Fuori orario

After Hours
USA 1985, Warner Bros. Pictures
con Griffin Dunne, Rosanna Arquette, Verna Bloom, Linda Fiorentino, Teri Garr, John Heard, Cheech Marin, Tommy Chong, Catherine O’Hara, Dick Miller, Will Patton
regia di Martin Scorsese

Screenshot

Il programmatore informatico Paul Hackett accetta l’invito di Marcy, una bella ragazza che lo ha abbordato in un bar, e la raggiunge a Soho, sarà l’inizio di una serata sconvolgente dove tutto andrà storto e Paul rischierà anche la vita…

Fuori Orario è una commedia dai toni grotteschi che Scorsese riesce ad esasperare al punto di farla diventare un vero e proprio incubo metropolitano: a volte gli incontri di Paul ricordano l’odissea de I Guerrieri della notte ma il suo è un viaggio solitario e spesso fuori rotta.

La genesi della pellicola è nota: dopo il flop di Re per una notte, la carriera del regista è in crisi, quindi per avere maggior spazio creativo ripiega su questa commedia indipendente che vedeva in lizza tra i papabili registi anche l’emergente Tim Burton.

Fuori orario ibrida atmosfere neonoir (il cui capolavoro è Taxi Driver) con  situazioni kafkiane e tempismi da comiche slapstick per cui il povero Paul inanella una serie di situazioni sempre più assurde incontrando personaggi bislacchi che anche quando nutrono buone intenzioni nei suoi confronti rivelano una completa mancanza di empatia. 

Le figure femminili sono un divertente prontuario di disadattate con interessi sessuali verso il protagonista che con difficoltà riesce a districarsi e ogni suo rifiuto lo conduce a un guaio ancora maggiore.

Al centro del film c’è sempre New York in questo caso mostrata nella sua dualità di città produttiva (l’ufficio, l’appartamento da yuppie di Paul) in contrasto con la vita notturna creativa e pericolosa di Soho, il quartiere degli artisti di cui Scorsese sbeffeggia le emergenti sottoculture che fanno riferimento al Berlin, dove si riuniscono secondo l’orario d’ingresso al locale.

Altrettanto notorio il fatto che Scorsese non sapesse come concludere il film e fu il grande regista inglese Michael Powell a suggerire il finale circolare.
Così, nascosto in una statua di cartapesta trafugata dai ladri che infestano il quartiere, Paul cade dal furgone che ha sbandato in curva liberandosi, proprio davanti al suo ufficio che sta aprendo i battenti e Paul pur stropicciato e sconvolto è pronto per la nuova giornata lavorativa sempre tra l’indifferenza generale: una metropoli matrigna come la natura leopardiana.

The Irishman

Theirishman

 Frank Sheeran dalla sua camera nella casa di riposo rievoca la sua storia nel mondo della mafia, da semplice camionista che rivende parte della merce si guadagna la fiducia del boss Russell Bufalino che lo presenta a Jimmy Hoffa, il più potente capo sindacato, nemico giurato dei Kennedy. Anche Hoffa prende a ben volere Sheeran, che diventa la sua guardia del corpo ma quando l’istrionico sindacalista diventa un ingombro pe la mafia sarò proprio Sheeran a doversi liberare dello scomodo amico…

Pur non essendo un capolavoro, The irishman è un film molto bello, affabulatorio: nonostante il ritmo lento ti lasci coinvolgere da tutte le storie di gangster e regolamenti di conti che circondano la trama principale.
Un grande affresco malinconico di un mondo che fu, non la mafia che fu attenzione, Scorsese usa il genere che più gli è congeniale, il gangster movie, per far rivivere l’America dagli anni ’50 agli anni ’70 che è poi quella della sua giovinezza. Lo fa con gli attori amici di sempre, facendosi carico di un viaggio collettivo nel tempo.



The irishman


In quest’ottica è giustificabile l’uso della computer grafica per ringiovanire i personaggi, ma se la tecnologia può ringiovanire un volto non riesce (ancora) a restituire il vigore di un corpo. Nella conversazione tra regista e attori principali, che segue la proiezione, Scorsese si dice soddisfatto dell’impegno con cui gli attori si sono sforzati nel muoversi con agilità, a mio parere la cosa non ha funzionato per nulla: nella scena in cui Sheeran va a pestare il negoziante che ha maltrattato Peggy, scena fondamentale perché la sensibile ragazzina inizia a capire la natura del lavoro del padre, nel pestaggio dicevo, per quanto ripreso da lontano, si vede che è un uomo anziano che scalcia un omone buttato per terra, come diverse volte si notano le spalline sotto le camice chiare che dovrebbero ridare imponenza al fisico un po’ incurvato di De Niro. Per gran parte della visione ho cercato di trovare una motivazione a queste scelte perché faccio fatica a credere che Scorsese, in un film così costoso, cada su dettagli così evidenti ma se lui stesso si dice soddisfatto prendo atto e mi tengo i miei dubbi.



Theirishman


Ad impressionarmi in positivo non è stato il primo piano sequenza che ricorda Quei bravi ragazzi, ma quello nella galleria dove si trova il negozio da barbiere della sparatoria: la macchina da presa segue delle persone di spalle, poi improvvisamente torna indietro per seguire i veri killer che arrivano lateralmente li segue fin sulla porta poi si sentono solo gli spari mentre la macchina da presa indugia su un cuscino di rose rosse in una vetrina vicina: stupefacente.

Joker

Joker

Arthur Fleck vive con la madre malata, ossessionata dall’ex datore di lavoro, il miliardario Thomas Wayne che si è candidato come sindaco di Gotham. Arthur lavora come clown cercando di realizzare il suo sogno: diventare un comico di successo ma è affetto da una rara patologia che lo fa ridere sguaiatamente ogni volta che prova una forte emozione, questo fa di lui un disadattato vittima di derisioni e violenze finché un giorno non si ribella e in metropolitana uccide tre ragazzi ricchi che dopo aver importunato una ragazza se la prendono con lui che, in divisa da clown, era scoppiato a ridere a causa del suo disturbo. L’omicidio fomenta lo spirito di ribellione della città e l’assassino, soprannominato Joker, diventa un idolo delle masse; Arthur prova finalmente l’ebbrezza di essere idolatrato anche se non può rivelare di essere il colpevole, intanto, da una delle numerose lettere che la madre invia a Wayne, l’uomo sospetta di esserne il figlio illegittimo e lo affronta ma dopo aver negato il legame di sangue, il milardario gli fa delle rivelazioni sul suo passato che portano Arthur a scoprire la sua infanzia fatta di abusi, una scoperta che fa esplodere la follia latente di Arthur Fleck che sfrutta il passaggio televisivo nello show di Murray Franklin per rivelare di essere il Joker.



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Leone d’oro a Venezia e campione d’incassi d’inizio stagione (ma sarà davvero difficile batterlo se è arrivato alla quarta settimana di programmazione anche in provincia) Joker è un bel film che sa giocare con un discrimine cinematografico: è o non è un cinecomics? Essendomi annoiata da tempo del genere cinematografico in questione, propendo per la seconda categoria, per quelli che, forti della sequenza finale, pensano che l’elemento fumettistico derivato dalla saga di Batman sia solo una cornice a una storia di discesa della follia, un inferno di solitudine e dolore che trova sfogo e redenzione nella violenza.
L’innesto nella saga di Batman permette di attirare l’attenzione di un pubblico più giovane (o disimpegnato?) che altrimenti avrebbe evitato un film così intensamente drammatico. Del resto la pellicola è fatta tutta di rimandi, se vogliamo persino a L’uomo che ride il film muto del 1928 a cui si ispira la maschera del personaggio del fumetto: la risata forzata di Gwynplaine, frutto di un intervento chirurgico passa da costrizione fisica a una costrizione psicologica e c’è un rovesciamento nel rapporto con la figura paterna: nel film di Leni il protagonista rifiuta la sua ritrovata condizione di nobile per restare con gli ultimi che lo hanno accolto mentre in Joker, Arthur è disposto anche all’umiliazione pur di farsi accettare dal presunto padre miliardario.



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Ovviamente il richiamo più importante è ai film di Scorsese, iniziale produttore del film, Taxi Driver e Re per una notte, pellicole da cui deriva il tema dell’alienazione nella metropoli sporca e violenta dei tardi anni ’70 e che s’incarna in Robert de Niro, protagonista di quelle opere che ritroviamo nei panni del comico di successo, idolo di Arthur che lo invita in trasmissione solo per deriderlo ulteriormente di una sua performance assurda in uno spettacolo per aspiranti comici: che nel 1981 venga inviato un video di una serata amatoriale sarebbe un probabile buco di sceneggiatura ma la dimensione perennemente in bilico tra realtà e distorsione mentale del protagonista permettono anche queste ambiguità.
Altri elementi del cast rimandano alla follia e al mondo di Batman: Zazie Beetz, l’attrice che interpreta la vicina di casa con cui Arthur s’illude di avere una relazione, assomiglia ad Halle Berry che è stata Catwoman nel film del 2004.



Joker


La magrezza di  Joaquin Phoenix rimanda a quella impressionante di Christian Bale (il Cavaliere Oscuro di Nolan ) in L’uomo senza sonno, altro film sull’alienazione mentale. Sulla bravura innegabile del protagonista è stato detto tutto, a me ha colpito un fattore extra: la somiglianza con il defunto fratello River, che non avevo mai notato prima ed emerge in maniera impressionante quando l’attore è truccato da Joker.

La donna di picche

The Queen of Spades
GB 1949
con Anton Walbrook, Edith Evans, Yvonne Mitchell, Ronald Howard, Mary Jerrold, Anthony Dawson, Pauline Tennant
regia di Thorold Dickinson




Ladonnadipicche


Il capitano del genio Herman Suvorin è amico del principe Andrei, ufficiale della guardia e guarda con invidia la facilità con cui i nobili ufficiali si giocano fortuna sul tavolo da gioco. Un giono in un libro di stregoneria, Suvorin trova il racconto di una leggenda che aveva già sentito a voce, di come 60 ani prima la principessa Ranevskaya avesse venduto l’anima al diavolo per ottenere il segreto per vincere al gioco. La principessa è ancora viva e Suvorin decide di sedurne la giovane dama di compagnia per entrare in possesso del segreto. Una sera il capitano riesce ad entrare nellacamera da letto della principessa e la scongiura di rivelargli il suo segreto ma la donna muore di paura. Ricorrendo ancora al libro di stregoneria, Suvorin cerca di scoprire i segreti dei morti e una notte in sogno riceve la visita della contessa che gli rivela come vincere una fortuna al tavolo da gioco, a patto che l’uomo sposi la sua ex dama di compagnia. Lisaveta Ivanovna rifiuta le nozze e Suvorin si reca al circolo degli ufficiali giocando i numeri vincenti ma se le prime due mani si rivelano esatte, nell’ultima perde tutto sbagliando la carta scelta e cadendo definitivamente nella follia.




Thequeenofspades


Dal racconto omonimo di  Aleksandr Puškin  il regista Thorold Dickinson trae un film molto interessante che per un certo periodo è stato anche considerato perduto. Anche l’attenzione sull’autore che a metà degli anni ’50 abbandonò la regia per dedicarsi all’insegnamento universitario di cinematografia, si è risvegliata solo nell’ultimo decennio dopo che Martin Scorsese ha rivalutato la sua figura e ha giudicato La donna di picche “ stunning film is one of the few true classics of supernatural cinema”.




La donna di picche


Di certo si vede che il regista è anche uno studioso appassionato e la messa in scena è molto raffinata nei movimenti di macchina e nella composizione delle immagini, vero trionfo di uso di specchi e immagini riflesse con i protagonisti che guardano più spesso il riflesso che la persona con cui stanno parlando a sottolineare la dimensione irreale del racconto, in bilico tra fantasy e follia.




Ladonnadipicche


La fotografia usa un bianco e nero fortemente contrastato richiamando per certi versi il cinema espressionista tedesco a cui sarebbe congeniale anche la tram del film, di cui per altri furono girate due versioni mute, la prima nel 1916 è una pellicola russa mentre quella del 1922 è una produzione ungherese; in totale le versioni cinematografiche del film sono sei, compresa questa di Dickinson.
Notevole anche la precisione storica dei costumi: la vecchia contessa veste ancora come una dama del settecento e molti dei suoi abiti posati sui manichini diventano parte della scenografia, Lisaveta Ivanovna veste in perfetto stile impero (il film è ambientato nel 1806) mentre Suvorin porta un cappello bicorno sul modello del suo idolo, Napoleone Bonaparte, un uomo che ha saputo sfidare la sorte e piegare il destino al suo volere, anche Suvorin è spinto dalla medesima ambizione ma diventa una tragica caricatura del suo modello cadendo nella follia.




The queen of spades


Andrei, il principe che introduce Suvorin in un mondo fuori la sua portata, è interpretato da Ronald Howard, di cui oggi ricorre il centenario della nascita, il figlio dell’attore Leslie Howard. Il suo è un personaggio corretto e di buon cuore, veramente innamorato di Lisaveta e compassionevole con l’amico impazzito, figura che l’attore incarna con l’eleganza e il portamento che hanno reso celebre il genitore.

The changeling

Canada 1980
con George C. Scott, Trish Van Devere, Melvyn Douglas, Madeleine Sherwood, Jean Marsh
regia di Peter Medak



Thechangeling


Il compositore John Russell decide di trasferirsi da New York a Seattle dopo che la moglie e la figlioletta sono morte davanti ai suoi occhi in un incidente automobilistico.
A Seattle ha un incarico universitario e gli viene assegnata una vecchia casa vittoriana in disuso da anni dove presto l’uomo inizia ad avvertire strane presenze. L’antica magione nasconde un terribile segreto riguardante il senatore Joseph Carmichael che usa tutto il suo potere per intimidire Russell ma il fantasma non ha più intenzione di tacere..



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Solitamente apprezzo i film che Scorsese ha segnalato nella sua lista degli undici film più spaventosi ma The Changeling che pure rientra nell’elenco, mi lascia piuttosto perplessa per quel che concerne la trama.
La sequenza iniziale dell’incidente sulla neve è molto bella anche se ha poco a che fare con il resto del film: posso anche capire che una perdita così dolorosa e recente serva a giustificare la disponibilità del protagonista ad avvertire e seguire le comunicazioni paranormali ma che una persona così provata accetti di andare a vivere in una vecchia casa disabitata da anni, mi lascia francamente perplessa.
Non ho capito poi il finale: perché il piccolo Carmichael non trovi la pace dopo la sepoltura e dopo che la sua storia è stata svelata ma abbia un delirio finale poltergeistiano anche contro coloro che lo hanno aiutato.



The changeling


C’è da dire che il regista Peter Medak è il terzo subentrato nel progetto e notoriamente i cambi di regia lasciano degli strascichi sul lavoro ultimato.
Per il resto il film non si discosta dal modello delle grandi produzioni horror anni ’70 con grandi attori del passato in ruoli inconsueti, il senatore Carmichael è interpretato da Melvyn Douglas, star delle commedie brillanti anni ’30: era lui che riusciva a far ridere la Garbo, severa Ninotchcka dell’omonimo film di Lubitsch.
Una serie di caratteristi dalle facce inquietanti sul modello di Rosemary’s baby, colori acidi ereditati dai film di Dario Argento.



Thechangeling


Nel fatto che il corpo del bambino ucciso nel 1910 sia stato gettato in un pozzo, qualcuno vede una fonte d’ispirazione per The Ring (cfr. Il Mereghetti) ma anche questa mi pare una forzatura.

Quiz Show

QuizshowUSA 1994
con John Turturro, Ralph Fiennes, Bob Morrow, Paul Scofield, Martin Scorsese
regia di Robert Redford

Sul finire degli anni ’50 il quiz televisivo più seguito in America è Twenty-One della NBC ma quando il campione Herb Stempel viene costretto a cedere il titolo al più affascinante Charles Van Doren, inizia a lasciar trapelare che lo show sia truccato, attirando le attenzioni del giovane ispettore del Congresso, Richard Goodwin, che scoperchierà il primo scandalo della TV americana..

Tratto dal libro Remembering America scritto dallo stesso Richard Goodwin, il film di Redford si segnala innanzi tutto per la perfetta ricostruzione storica: in certi momenti mi pareva di vedere Mad Men ma il film ha almeno dieci anni di più.
Lo scandalo televisivo è il pretesto per mettere in scena l’ambiguità morale che mina l’abusata “innocenza dell’America” e che non risparmia nessuno dei protagonisti: se “lo sponsor” della Geritol interpretato da un gelido Martin Scorsese e i pezzi grossi della TV si comportano biecamente come ci si aspetta e riescono ad insabbiare tutto perché “tanto é solo spettacolo e non fa male a nessuno”, non escono puliti neppure i tre protagonisti della vicenda: Herb Stempel rivela l’inganno solo perché non ha avuto le altre comparsate in TV promesse e i soldi guadagnati sono già finiti, il suo desiderio di essere al centro dell’attenzione diventa così contorto da cercare visibilità nella denuncia della truffa televiva.



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Charles Van Doren è il rampollo di un’illustre famiglia di letterati americani, tutti (anche lui) professori alla Columbia, spesso vincitori del Pulitzer, riconoscendo la sua inadeguatezza verso le aspettative famigliari, cerca il riscatto della sua mediocrità nella televisione e si ritrova invischiato suo malgrado nel meccanismo perverso del gioco senza avere la capacità di opporsi e cedendo alla malia dei soldi e del successo.



Quizshow


Goldwin, che ammira lo stile di vita colto dei Van Doren, cerca di non coinvolgere l’amico nel processo che in effetti dovrebbe prendere di mira chi ha manipolato lo show ma, come sempre, il pubblico trova più interessante sapere del coinvolgimento dell’idolo delle folle che delle manovre illecite di una multinazionale.

#GregoryPeck100

Gregory peckTamarafiglaidellasteppa

Eldred Gregory Peck nasceva il 5 aprile 1016 a LaJolla, in California. E’ scomparso il 12 giugno 2003 lasciando una carriera cinematografica di grande spessore di cui ricordiamo le tappe fondamentali.

Tamara figlia della steppa 1944
Il film d’esordio per la regia di Jacques Tourneur è un mediocre film di propaganda bellica, uno dei pochissimi filosovietici.



Io ti salverò 1945
Spellbound
Al quarto film Peck è protagonista di uno dei capolavori di Alfred Hitchcock, celebre, tra l’altro, per le scenografie oniriche realizzate da Salvador Dalì.



Duello al sole 1946
Duelloalsole
Quattro registi per un film voluto da Selznick per lanciare la moglie Jennifer Jones, resta un capolavoro di amour fou per la scena finale della morte dei due protagonisti.



Il caso Paradine1948
Ilcasoparadine
Seconda e ultima collaborazione con Hitchcok in un film giudiziario dove l’integerrimo avvocato Keane s’innamora della sua cliente interpretata da una glaciale Alida Valli.



Cielo di fuoco1949
Cielodifuoco
Film di guerra e nello specifico di battaglie aeree, quasi dimenticato ma secondo il Mereghetti forse una delle migliori interpretazioni di Gregory Peck che gli vale la quarta nomination della carriera agli Oscar.



Vacanze Romane 1953
Vacanzeromane
Il film forse più celebre dell’attore che valse l’Oscar alla debuttante coprotagonista Audrey Hepburn.



Moby Dick 1956
Mobydick
Peck è il capitano Achab nella seconda versione filmica del romanzo di Melville diretta da John Huston.
L’ultimo ruolo interpretato dall’attore è ancora in Moby Dick , nella miniserie tv del 1998 dove intereta Padre Mapple.



I cannoni di Navarone 1961
Icannonidinavarone
Celeberrimo e spettacolare kolossal ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale.



Il Promontorio della paura 1962
Ilpromontoriodelapaura
Gregory Peck è l’avvocato perseguitato dal galeotto che ha fatto incarcerare. Scorsese ne gira il remake nel 1991 e i protagonisti del primo film tornano in due piccoli ruoli opposti a quelli del film originale. Per Gregory Peck il film del 1991 fu l’ultimo girato per il grande schermo.



Il buio oltre la siepe 1962
Ilbuiooltrelasiepe
Il ruolo di Atticus Finch valse a Peck l’unico Oscar della sua carriera, il secondo Golden Globe e l’identificazione con la dirittura morale del personaggio.



Arabesque 1966

Arabesque
Con Sophia Loren nel giallorosa diretto da Stanley Donen che si diletta con lo stile pop e patinato delle riviste dell’epoca.



Un uomo senza scampo 1970
Unuomosenzascampo
Sceriffo perde la testa per una giovane disinibita, ruolo non nuovo per Peck ma la regia asciutta di Frankenheimer e l’età del divo donano al personaggio dello sceriffo Tawes una connotazione particolarmente triste e malinconica.



I ragazzi venuti dal Brasile 1978
Iragzzivenutidalbrasile
Fantapolitica che spaventa con un cast magnifico: Peck è il sadico Mengele braccato dal cacciatore di nazisti Ezra Lieberman (Laurence Olivier)

William A.Wellman

Williamwellman

William Augustus Wellman nasce il 29 febbraio 1896 a  Brookline nel Massachusetts da una famiglia che discende dai Padri Fondatori e da un firmatario della Dichiarazione d’Indipendanza ma il giovane Bill è uno scavezzacollo che finisce per essere espluso da scuola e fare diversi mestieri per mantenersi.
Douglas Fairbanks lo nota durante uno spettacolo teatrale e gli suggerisce di fare l’attore ma il giovane Wellman preferisce andare volontario nella Prima Guerra Mondiale per poter coronare il proprio sogno: diventare aviatore. Si distingue per il suo coraggio in battaglia e riceve la Croce di Guerra ma viene abbattuto dalla contraerea tedesca ed è costretto a tornare in patria per diventare addestratore di volo in California dove incontra nuovamente Fairbanks e si lascia convincere a recitare.
Debutta in The Knickerbocker Buckaroo del 1919 ma quello dell’attore è un mestiere che Wellman ben presto inizia ad odiare mentre è sempre più attrato dalla macchina da presa. Già nel 1920 debutta come regista non accreditato per la Fox in The Twins of Suffering Creek.
Il debutto accreditato dietro la cinepresa è del 1923 in ben due film che gira nello stesso giorno: The Man Who Won e Second Hand Love: la rapidità nelle riprese resterà una caratteristica peculiare della sua carriera.
Wellmanwingsbison-ashx Nel 1927 gira Ali (Wings) la storia di due aviatori rivali in amore che diventano amici al fronte. L’opera è muta e sonorizzata in un secondo tempo, nel 1929.
Ali è stato il primo film a vincere, insieme ad Aurora di F.W.Murnau, la prima edizione degli Oscar del 1929 come miglior produzione categoria che poi si sarebbe trasformata in quella del miglior film.
E’ stato anche il primo film a mostrare il bacio (fraterno!) tra due uomini e ad introdurre la nudità: si vede la visita medica di un arrualamento e fa capolino il seno nudo della protagonista Clara Bow, sex symbol dell’epoca.
Il primato più importante di Ali è però quello di aver inventato un nuovo genere quello dei film di guerra con battaglie aeree, cui appartiene il film di Howard Hughes, Gli angeli dell’inferno, di cui ci ha raccontato Martin Scorsese in The Aviator.
Scorsese è un grande ammiratore di Wellman, regista che viene considerato solo un abile artigiano, e sostiene che il suo primo gangster movie Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno trova anche ispirazione nel celeberrimo lavoro di Wellman del 1931, Nemico Pubblico, film di cui restano ancora oggi memorabili alcune scene, come quella di James Cagney che spreme mezzo pompelmo sulla faccia della fidanzata.

Nemicopubblico

Molto attivo per tutti gli anni ’30, Wellman spazia nei diversi generi: dall’avventura de Il richiamo della foresta (1935) con Clark Gable, ispirato molto liberamente al romanzo di Jack London, alla commedia sofisticata (e cinica) Nulla sul serio del 1937 in cui un reporter (Fredric March) segue il caso di una ragazza (Carole Lombard) che sta per morire per avvelenamento da radio ma la ragazza sta benissimo e finge la malattia solo per godersi New York spesata dal giornale.
Sempre del 1937 è il film che valse a Wellman l’unico Oscar per la miglior sceneggiatura originale di E’ nata una stella (ispirata al film di Cukor del 1932, A che prezzo Hollywood?). La pellicola vanta due remake, quella di George Cukor del 1954 con Judy Garland e quella del 1976 con Barbra Streisand diretta da Frank Pierson.

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Se il film sulla legione straniera Beau Geste del 1939 con Gary Cooper, che aveva avuto un piccolo ruolo anche in Ali, è ancora noto, quasi misconosciuta è diventata la pellicola del 1942 interpretata da Ginger Roger Adolphe Menjou e George Montgomery, Condannatemi se vi riesce!, commedia satirica sullo showbiz, adattamento di una commedia alla base anche del musical Chicago. Secondo imdb era tra i film preferiti di Kubrick.
Il capolavoro di Wellman arriva nel 1943, con Alba fatale, un western realistico contro il linciaggio che secondo wikipedia è tra i favoriti di Clint Eastwood (vedi un po’ ‘sti artigiani del cinema..).
Seguono una serie di film di guerra tra cui spiccano I forzati della gloria del 1945, Bastogne (1949), Prigionieri del cielo del 1954 che gli vale una nomination per la miglior regia, alternati a western come Cielo Giallo con Gregory Peck del 1948 e il particolarissimo Donne verso l’ignoto che racconta di una carovana di donne che da Chicago vanno a raggiungere i pionieri nel West per sposarsi con loro. Un film epico girato tutti in esterni che racconta la conquista del West attraverso la figura femminile, coraggiosa e indomita tanto quanto gli uomini che l’ha preceduta.

Wellmanwestern

Wellman si ritira dalle scene del 1958 con un ultimo film di battaglie aeree della Prima Guerra Mondiale, La squadriglia Lafayette.
Si spenge il 9 dicembre 1975.

The Wolf of Wall Street

Thewolfofwallstreet Dall’autobiografia di Jordan Belfort, broker senza scrupoli che ha imperversato a Wall Street nei primi anni ’90, Martin Scorsese trae un film eccessivo e sopra le righe, gonfiato come probabilmente sono gonfiate le (dis)avventure narrate in prima persona da Jordan, personaggio bigger than life sempre pronto a reinventarsi e a macinare milioni di dollari in maniera sempre più losca.
Con uno stile molto pop e patinato, Scorsese ricostruisce le gesta di Belfort e dei suoi improbabili soci come dei novelli Goodfellas: del resto il background di Jordan &co. è il medesimo di Quei bravi ragazzi ma l’appeal della mafia ormai si è perso e le nuove generazioni cresciute nei sobborghi di New York puntano direttamente al guadagno facile, alla vita lussuosa e ben vista dei broker finanziari drogando il mercato di titoli spazzatura e facendo della droga e altri eccessi la loro ragione di vita. Il film è molto esplicito nel mostrare i retroscena sessuali dell’alta (?) finanza ma è un’oscenità mai gratuita e fine a se stessa che a tratti assume la valenza di un girone dantesco e non mancano abbondanti dosi di ironia che alleggeriscono il tutto.
Un’ironia che diventa graffiante cinismo nell’esilarante scena della guida della Lamborghini sotto gli effetti di una droga paralizzante: senza alcuna pietà Scorsese riduce il suo protagonista a un verme strisciante, metafora di una regressione etica che si riflette anche sul fisico.
Altrettanto sardonico il racconto del naufragio nel Mediterraneo: Scorsese e Di Caprio trasformano il racconto sicuramente esagerato di Jordan in un occasione per citare beffardamente Titanic.
Tre ore di film adrenalinico che volano via senza lasciare allo spettatore il tempo di prendere fiato, una storia amorale con un lieto fine immeritato, può lasciare con l’amaro in bocca ma apre gli occhi sul nostro presente.

American Hustle – L’apparenza inganna

Americanhustle Irving e Sidney (più nota come Edith) sono due truffatori che spillano denaro alla gente in difficoltà facendo passare lei per una lady inglese con contatti nelle banche europee, fino al giorno in cui non vengono beccati dall’FBI. Richie di Maso, l’intraprendente agente che li ha scoperti, promette loro l’immunità se lo aiuteranno a incastrare altri truffatori. Irving e Sidney accettano loro malgrado e finiscono travolti dall’ambizione folle di DiMaso che sfrutta i loro contatti per arrivare a membri del congresso e capimafia..

American Hustle è il film che ha stravinto i Golden Globes portando a casa tre premi ma da noi la notizia è passata in secondo piano per la gioia del premio vinto da La Grande Bellezza.
La pellicola conferma il momento d’oro del regista David O.Russell che con i precedenti The Fighter e Il Lato positivo ha fatto incetta di Oscar e sicuramente di American Hustle sentiremo parlare ancora nella prossima notte degli Oscar, date le sue 10 nomination.
Il film si ispira a una reale operazione dell’FBI ma al regista non interessa tanto il lato spionistico della storia quanto la girandola amorosa che si crea tra i quattro protagonisti: Sidney è l’amante di Irving, sposato con Rosalyn casalinga depressa e manipolatrice. Quando per agganciare il sindaco di Camden, Irving è costretto a portare a cena Rosalyn con il politico e la di lui consorte, Sidney per ripicca, cede al fascino di Richie.
Il film lievita come le acconciature e gli abiti tamarri degli italo americani dei tardi anni ’70 e ha il pregio di tenere fino alla fine tutte le strade aperte: pochade o tragedia. Resta qualche lungaggine di troppo per parlare di un capolavoro ma gli attori sono eccezionali: Jennifer Lawrence si conferma un’attrice di razza, di quelle che sanno diventare anche brutte (concetto molto diverso dall’imbruttirsi) e Christian Bale ci stupisce con una nuova trasformazione fisica: la prima inquadratura è per la sua ventrazza (parliamo dell’aitante Batman di Nolan e dell’attore che perse oltre 30 chili per interpretare L’uomo senza sonno).
Dopo la pancetta l’attenzione del regista è tutta per l’elaborato riporto con cui Irving copre la calvizie più che incipiente, metafora del gioco di apparenze attorno a cui ruota tutto il film.
Da citare il cameo non accreditato di Robert De Niro: gli occhiali dalla spessa montatura nera sembrano confermare la sua imitazione di Scorsese e del resto buona parte del film ricrea il mondo di Quei bravi ragazzi.