She-Devil – Lei, il diavolo

USA 1989
con Meryl Streep, Roseanne Barr, Ed Begley Jr., Linda Hunt, Sylvia Miles, A Martinez, Bryan Larkin, Elisebeth Peters, Maria Pitillo, Susan Willis, Mary Louise Wilson
regia di Susan Seidelman


She - devil


La sciatta casalinga Ruth Patchett scopre che l’adorato marito ha una relazione con la ricca scrittrice di romanzi rosa Mary Fisher; dopo aver aspettato inutilmente che il marito rinsavisca, Ruth viene lasciata dal consorte che le rinfaccia di essere l’unica voce in passivo della sua esistenza; punta sul vivo, la donna si mette d’impegno per distruggere la vita dell’ex: fa saltare in aria la casa, costringendo così il marito ad accollarsi i figli nella magione dell’amante; fa sbattere fuori dalla casa di riposo in cui vegeta la madre di Mary Fisher, con cui la scrittrice non ha un gran rapporto, e infine fa in modo che il marito finisca in carcere perché froda i suoi clienti.



Shedevil


Sul finire degli anni ’80 la stella di Meryl Streep si stava appannando: il suo talento era indiscutibile ma l’attrice non si era mai cimentata con la commedia quindi c’era qualche dubbio sulla sua versatilità.
She Devil è la prima commedia in cui la Streep si cimenta (guadagnando una nomination ai Golden Globes) prima di approdare al capolavoro di Zemeckis La morte ti fa bella, alla regia c’è una donna, Susan Seidelman, arrivava dal successo con Madonna, Cercasi Susan disperatamente. Se in quell’opera la regista metteva in scena il mondo underground new yorkese, in She Devil al centro della trama c’è ancora una casalinga frustrata ma stavolta l’estetica è quella da soap opera, soprattutto nella lussuosa villa rosa di Mary Fisher e nelle sue messe in piega vaporose. E dal mondo della soap arriva A Martinez, protagonista di Santa Barbara qui nelle vesti di Garcia, maggiordomo e toy boy della scrittrice fino all’arrivo di Bob Patchett; l’antagonista Roseanne Barr era un a regina delle sitcom tornata in auge di recente per il suo vibrante sostegno all’elezione di Trump.



Shedevil


L’assunto di questa spassosa commedia nera è quello di dimostrare che basta mettere la più raffinata donna alle prese con dei bambini e le incombenze domestiche e la seduzione va a farsi benedire, sia da un punto di vista intellettivo che da quello prettamente fisico: è difficile essere perfette quando basta lo sportello di una lavatrice a spezzare le unghie!



She-devil


La vendetta di Ruth è sistematica, vuole distruggere tutte le certezze della vita del marito, la casa, la famiglia, il lavoro e la libertà per farlo e la casalinga si munisce di un block notes dove segna i suoi obbiettivi per cancellarli una volta raggiunti, esattamente come fa Beatrix Kiddo in Kill Bill!
Per portare a termine la sua vendetta Ruth mette in piedi un agenzia di collocamento rivolta solo a donne brutte e segnate dalla vita, creandosi così una rete di contatti su cui far affidamento per incastrare penalmente l’ex marito, soluzione poco verosimile ma accettabile nel tono sopra le righe che caratterizza il film; chiaro e netto comunque il messaggio di sorellanza da cui siamo ancora lontane.

Dr. Cyclops

USA 1939
con Albert Dekker, Thomas Coley, Janice Logan, Charles Halton, Victor Kilian, Frank Yaconelli
regia di Ernest B. Schoedsack



Drcyclops


Il dottor  Alexander Thorkel conduce da alcuni anni una vita ritiratissima nella foresta andina quando chiede l’aiuto di una spedizione scientifica. Ai tre membri della spedizione si unisce durante il viaggio Steve Baker, un minatore che ha comprato i muli già prenotati dagli scienziati. Thorkel si mostra gentile con i nuovi arrivati ma ha bisogno giusto di una consulenza per i suoi problemi di vista e poi vorrebbe che se ne andassero lasciando piuttosto sconcertati gli scienziati che s’incuriosiscono della misteriosa ricerca di Thorkel: con l’aiuto di Pedro, il solo aiutante dello scienziato, scopriranno a loro spese che il dottore è riuscito a miniaturizzare gli esseri viventi, per loro fortuna il processo prevede il ritorno alle dimensioni normali nel giro di pochi mesi in cui dovranno sfuggire alle insidie della natura e ai propositi omicidi di Thorkel.


Dr cyclops


Uno degli ultimi lavori di Ernest B. Schoedsack, il regista del celebre King Kong codiretto con  Merian C. Cooper che qui figura solo come produttore. Dr. Cyclops è famoso per essere il primo film horror in technicolor.



Dottorcyclops


La trama ha certe somiglianze con i classici, King Kong e La pericolosa partita che diedero fama al regista: località esotiche ed isolate, lo scontro con la natura selvaggia. Thorkel si distingue dalla schiera di scienziati pazzi che lo hanno preceduto per una certa venatura di propaganda antinazista di cui si ammanta la vicenda già nella sequenza iniziale: il grande giacimento di radio viene scoperto da un allievo di Thorkel che vorrebbe l’aiuto dello scienziato per sfruttarlo a scopi benefici ma Thorkel non esita ad uccidere il giovane collega per impadronirsi del giacimento e sfruttarlo perle proprie ricerche. Come se non bastasse, il dottor  Bulfinch, capo della spedizione, ucciso da Thorkel per impedire che riacquisti le dimensioni normali, lo apostrofa dicendo che non capisce come Dio possa ammettere l’esistenza di mostri come Thorkel.



Dr.cyclops


La trama poi si perde nel mostrare come le cinque vittime del Dr. Cyclops riescano a sopravvivere con l’ingegno agli attacchi di esseri che normalmente sono innocui, come il gatto Satana o peggio un coccodrillo. L’intento è soprattutto quello di mostrare gli effetti speciali della miniaturizzazione oggi un po’ datati, si vede l’uso dei trasparenti e la mano meccanica di Cyclops quando solleva le sue cavie umane. Effetti speciali usati qualche anno prima da Tod Browning ne La Bambola del diavolo, alcune idee come quella del gatto tornano anche in Radiazioni BX: distruzione uomo.

Tre passi nel delirio

Histoires Extraordinaires
Francia -Italia, 1968
con Jane Fonda, Peter Fonda, Brigitte Bardot, Alain Delon, Renzo Palmer, Terence Stamp, Salvo Randone
regia di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini



Spiritofthedead


Film a episodi ispirati ai racconti di Edgar Allan Poe, la qualità dei segmenti aumenta con il progredire del film che si apre con il capitolo firmato da Roger Vadim, Metzengerstein la storia della ricca e lussuriosa contessa Frederica de Metzengerstein che ha sempre disprezzato il cugino, il barone Wilhelm Berlifitzing, senza conoscerlo. Quando s’incontrano la donna resta colpita dal giovane e cerca di sedurlo. Viene respinta e per vendetta fa incendiare la stalla degli amati cavalli di Wilhelm che muore cercando di salvare il suo cavallo. Contemporaneamente brucia un arazzo nel castello dei Metzengerstein che rappresentava un cavallo nero e uno stallone indomabile si materializza nel cortile, solo Frederica riesce ad avvicinarlo e l’animale diventa la sua unica compagnia. Una notte di tempesta i fulmini incendiano la campagna, quella stessa notte il tappezziere termina di riparare l’arazzo mentre Frederica in sella allo stallone cavalca tra i campi incendiati finendo arsa viva.
L’attenzione di Vadim è volta più a esaltare la bellezza della moglie Jane Fonda che a seguire gli aspetti fantastici della vicenda, relegati ai paesaggi di Finistère. Ambientato in una sorta di medioevo, il film è una scusa per fare indossare alla Fonda cuna sere di abiti fantasiosi e sexy un po’ sulla falsa riga di Barbarella. Il barone Berlifitzing è interpretato dal fratello Peter Fonda.



Histoires extraordinaires
3passineldelirio


Il secondo segmento, William Wilson è diretto da Louis Malle che è piuttosto fedele al testo del racconto di Poe: William Wilson è un bullo senza scrupoli che nei momenti peggiori viene regolarmente salvato da un omonimo che impedisce che Wilson compia i suoi misfatti; stanco delle intromissioni, Wilson lo sfida a duello e lo uccide poi, pur non essendo cattolico, confessa tutto ad un prete prima di suicidarsi perché ha ucciso la parte migliore di sè. Ancora una volta si punta su due nomi di spicco della cinematografia francese: Alain Delon, sicuramente in parte e Brigitte Bardot con parrucca nera, in un ruolo che è poco più di un cameo, ha più pose il prete interpretato dal nostro Renzo Palmer, ma siccome c’è la scena in cui Wilson frusta la schiena nuda di Giuseppina, la presenza dei due belli per eccellenza del cinema francese aveva i suoi vantaggi. Va detto che Louis Malle avrebbe preferito Florinda Bolkan e non trovava la Bardot adatta al ruolo. In ogni caso pur senza guizzi, il regista realizza un episodio dignitoso, dove si segnala ancora una volta l’ambientazione, la piazza di Bergamo alta.



Tobydammit


Il terzo capitolo affidato a Federico Fellini è quello che rende memorabile l’intera operazione; Toby Dammit è la storia di un attore inglese in declino che viene in Italia per girare un western in chiave cristologica, l’uomo ha accettato il ruolo solo perché il produttore gli ha promesso una Ferrari che gli viene consegnata dopo un’intervista televisiva e una premiazione, Completamente stravolto dall’alcol e da un’allucinazione che lo perseguita da tempo, Toby finirà in un burrone con la testa decapitata da un sottile filo d’acciaio.
Fellini è l’unico che riadatta il racconto di Poe, portandolo nel presente e riuscendo a infondere alle sue tipiche atmosfere surreali una dimensione più cupa e mortifera. Davvero notevole le sequenze iniziali con l’arrivo in aeroporto e il viaggio attraverso Roma, un delirio psichedelico di toni aranciati e di giochi di riflessi sui vetri dell’auto. Fellini mette in scena tutto il suo mondo di strambi personaggi del sottobosco cinematografico, donnine dalle grandi forme e dalle pettinature ancora più esagerate, volti bizzarri, un vecchio attore semicieco chiaramente ispirato al Totò malato degli ultimi anni (il comico era morto l’anno prima, nel 1967).



3 passi nel delirio


La dimensione solitamente onirica e giocosa assume un tono sulfureo sottolineato dalla visione di Damnit, la ragazzina con la palla, citazione se non plagio della bambina di Operazione Paura di Bava che scoprì l’”omaggio” solo vedendo l’opera del collega al cinema.

I bambini ci guardano

Ibambiniciguardano

Italia, 1943
con Luciano De Ambrosis, Isa Pola, Emilio Cigoli, Adriano Rimoldi, Giovanna Cigoli, Jone Frigerio, Riccardo Fellini, Ernesto Calindri, Cesare Gabrielli, Aristide Garbini, Maria Gardena, Dina Perbellini
regia di Vittorio De Sica

La madre del piccolo Pricò abbandona la famiglia per fuggire con l’amante. Il padre, per tenere il bambino al riparo dalle chiacchiere del palazzo, prima lo affida alla sorella della moglie poi alla propria madre. Presso la nonna, per nulla comprensiva, Pricò si ammala gravemente, Nina torna a casa per visitarlo e dietro le insistenze del bambino il marito la riprende in famiglia. La pace sembra ritornare e Andrea regala una bella vacanza alla famiglia ad Alassio. La moglie e il figlio restano una settimana in più nella località di villeggiatura dove Roberto, l’amante, li ritrova. Nina non sa resistere alla passione e trascorre gli ultimi giorni di vacanza con lui, scordandosi praticamente del figlio che li scopre. Pricò fugge, vorrebbe tornare a Roma dal padre, recuperato dai carabinieri viene restituito alla madre davanti a tutti gli ospiti della pensione che non esitano a mostrare la loro riprovazione. Nina riporta il figlio a Roma e scrive una lettera ad Andrea in cui lo lascia. L’uomo mette il figlio in collegio e si suicida.



I bambini ciguardano


Il film che segna la svolta della carriera registica di Vittorio De Sica: il primo film con cui collabora con Zavattini, il primo in cui non compare come attore e il coraggio di scegliere dei temi invisi alla propaganda cinematografica fascista: una donna non solo adultera ma che lascia la famiglia quando l’adulterio era ammesso solo ambientato il località lontane, solitamente Est Europa; il suicidio -tema vietatissimo- di un uomo amorevole e per nulla autoritario e l’infelicità di un bambino che suo malgrado assiste allo disfacimento della sua famiglia, nonostante i tentativi di salvaguardarlo da quanto sta succedendo, Pricò sente e capisce tutto quello che accade: la sensibilità infantile diventa centrale e il bambino non viene considerato un grazioso animaletto incapace di capire.
C’è quel muto gioco di sguardi tra padre e figlio che non il coraggio di rivelare al padre, per non ferirlo ulteriormente, che l’amante della madre li aveva raggiunti al mare che è estremamente commovente ancora oggi.
De Sica riteneva I bambini ci guardano la sua prima vera regia e in effetti l’autore dimostra una grande padronanza nell’uso del mezzo cinematografico: l’incubo in treno di Pricò tra delirio espressionista e surrealista fa il paio con la corsa del bambino in fuga sulla spiaggia, silhouette rincorsa dalla ombre che si staglia sullo scintillio delle onde, il piano sequenza nella pensione quando gli ospiti sfottono bonariamente il bolognese che si vanta di essere un campione a bocce; il dettaglio dei volti di Pricò e suo padre nella muta confidenza in contrasto con il campo lunghissimo del salone del collegio con il piccolo che si allontana dalla madre senza salutarla.



I bambini ci guardano


E’ interessante notare che molti sinossi di dizionari online siano piuttosto tranchant sulla figura della madre, donna disonesta, mentre de Sica è esente da ogni giudizio sulla figura di Nina, è molto meno comprensivo, invece, con le persone che circondano la famiglia di Pricò, rappresentanti di una piccola borghesia pettegola e meschina.

A rotta di collo

Speedy
USA 1928 Columbia
con Harold Lloyd, Ann Christy, Bert Woodruf, Brooks Benedict, Babe Ruth, Ernie Adams
regia di Ted Wilde


Speedy


Nella frenetica New York dei tardi anni ’20 quella del vecchio  Pop Dillon è rimasta l’unica tramvia trainata a cavallo e uno speculatore vorrebbe comprare il percorso ma il vecchio Pop non vuole cedere e l’acquirente arriva ad assoldare una gang per rubare il tram del vecchio: se per un giorno il tram cessa il servizio la concessione va all’asta. A sventare il piano dei malintenzionati ci pensa Speedy Swift, il fidanzato di Jane, la nipote di Dillon. Casualmente ascolta la telefonata in cui si organizza il piano ai danni di Pop e coinvolge tutto il quartiere per salvare il vecchio tram, finirà con una scazzottata epica ma il vecchio Pop riceverà il giusto compenso per vendere la sua linea tramviaria.



A rotta di collo


Speedy è l’ultimo film muto del comico Harold Lloyd e pur avendo per soggetto la velocità della metropoli, il ritmo del film non è proprio A rotta di collo: la pellicola sembra formata da diversi segmenti che trovano un senso nel finale ma durante la visione rischiano di perdere l’attenzione dello spettatore: prima c’è l’introduzione dei personaggi, il vecchio Pop, la nipotina tutto pepe e infine il fidanzato patito di baseball che lavora in bar. Mandato a fare una commissione per il capo (consegnare i fiori alla moglie) non riesce a portare a termine l’incombenza e viene licenziato.



Arottadicollo


Ma è venerdì e invece di preoccuparsi il giovanotto si compra un abito nuovo e porta la fidanzata a Coney Island, un segmento divertente e interessante come documento dei divertimenti dell’epoca, famoso perché nella scena degli specchi deformanti Lloyd mostra il dito medio ed è la prima volta che questo gesto appare sul grande schermo. Il legame con la trama però è molto esile: l’incontro con un randagio che sarà un baldo aiutante nella scoperta del furto del tram e nella rissa finale. Il lunedì Speedy trova lavoro come tassista e dopo molte traversie carica sul taxi la stella del baseball Babe Ruth che lo invita a vedere la partita. E allo stadio Speedy scopre il piano ai danni del vecchio Pop organizzando la riscossa.



Speedy


Trama molto complicata, gag già viste, Harold Lloyd non è altro che un ragazzone ottimista che riesce sempre a trovare una soluzione ai suoi guai; a funzionare è il contrasto tra modernità e “la vecchia America” di cui Pop e il suo tram a cavallo sono un simbolo: dal tranquillo quartiere escono, per aiutare il loro vecchio coetaneo, tutta una serie di anziani baldanzosi, reduci della guerra di secessione che non esitano a cimentarsi con i giovani gangster di quartiere e il film è un crescendo, il vecchio cavallo viene sostituito da una coppia di cavalli al galoppo ripresi come in un film western, in netto contrasto con i gangster striscianti contro i muri della metropoli. La regia è molto buona, molte riprese sono fatte in pieno centro, nel traffico caotico di New York, interessante soprattutto l’uso della profondità di campo che riesce a restituire il regista.

Lo studente di Praga

StudentVonPrag

Der Student von Prag
Germania 1913
con Paul Wegener, John Gottowt, Grete Berger, Lyda Salmonova, Lothar Körner, Fritz Weidemann
regia di Stellan Rye

Balduin, studente e il più valente spadaccino di Praga, è in angoscia per la perenne mancanza di denaro, soprattutto da quando si è innamorato della contessa Margit dopo averla salvata da una caduta di cavallo. Esasperato dal bisogno, Balduin cede alla bizzarra proposta del losco Scapinelli: centomila monete d’oro in cambio di una qualsiasi cosa che il mago voglia prelevare dalla casa dello studente, che non s’immagina certo che Scapinelli scelga la sua immagine riflessa nello specchio. Apparentemente, quella del riflesso, non sembra una gran perdita, ma lo studente inizia ad incontrare il suo doppio nei luoghi più impensati. Sfidato a duello dal geloso fidanzato ufficiale di Margit, Balduin promette al padre di lei di non uccidere il rivale ma mentre si reca al duello, incontra nuovamente il suo doppio e sarà questi a duellare ed uccidere il barone  Waldis-Schwarzenberg. Balduin cerca il perdono di Margit e quando finalmente tra i due sembra trionfare l’amore, il doppelgänger si palesa anche alla donna che si è accorta che l’amato non si riflette nello specchio. Disperato lo studente spara al proprio riflesso che lo perseguita ma sarà lui a morire.



Lo studente di Praga


Un classico del cinema degli esordi (l’arte cinematografica non esisteva nemmeno da vent’anni) che viene considerato il primo film d’autore nel senso che per la prima volta il cinema fantastico non si limita a stupire il pubblico con gli effetti speciali della settima arte ma li mette al servizio di una storia significativa che attinge a temi classici della cultura tedesca, il doppelgänger e al romanzo di Adelbert von Chamisso, Storia straordinaria di Peter Schlemihl, ripreso anche da  E.T.A. Hoffmann e con reminiscenze del racconto William Wilson di E.A Poe; torna più volte una didascalia tratta dalla malinconica poesia di Alfred de Musset, Nuit de décembre e l’immagine finale del film con il dopplelganger seduto sulla tomba del giovane è la rappresentazione della strofa citata sin dall’inizio del film.



Lo studente di praga


Molti altri i rimandi letterari che si possono intravedere ma il film attinge anche alla neonata psicanalisi: il doppio che si assume il ruolo “sporco” (l’uccisione del rivale) e si presenta nei momenti peggiori con il chiaro intento di ostacolare lo studente ha dei risvolti freudiani lampanti.



Lo studente dipraga


Le riprese sono a telecamera fissa con una grande profondità di campo, sia negli interni che negli esterni dove si possono riconoscere alcuni luoghi noti di Praga. Il protagonista del film e coregista, Paul Wegener rimase molto colpito dal fascino della città e qui scoprì il mito del Golem che portò sul grande schermo ben tre volte.
Restano di grande effetto le scene di Balduin con il suo doppio, ottenute con la doppia esposizione.



Der student von Prag


Il film viene considerato anticipatorio dell’espressionismo tedesco sia per i temi perturbanti che per la figura del mago: il doppio e il mefistofelico incantatore sono gli elementi cardine del celeberrimo Il gabinetto del Dottor Caligari.

Uragano

The Hurricane
USA 1937
con Dorothy Lamour, Jon Hall, Mary Astor, C. Aubrey Smith, Thomas Mitchell, Raymond Massey, John Carradine, Jerome Cowan, Al Kikume
regia di John Ford



Uragano


Il vecchio dottor Kersaint passando davanti a un atollo di sabbia, ha l’abitudine di mandare un bacio a quella che una volta fu Manakoora una delle isole più belle dei Mari del Sud, che fece da sfondo alle vicende del leggendario Terangi, in indigeno finito sei mesi in carcere a Tahiti per aver picchiato un bianco che lo aveva provocato. Lo spirito indomito lo spinge a cercare sempre la fuga e Terangi arriva ad accumulare 16 anni di carcere. Sull’isola natia il dottor Kersaint, padre Paul e la moglie del governatore cercano di convincere l’integerrimo De Laage a intercedere per Terangi ma il governatore resta irremovibile, dopo otto anni di carcere Terangi riesce finalmente ad evadere e a tornare a Manokoora dall’amata  Marama e la figlia che non ha mai conosciuto. Mentre il governatore si mette sulle tracce dell’evaso, sull’isola scoppia un devastante uragano, Terangi mette in salvo madame De Laage e il governatore finge di non accorgersi della sua fuga.



The_hurricane


John Ford gira uno dei primi film catastrofici dove le scene finali dell’uragano, benché visibilmente girate in studio, riescono ancora a tenere con fiato sospeso lo spettatore odierno.



The hurricane


L’intervento catastrofico della natura pone fine a una situazione insostenibile, uno scontro culturale dove l’indigeno ha come unica ragione recuperare la libertà e ricongiungersi con la famiglia, aveva appena sposato la bella Marama prima di imbarcarsi per il viaggio che lo porterà in carcere, mentre l’uomo bianco s’impunta per dimostrare la superiorità della legge sul singolo: da subito si dice che i sei mesi di prigione comminati a Terangi sono una punizione troppo severa ottenuta dalla presunta vittima grazie alle sue conoscenze altolocate poi il sadico carceriere Warden s’impunta a voler piegare il prigioniero arrivando così alla pena spropositata di sedici anni di carcere.



Thehurricane


Per fuggire Terangi inscena il proprio suicidio e finisce per uccidere involontariamente una guardia. Quando arriva spossato alle rive di Manarooka lo salva padre Paul che decide di coprirlo, il prete è l’unico, tra i protagonisti, a perire nella distruzione della sua chiesa e Terangi si riscatta dall’omicidio colposo mettendo a rischio la propria vita per salvare la moglie del governatore e altri indigeni che hanno trovato rifugio in chiesa. La violenza della natura diventa espressione di una giustizia superiore e divina.



Uragano


L’esplosione della violenza della natura arriva alla fine di una pellicola dove ha regnato tutta la dolcezza e la bellezza della Polinesia, inquadrature da cartolina, bellezze locali guidate da Dorthy Lamour, l’attrice americana detta Queen Sarong in quanto regina di queste produzioni esotiche, ma alla regia c’è il “duro” John Ford l’occhio attento alla bellezza pittorica dei paesaggi sorretta dalla fotografia molto contrastata di Bert Glennon che gioca con le ombre, i riflessi dell’acqua e la luce ed è interessare notare il contrastro con i conciliaboli dei bianchi a capo dell’isola, sempre ripresi al chiuso, in ambienti incombenti
L’unico oscar vinto è per il miglior sonoro.

Il fu Mattia Pascal

L’Homme de nulle part
Francia – Italia 1937
con Pierre Blanchar, Isa Miranda, Robert Le Vigan, Ginette Leclerc, Catherine Fonteney, Margo Lion, Sinoël
regia di Pierre Chenal


L'hommedenullepart


Il giovane Mathias Pascal vuole sposare la fatua  Romilda Pescatore ma l’avara futura suocera chiede un importante contributo finanziario per acconsentire alle nozze. La madre di Mathias sborsa il denaro che la porta alla rovina e alla morte di crepacuore. Costretto a vivere con le due donne che non hanno nessun rispetto per lui e il suo dolore, un giorno Mathias si allontana e va a giocare i pochi soldi rimasti a Montecarlo dove vince una fortuna. Tornato a casa assiste al proprio funerale: uno sconosciuto è stato scambiato per lui e seppellito al suo posto, è l’occasione per Mathias di cambiare vita, se ne va a Roma sotto il nome di Adrien Meis; qui s’innamora di Louise Paleari, nipote del gestore della locanda dove soggiorna. Alcuni pensionanti però intuiscono che c’è un segreto nel passato di Meis e cercano di ricattarlo. L’uomo finge nuovamente il suicidio e torna a casa in Francia ma trova la moglie risposata e con un figlio, fortunatamente il nuovo marito, Pomino, è il figlio del sindaco e ha libero accesso agli uffici anagrafici così Mathias lo costringe a rifargli i documenti con le sue nuove generalità: in questo modo Pomino può tenersi la sua famiglia mentre Adrien può tornare a Roma per dimostrare la propria esistenza ed impalmare l’amata.



Il fu mattia pascal


E’ bizzarro che un autore così amato come Pirandello e un’opera così nota come Il fu Mattia Pascal abbiano avuto poche trasposizioni cinematografiche e curiosamente le prime due sono francesi, la prima è il film muto del 1926 firmato da  Marcel L’Herbier, la seconda questa del 1937 e solo nel 1985 Mario Monicelli dirige l’unico film italiano tratto dal romanzo, Le due vite di Mattia Pascal con Mastroianni.



L'homme de nullepart
L'homme de nullepart


Come è tipico delle produzioni degli anni ’30 il film è girato in due versioni, francese e italiana restano confermati solo i protagonisti mentre il resto del cast cambia e viene scelto nelle maestranze della nazione a cui è destinato, io ho visto la versione francese ma in quella italiana vanno segnalate le presenze di Irma Gramatica nel ruolo della vedova Pescatore, Nella Maria Bonora in quello della figlia Romilda e Enrico Glori, il conte Papiano della versione italiana, l’unico attore non protagonista ad avere poco più di una comparsata (il coiffeur) anche nel film francese.



Vers francese italiana


L’opera di Chenal ha il respiro delle produzioni del cinema del Fronte popolare: molte scene in esterni, una critica feroce della piccola borghesia rappresentata in tutte le sue meschinerie, sicuramente l’aspetto più interessante di questa pellicola che predilige il gusto satirico alla riflessione pirandelliana dell’uomo che non trova pace neppure nella nuova identità. La pellicola segue più l’evoluzione di Mathias da ragazzo sprovveduto che ama cacciare le farfalle, a uomo che sa sfruttare le situazioni a proprio vantaggio e con il ricatto a Pomino il film veleggia verso un lieto fine da pochade.

Vampyr – Il vampiro

Vampyr – Der Traum des Allan Gray
Francia / Germania 1932
con Sybille Schmitz, Julian West, Henriette Gérard, Rena Mandel, Jan Hieronimko, Maurice Schutz, Albert Bras
regia di Carl Theodor Dreyer



Ilvampiro


Il giovane  Allan Grey arriva una sera nel villaggio di Courtempierre e si ferma in una locanda, nella notte accadono strani fenomeni che culminano con l’apparizione di un vecchio che lascia un pacchetto su cui scrive “da aprire dopo la mia morte”. Grey lascia la stanza seguendo le ombre e si ritrova davanti a un vecchio maniero dove vive assieme alle due figlie, l’uomo che gli è apparso ma Grey non fa in tempo a salvarlo dalla morte. Il giovane apre il pacchetto e ci trova un libro che racconta come sgominare i vampiri deve però abbandonare la lettura perché Gisele si accorge che la sorella malata, Leone sta girovagando nel giardino, Allan e Gisele la ritrovano spossata con una ferita al collo, viene chiamato il medico che Grey riconosce per averlo incontrato nella locanda in cui tutto era iniziato. Mentre il giovane ha un’allucinazione e sogna la propria morte, un vecchio servitore riprende la lettura del libro, Grey e l’uomo si ritrovano nel cimitero dove uccidono la vampira Marguerite Chopin, ma il medico suo servitore, è ancora in libertà, fuggendo si ritrova bloccato in una stanza dove si raccoglie la farina del mulino e muore soffocato dall’azionamento della macina.


Vampyr


Vampyr è il primo film sonoro del regista danese Carl Theodor Dreyer e solitamente viene accostato a Dracula e Nosferatu per formare una trilogia ideale sull’origine del mito del vampiro cinematografico ma il film di Dreyer ha ben poco in comune con gli altri due capolavori del genere, innanzitutto non si ispira al romanzo Bram Stoker ma ai racconti di Le Fanu, l’autore di Carmilla e manca soprattutto l’atmosfera gotica: niente vecchi castelli, l’ambientazione è contemporanea, manca anche la dimensione notturna: l’azione si svolge in pieno giorno ma questo pare essere dovuto a problemi tecnici, gli stessi che Dreyer ebbe anche con il sonoro infatti la pellicola è più un anello di passaggio con pochissimi dialoghi e l’uso delle didascalie tipiche del cinema muto.



Ilvampiro


All’uscita in sala il film fu stroncato e solo con il tempo ha assunto la valenza del capolavoro. Restano memorabili alcune sequenze come le ombre che si staccano dal corpo, l’uso dello sdoppiamento dell’immagine e soprattutto il viaggio verso il cimitero visto in soggettiva da Gray dall’interno della bara, un topos che è diventato un classico del cinema horror.



Vampyr


Anche il simbolismo visivo legato alle due sorelle mi è piaciuto molto, il volto di Leone che sembra emergere dalle acque per le pieghe del lenzuolo quando viene meno l’influsso satanico della vampira finalmente distrutta e le mani legate di Gisele, prossima vittima designata dalle presenze malefiche: per le valenze oniriche, Vampyr mi ha fatto pensare più a Un chien andalou che ai due precedenti film horror.