Los Angeles dove Anthony cresce tra gli studi, incompiuti, di archittettura (è allievo e amico personale di  Frank Lloyd Wright) i primi umili lavori e la boxe.
A 21 anni inizia la carriera di caratterista cinematografico e grazie a quella faccia così diversa dallo stereotipo wasp del divo americano, è richiesto per interpretare mille ruoli etnici: da cinese, arabo e soprattutto da pellirossa, ruolo che intraprende per la prima volta nel 1936 in La conquista del West di Cecil B. De Mille, di cui l’anno dopo sposa la figlia Katherine, anche lei attrice, da cui avrà cinque figli, i primi dei tredici avuti da diverse mogli e amanti.

Sangueearena

Tra i film più importanti di quel periodo si segnala la partecipazione a Sangue e Arena di Rouben Mamoulian del 1941 dove Quinn è Manolo de Palma, amico/rivale del torero Juan Gallardo (Tyrone Power) che butta al vento famiglia e carriera per la sensuale Rita Hayworth, Dona Sol.

Vivazapata Deluso dalla carriera cinematografica che non gli permette di uscire dal ruolo di caratterista, nel 1947 Anthony Quinn decide di concentrarsi sul teatro e a Broadway recita la parte di Stanley Kowalski in Un tram che si chiama desiderio. Elia Kazan, regista sia della versione teatrale che quella cinematografica con Marlon Brando del 1951, nota l’interprete e lo vuole per il suo prossimo film con Brando, Viva Zapata! Anthony Quinn veste così i panni di Eufemio Zapata il fratello maggiore di Emiliano vincendo il suo primo Oscar da attore non protagonista e dando una svolta decisiva alla sua carriera che in quei primi anni ’50 lo porta in Italia e ne fa uno dei protagonisti della Hollywood sul Tevere, i ruoli sarebbero sempre quelli da latino intenso come in Cavalleria Rusticana di Carmine Gallone o da eroe omerico come nell’Ulisse di Mario Camerini dove interpreta Antinoo capo dei Proci, ma l’incontro con Fellini gli regala un personaggio scolpito nella storia del cinema, il rude saltimbanco Zampanò de La strada.

Lastada

Gobbonotredame Chiusa la parentesi italiana Quinn punta al suo secondo oscar da attore non protagonista interpretando Gauguin in Brama di vivere (1956) il biopic che  Vincente Minnelli dedica alla vita di Van Gogh interpretato da Kirk Douglas. Nello stesso anno veste i panni di Quasimodo ne Il Gobbo di Notre Dame nella versione di  Jean Delannoy, (prima trasposizione a colori del celebre romanzo di Hugo), nel ruolo della zingara Esmeralda c’è un’incantevole Gina Lollobrigida.
Negli anni seguenti, tra western (Ultima notte a Warlock) e film di guerra (I cannoni di Navarone) o storici (Lawrence d’Arabia) Anthony Quinn diventa il prototipo del duro come recita anche il titolo italiano di Requiem for a Heavyweight : Una faccia piena di pugni, film sulla box dove ha un ruolo anche Cassius Clay ma sarà un ruolo completamente diverso, quello dell’inguaribile ottimista Alexis Zorba di Zorba il Greco a diventare il suo film più celebre ma di certo non il migliore.

Zorbailgreco

La carriera dell’attore prosegue, praticamente senza sosta, fino alla fine degli anni ’90 ma le opere degne di note sono davvero poche (personalmente lo ricordo come il Caifa nel celeberrimo sceneggiato Rai Gesù di Nazareth di Zeffirelli) o il ruolo principale ne Il leone del deserto, celebrazione del ribelle libico Omar Mukhtar contro l’invasione fascista guidata da Graziani. Prodotto da Gheddafi nel 1981 il film è stato vietato in italia per circa 30 anni e solo intorno nel 2009 Sky lo ha messo in programmazione, in occasione della visita romana del colonnello libico.
Sempre dedito all’arte, Anthony Quinn siè fatto anche una certa fama come scultore e pittore e ci ha lasciato due autobiografie: Il peccato originale (1972) e One Man Tango del 1997.
L’attore si è spento a 86 anni il 3 giugno 2001.