Angoscia

Gaslight
USA 1944 MGM
con Ingrid Bergman, Charles Boyer, Joseph Cotten, Dame May Whitty, Angela Lansbury, Barbara Everest, Emil Rameau, Edmund Breon, Halliwell Hobbes, Tom Stevenson, Heather Thatcher, Lawrence Grossmith, Jakob Gimpel
regia di George Cukor

Subito dopo il matrimonio Paula Alquist torna a Londra nella casa dove è cresciuta ed ha scoperto il cadavere della zia che l’ha allevata. Il premuroso marito si trasforma nel tempo nel carceriere di Paula ritenendo che la fragilità psicologica della moglie si stia aggravando e sfociando nella pazzia. A salvare Paula contribuiscono una vicina impicciona e soprattutto un giovane detective di Scotland Yard che era un grande ammiratore della zia di Paula, famosa cantante lirica.

Un bellissimo film anni ’40 oggi più noto perché il titolo originale ha dato vita al termine gaslighting riferito alla manipolazione psicologica (soprattutto maschile) verso soggetti più deboli per creare dipendenza psicologica e affettiva: insomma molti usano questo termine senza sapere da dove nasca!

La pellicola è tratta dall’omonima opera teatrale del 1938 di Patrick Hamilton, esiste una versione cinematografica inglese del 1940 diretta da Thorold Dickinson di cui la MGM cercò di eliminare tutte le copie e il film britannico si salvò solo per la lungimiranza del regista che ne salvò una copia personale.

Il film americano è invece celeberrimo non solo per aver coniato il termine di cui sopra ma anche per aver fatto vincere a Ingrid Bergman il suo primo oscar meritatissimo perché l’attrice è superba a mostrare l’evoluzione della vittima: appare luminosa all’inizio della storia, felice e innamorata e poi vediamo il suo lento cadere nell’insicurezza instillatale dal marito fino ad arrivare a dubitare completamente di sé stessa, temendo il giudizio della servitù, in particolare della cameriera Nancy, sfacciata e volgarotta che non si fa scrupoli di flirtare con il padrone: ad interpretarla c’è una validissima Angela Lansbury al suo primo ruolo cinematografico che le valse una meritata candidatura come miglior attrice non protagonista.
Anche Charles Boyer ricevette una nomination ed in effetti pur essendo sempre stata una sua grande fan, in quest’opera raggiunge vette di perfidia che lo rendono davvero odioso.

Angoscia si rivela ancora oggi un preciso affresco di una relazione tossica, un ritratto pungente del legame matrimoniale e il contesto d’inizio novecento rende ancora più evidente il soverchiamento maschile ma fortunatamente assistiamo anche alla vendetta, se così vogliamo chiamarla, della vittima che nelle scene finali si riscatta del trattamento subito.

Cukor è definito il regista delle donne per la sua abilità nel far emergere le doti recitative delle sue attrici, in questo film ci sono comunque delle finezze stilistiche giocate con tema della luce: la fiammella dei titoli di testa lancia un’ombra sul muro che mostra un uomo che sta strangolando una donna (sorte della zia di Paula) e quando la luce si alza nuovamente mentre Brian e Paula svelano i segreti di suo marito, i due vengono riflessi nell’ottone del portalampada, come il celebre dettaglio de I Coniugi Arnolfini

La lunga notte dell’orrore

The Plague of the Zombies
UK 1966, Hammer Film Productions
con André Morell, Diane Clare, Brook Williams, Jacqueline Pearce, John Carson, Alexander Davion,Michael Ripper, Marcus Hammond, Dennis Chinnery,Louis Mahoney
regia di John Gilling

Screenshot

Il dottor Thompson è medico condotto di un paesino della Cornovaglia funestato da una serie di morti inspiegabili. Il dottore non può fare molto dato che il nobile del paese impedisce le autopsie, decide così di chiedere l’aiuto a Sir James Forbes, il suo professore universitario. Su consiglio della figlia Silvye che vuole rivedere l’amica Alice, ora moglie di Tompson, Forbes si reca al villaggio dove trova l’ennesimo funerale e malumori crescenti verso il suo allievo. Forbes decide di forzare la situazione e fare un’autopsia non legalizzata dissotterrando  con Tompson un cadavere nella notte. Colti sul fatto dalla polizia trovano un inaspettato alleato nel  sergente Swift quando scoprono che la bara è vuota. Intanto Silvie vede Alice allontanarsi di notte e la segue nella brughiera finendo nelle mani degli scagnozzi del conte che iniziano a molestarla; salvata dal nobile Clive Hamilton, Silvie mentre torna a casa vede Alice ormai morta tra le braccia di un bruto. Hamilton le fa visita per farle le condoglianze e la induce a tagliarsi con un bicchiere, intanto Sir James scopre i riti wodoo causa delle misteriose morti: sarà ancora in tempo per salvare la figlia?

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Unico film di zombie della Hammer, La lunga notte del terrore è l’anello di congiunzione tra gli zombie classici degli horror americani (White zombie della Universal e Ho camminato con uno zombi della RKO) e La notte dei morti viventi di Romero uscito due anni dopo.

Il film Hammer si apre su una cerimonia wodoo che si tiene nel castello degli Hamilton: ben presto il film lascia intendere che è il barone ad aver macchinato la piaga degli zombie per avere manodopera gratis per riaprire le vecchie miniere di stagno in cui nessuno voleva più lavorare perché troppo pericolose. Questa critica sociale dello sfruttamento operaio avvicina il film alle tematiche sviluppate due anni dopo da Romero.


Fatta eccezione per il valore storico della pellicola, poco altro si salva in questo film dalla scarsa incisività narrativa con una storia che sembra modulata sul Dracula del 1958: il sangue come veicolo del rito, due donne, una bruna e una bionda, una cadrà vittima del sortilegio risorgendo dannata dalla tomba mentre l’altra verrà salvata dall’acume del personaggio che rappresenta la razionalità e il positivismo scientifico.

La caratterizzazione di Sir James Forbes è uno dei motivi per per vedere il film, più burbero e cinico di tutti i Van Helsing e gli Sherlock Holmes apparsi sullo schermo, Forbes nasconde una grande umanità dietro la noia che manifesta per l’intero genere umano e solo la figlia riesce a vedrete la sua vera natura. È un piacevole legame padre figlia quello portato in scena che rende ancora più orribile il destino di violenza sessuale che incombe sulla ragazza giocata a carte dagli scagnozzi di Hamilton che la salva all’ultimo minuto.


Le scene con gli zombi potrebbero essere inquietanti ma il trucco invecchiato male le rende risibili ma devo ammettere che non amo i film di zombie quindi perdo l’indulgenza che posso avere verso altri mostri anche meno curati.

Inside out 2

USA 2024, Pixar Disney
regia di Kelsey Mann

Riley Anderson affronta la pubertà e nuove emozioni arrivano a turbare l’equilibrio della ragazzina, portandola anche a vivere un’attacco di panico…

Ho preferito il secondo capitolo al primo, che come scrissi all’epoca mi sembrava un’opera un po’ troppo intellettualmente compiaciuto, mentre il sequel mi sembra aver raggiunto, anche in fase di scrittura, un perfetto equilibrio tra mente e cuore: le esperienze di Riley sono capitate a tutti e trascendono il periodo adolescenziale: l’accettazione sociale, la paura della solitudine, la necessità di riuscire sono esigenze transgenerazionali che riguardano ogni spettatore.

Ho trovato molto interessante anche la rappresentazione dell’universo mentale, nel primo capitolo forse era più creativo culminando nel capolavoro visivo dell’area del pensiero astratto mentre in Inside out 2 il disegno resta più omogeneo ma in grado di spiegare bene i processi mentali e la costruzione del proprio io interiore.

Che l’attenzione sia tutta per Ansia lo dimostra anche il disegno: la nuova protagonista che contende il comando a Gioia è un bislacco esserino arancione ben diverso dal tratto tipicamente umano che contraddistingue le altre emozioni: tutta la mia simpatia va a Ennui e le sue pose dinoccolate. Continua lo strano incrocio con Follemente visto che Ansia è doppiata da Pilar Fogliati.

Un urlo dalle tenebre

Italia, 1975
con Richard Conte, Françoise Prévost, Patrizia Gori, Jean-Claude Vernè, Sonia Viviani, Elena Svevo (Elisabeth Tulin), Mimma Biscardi, Franco Garofalo, Giuseppe Talarico, Filippo Perego, Giangiacomo Elia, Giulio Baraghini, Rita Orlando, Bruno Di Levrano, Luca Damiano
regia accreditata a Elo Pannacciò, di fatto Luca Damiano (Franco Lo Cascio)

Piero ragazzo di buona famiglia, inizia ad avere comportamenti strani, dopo la misteriosa morte della madre il medico consiglia d’internato in manicomio ma la sorella suora si oppone e si rivolge ad un esorcista…

Filmetto di poco conto nato sull’onda del successo de L’Esorcista che cita esplicitamente e gioca con altri topos dei film diabolici in voga nel periodo: sarà un caso che l’unica attrice con i capelli corti è la madre inconsapevole del demonio come Rosemary?

È poco chiara anche la paternità del film, il regista firmatario -Elo Pannaccio – in realtà condivide il progetto con Franco Lo Cascio.

La scena  iniziale è una ripresa reale in piazza San Pietro con le persone stupite che guardano in macchina, i ricordi di Suor Elena degli orrori del manicomio sono materiali del film La casa delle mele mature di Pino Tosini


La casa in cui si svolge la vicenda è un’anonima villetta di fine anni’60, insomma che sia un film a bassissimo budget è più che evidente eppure qualche trovata si salva.

Bella l’ambientazione laziale con le cascate di Monte Gelato e le riprese nel borgo semi diroccato.

Il diavolo impersonato dalla donna nuda si presta alle pruderie del regista che passerà ai porno, però è anche una rappresentazione intrigante.

Bella la scena dello sgozzamento a distanza e pur nella sua ingenuità trova una sua ragion d’essere il flash back secentesco che spiega perché quei luoghi fossero frequentati dal diavolo.

L’ultima parte con l’entrata in scena dell’esorcista è la rovina del film: il confronto con l’originale è impietoso non solo da un punto di vista artistico ma anche citazionistico: confrontare gli effetti speciali è impari dal trucco del protagonista ai fievoli sbocchi di sangue e altri liquami che non hanno certo la gittata di quelli di Regan.

Il film ebbe anche una distribuzione internazionale e ora non vorrei essere tacciata di blasfemia nell’anno della morte di Lynch ma solo a me la scena all’obitorio col cadavere nel cellophane trasparente ricorda un cadavere ben più eccellente nella storia della tv?