2012

2012

Prendendo spunto dal calendario maya che termina il 21.12.2012, giorno in cui si verifichera’ un rarissimo allineamento planetario, Emmerich costruisce un lunghissimo e noiosissimo film catastrofista, dove i cataclismi naturali sono piuttosto ripetitivi e costruiti come se sul pianeta non esistessero incentivi distruttivi creati dall’uomo: senza aspettare l’inversione dei poli, sarebbe bastato una piccolo terremoto che colpisse un sito nucleare per anticipare la fine del mondo.
In mezzo all’apocalisse si agita la classica famiglia americana che pero’ si distingue per essere la meno empatica della storia del cinema: due ragazzini, rigorosamente maschio e femmina dai genitori separati, papa’ assente e mamma che convive con un ricco chirurgo plastico. Alla fine l’amore familiare trionfera’ e il povero chirurgo non riuscira’ a sopravvivere alla tragedia ambientale.. E’ davvero insopportabile la scelta delle vittime che ogni film di questo genere deve mettere in conto: il magnate russo che alla fine era anche simpatico, la sua giovane amante su cui non si versa neppure una lacrima eppure a me faceva tanta simpatia, mentre il vero bastardo della storia se la cava senza neppure un graffio!
Evidentemente Emmerich era piu’ concentrato a seguire la denuncia politica che tanta fortuna gli aveva portato ne L’alba del giorno dopo, cosi’ la chiusa ottimista del film si rivolge tutta all’Africa che nel marasma generale si e‘ sollevata ed e’ diventata la nuova terra promessa, un contentino davvero ridicolo per il terzo mondo ma questo passa il convento.
Nel film fa la sua bella comparsa una pletora di capi di stato, alcuni solo ispirati ai leader politici vigenti vedi il presidente americano di colore di Danny Glover, altri fedeli agli statisti che conosciamo tipo la Merkele solo leggermente piu’ carina mentre la sempiterna Elisabetta II vanta una sosia perfetta. Tutti questi capi di stato sono mostrati mentre si imbarcano sulle arche costruite per salvare un’eletta schiera dell’umanita’ dalla tragedia incombente. Solo il presidente americano decide di restare con il suo popolo cosi’ come il presidente del consiglio italiano poi mostrato mentre ci lascia le penne in preghiera quando cade il cupolone di San Pietro. Il presidente del consiglio italiano (attenzione non il presidente della repubblica!) non assomiglia a Berlusconi e’ piu’ un misto tra Fassino e Ghedini, ma quando si dice che il presidente del consiglio italiano ha preferito non imbarcarsi le oltre cento persone in sala hanno cominciato a ridere istericamente e tra frizzi e lazzi e’ partito pure un applauso. E’ stato il momento piu’ bello del film, non avrei mai pensato di dirlo ma.. meno male che Silvio c’e’!

Nemico pubblico

Nemicopubblico

Il John Dillinger di Mann e’ un ribelle senza causa che vive il presente, senza sogni/ ambizioni per un il futuro che molto probabilmente sa di non avere a disposizione. Un antieroe romantico che sembra ispirarsi al mito del West (del resto solo una cinquantina d’anni separano la Frontiera dagli anni ‘30 in cui agisce Dillinger). Per Dillinger, come nella migliore tradizione western, contano la lealta’ verso gli amici e un personale senso dell’onore che gli impedisce di rapinare i soldi personali degli impiegati della banca.
Impossibile per questo manigoldo vecchio stampo riuscire a sopravvivere in una societa’ che sta cambiando dove la nascente tecnologia favorisce i mafiosi che da una sola stanza riescono a controllare tutte le scommesse della nazione e una polizia che non si fa scrupoli di picchiar le donne e torture un ferito pur di avere le informazioni necessari; Mann non lascia neppure agli agenti la giustificazione che questa guerra senza quartiere nasca in risposta all’efferatezza dei banditi perche’ Dillinger e’ amato dalla folla e combatte contro un sistema bancario che e’ tornato ad essere odiato anche ai giorni nostri.
L’algida distanza delle banche dal cittadino comune e’ ben rappresentato dall’ottima ricostruzione storica della pellicola: gli uffici bancari che Dillinger rapina sono un trionfo di art deco’ luccicante di di fregi dorati.
Dove la pellicola pecca e’ nella fotografia: e’ ormai arcinoto che il regista si sia votato all’uso del digitale ottenendo ottimi risultati nelle atmosfere notturne del precedente Miami Vice, invece questa volta nella sequenza dell’assalto notturno da parte della polizia del covo di Dillinger qualcosa non ha funzionato e tutta la scena manca di realismo, si vede che gli spari dei mitra sono fasulli e sembra di assistere a un pessimo telefilm tedesco creando uno scollamento tra pubblico e pellicola che per il resto e’ adrenalinica e molto coinvolgente.

La nuova squadra – seconda stagione

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Alla fine di questa seconda stagione bisogna riconoscere che La nuova squadra si e’ rivelata un ottimo prodotto televisivo che ha saputo degnamente sostituire il vecchio format e correggere gli errori della prima stagione.
Il passaggio tra La squadra e La nuova squadra e’ stato piuttosto brusco e decisamente spiazzante; come suggeriva il titolo stesso della serie, tutto il format precedente girava attorno all’unita’ del commissariato Sant’Andrea, al fatto di essere appunto una squadra, mentre la prima stagione della serie rinnovata era tutta incentrata sulla frattura tra il gruppo dei falchi guidati da Vitale e la nuova commissaria Ricci, con Battiston, colonna della vecchia serie, in un ruolo decisamente antipatico. La fine forzata de La squadra di cui non sono mai stati ben chiari i motivi e l’utilizzo dello stesso titolo per un nuovo serial e’ stato sicuramente infelice, diciamo che non e’ stato ben utilizzato il concetto di spin off seriale, quando una nuova serie televisiva nasce dalla costola di un telefilm precedente acquisendone alcuni personaggi.
Se la prima stagione de la nuova squadra e’ stata di assestamento, questa seconda stagione ha aggiustato il tiro: l’arrivo del nuovo commissario Lopez (Marco Giallini, il Teribbile de Romanzo criminale, la serie) lo scontro familiare dei due fratelli Coppola hanno dato spessore alla trama che ha vantato un inizio di quello che non si dimenticano, la morte di Lenzi: quel gancio arrossato di sangue mi mette i brividi ancora oggi!

Spaziale!

Astrieparticelle

Tornano le rassegne cinematografiche al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Il tema questa volta e’ legato alla alla grande mostra dedicata all’Universo,
Astri e particelle. Le parole dell’Universo sempre al Palazzo delle Esposizioni.
Una rassegna cinematografica che partendo dagli esordi del cinema arriva ad un’anteprima estremamente appetibile che troverete scorrendo il programma

A chi resta ipnotizzato a guardare le stelle e sogna di raggiungere la Luna, il Palazzo delle Esposizioni offre un viaggio entusiasmante verso l’ignoto, attraverso una serie di eventi eccezionali. Il cinema riveste un ruolo importantissimo nell’immaginario contemporanea sull’Universo, perché ha interpretato sin dalle sue origini il nostro desiderio di evasione nello Spazio, traducendolo in mirabolanti scenografie e avventurosi viaggi. In occasione della mostra “Astri e particelle. Le parole dell’Universo” il Palazzo delle Esposizioni presenta la rassegna spaziale!, dedicata ai grandi film di fantascienza. Si parte con tre capolavori del cinema muto, arricchiti da live spaziale!, la sonorizzazione musicale composta appositamente ed eseguita dal vivo dai migliori esponenti del panorama della musica elettronica italiana. Dalle origini si passa ai film di culto della sci-fi degli anni ’50, sino alle opere più mature che, dagli anni ’60 ad oggi, hanno trasformato il viaggio nell’ignoto in una ricerca nel profondo dell’anima umana. Un percorso emozionante, con un evento imperdibile ed esclusivo: l’anteprima nazionale dell’attesissimo Moon, diretto da Duncan Jones, figlio di David Bowie. 

24 e 25 novembre, ore 21 

Metropolis

di Fritz Lang. Con Gustav Fröhlich, Brigitte Helm, Alfred Abel. Germania 1927 – v.o. con sottotitoli in italiano (117’)  live spaziale! musicato dal vivo da I.H.C.

Uno dei più importanti film di ogni epoca, universalmente riconosciuto come modello del cinema moderno: il conflitto tra magia e tecnologia sconvolge i ritmi alienanti di una megalopoli del XXI secolo, portando alla ribellione degli operai-schiavi. Messinscena di un delirio, opera d’arte totale, vera e propria sinfonia visiva, in cui la fantasia architettonica e pittorica di Lang si esprime ai massimi livelli.

I.H.C.: attivo dal ’98, il gruppo è formato da alcuni dei più interessanti musicisti degli ultimi anni, provenienti da progetti quali l’Orchestra di Piazza Vittorio, Ardecore, Etruria Criminale Banda, Roberto Gatto Quintet, una fusione di jazz, funk, rock, noise ed avanguardia e un suono che unisce Miles Davis, gli Stooges e i Funkedelic. 

26 e 27 novembre, ore 21 

Una donna nella Luna

di Fritz Lang. Con Klaus Pohl, Willy Fritsch, Gerda Maurus. Germania 1929 – v.o. con sottotitoli in italiano (169’)

live spaziale! musicato dal vivo da Gianni Music Quartet

Un’astronave porta sulla Luna quattro uomini e una donna spinti dal miraggio di presunte miniere d’oro. Straordinario capolavoro e pietra miliare del cinema di fantascienza raramente proiettato in Italia, è il primo tentativo di rappresentare il viaggio spaziale in termini realistici e il risultato fu talmente convincente da indurre i nazisti a ritirare ogni copia dalla circolazione e distruggere il modellino originale del razzo, preoccupati di mantenere il segreto sui propri studi missilistici.

Gianni Music Quartet: torna la geniale miscela di sonorità elettroniche e acustiche di Gianni Rosace (dj e producer, fondatore dell’Half Die Festival), con Pino Pecorelli al contrabbasso, Mike Cooper (John Lee Hooker, Howlin’ Wolf) alla chitarra slide e Pietro Pompei (Ars Ludi e Ensemble di Musica Contemporanea dell’Auditorium di Roma), al vibrafono e percussioni. 

29 novembre, doppio spettacolo: ore 17 e 21 

Aelita

di Yakov Protazanov. Con Yuliya Solntseva, Igor Ilyinsky, Nikolai Tsereteli. URSS 1924 – v.o. con sottotitoli in italiano (120’)

live spaziale! musicato dal vivo da Gamers in Exile

La rivoluzione socialista nello spazio: un astronauta sbarca su Marte dove regna la bellissima regina Aelita e prende parte alla rivoluzione dei proletari marziani, soggetti a un sistema di bestiale sfruttamento. Primo leggendario capolavoro della fantascienza sovietica, un film straordinario anche dal punto di vista estetico, grazie all’estrosità della messa in scena, che vanta l’impiego di scenografie costruttiviste contrapposte a scorci realistici di Mosca.

Gamers in Exile: Due incredibili costruttori di paesaggi sonori elettronici, che hanno raccolto grandi consensi all’estero. Valerio Lupo Faggioni, artist in residency all’Istituto di Musica Elettronica di Arhus in Danimarca, ricercatore per i laboratori Dolby di San Francisco e Guido Zen, attivo dal ‘95 a Londra dove ha collaborato con Leftfield, John Lydon, Shola Ama. Insieme hanno suonato a Londra, New York, Copenaghen, Parigi, Tokyo e all’Art Basel in Svizzera. Autori della colonna sonora di Biutiful Cauntri, il film documentario rivelazione del 2008. 

1 dicembre, ore 21 

La ‘cosa’ da un altro mondo

di Christian Nyby, Howard Hawks. Con Margaret Sheridan, Kenneth Tobey, Robert Cornthwaite. USA 1951 – v. italiana (87’)

Un disco volante sepolto dai ghiacci del Polo Nord nasconde un mostro sanguinario arrivato dallo spazio. Vero e proprio capolavoro della science fiction e capostipite del filone “alieno”, questo leggendario fanta-horror sorprende ancora oggi per la suspense e il senso di attesa, che cancella le certezze e la razionalità della società contemporanea.

2 e 15 dicembre, ore 21

L’invasione degli ultracorpi

di Don Siegel. Con Kevin McCarthy, Dana Winters, King Donovan. USA 1956 – v. italiana (80’)

Strani invasori dallo spazio atterrano sotto forma di baccelli in una tranquilla cittadina e occupano i corpi dei suoi abitanti. Un grande film di fantascienza degli anni ’50, che la scrittura asciutta e concreta di Don Siegel trasforma in una parabola dell’orrore quotidiano di inquietante suggestione. 

3 dicembre, ore 21 

Moon

di Duncan Jones. Con Sam Rockwell, Kevin Spacey, Matt Berry, Kaya Scodelario. Gran Bretagna 2009 – v. italiana (97’) ANTEPRIMA NAZIONALE

Un’occasione imperdibile per scoprire in anteprima nazionale uno degli eventi cinematografici più attesi dell’anno: il primo film di Duncan Jones, figlio del mitico David Bowie. Un omaggio alla sci-fi anni ‘70 e ‘80 reinterpretata in chiave creativa, per una lettura profonda e provocatoria della condizione umana. Un astronauta solitario, interpretato dal fantastico Sam Rockwell, accompagnato da un robot calmo e rassicurante – che ricorda HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio – alla fine della sua missione triennale sulla Luna fa una scoperta orribile… Presentato al Sundance Film Festival, premiato ai Festival di Seattle ed Edimburgo. 

4 e 19 dicembre, ore 21 

2001: Odissea nello spazio

di Stanley Kubrik. Con Keir Dullea, Gary Lockwod. Gran Bretagna 1968 – v. italiana (141’)

Capolavoro assoluto della storia del cinema, rappresenta una delle riflessioni più articolate sul rapporto civiltà – tecnologia e sul destino dell’umanità, in un percorso temporale dagli uomini scimmia alla conquista dello spazio.

5 e 18 dicembre, ore 21

Solaris

di Andrei Tarkovskij. Con Natalya Bondarchuk, Donatas Banionis, Jüri Järvet. URSS 1972 – v.o. con sottotitoli in italiano (165’)

Tarkovskij trasforma il cosmo nel subconscio umano: su Solaris, un pianeta con un oceano che pensa, gli astronauti sono alle prese con le proiezioni della loro memoria. Angoscioso, ossessivo, enigmatico, il film ha un potere ipnotico che inchioda lo spettatore con immagini che non si erano mai viste al cinema. 

6 dicembre, ore 21 

Il pianeta selvaggio

di René Laloux. Disegni originali di Roland Topor. Francia, Cecoslovacchia 1973 – v. italiana (70’)

Gli umani sono diventati i servi di enormi alieni, in questo film d’animazione di straordinaria suggestione. Capolavoro di fantasia figurativa, grazie agli allucinati disegni di Roland Topor, grande pittore e scrittore surrealista, fondatore del celebre gruppo Panique con Arrabal e Jodorowski. Premiato al Festival di Cannes.

8 dicembre, ore 21

The Dish

di Rob Sitch. Con Sam Neill, Kevin Harrington, Patrick Warburton. Australia 2000 – v. italiana (101’)

Tratto da una storia vera, è una commedia brillante, coinvolgente e molto divertente. Racconta le emozioni, il dramma e l’umorismo che hanno caratterizzato i quattro giorni dell’Apollo 11 nel 1969 e lo straordinario ruolo di un paesino dell’Australia, dove la NASA decise di installare un enorme radiotelescopio per permettere la visione in tutto il mondo dello sbarco dell’uomo sulla Luna. 

9 dicembre, ore 21 

Uomini veri

di Philip Kaufman. Con Dennis Quaid, Sam Shepard, Barbara Hershey. USA 1983 – v. italiana (193’)

La storia avventurosa dei piloti che presero parte alle prime missioni aereospaziali della Nasa, e in particolare di Chuck Yeager che per primo superò nel 1947 la barriera del suono. Il film unisce bene la componente documentaristica a quella spettacolare grazie all’avvincente ricostruzione degli avvenimenti e a un ottimo cast. 

10 dicembre, ore 21 

Lo strano caso dei raggi cosmici

di Frank Capra, William T. Hurtz. USA 1957 – v.o. con sottotitoli in italiano (Documentario, 55’)

Un rarissimo e sorprendente esperimento del grande Frank Capra che si cimenta in un documentario sullo spazio, che ha per protagonisti tre insigni scrittori – Poe, Dickens, Dostoevskij, rappresentati da buffe marionette. Un intelligente mix di cinema dal vivo e di animazione, cui hanno dato un notevole contributo animatori della Disney e noti scienziati, che cercano di spiegare la complessa storia delle ricerche sui raggi cosmici dalla fine dell’Ottocento in poi. 

11 e 16 dicembre, ore 21

Il pianeta proibito

di Fred McLeod Wilcox. Con Walter Pidgeon, Anne Francis, Leslie Nielsen. USA 1956 – v.o. con sottotitoli in italiano (98’)

Classico della fantascienza cinematografica, è una fantasiosa rielaborazione della “Tempesta” di Shakespeare, in chiave psicoanalitica. Uno dei primi esempi maturi del genere, con uno dei primi personaggi-robot dello schermo. Un piccolo capolavoro brillante e intelligente che fissa i parametri dell’immaginario del cinema di fantascienza. 

12 e 20 dicembre, ore 21 

Blade Runner

di Ridley Scott. Con Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young. USA 1982 – v. italiana (117’)

Uno dei film di fantascienza più celebri di tutti i tempi, cult-movie dalle atmosfere magiche che ha cambiato per sempre il nostro immaginario del futuro. Immagini cariche di emozioni travolgenti e oppressive costruiscono la metropoli del futuro, modernissima e decadente scenografia dove si inseguono un cacciatore di taglie e “replicanti” ribelli, uniti dalla paura della morte. 

13 e 17 dicembre, ore 21 

L’ignoto spazio profondo

di Werner Herzog. Con Brad Dourif, Ellen Baker, Donald Williams. Francia, Germania, Gran Bretagna 2005 – v. italiana (81’)

Un’avventura cinematografica monumentale, geniale, strabiliante e poetica. L’autore contemporaneo più visionario racconta, tra documentario e fantascienza, il viaggio allucinante e filosofico di un’astronave alla ricerca di altri pianeti su cui vivere, dopo che un’apocalisse ecologica ha reso vana la vita sulla terra.

Il progetto di sonorizzazione musicale live spaziale! è a cura di Giovanni Guardi.

Si ringraziano per la collaborazione alla rassegna cinematografica il Festival dell’Immaginario e Zero in condotta di Perugia

Si ringrazia Sony Pictures Entertainement, Friedrich Wilhelm Murnau Stiftung, Cineteca di Bologna, Cineteca D. W. Griffith, Cinecittà Luce, Fandango, Warner Bros. Italia, International Entertainment Enterprises, Collettivo dell’Immagine, Boschetto, Lab 80 Film, Emme Cinematografica 

informazioni:
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 a, Roma

biglietto: intero € 4,00 – ridotto € 3,00
abbonamento alla rassegna € 25,00
www.palazzoesposizioni.it

Checco Zalone

Checco zalone

Causa influenza nel fine settimana mi sono vista tre interviste a Checco Zalone nei programmi piu’ disparati: L’era glaciale, Verissimo e Domenica in. Benche’ i tre programmi abbiano un target completamente differente (anche se non mi e’ molto chiaro quale sia il tipo di pubblico che il sabato pomeriggio guarda Verissimo) i tre interventi erano praticamente identici: lui che si schermisce un po’, l’insistenza per farlo cantare (dappertutto d’obbligo l’imitazione di Vasco e della figlia di Jovanotti) l’inesorabile blocco davanti alla parolaccia attirando ancora di piu’ l’attenzione sulla stessa.
Insomma il lato palloso di fare il giro delle sette chiese per promuovere l’imminente uscita del debutto cinematografico di Checco Zalone, Cado dalle nubi ma anche la tragica conclusione che tra la televisione radical chic della Bignardi, quella nazional popolare di Pippo Baudo e quella non classificata della Toffanin non ci sono distinzioni. Esiste forse solo un distinguo tra la tivvu’ giovanilista/satirica dove la parolaccia e’ sdoganata e quella piu’ finto perbenista che pretende di utilizzare un linguaggio piu’ raffinato salvo poi dar vita alle liti piu’ triviali.
Stasera Checco Zalone ha un’ospitata ad X Factor, in quale dei due filoni si posizionera’ il talent show?

Capitalism: a love story

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Vent’anni fa, nel 1989, Michael Moore debuttava alla regia con il suo primo film, Roger & me dove indagava con lo stile che lo ha reso unico, amato ed odiato, la crisi della industria automobilistica a Flint, paese natale dell’autore; oggi con Capitalism: a love story il regista tira le fila di quattro lustri di riflessioni critiche sulla propria patria.
Prendendo spunto dalla recentissima crisi economica dei subprime, Moore racconta in realta’ il suo percorso di crescita personale: come un ragazzo della working class americana sia diventato la spia del malessere di una nazione, la superpotenza mondiale che sta sfrattando molti dei suoi cittadini che non riescono a pagare il mutuo, trasformando interi quartieri in citta’ fantasma degni del vecchio west.
L’analisi che Moore fa della crisi economica che stiamo attraversando e’ agghiacciante: documenti alla mano prova che i ricchi non si accontentano piu’ di vedere crescere le proprie ricchezze in maniera esponenziale, ma vorrebbero trasformare gli USA da culla della democrazia in un’oligarchia plutocratica: perche’ se le ricchezze del Paese sono in mano a poche persone le decisioni politiche, cioe’ il voto, dev’essere distribuito equamente? Se i ricchi sono pochi, la vera ricchezza del poveri diventa la possibilita’ di scegliere il governo rischiando di mandare a monte il lavoro delle lobby; quanto temuto dagli analisti finanziari che gestiscono il denaro del jet set si e’ puntualmente avverato con l’elezione di Obama, e vista in quest’ottica assume un senso anche il Nobel ricevuto dal Presidente americano, anche se lo dico a denti stretti viste le attuali posizioni del governo democratico nei confronti del prossimo vertice sul clima a Copenhagen.
Per quanto i film di Moore possano essere giudicati tendenziosi, questa pellicola non e’ un peana nei confronti del nuovo presidente americano; il regista sottolinea il vento di speranza e cambiamento che l’elezione del primo presidente di colore americano ha portato con se’ ma poi lo inchioda alle proprie responsbilita’ mostrandogli il modello di Franklin Delano Roosevelt, tirando fuori dal cilindro documenti rari e commoventi che mostrano il presidente del New Deal in una delle sue ultime apparizioni pubbliche mentre illustra il suo piu’ grande sogno rimasto irrealizzato, una nuova carta costituzionale.
Moore conclude il suo film dicendo che e’ stanco di questi venti anni di battaglia combattuti da solo, non so se il regista abbandonera’ la cinematografia di impegno sociale, di certo Capitalism: a love story chiude un cerchio: e’ un film di grande speranza che dimostra fattivamente come una nazione fino a poco tempo fa delusa e spaventata abbia trovato la forza di reagire agli sfratti e ai licenziamenti, questa e’ la via che Moore sogna per una nuova rinascita americana, e oggettivamente tanto schifo non fa.

Lebanon

Lebanon

6 giugno 1982, il primo giorno di guerra visto attraverso gli occhi di quattro burbe in un carrarmato a far da copertura a un contingente israeliano che varca i confini del Libano.

Leone d’oro all’ultimo festival di Venezia, Lebanon e’ l’opera prima e per certi versi autobiografica del regista Samuel Maoz; colpisce il parallelo con Un valzer con Bashir: dopo un quarto di secolo riaffiorano con prepotenza i ricordi di una guerra che pareva superata, cosa ci tocchera’ vedere quando tra 10/15 anni saranno i reduci delle due guerre del Golfo a dover scendere a patti con la loro memoria?
La particolarita’ di Lebanon e’ l’unita di luogo: tutta l’azione si svolge dentro il tank e quello che avviene all’esterno e’ raccontato attraverso il mirino del carrarmato. Il claustrofobico mezzo militare diventa la metafora della guerra, sporca, squallida e puzzolente. Il cingolato che ha gia’ l’aria di un residuato bellico, si trasforma di volta in volta in bara per un soldato israeliano fino a quando il corpo non potra’ essere evacuato dalle forze alleate o prigione di un soldato siriano, tutto sotto gli occhi spaventati dei quattro giovanissimi soldati di leva che si trovano loro malgrado a vivere la terribile avventura di entrare in territorio libanese e attraversarne una parte per arrivare a un fantomatico hotel. Un compito che il comandante del drappello descrive a ragazzi come una passeggiata e per quanto il film si chiuda con il sogno poetico di una fuga utopica la domanda resta: quanto puo’ essere stato indicibile l’orrore seguente?

Nel paese delle creature selvagge

Nelpaesedellecreatureselvagge

Max e’ un bambino in crisi che soffre del divorzio dei genitori e non accetta che la vita della madre e della sorella maggiore vadano avanti: si sente abbandonato in favore delle nuove amicizie esterne alla famiglia. Un giorno dopo uno scatto di rabbia piu’ furente del solito, scappa di casa e intraprende un viaggio che lo portera’ in una terra selvaggia abitata da enormi creature di cui diventera’ re..

Spike Jonze adatta per lo schermo il capolavoro della letteratura infantile anglosassone Where the wild things are di Max Sendack, il risultato e’ uno psicodramma a misura di bambino, ma adatto a un solo pubblico adulto: Max rivive nella tribu’ delle creature selvagge tutte le dinamiche che osteggiano la tranquillita’ della sua vita familiare riuscendo cosi’ a capire le proprie esigenze e paure e quelle degli altri.
Il punto di forza del film e’ sicuramente nella messa in scena con il contrasto stridente tra i paesaggi incontaminati e gli enormi pupazzi di peluche di cui e’ stato digitalizzato solo il movimento della bocca, un realismo stralunato che risulta sicuramente affascinante. Personalmente pero’ trovo il gioco intellettuale della pellicola troppo scoperto, il film risulta quindi interessante ma distante dallo spettatore che non si sente coinvolto da quanto accade sullo schermo, limitandosi ad assistere.

Up

Up

Il signor Fredricksen e’ un burbero vedovo solitario che cerca di salvare la sua casa, scrigno dei ricordi della lunga storia d’amore con l’adorata Ellie, dalle grinfie di un palazzinaro senza scrupoli che usa uno scoppio d’ira dell’anziano per farlo interdire e rinchiuderlo in una casa di riposo. Per sfuggire al destino, a Carl Fredricksen non resta che la fantasia cosi’, grazie a migliaia di palloncini trasforma la sua casa in un oggetto volante con cui raggiungere le Cascate Paradiso, meta da sempre agognata con Ellie. Ma nel portico della casa si nasconde suo malgrado un clandestino, il piccolo Russel, con lui Carl condividera’ una rocambolesca avventura che gli fara’ incontrare il mito della sua infanzia… 

Per i suoi ultimi capolavori la Pixar sembra ispirarsi a uno dei piu’ grandi geni del cinema, Charlie Chaplin; se Wall.E poteva essere la versione futuribile di Charlot, Up attinge direttamente alla malinconia de Luci della citta’ mescolando, come nel capolavoro chapliniano, tempi comici e commozione pura: non credo che nessuno osera’ negare di aver avuto almeno il magone durante le scene dal matrimonio tra Carl ed Ellie, raccontate per brevi sequenze senza dialoghi. Anche la musica rimanda chiaramente alle composizioni che Chaplin scriveva per i suoi film.
L’dea di far volare la casa appesa a una miriade di palloncini colorati e’ piu’ poetica che fantasiosa, la fantasia si scatena nella seconda parte della pellicola dove l’avventura prende il sopravvento. Molto bella la trovata di far rincontrare a Fredricksen il mito della sua infanzia, Charles Muntz, diventato perfido e alla guida di una muta di cani parlanti.
Up e’ un inno alla fantasia e alla liberta’ mentale di inseguire i propri sogni indipendente dai vincoli dell’eta’, e a proposito di grandi vecchi, va anche sottolineata la bonta’ del doppiaggio italiano affidata a Giancarlo Giannini per la voce di Carl, mentre Muntz e’ doppiato da Arnoldo Foa’, voci riconoscibilissime ma che sanno mettersi al servizio del film con grande mestiere, cosa che non sempre e’ capitato con le scelte del doppiatori italiani dei cartoon. 

Rispettata anche la tradizione del corto che introduce lo spettacolo. Altissimo il livello, come sempre del resto, di Parzialmente nuvoloso che, introducendo il tema del cielo che dominera’ il lungometraggio, narra una bella storia di amicizia nel fantastico mondo delle cicogne che consegnano i neonati e delle soffici nuvole che creano i piccoli. Ad una nuvola e’ affidato il compito di creare i cuccioli delle specie piu’ pericolose e la povera cicogna che fa le sue consegne e’ sempre piu’ malconcia.. Tenerezza e risate a crepapelle.