The Comfort of Strangers UK 1990 con Christopher Walken, Rupert Everett, Natasha Richardson, Helen Mirren, Manfredi Aliquò, Giancarlo Previati regia di Paul Schrader
Colin e Mary sono una coppia inglese tornata a Venezia per decidere del proprio futuro amoroso. Una sera si perdono nelle calli mentre cercano un locale e vengono abbordati da un elegante signore che li invita in un bar. Storditi dal troppo vino e dalle chiacchiere un po’ inquietanti di Robert, Colin e Mary finiscono per addormentarsi per strada. Il giorno dopo incontrano di nuovo Robert che, saputa la disavventura, li invita nel suo palazzo a ristorarsi. Qui la coppia conosce anche Caroline, la moglie di Robert. Dopo qualche giorno Colin e Mary si ritrovano casualmente di nuovo davanti al palazzo di Robert, Caroline li vede e li invita ad entrare per un ultimo saluto dato che lei e il marito sono in partenza…
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Paul Schrader dirige una storia torbida ed inquietante sceneggiata da Harold Pinter in maniera piuttosto fedele all’omonimo romanzo di Ian McEwan sostenuta da un quartetto di attori di grande livello.
La bellezza di Colin, interpretato da un Rupert Everett al culmine del suo fascino attira inconsapevolmente le attenzioni della folle coppia sadomasochista.
Seguendo la tendenza tipica del periodo a cavallo tra anni ’80 e ’90, è un film molto patinato: i costumi sono di Giorgio Armani e in alcuni momenti sembra di vedere una sua campagna pubblicitaria, ma in Cortesie per gli ospiti funziona il contrasto tra la vicenda perversa e lo stile elegante e pacato di Armani.
Il punto di forza del film è l’ambientazione veneziana: anche se i luoghi scelti per girare sono tra i più turistici e quindi riconoscibilissimi, la fotografia di Dante Spinotti sa esaltare il lato decadente della città rendendola misteriosa ed esotica tanto da ricordarmi l’Algeria del coevo Il té nel deserto di Bertolucci con la fotografia di Storaro
Peter Ibbetson USA 1935, Paramount Pictures con Gary Cooper, Ann Harding, John Halliday, Douglass Dumbrille, Ida Lupino, Virginia Weidler, Dickie Moore, Doris Lloyd, Gilbert Emery, Donald Meek, Christian Rub regia di Henry Hathaway
Alla morte della madre il piccolo Peter viene riportato da Parigi in Inghilterra dallo zio che lo ha in tutela allontanandolo da Mary, la piccola vicina di casa. Ibbetson diventa un architetto e si trasferisce per alcuni mesi presso i duchi di Towers per seguire la ristrutturazione delle stalle. S’innamora di Mary, la duchessa ritrovando la bambina della sua infanzia. Scoperti dal duca, Peter uccide il nobile per legittima difesa ma viene condannato all’ergastolo. Malmenato dalle guardie, Peter giace tra la vita e la morte per una gravissima lesione spinale ma in sogno gli appare Mary che lo sollecita a vivere per incontrarsi in questa dimensione onirica. Peter sopravvive e trascorre la vita immobilizzato in cella sempre in contatto con Mary attraverso i sogni.
Peter Ibbetson è un romanzo di George du Maurier, nonno della scrittrice Daphne autrice di alcuni testi che Hitchcock ha portato sul grande schermo. Dal romanzo è stata tratta una pièce teatrale di grande successo che ha avuto diverse trasposizioni cinematografiche, questa del 1935 fu osannata dai Surrealisti in quanto esalta la dimensione onirica della vicenda.
Il film procede in maniera lineare soffermandosi sul trauma infantile di Peter: la morte della madre e lo strappo crudele dalla piccola Mary. Arriva poi l’incontro fortuito con la duchessa, i sentimenti repressi fino alla scoperta che la duchessa e la bambina sono la stessa persona, l’omicidio e la galera.
L’elemento fantastico s’insinua lentamente, introdotto dal dialogo con Mr. Slade il datore di lavoro di Ibbetson, cieco dalla nascita che si dice in grado di vedere i fiori e il mare che si infrange sugli scogli; la vacanza a Parigi dove Peter torna nei luoghi della sua infanzia incontrando la bambina che ha sempre avuto nel cuore (incontro risolto fuori campo e rivelato solo quando l’uomo riconosce Mary nella duchessa).
Prima di riconoscersi Mary e Peter fanno lo stesso sogno e solo dopo l’incarcerazione di Ibbetson esplode la dimensione fantastica, resa veramente bene da un punto di vista cinematografico con grandiosi tagli di luce, un fragile castello di vetro sempre sul punto di rompersi sotto il peso della realtà e le orme sulla spiaggia dei passi di domani.
Il film anticipa i grandi successi del cinema fantastico americano che avrà la sua stagione migliore nel decennio successivo.
Sinners USA 2025, Warner Bros con Michael B. Jordan, Hailee Steinfeld, Miles Caton, Buddy Guy, Jack O’Connell, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson, Omar Benson Miller, Delroy Lindo, Li Jun Li, Saul Williams, Yao, Lola Kirke regia di Ryan Coogler
Mississippi 1932: i gemelli Moore tornano da Chicago con l’intenzione di aprire un juke joint nella cittadina dove sono nati. Li aiuta il cugino Sammie, virtuoso della chitarra e proprio il suo talento nel blues attira un trio di vampiri che ben presto vampirizzano quasi tutti i partecipanti all’evento; Sammie si salva e la mattina si reca in chiesa. Il reverendo che è suo padre gli chiede di abbandonare la musica ma il giovane rifiuta….
Ero già intrigata dal trailer prima di scoprire lo storico numero di nomination raccolte dal film per i prossimi Oscar perché pensavo che il film fosse ispirato alla storia di Robert Johnson, poi come tutti ho pensato che le nomination fossero più una risposta politica alla situazione attuale ma sono rimasta piacevolmente sorpresa: come avevo detto in Il Robot Selvaggio il woke è sopravvalutato, ancora una volta la rivoluzione la fa il cinema classico offrendo un buon prodotto d’intrattenimento, il genere amato dagli Oscar che ricordiamo, disdegna gli autori e non ha mai premiato un film di Hitchcock. La novità è un cast all black.
Il regista Ryan Coogler e il protagonista Michael B. Jordan sono diventati famosi con Creed ma sotto l’egida del vecchio Sly hanno imparato la lezione e i risultati si vedono.
Partiamo dai premi cosiddetti tecnici, in particolare la fotografia, non m’interessa quanta elaborazione digitale ci sia e se ci sia ma vedere dei bellissimi paesaggi luminosi senza la luce verdognola alla Netflix, come la definisco io, allarga il cuore.
Si tratta di un film in costume ma si prende delle libertà per ribadire l’assunto spiegato nel prologo: la musica come varco tra mondi differenti. La musica attira i vampiri ma la sequenza diciamo così onirica in cui il ballo diventa un viaggio nel tempo per arrivare all’hip hop, al rap con i mixer e i dischi che scratchano è un bellissimo tributo alla musica nera che ha conquistato (contagiato se vogliamo usare un termine più adatto a una storia di vampiri) il mondo.
Ho notato altre discrepanze nei costumi che mi spiego come una citazione cinefila. Parlo di Mary, la ragazza di colore che può passare per bianca, ex fidanzata di Stack, uno dei due gemelli. La si nota subito nella folla della stazione per il colore della pelle ma anche per il look molto diverso da quello degli anni ’30 soprattutto la pettinatura tipica dei tardi anni ’40 primi ’50 esattamente il periodo in cui il personaggio della nera bianca entra al cinema con Pinky e la figlia della cameriera de Lo specchio della vita di Douglas Sirk, il re del melodramma amoroso e la storia d’amore tra Stack e Mary diventa un amour fou che sfida gli eoni del tempo, per dirla alla Dracula di Bram Stoker.
Completamente diversa l’evoluzione dell’amore dell’altro gemello, Smoke, con Annie. I due hanno avuto in precedenza una figlia la cui morte prematura ha portato al distacco della coppia. Annie è addentro alle cose di magia, la prima ad accorgersi della natura sovrannaturale degli ospiti indesiderati e a definire i vampiri i più pericolosi tra gli spiriti.
Qui la cosa si fa interessante: §spoiler§ Annie rifiuta totalmente l’idea di diventare una vampira e Smoke dopo aver combattuto fino all’ultimo nella parte action del film muore con la visione di Annie e del loro figlio che lo stanno aspettando.
Ecco una bella differenza tra bianchi e gli altri popoli (il vampiro entra in scena inseguito dagli indiani) il mito del vampiro è tipicamente occidentale: le altre culture accettano tutte la morte come una parte del ciclo della vita mentre noi abbiamo alimentato l’idea di vivere in eterno elaborando il mito di un principe valacco che combatteva gli invasori turchi. I vampiri cercano di convincere i pochi reticenti parlando di un mondo in cui si è tutti uguali: morti e costretti a vivere solo di notte ma liberi dal finto buonismo del mondo svelando anche i piani del Ku Klux Klan in teoria scomparso ma che sta organizzando un attacco al locale che ci sarà con citazione alla Apocalisse now variando “amo il profumo del napalm al mattino”
Il film mi è piaciuto molto perché ha sottolineato l’orgoglio black giocando con classe con gli stilemi del cinema classico americano: il 1932 è un anno centrale nel lustro scarso del pre-code dove il gangster movie la fa da padrone e qui abbiamo due ex gangster che hanno lavorato al servizio di Al Capone, poi i protagonisti sono due gemelli come in uno dei capolavori del noir anni ’40 Lo specchio scuro.
Seven Chances
USA 1925
con Buster Keaton, Snitz Edwards, Ray Barnes, Ruth Dwyer, Frances Raymond, Erwin Connell, Jules Cowles
regia di Buster Keaton
La società di Jimmy Shannon e del suo socio Billy sta per fallire quando Jimmy riceve una grossa eredità che potrà riscattare solo se sarà sposato alle sette di sera del giorno del suo compleanno che è quello in cui l’avvocato gli ha notificato il testamento. E’ l’occasione per fare quello che non ha mai avuto coraggio di fare: chiedere la mano di Mary, ma nel suo imbarazzo Jimmy rovina la proposta e Mary rifiuta il matrimonio ma quando capisce che le intenzioni del fidanzato sono dettate dal sentimento, la ragazza invia il suo servitore da Jimmy per accettare il matrimonio. Intanto il socio e l’avvocato convincono Jimmy a sposarsi in ogni caso per ottenere l’eredità ma nessuna delle donne conosciute accetta la proposta. Così Billy arriva a pubblicare un annuncio sul giornale e le spose si presentano in chiesa a frotte. A Jimmy non resta che la fuga inseguito dalle sue innumerevoli nubende mentre Mary lo aspetta a casa per celebrare la sospirata cerimonia, se Jimmy arriverà in tempo…
Riscoperto solo negli anni ’70 il film non è perfetto, la prima parte, quella più legata all’opera teatrale a cui è ispirata, è abbastanza anonima la comicità surreale e rocambolesca del comico esplode nella seconda parte quando il nugolo di spose rincorre infuriato il povero Jimmy, richiamando il mito di Orfeo fatto a pezzi dalle Baccanti: le spose travolgono l’intera città terrorizzando tutti gli uomini, anche un intero drappello di poliziotti tra cui si era nascosto Jimmy.
La furia femminile viene rappresentata fisicamente dalla valanga di sassi che rincorre Jimmy e che alla fine il nostro eroe dovrà dribblare per sfuggire alla massa di spose che solo la furia della natura potrà sconfiggere. Certamente c’è una vena misogina ma Buster Keaton mette in scena anche l’infelice matrimonio con l’attrice Natalie Talmadge, una delle cause della fine prematura della sua carriera.
La fuga precipitosa diventa anche una prova ginnica non indifferente: girata en plein air e non in studio, dove tra capitomboli, ruzzoloni e scatti fulminei Keaton attraversa tutti i dintorni di Los Angeles, dagli spazi metropolitani alle colline scoscese.
Il comico è anche regista del film e anche nella prima parte regala alcune raffinatezze: la gag del cane che cresce mentre Jimmy non si decide a dichiararsi a Mary è un classico, ma il cambio di fondale quando Keaton sale in macchina senza far spostare la vettura è una trovata usata solo da Buster Keaton.
Angel Face
USA 1952 RKO
con Robert Mitchum, Jean Simmons, Mona Freeman, Herbert Marshall, Leon Ames, Barbara O’Neil, Kenneth Tobey
regia di Otto Preminger
Frank, autista di ambulanza, incontra Diana quando si reca nella villa dei Tremayne a prestare soccorso alla matrigna della ragazza, vittima di una strana fuga di gas. Diana ben presto seduce l’uomo facendogli trascurare la fidanzata Mary e proponendogli di diventare l’autista di casa Tremayne. Frank accetta soprattutto per la paga che gli permetterebbe di realizzare il suo sogno, un’officina specializzata per auto di classe. Diana fa in mondo che l’uomo discuta il suo progetto con Catherine, per avere un prestito ma poi gli dice che la matrigna ha stracciato il suo prospetto senza neppure guardarlo, solo per dispetto. Per Frank è chiaro che la ragazza cerchi di coinvolgerlo nel suo tentativo di liberarsi della donna e lascia la villa ma ormai è troppo tardi: Diana ha già manomesso l’auto di Catherine che finisce nella scarpata ma a bordo c’è anche Charles, suo padre. Per la duplice morte viene indagato anche Frank e il brillante avvocato che deve difendere Diana ha la brillante idea di farli sposare per evitare che possano testimoniare l’uno contro l’altra. Scagionati, Frank prova a tornare da Mary che però si è sistemata con un altro spasimante mentre Diana, vorrebbe confessare le sue colpe e l’avvocato fatica a dissuaderla. Frank decide di lasciarla e andarsene in Messico, Diana sembra rassegnata e si offre di accompagnarlo alla stazione, invece…
Un classico del noir che Preminger amava definire “un incidente interessante” di cui pare scrivesse la sceneggiatura giorno per giorno.
Trovo un certo debito verso Femmina Folle di John Stahl: ancora una volta una ricca ereditiera con il complesso di Elettra, talmente innamorata del padre da volersi liberare di ogni possibile rivale, in questo caso la matrigna ricca che mantiene lo scrittore che ha perso la vena artistica.
Diana usa il suo fascino per sedurre Frank e avere un complice ma l’uomo è abbastanza scaltro da intuire le intenzioni della ragazza e defilarsi, la morte non voluta del padre getta Diana nello sconforto più totale e l’attrazione fisica per Frank si trasforma nell’amore esclusivo di cui si nutre la protagonista.
Duro dal cuore tenero. Frank è un loser rassegnato al suo destino: gioca a fare la coppia aperta con Mary ma alla fine lei gli preferisce il più solido Bill perché non vuole passare la vita a difendere un uomo troppo bello che qualche altra donna cercherà sempre di insidiarle.
Scaltro ma non abbastanza da prevedere la follia totale di Diana, Frank si lascia accompagnare alla stazione degli autobus non immaginando certo le intenzioni della donna che lasciano anche lo spettatore a bocca aperta, un finale inatteso e improvviso che contrasta con il ritmo piano, al limite del noioso, con cui si è evoluta la trama: il gioco seduttivo, la parte del processo con la disquisizione sui danni dell’auto dovuti alla caduta o a una manomissione.
Marked Woman
USA 1937 Warner Bros
con Bette Davis, Humphrey Bogart, Lola Lane, Isabel Jewell, Jane Bryan, Eduardo Ciannelli, Mayo Methot, Rosalind Marquis, John Litel, Raymond Hatton
regia di Lloyd Bacon
Prendendo possesso del Club Intime, il boss Johnny Vanning ha in mano l’intero racket dei locali notturni e anche alle cinque entraîneuse del locale non resta che accettare la protezione del boss. Una notte Mary viene riaccompagnata a casa da un cliente che le confida di aver pagato con un assegno scoperto i debiti di gioco, la ragazza lo consiglia di lasciare in fretta la città ma l’uomo viene ritrovato morto con in tasca il numero di telefono di Mary. Per sbugiardare il giovane procuratore David Graham, l’avvocato di Vanning convince Mary a indicare come killer due membri della gang che in quei giorni erano in galera. A pagare lo scotto del falso processo sarà Betty, sorella minore di Mary arrivata in città a sorpresa proprio il giorno in cui la sorella è stata arrestata, scandalizzata dalla sua vita equivoca rifiuta di tornare all’Università e una sera finisce per partecipare a una festa organizzata da Vanning ma quando il suo accompagnatore allunga le mani oppone resistenza e Vanning la butta giù dalle scale impedendo che vengano chiamati i soccorsi. Mary denuncia la scomparsa della sorella e Vanning la fa picchiare e sfregiare ma la donna non si lascia intimidire e convince anche le sue colleghe a testimoniare contro il boss.
Duro melodramma della Warner liberamente ispirato alle vicende di Lucky Luciano che mette in campo le due star di punta: Bette Davis e l’emergente Humphrey Bogart ed è interessante confrontare la recitazione drammatica della Davis con quella trattenuta di Bogey, ricordando che per questo film Bette Davis vinse la Coppa Volpi a Venezia.
La tematica del film sarebbe stata ottima per un film pre-code dove la violenza e i riferimenti sessuali erano espliciti, il Codice Hayes entrato in vigore nel 1934 porta invece una forte censura così le cinque prostitute diventano “hostess” e anche la scena dello stupro di Betty venne tagliata. Il film punta quindi sul realismo tanto che uno dei gangster di Vanning faceva veramente parte della gang di Lucky Luciano; il boss viene interpretato dall’attore e baritono italiano Eduardo Ciannelli, scelto proprio per una vaga somiglianza
Nonostante la mancata esplicitazione il tema risulta ben chiaro e il film regge bene salvo smorzarsi nella retorica dell’arringa finale di Graham che pur ammettendo la dubbia moralità delle donne riconosce loro il merito di essere le uniche ad avere avuto il coraggio di schierarsi contro Vanning ben consce dei rischi che correvano. Finito il processo le cinque ragazze spariscono nella nebbia della città.
Sul set nasce l’amore tra Bogart e Mayo Methot l’attrice che diventerà la sua prima moglie.
Mary, Queen of Scots
GB 1971 Universal
con Vanessa Redgrave, Glenda Jackson, Patrick McGoohan, Timothy Dalton, Nigel Davenport, Trevor Howard, Daniel Massey, Ian Holm
regia di Charles Jarrott
Alla morte del marito Francesco II, re di Francia, Maria Stuarda viene rispedita in Scozia dalla suocera Caterina de’ Medici. Elisabetta I scorge subito il pericolo nel ritorno della regina cattolica e rifiuta il passaggio attraverso il suolo inglese. Maria sbarca quindi sulle coste scozzesi dove ad attenderla c’è il fratellastro Giacomo Stuart, protestante, che vorrebbe governare in vece della sorella lasciando alla regina un ruolo puramente simbolico. Mente i suoi fedeli consiglieri cattolici le cercano un marito cattolico che sappia difendere la sua causa, Elisabetta proprone alla cugina di sposare Robert Dudley, suo ex amante certa che Maria rifiuterà per cadere nelle braccia del giovane Lord Darnley come puntualmente accade. Il dissoluto Darnley non si accontenta del ruolo di principe consorte e fa assassinare Davide Rizzio, il consigliere papale della moglie ma poi tradisce anche i cospiratori protestanti finendo a sua volta ucciso. Nel frattempo Maria si è innamorata follemente del conte di Bothwell ma lo scontro con il fratellastro Giacomo non è favorevole alla coppia costretta all’esilio: Bothwell muore pazzo nelle prigioni danesi mentre Maria cerca rifugio da Elisabetta finendo sua prigioniera per un ventennio: la regina inglese rifiuta strenuamente l’idea di far giustiziare una regina consacrata ma Maria è un simbolo e per evitare la ribellione cattolica Elisabetta dovrà far giustiziare la cugina.
Secondo film del regista inglese Charles Jarrott che aveva debuttato nel 1969 con un altro film storico dedicato ad Anna Bolena, Anna dai mille giorni. Maria Stuarda, regina di Scozia non è molto attendibile dal punto di vista storico, preferendo giocare con gli aspetti sentimentali della vicenda legati ai due matrimoni di Maria Stuarda a salvare il film ci sono l’ottima prova degli artisti, in primis le due protagoniste e la bellezza dei costumi.
Mentre Maria Stuarda del 1936, diretto dall’irlandese John Ford (che pure abbandona il progetto prima del completamento della pellicola) pende più dalla parte della regina scozzese interpretata da Katharine Hepburn, il film di Jarrott sembra più orientato a una rilettura favorevole a Elisabetta I.
Maria è sicuramente una dama raffinata e bellissima ma non educata alla politica e infatti le ultime parole che Elisabetta le rivolge dicono “Se aveste tanta testa quanto cuore al vostro posto ci sarei io”: le due regine rappresentano un modo opposto di interpretare il potere femminile: mentre Maria vede nella maternità la possibilità di affermare la propria stirpe e nel matrimonio un modo per ottenere alleanze utili alla sua causa, Elisabetta mette le sue esigenze femminili al secondo posto, dopo l’essere monarca e Jarrott esprime molto bene la specularità tra le due donne nel montaggio alternato, soprattutto nella scena iniziale: Maria in Francia, sul fiume con il marito che viene preso da uno dei malori che lo porterà alla morte e poi Elisabetta sul fiume, con l’amante Robert Dudley a cui arriva la notizia della morte della moglie e viene sospettato di averla assassinata per poter sposare Elisabetta; matrimonio e figli sono le parole a cui la regina inglese è allergica e che la convincono a procedere sulla propria strada più dei consigli del fedele Sir William Cecil.
Lo scontro epico tra le due regine è nuovamente in sala con Maria Regina di Scozia e ho notato una certa somiglianza tra la giovane Vanessa Redgrave e Saoirse Ronan, è interessante notare come sia il film del 971 che l’ultimo ruotino attorno agli incontri tra le due regine che nella realtà storica non si sono mai incontrate di persona.
Italia 1980
con Christopher George, Catriona MacColl, Carlo De Mejo, Antonella Interlenghi, Giovanni Lombardo Radice, Luca Paismer, Michele Soavi, Venantino Venantini, Fabrizio Jovine, Luciano Rossi, Janet Agren, Adelaide Aste, Daniela Doria
regia di Lucio Fulci
Nello sperduto paesino di Dunwich un prete si suicida impiccandosi in un cimitero e a New York una ragazza che partecipa a una seduta spiritica visualizza la scena e cade morta. Il giornalista Peter Bell che indaga sulla strana morte della fanciulla si reca al cimitero appena in tempo per salvare Mary che era stata sepolta viva. La medium che aveva organizzato la seduta spirita spiega loro che gli avvenimenti erano già stati previsti dal Libro di Enoch, vecchio di quattromila anni e invita Mary e Peter a recarsi Dunwich, costruita sulle rovine della antica Salem per richiudere le porte dell’inferno. Intanto a Dunwich iniziano strani fenomeni: Emily viene trovata morta di paura e il fratellino dice di vedere il suo cadavere alla finestra, Sandra, una pittrice in analisi, trova il cadavere di un’anziana signora nel suo soggiorno e Bob, il capro espiatorio del paese, finisce per essere ucciso in modo orribile da Mr Ross.
Quando Mary e Peter arrivano a Dunwych incontrano Jerry, lo psichiatra e con il suo aiuto decidono di aprire la tomba di famiglia di Padre Thomas, scoprendo che la cripta è un passaggio verso gli inferi; solo la definitiva eliminazione del prete può fermare il risveglio degli inferi… forse.
Primo capitolo della “trilogia della morte” a cui seguono …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero, l’horror splatter di Fulci si sarebbe dovuto intitolare La paura poi, le solite ragioni economiche della casa di produzione aggiunsero il riferimento ai morti viventi per sfruttare il successo del precedente Zombi 2, ma come sottolinea il titolo iniziale, a Fulci interessa mostrare i procedimenti della paura a discapito della trama estremamente frammentata e con troppi personaggi, quasi un inanellamento di una serie di brevissimi episodi costruiti attorno a un avvenimento spaventoso collegati da un senso logico a volte davvero esile.
Tra zombi che strappano la calotta cranica a mani nude e tempeste di vermi, la scena più cruenta non ha nulla a che fare con il fantastico, mi riferisco alla morte di Bob, il ragazzo strano della città tenuto a distanza da tutti per alcuni misteriosi fatti che riguardano la sua famiglia, solo Emily sembra volerlo aiutare ma la sua morte improvvisa a casa di Bob peggiora la situazione del ragazzo così quando Mr Ross lo trova insieme alla figlia pensa che la stia molestando e lo uccide trapanandogli la testa: gli esseri umani sono i veri mostri e non c’è bisogno di andare a cercare l’orrore nei meandri dell’inferno.
La cinica lezione di Fulci mescolata alla compiaciuta per non dire divertita insistenza dello splatter fa di Paura nella città dei morti viventi uno dei film preferiti di Tarantino che lo cita esplicitamente in KillBill nel risveglio dentro la tomba della Sposa e nella morte di Gogo i cui occhi lacrimano sangue come le vittime del film.
Finale aperto e molto bello: Gerry e Mary tornano vittoriosi dalla lotta contro gli inferi e corre loro incontro John-John, il fratellino di Emily che era stato affidato a una pattuglia di poliziotti, il sorriso dei due sopravvissuti si trasforma in una maschera di terrore staccando su un fermo immagine del bambino mentre l’obbiettivo si crepa e ricominciano le urla: il bambino è uno zombie? Oppure sono i poliziotti alle sue spalle a fare qualcosa di orrendo? La paura sta soprattutto nel non esplicitato.
Italia 1963
con Rossana Podestà, Georges Rivière, Christopher Lee
regia di Anthony Dawson (Antonio Margheriti)
La prima notte che l’americana Mary passa nell’avito castello tedesco del marito è buia e tempestosa e la donna si sveglia nel cuore della notte per i fulmini e per delle urla di donna; Mary si accorge di essere sola nel letto: del marito non c’è traccia, scendendo a cercarlo per il castello, si ritrova nella sala delle torture e vede una donna uccisa nella Vergine di Norimberga e sviene. Quando si risveglia il marito e la servitù cercheranno di convincerla che si tratta solo di un incubo ma la donna continua ad indagare fino a scoprire un terribile segreto..
La vergine di Norimberga è un Bmovie che invecchia con molta dignità, un film gotico che si caratterizza per i dettagli piuttosto crudi delle torture che oggi forse non fanno più così impressione. Resta notevole l’uso della macchina da presa di Margheriti che alterna piani sequenza a dettagli macabri o terrorizzanti dando un certo ritmo alla pellicola.
Il film è quasi tutto sulle spalle della protagonista, la bellissima Rossana Podestà: è attraverso il suo sguardo e le sue fughe che lo spettatore scopre gli orrori del castello degli Hunter dove sembra esser tornato in vita “il Giustiziere”, un avo pazzo che nel XVII secolo puniva con la tortura soprattutto le donne che si erano macchiate d’infedeltà. Non c’è nessun ritorno dall’aldilà ma la vicenda del mostro che imperversa nel castello è una delle più tristi della storia del cinema e trova la sua spiegazione nella realtà storica della Seconda Guerra Mondiale con il flash back esplicativo girato in bianco e nero con qualche apparente immagine di repertorio.
In un ruolo secondario, quello di Erich, attendente del generale Hunter, padre di Max, troviamo niente meno che Christopher Lee che recita con il volto mezzo sfigurato sempre a causa della guerra.
Giudizio sul dvd
Il dvd offre come extra un documentario Il castello degli orrori che analizza non solo il film in questione ma più in generale l’opera del regista con spezzoni audio di un intervista a Margheriti e l’intervento dello sceneggiatore Gastaldi e le spiegazioni del critico sul film e tutte le figure che sono entrate nella lavorazione, dagli attori al produttore Marco Vicario.
The Great Gabbo
USA 1929
con Erich von Stroheim, Betty Compson, Donald Douglas
regia di James Cruze
Gabbo, ventriloquo da fiera che ha un rapporto morboso con il suo pupazzo Otto, riversa le frustrazioni di una carriera mediocre sulla fidanzata/assistente Mary che lo lascia, esasperata dal suo pessimo carattere.
Due anni dopo i due si rincontrano all’apice del successo: Gabbo è convinto di poter riconquistare la donna ma quando Mary gli confessa di essersi sposata, la follia di Gabbo esplode, stroncandogli la carriera.
Primo film sonoro interpretato da Erich von Stroheim che ha collaborato, non accreditato, anche alla regia.
I giudizi dei dizionari sono molto critici nei confronti dell’opera che effettivamente è imperfetta, più che per i problemi con il sonoro (tecnologia che aveva solo due anni di vita) direi che a non funzionare è l’inserimento dei numeri musicali che spezzano il ritmo della tragedia di Gabbo, creando uno strano musical drammatico.
Anche se a livello tecnico l’uso del sonoro non è eccelso, colpisce l’attenzione con cui si vuole rompere ogni rapporto con il cinema muto: quello che non viene mostrato visivamente della storia, come il salto temporale di due anni, invece che esser risolto tramite una didascalia, espediente troppo legato alla precedente epoca muta, viene raccontato attraverso i dialoghi e l’altra coppia di artisti da fiera ha esclusivamente il compito di spiegare i retroscena del rapporto tra Gabbo e Mary. Gli intermezzi musicali, sicuramente troppo lenti, sottolineano il mutamento di uno stile: si passa dalle sfilate di ballerini dei primi numeri al numero finale della ragnatela (vituperato dal Mereghetti) che rispecchia chiaramente lo stile deco che era in piena affermazione. Anche nelle riprese si tentano nuove soluzioni: ad esempio con i dettagli dei piedi danzanti, tecniche che fanno presagire i grandi musical che negli anni immediatamente seguenti faranno la fortuna del coreografo Busby Berkeley.
Resta memorabile Stroheim fedele al suo personaggio odioso con monocolo e medaglie al petto; per sottolineare l’ambiziosa follia di The great Gabbo il look è più stravagante del solito con marsine e pantaloni alla zuava in raso che l’attore riesce a rendere credibilissimi. Ci si aspetterebbe un risvolto più horror nello sdoppiamento con Otto (sulla falsariga di Chucky ed altre bambole assassine) invece il carattere borderline di Gabbo resta sempre latente tenendo alto il senso di aspettativa dello spettatore e riequilibrando in qualche modo le figure di Gabbo e Mary la cui estrema dolcezza non è amore ma pietà verso il bipolare Gabbo, dovuta forse a un senso materno riversato sul fantoccio Otto.