E’ da poco finito il discorso d’insediamento di Fausto Bertinotti come Presidente della Camera dei Deputati: non voglio commentare un’orazione che condivido, ma sottolineare la capacita’ di Bertinotti di sostenere un ragionamento in un perfetto linguaggio sessuato, non solo all’inizio si e’ rivolto, con la galanteria che lo distingue, prima alle deputate e poi ai deputati ma in ogni occasione necessaria ha citato prima il femminile e poi il maschile.
Ho notato questa particolarita’ dato che il corso radiofonico che ho seguito quest’anno aveva tra gli obiettivi principali quello di spingerci (essendo rivolto a donne) verso un linguaggio sessuato, devo confessare che ascoltavo con sufficienza le tiritere della nostra insegnante sulla necessita’ di rivolgersi sempre agli ascoltatori ed alle ascoltatrici perche’ la grammatica italiana vuole che in caso di plurale misto si usi il maschile e ho sempre cercato delle scappatoie usando termini non determinati come “persone”, ma devo riconoscere che ascoltare un discorso di alto profilo politico rivolto chiaramente ad un pubblico femminile e ad uno maschile, mi ha fatto cogliere alcuni aspetti che finora avevo sottovalutato, per cui grazie Presidente Bertinotti!
Mese: Aprile 2006
22/04/06: manifestazione antitav in Val Scrivia
Il movimento antitav e’ associato alla Val Susa, ma anche qui, nel basso Piemonte il progetto dell’alta velocita’ non e’ amatissimo e sabato scorso c’e’ stata una manifestazione di protesta, ce la racconta Daniela, mia collega radiofonica non che insuperabile mixerista!
SIAMO FUORI DAL TUNNEL…?!
Ore 15.15: parte la manifestazione NO TAV dalla Piazza Coppi di Serravalle Scrivia e si dirige verso Arquata Scrivia meta del corteo al ritmo di uno scanzonato “no global” che con fisarmonica in spalla allietava la marcia con un canzone a tema… (vedi titolo)..
Sono andata senza avere in mano una tessera di partito o sindacato, senza essere anarchica, senza avere un pezzo di terra che mi esproprieranno o una casa da buttare giù… senza che mi sia venuto in mente di dire “not in my backyard” come la filosofia NIMBY esplicita
Sono andata perché viaggio in treno da quando avevo 19 anni e ora dopo 12 anni penso e sono convinta che la qualità del servizio reso dalle ferrovie dello stato sia estremamente peggiorata e credo che una nuova tratta così pianificata e costosa non sia un’equa soluzione…
Sono andata perché il mondo in cui viviamo è sempre più menefreghista e l’egoismo e l’individualismo primeggiano ovunque…
Sono andata perché ho studiato tanti anni affinché si trovino soluzioni che compromettano sempre meno il nostro ambiente circostante e disseminare di cave il territorio della provincia di Alessandria non mi sembra il modo si risolvere problemi logistici…
Sono andata, perché voglio credere che esista ancora la possibilità di esprimere la propria opinione in modo onesto, diretto e pacifico… senza che per forza si debbano lanciare lacrimogeni…
Tutto è andato come me lo aspettavo, un marcia tranquilla con qualche coro tematico e tanta bella gente di tutte le età. Erano presente anche sei sindaci, dei quali però, cinque provenienti dalla Val Susa e uno solo dal nostro territorio: il Sindaco di Lerma che va quindi ricordato per la tenacia e la solitudo in cui i suoi colleghi locali lo hanno lasciato..
Su una cosa, però, voglio porre l’attenzione…
Entrando in Serravalle con il corteo, è stato veramente triste trovare solo due negozi aperti in tutta Via Berthoud e per questo penso sia giusto testimoniare la fiducia di questi due commercianti che hanno tenuto aperto la loro attività nonostante le paure fomentate e i fantasmi inventati fossero tanti…
La PASTICCERIA CARREA di Francesco Carrea che mi ha servito un fantastico sacchetto di “BRUTTI MA BUONI” mentre la folla gli gridava BRAVO CHE SEI APERTO!
NON SOLO LUPI un negozio di articoli per animali
Ad Arquata l’impatto è stato identico, ancora paura e diniego presso il supermercato LiDL del centro LE VAIE, che aveva chiuso le porte d’ingresso, senza affiggere neppure un cartello che modificasse il suo orario di chiusura e mentre la gente dentro continuava allegramente a fare la spesa…
Al tentativo di alcuni di noi di entrare per comprare una bibita dissetante ci si è sentiti rispondere che il Direttore aveva dato disposizioni di chiudere alle cinque ed erano già oltre orario (le 17,15) ma a mio avviso il problema era un altro…
A parte questo unico neo, tutta a cittadina di Arquata Scrivia era in festa o almeno così è sembrata e i negozi erano normalmente in attività, bar compresi.
Vi lascio con questi pochi spunti di riflessione sperando qualcuno sappia darmi una motivazione razionale e soprattutto ragionata del comportamento di chiusura di alcuni nostri concittadini verso un corteo che esprimeva esclusivamente un’opinione nel modo meno invasivo e più ecologico che si conosca… camminando!
E quanto è stato bello percorrere strade conosciute, ma percorse in prevalenza ad alte velocità e con mezzi meccanici e riscoprire il mondo che ci circonda e ci appartiene.
Factotum
Dall’omonimo romanzo di Charles Bukowski, uno spaccato della vita di Hank Chinaski, sempre alla ricerca di un lavoro per poter soddisfare il proprio bisogno di scrittura, alcol e sesso.
Sinceramente mi aspettavo di piu’ da questo film che rischia di trascinarsi: dopo un po’ i continui fallimenti di Chinaski diventano noiosi e prevedibili perche’ non si esce mai dalla situazione di stallo, non c’e’ abbrutimento o voglia di riscossa nelle (dis)avventure di Hank, apparentemente almeno, perche’ il finale lascia sottendere un probabile lieto fine che snatura la struttura “indie” del film.
Gli attori sono in parte, anche se la loro interpretazione mi e’ parsa un po’ di maniera; forse questa impressione nasce dal difetto piu’ grosso che imputo alla pellicola: la fotografia; il regista e’ norvegese e si vede tanto che riesce a trasformare San Francisco in una landa nordica dai colori vivaci.
Quello che piu’ mi e’ mancato in questo film e’ l’atmosfera da bassofondo americano che rarissime volte riesce ad emergere tra i patinati esercizi cromatici del regista, in particolare mi rammento positivamente una ripresa di Chinaski affacciato a fumare ad una finestra del retro di un’area industriale mentre la voce off legge una sua poesia.
Vent’anni dopo
Sono tornata a ronzare all’Euroflora dopo vent’anni dalla prima volta che ci ero stata. Di quella esperienza mi era rimasto un ricordo di fiori superbi e solitari lungo corridoi cupi e soffocanti dove il profumo dolciastro delle camere mortuarie la faceva da padrone.
Quest’anno l’atmosfera era completamente diversa: niente follie esotiche o esposizioni di piante rarissime ma un gioco cromatico e di composizioni (vent’anni fa si chiamavano ancora ikebana) con fiori “normali”, accanto ai quali c’era sempre un cartello che ricordava in quale stand fossero in vendita.
Con il moroso si osservava questa profonda differenza tra le fiere odierne (in qualsiasi settore) e quelle dei mitici anni ottanta: allora era sempre un trionfo di curiosita’, prototipi e azzardi per stupire il pubblico, oggi si punta su questa artificiale naturalezza da portarsi a casa con relativamente modica spesa: segno dei tempi magri che stiamo vivendo o frutto della globalizzazione che ormai non permette di stupirsi piu’ di nulla? Forse un misto di entrambi..
Di certo l’edizione di quest’anno verra’ ricordata per il continuo flash di telefonini e macchinette digitali: a parte qualche spodarica foto ricordo con alle spalle un giardino ricostruito, era un tripudio di macchine digitali rigorosamente in funzione macro con l’aspirante fotografo contorto in posizioni assurde per portarsi a casa il ricordo piu’ originale ed io morivo dalla voglia di avvicinarmi per dare una gomitata nelle costole nel fatidico momento del clik e dire con aria complice: “Flikr anche lei, eh?”
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Esattamente vent’anni fa esplodeva il reattore di Chernobyl, ma in Italia la notizia si seppe parecchio tempo dopo, non rammento la data esatta ma ricordo perfettamente il momento in cui ne venni a conoscenza: era una bella serata di fine maggio, io e mio padre ci stavamo preparando la cena mentre andava il Tg2 delle venti, laconicamente lo speaker diede la notizia e alcune raccomandazioni di ordine sanitario, in particolare di evitare il consumo di verdura a foglia larga, guardammo la lattuga e i pomodori gia’ pronti nei piatti, appena colti dall’orto e in silenzio continuammo a mangiarli, con la rassegnata, atavica caparbieta’ della razza contadina che sfida imperterrita la natura e la stupidita’ umana.
Fuoco su di me
La parabola del regno napoletano di Gioacchino Murat, messo sul trono di Napoli da Napoleone al posto dei Borboni: i conflitti del Maresciallo di Francia con l’Imperatore perche’ Murat si sogna artefice di un’Italia unita e indipendente si placano quando Bonaparte fugge dall’Elba e Murat e’ il primo a promettergli il suo aiuto: finira’ fucilato con la restaurazione borbonica.
Alle vicende della Storia si intrecciano le sorti di Eugenio, nobile napoletano, figlio di un valoroso caduto, che torna nella citta’ natale in convalescenza per una ferita alla testa: la fascinazione di Napoli e la scoperta dell’amore lo portano a rivedere la propria posizione militare e ad intuire la stupidita’ della guerra.
Un film a suo modo affascinante, anche se poco riuscito, perche’ alcuni dei concetti espressi dai protagonisti, (tra questi un bravo Omar Sharif nei panni del nonno d’Eugenio, un principe letterato ed alchimista ormai vecchio e disincantato ma non per questo cinico, dedito alla stesura di un Diario Napoletano) richiamano perfettamente la situazione politica attuale; purtroppo il film si perde nell’eccessiva verbosita’ e in una messinscena eccessivamente teatrale. Anche l’evoluzione del personaggio di Eugenio e’ piuttosto frammentaria, troppo debitrice ad un’immagine romantica del giovane inquieto che passa il suo tempo leggendo su dirupi battuti dai marosi.
Il romanticismo diventa invece il punto di forza della bellissima fotografia, mai oleografica. Notevole anche il lavoro di ricostruzione storica dei costumi.
Addio ad Alida Valli
Si e’ spenta ieri, Alida Maria Laura Altenburger baronessa von Marckenstein und Frauenberg, al secolo Alida Valli; nata a Pola il 31 maggio 1921, inizia a recitare giovanissima, il primo film e’ del 1934, Il cappello a tre punte, diventa ben presto una star dei telefoni bianchi e viene considerata la fidanzatina d’Italia.
Dopo i successi di Piccolo mondo antico, (1941), Noi vivi – Addio Kira! del 1942, anno in cui interpreta anche Stasera niente di nuovo dove canta la celeberrima canzone Ma l’amore no, la Valli rifiuta di partecipare a film di propaganda fascista e per questo motivo e’ costretta a nascondersi per evitare l’arresto.
Nel 1947 la superba interpretazione nell’Eugenia Grandet di Mario Soldati la fa notare da Selznick che la porta ad Hollywood con l’intento di farne la nuova Garbo ed infatti nei credits dei film americani l’attrice compare solo con il cognome, Valli, pseudonimo che si era scelta semplicemente sfogliando l’elenco telefonico.
In America gira cinque film, i piu’ celebri sono i primi due, Il caso Paradine per la regia di Alfred Hitchcock nel 1947 e l’anno successivo Il terzo uomo diretto da Carol Reed dove recita accanto ad Orson Welles e Joseph Cotten.
Tornata in Italia, nel 1954 l’aspetta il ruolo piu’ significativo della sua carriera, quello della Contessa Livia Serpieri in Senso di Luchino Visconti.
Dal 1956 inizia a dedicarsi all’attivita’ teatrale fondando una compagnia con Tino Buazzelli, ma continua anche a recitare nel cinema che le offrira’ ancora grandi occasioni con Il Grido di Antonioni nel 1957, l’Edipo Re di Pasolini nel 1967, La strategia del ragno di Bertolucci nel 1970, il regista la vorra’ anche in Novecento; con Dario Argento lavorera’ in Suspiria nel 1977 e in Inferno (1980).
Nel 1995 esce la sua biografia, Il romanzo di Alida Valli nel 1997 riceve il Leone d’oro a Venezia, per la sua carriera che era gia’ stata premiata nel 1991 con un David e nel 1989 con il premio Duse.
David di Donatello 2006
Il caimano e’ il miglior film dell’anno e si porta a casa anche la statuetta per la miglior regia e il miglior attore protagonista, mentre Romanzo criminale riceve ben 8 statuette e la Golino si conferma la miglior interprete femminile per La guerra di Mario: sembrerebbe un buon risultato che testimonia il lieve miglioramento dello stato del cinema italiano che nel 2005 si e’ dimostrato in ripresa, almeno a livelli di botteghino, ma la triste cerimonia di premiazione conferma che nulla si muove nelle stagnanti acque del nostro cinema.
Collocata in seconda serata, la cerimonia ha avuto inizio alle 00.45 per terminare alle 02,20, presentata da una Veronica Pivetti in versione vigile urbano: ha passato la maggior parte del tempo a indirizzare i premiati verso l’uscita o a chiamarli sul palco cercando di stringere al massimo i tempi; la affiancava Fabio Volo, latitante per tre quarti di spettacolo, non che se ne sentisse la mancanza (scusate, ma personalmente non capisco il senso dell’esistenza di quell’uomo) soprattutto quando ha “allietato” gli ultimi venti minuti di premiazione con il suo repertorio di battute da ragazzo normale che si trova li’ per caso.
L’ospite straniero era uno stranito Dolph Lundgren, ormai ridotto a un terzo del colossale Ivan Drago, che ha detto la battuta che l’ha consegnato alla storia del cinema, “Ti spiezzo in due” e se n’e’ andato; a parte questo, era inquietante assistere all’ingresso delle varie star premianti accompagnate da celebri colonne sonore: per un po’ ho cercato di cogliere il nesso tra il personaggio e la musica ma quando e’ entrata la Martinez sulle note di Fratello sole, sorella luna, ho desistito.
L’omaggio ai tre grandi registi di cui nel 2006 cade il centenario (Rossellini, Soldati, Visconti) e’ stato altrettanto pietoso: spezzoni scelti a caso senza nemmeno una didascalia che ne identificasse il titolo: per Rossellini e’ stato scelto Germania anno zero e la Pivetti e’ riuscita a parlarne per qualche minuto con Lizzani senza che ne venisse mai pronunciato il titolo; ma il peggio del peggio si e’ toccato con i David del cinquantenario essendo giunti alla cinquantesima edizione del piu’ prestigioso premio del cinema italiano sono stati premiati illustri rappresentanti delle varie categorie cinematografiche: sono saliti sul palco personaggi del calibro di Ennio Morricone, Peppino Rotunno, Francesco Rosi, glorie del nostro cinema che sono state premiate da illustri figli d’arte (te pareva..): Jacopo Gassman presentato come attore (?) e regista (???) non e’ neppure arrivato a premiare Suso Cecchi d’ Amico per cui Silvio Orlando ha fatto partire una standing ovation (cosa che l’ha reso ancor piu’ meritevole del premio ricevuto).
Vabbe’, ma di che mi stupisco? nella manifestazione che consegna otto statuette a Romanzo Criminale, tra i premiatori c’era pure Giulio Andreotti!
Inside man
Quattro banditi irrompono in una banca di Wall Street per compiere una rapina, prendendo in ostaggio personale e clienti; come negoziatore viene scelto il detective Keith Frazier, la cui carriera e’ all’impasse per un’ accusa di collusione per droga. Il poliziotto si trovera’ alle prese con una rapina molto anomala..
Ereditando un progetto che in origine doveva essere diretto da Ron Howard, Spike Lee si misura per la prima volta con il cinema di genere superando brillantemente la prova.
Rispettando pienamente il ritmo dell’hold up movie, il poliziesco con rapina e strizzando l’occhio ai classici polizieschi anni ‘70, il regista riesce a fare suo il film siglandolo con le sue caratteristiche scaramucce tra le varie etnie che convivono a New York: nuove popolazioni sono venute ad arricchire il melting pot della Grande Mela dai tempi di Fa la cosa giusta e Spike Lee ci aggiorna sui nuovi luoghi comuni che gia’ stigmatizzano gli albanesi o gli indiani sikh.
Il regista lascia abilmente qualche ombra sulla complessa vicenda alla base della pellicola (fate molta attenzione al titolo, estremamente rivelatore): tutto trae origine da orrori ormai lontani e teoricamente assopiti (il rimando al passato e’ dato dalle magnifiche riprese delle decorazioni deco’ degli storici grattaceli del centro di Manhattan) ma Spike Lee non si fa sfuggire l’occasione per sottolineare con beffarda ironia le storture dell’attuale societa’ americana, per esempio i poliziotti sempre sotto pressione che non riescono proprio a ricordarsi dei diritti civili piu’ elementari.
Estremamente significativi sono i primi flashforward del dopo rapina dove le immagini sgranate dei primi piani stretti sul volto della persona che narra quello che ha subito rimanda ai bombardamento dei media che ci subissano con le testimonianze dei sopravvissuti a prigionie di vario tipo e poi c’e’ l’episodio del bambino di colore per nulla spaventato dalla prigionia, tutto preso dal suo violento videogioco dall’emblematico nome di Kill Dat Nigga (uccidi quel negro)
Ottimo il cast: Clive Owen e’ perfetto nella parte del “ladro gentiluomo” (definiamolo cosi’ per non svelare il colpo di scena finale), grandioso Denzel Washington nella parte del detective forse troppo simpatico e piacione per non avere davvero qualche scheletro nell’armadio; ci sono poi i camei: Willem Dafoe, capitano dell’unita’ della NYPD, Christopher Plummer nei panni del magnate dal losco passato e soprattutto una subdola Jodie Foster, personaggio misterioso e ambiguo che tutela poteri forti e mai limpidi: finalmente vediamo l’attrice coinvolta in un film importante e non sacrificata nel solo ruolo alimentare.
Surface
Misteriosi fenomeni colpiscono gli oceani che circondano l’America: un sottomarino scomparso dai radar viene ritrovato a chilometri di distanza integro ma completamente privo d’equipaggio, strane piogge di meteoriti illuminano le notti sul mare, ma e’ il ritrovamento di un immenso vertebrato marino spiaggiato sulle coste della Louisiana ad attirare l’attenzione della biologa marina Laura Daugherty che in un immersione per studiare una fonte geotermica sottomarina aveva assistito a strani fenomeni luminosi ed ascensionali ed ad interessare un sub, Richard, che aveva perso il fratello, trascinato nelle profondita’ degli abissi da un enorme pesce arpionato durante una battuta di pesca subacquea; nel frattempo Miles, un ragazzino che ha visto strane creature mentre faceva sci nautico di notte nella baia vicino casa, torna sul luogo e si porta a casa un bizzarro uovo che si schiudera’ in maniera devastante nell’acquario del salotto..
Questi sono alcuni degli elementi della prima puntata del nuovo serial di genere fantascientifico/sovrannaturale che e’ iniziato martedi’ 11 aprile su Fox, forte del grande seguito avuto in America durante l’inverno appena trascorso.
Prodotto dalla NBC il telefilm ha come referente l’immaginario spilberghiano: il ragazzino instaurera’ un rapporto alla E.T. con l’ospite alieno (?) che si e’ portato in casa e la scena di Miles e il fido amico che in notturna vanno in bici a setacciare la baia e’ costruita come la mitica fuga in bici del suddetto capolavoro di Spielberg; anche le piogge di meteoriti che generano fulmini sul mare ripropone il modello visivo dell’ultima Guerra dei mondi.
Surface, si propone come un buon prodotto medio televisivo che si installa sulla scia di serial di successo come Lost o 4400: io mi sono molto divertita con questa prima puntata, perche’ gli autori hanno avuto l’accortezza di ripescare un topos dimenticato ma molto in voga negli anni ‘70, quello dello studio delle profondita’ degli abissi con i loro misteri e le potenzialita’ di sviluppare una civilta’ sottomarina.
Daniele Formica – Il teatro e’ finzione
Niente di meglio che una serata a teatro per uscire dalle paturnie elettorali: ieri la stagione teatrale del Comunale di Alessandria si chiudeva con lo spettacolo di Daniele Formica che ha divertito lo scarso pubblico presente in sala; le capacita’ ironiche e affabulatorie di Formica non sono certo state scoraggiare da questo fatto e con il sarcasmo che lo contraddistingue, l’attore ha raccontato del suo rifiuto alla proposta di partecipare a L’isola dei famosi, rinunciando a una vetrina che sicuramente avrebbe fatto riempire i teatri che stanno ospitando la sua tournee’ (ma da quanto ho capito ha partecipato all’ultimo film di Mel Gibson sui Maya).
Lo spettacolo e’ una bella alchimia tra monologo e improvvisazione tanto che ho avuto l’impressione che alla fine da dietro le quinte sia arrivato il consiglio di mettere un freno alla sua straripante dialettica che aveva incantato il pubblico: personalmente sarei stata altre due ore ad ascoltarlo mentre faceva rivivere i grandi del teatro italiano partendo dal monologo del Riccardo III di Shakeaspeare (Ora l’inverno del nostro scontento..) che Formica ha interpretato alla maniera di tutti i grandi da Gassman ad Albertazzi, da Romolo Valli a Carmelo Bene, fino ad arrivare alle versioni di Paolo Stoppa o ad immaginare quella di Aldo Fabrizi; il monologo shakespeariano in realta’ era solo il pretesto per dar vita ad un’ affettuosa storia del teatro italiano che raccontando teneramente vizi e debolezze di grandi artisti ne metteva in risalto le grandi qualita’ artistiche ed umane (ad esempio non sapevo che Vittorio Gassman ha inventato il teatrotenda, portando cosi’ i classici fuori dai paludati templi della cultura e avvicinandoli al pubblico piu’ popolare, che magari era a rischio di abbiocco, ma il pericolo veniva scongiurato dalla roboante voce di Gassman).
Uno spettacolo molto intelligente e divertente che con leggerezza racconta la storia di cinquant’anni di teatro italiano e il rapporto controverso tra teatro, dove si paga per andare a sentire delle bugie, sapendo che ti verranno raccontante e la televisione dove si tenta, magari gratuitamente, di spacciare per verita’ assoluta le fandonie piu’ impensabili.