Dracula Untold

DraculaUntoldloc Usa 2014 Universal
Luke Evans, Dominic Cooper, Sarah Gadon, Charles Dance
regia di Gary Shore

Alla metà del XV secolo la Transilvania è un protettorato dell’impero ottomano, governata dal principe Vlad. Quando il sultano richiede mille ragazzini per rimpinguare i suoi Giannizzeri, Vlad, che nell’adolescenza è stato un miliziano per i turchi, si rifiuta di pagare il tributo e per cercare di sconfiggere lo sterminato esercito turco non esita a chiedere aiuto a una mostruosa presenza che abita sulla montagna..

Pensavo che dietro il richiamo storico alla figura di storica di Vlad Tepes l’impalatore si celasse una retorica contro l’Islam e l’Oriente invece il film procede in una direzione completamente diversa diventando il primo crossover tra il genere fantasy e quello dei supereroi. Dal fantasy arrivano il cotè pseudo storico, le battaglie e soprattutto i protagonisti: Luke Evans che nella trilogia de Lo Hobbit era Bard di Pontelagolungo e Charles Dance caratterista che ha raggiunto al notorietà con Il trono di Spade dove interpretava Tywin Lannister, il padre senza scrupoli ucciso da Tyrion il folletto.
Dal mondo dei supereroi proviene l’immancabile scena dove il protagonista si barcamena cercando di padroneggiare i poteri appena acquisiti, il costume che in questo caso è l’armatura con le insegne dei Dracul e soprattutto il senso di responsabilità verso gli altri e l’impegno spinto oltre misura per mantenere le promesse fatte.
La commistione tra generi funziona e il film è godibilissimo, molto curato nei dettagli, scenografie e costumi, fantasioso negli effetti e soprattutto con una citazione molto alta, l’incontro tra Vlad e il Maestro Vampiro si ispira niente meno che a Il settimo sigillo: mentre il vampiro originario ringiovanisce passando i poteri a Vlad si nota che il suo look è chiaramente ispirato a quello della Morte nella pellicola di Bergman e anche la contrattazione tra il non morto e il principe transilvano richiama i dialoghi del film.

Draculauntold

Finale più che aperto, vero e proprio cliffhanger per un sequel che pare sia già in lavorazione almeno a livello di scrittura per quello che negli intenti del regista dovrebbe essere il secondo capitolo di una trilogia.

Inside Out

Insideout Cosa succede dentro la testa di una ragazzina di undici anni che ha avuto un’infanzia gioiosa quando si trova di fronte allo stress di un trasloco che mina le sue certezze esistenziali? Lo si racconta dal punto di vista delle emozioni più importanti che hanno costruito la sua personalità.

Avevo qualche pregiudizio sull’acclamato ultimo capolavoro della Pixar per questo ho atteso così a lungo nel vederlo e la visione ha in parte confermato e in parte smentito i miei preconcetti. Come prevedevo Inside Out è un film dove la poesia di pellicole come Wall.E o Up viene meno in favore di un compiacimento intellettuale come in Ratatouille; per quanto il finale ristabilisca i giusti ruoli tra le emozioni l’eccessivo ottimismo di Gioia è irritante e quando si sbircia nei cervelli dei genitori spunta qualche stereotipo: a capo della consolle emotiva della madre c’è la tristezza: evidentemente una donna ultratrentenne moglie e madre non ha più molti motivi per gioire; mentre il capo delle emozioni del padre c’è la rabbia: per quanto il signor Anderson sia una persona amorevole e per nulla litigiosa, ovviamente il maschio è ancora dominato da istinti aggressivi.
La pellicola funziona a livello immaginifico muovendosi tra vari livelli della storia: la realtà di Riley, quel che avviene nella sala controllo delle emozioni e la rappresentazione della mente che riserva i momenti migliori del film: la schematizzazione durante l’attraversamento dell’area del pensiero astratto e il personaggio dell’amico immaginario, il tenerissimo Bing Bong che arriva a sacrificarsi affinché l’adorata Riley possa recuperare il suo equilibrio.

Pensieroastratto

Addio a Maureen O’Hara

Maureenohara E’ scomparsa sabato scorso, 24 ottobre, all’età di 95 anni, Maureen O’Hara, l’irlandese che conquistò Hollywood con il carattere indomito e il rosso della chioma che ne fece la “regina del Technicolor”.
Maureen FitzSimons nasce a Dublino il 17 agosto del 1920, figlia di un’attrice, inizia a recitare a teatro a quattordici anni la compagnia dell’Abbey Theatre di Dublino.
Il primo provino per il cinema, a Londra, non ha successo ma la nota Charles Laughton e così dopo due pellicole minori, a soli diciotto anni Maureen O’Hara è accanto al suo mentore, protagonista dell’ultimo film britannico di Alfred Hitchcok, La taverna della Giamaica.
L’anno seguente Laughton interpreta il gobbo Quasimodo in Notre Dame per William Dieterle e Maureen O’Hara viene scelta per il ruolo di Esmeralda nella versione cinematografica più celebre del romanzo di Victor Hugo.

Il film è prodotto dalla RKO e in questo modo l’attrice sbarca in America. Qui incontra un altro irlandese che “non si lasciava mettere i piedi in testa” come lei, il regista John Ford e con lui girerà cinque film, il primo è del 1941, Com’era verde la mia valle: la reivocazione malinconica della vita in un villaggio minerario è uno dei capolavori fordiani non legati al mito della frontiera.
Il tema della pirateria già toccato nel film di Hitchcock, torna nel rutilante Il Cigno Nero (1942) di Henry King che ha per protagonista Tyrone Power.

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Nel 1943 la O’Hara gira il film di propaganda Questa terra è mia diretto dall’espatriato Jean Renoir, protagonista ancora una volta Charles Laughton.
Dopo il thriller Il passo del carnefice (1943) accanto a John Garfield, per la regia di Richard Wallace, nel 1945 arriva un altro film sui pirati, Nel Mar del Caraibi diretto da Frank Borzage. E’ un genere in cui il carattere volitivo dell’attrice spicca, i suoi capelli rossi vengono esaltati dal technicolor e le sue capacità atletiche le permettono di rinunciare alla stunt per le scene d’azione, caratteristiche che le servono anche per il film del 1947, Simbad il marinaio accanto a Douglas Fairbanks Jr. per la regia di Richard Wallace.
Sempre nel ’47 Maureeen O’Hara è protagonista di un celebre film natalizio Il miracolo della 34ª strada dove il vecchietto che impersona Babbo Natale per un grande magazzino si rivela essere il vero Santa Klaus. La regia è di George Seaton, la figlia della O’Hara è interpretata da Natalie Wood bambina. Rifatto nel 1994 con Richard Attenborough nei panni di Babbo Natale.

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Nel 1948 è la signora Tacey King che assume come governante l’imperturbabile Elia Belvedere dando luogo a un mare di pettegolezzi nella divertente commedia, primo capitolo della trilogia del sig. Belvedere, Governante Rubacuori con Clifton Webb per la regia di Walter Lang,
Il secondo film con John Ford, e il primo con John Wayne, attore con cui formerà sempre una coppia in scintille, è del 1950: Rio Bravo, il terzo capitolo della Trilogia della Cavalleria dopo Il massacro di Fort Apache (1948) e I cavalieri del nord-ovest (1949).
Il film più bello della coppia Wayne – O’Hara, diretti sempre da John Ford, è del 1952 Un uomo tranquillo storia di un pugile che, fatta fortuna in America, torna nel paese natio in Irlanda dove deve assoggettarsi alle regole tradizionali anche e soprattutto per conquistare la bella Mary Kate Danaher. (il caso vuole che la pellicola passi stasera su SkyClassics alle ore 21,00).

Unuomotranquillo
Ancora John Ford la dirige accanto a Tyrone Power ne La lunga linea grigia (1955), malinconica storia di un istruttore di West Point che non lascia mai l’accademia.
Ladygodiva Maureen O’Hara è anche stata Lady Godiva nell’omonimo ma insignificante film di Arthur Lubin del 1955, a cui partecipa non accreditato un Clint Eastowood quasi debuttante che nel 2014 le ha consegnato l’oscar alla carriera.
La collaborazione con Ford e Wayne continua nel 1957 con Le ali delle Aquile.
Nel 1960 è Beatrice Severn, la segretaria del fantasioso agente segreto Jim Wormold (Alec Guinness) nel Il nostro agente all’Avana di Carol Reed, tratto dall’omonimo romanzo di Graham Greene.
E’ coprotagonista accanto a  Brian Keith (Tre Nipoti e un maggiordomo) dell’edificante commedia targata Disney del 1961, Il cowboy con il velo da sposa. Sempre con Brian Keith gira nello stesso anno il film d’esordio di Sam Peckinpah, il western  La morte cavalca a Rio Bravo.
McLintock, sorta di Bistetica Domata riadattato al West, è il quarto film accanto a John Wayne, diretto da Andrew V. McLaglen. Lo stesso regista la dirige anche nel dimenticabile Rancho Bravo (1965) accanto a James Stewart e Brian Keith.
Nel 1971 l’attrice è per l’ultima volta la moglie di John Wayne ne Il grande Jake di  George Sherman; l’ultimo film girato da Maureeen O’Hara è del 1991, la commedia Cara Mamma mi sposo per la regia di Chris Columbus.
Nonostante la partecipazione a capisaldi della cinematografia, l’attrice non ha mai ricevuto una nomination all’Oscar, viene ripagata nel 2014 con l’Oscar alla carriera.

Black Mass – L’ultimo gangster

BlackMass Nel 1975 John Connolly, un agente dell’FBI cresciuto nei quartieri malfamati di South Boston, propone un alleanza all’amico d’infanzia Jimmy “Whitey” Bulger, piccolo boss della malavita irlandese: informazioni sulla mafia italiana in cambio di protezione. Bulger accetta strumentalizzando l’offerta: in cambio di informazioni spesso di seconda mano si libera della concorrenza italiana e diventa uno dei boss più pericolosi della malavita americana.

Black Mass si segnala per la prova degli attori, che va ben oltre allo scalpore suscitato da Johnny Depp, moraccione truccato credibilmente da albino con un paio di lenti a contatti azzurre che rendono ancora più inquietante il gelido sguardo dello spietato Bulger. A colpire è soprattutto la postura dei tre protagonisti, Johnny Depp implacabile e freddo, l’andatura da bullo di Connolly interpretato dal sempre ottimo Joel Edgerton, il sussiego indifferente di Benedict Cumberbatcht nei panni del fratello senatore di Bulger, e poi le facce incredibili dei componenti la banda di Winter Hill.
Che Scott Cooper sia un ottimo direttore di attori lo dimostra anche il suo film precedente, Il fuoco della vendetta, la resa emotiva invece non sembra essere il suo forte anche se l’ennesima connivenza di un’agenzia americana collusa con chi dovrebbe combattere in nome di una vittoria più grande offrirebbe molti spunti di riflessione, anche attualissimi. Black Mass, invece, si rivela un film piacevole alla visione ma profondamente didascalico, bello e senz’anima come i suoi personaggi: si ricostruisce pedissequamente la storia del pericolo pubblico n°2 (dopo Osama Bin Laden!) senza toni epici e soprattutto senza trarne una morale che è affidata alle didascalie finali: Connelly che aveva ideato l’accordo tra FBI e Bulger, è quello che sconta più anni di galera di tutti gli altri (escluso il boss) perché non patteggia, convinto che i “danni collaterali” valessero bene il risultato della sconfitta di Cosa Nostra a Boston.

L’uomo che fissa le capre

L'uomochefissalecapre The Men Who Stare at Goats
Usa 2009
con George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges, Kevin Spacey
regia di Grant Heslov

Deluso dalla fine del proprio matrimonio, il giornalista Bob Wilton decide di seguire la guerra in Iraq per fare uno scoop giornalistico e riconquistare la ex moglie. Mentre è in Kuwait incontra Lyn Cassady, di cui aveva già sentito parlare qualche tempo prima mentre conduceva un’inchiesta su un corpo segreto dell’esercito militare che negli anni ’80 sperimentava super soldati con poteri paranormali: mentre attraversano il confine con l’Iraq, Cassady gli racconta come è stato travisato il sogno di un super soldato che abbia il potere di sventare la guerra..

L’uomo che fissa le capre è una divertente commedia antimilitarista che prende spunto da un un vero libro inchiesta sugli esperimenti Esp condotti dall’esercito americano e le follie in ambito militare sono tali che ritengo molto probabile che si sia cercato di sfruttare anche i poteri della mente a fini bellici.
Strutturato come un road movie, il film è una parodia della vita militare: l’esercito Nuova Terra nasce dall’idea di Bill Django, veterano del Vietnam che sviluppa una sua teoria per prevenire la guerra coniugando un lasco regime militare con il “flower power” degli hippies e la saggezza orientale. Questa pratica è il fondamento del soldato jedi, votato alle forze del bene ma come nell’ispiratore Star Wars arriva qualcuno che vuole sfruttare il lato oscuro della forza: si tratta di Larry Hooper da sempre invidioso dei successi di Cassady, l’allievo più bravo di Django. Hooper fa in modo che Django sia congedato con disonore e prende il comando, costringendo Cassady a usare i suoi poteri per uccidere una capra: affascinato dal lato oscuro il soldato cede e uccide l’animale attirando la sventura sull’esercito Nuova Terra. Venti anni dopo Casady è in Iraq in cerca di redenzione sulle tracce di Django che gli è apparso in una visione e ritroverà i suoi commilitoni riportando l’equilibrio nella forza.
A parte la capacità di rendere credibile una trama così demenziale, il film ha anche un sottile gioco metacinematografico. Tutti i personaggi che ruotano attorno a Clooney interpretano ruoli che hanno a che fare con i loro successi del periodo: il Django di Jeff Bridges ricorda Il grande Lebowski, la vena crudele di Hopper permette a Kevin Spacey di parodiare i suoi cattivi per eccellenza, Keyser Söze e il serial killer di Seven. Il gioco si fa ancora più scoperto nel caso di Ewan McGregor che interpreta il giornalista a cui viene spiegata la filosofia del soldato jedi quando nella seconda trilogia di Star Wars l’attore veste i panni del maestro Obi Wan Kenobi.

Angela Lansbury

***L’attrice è scomparsa l’11 ottobre 2022***

Compie oggi 90 anni Angela Brigid Lansbury, nota al grande pubblico come La signora in Giallo, serie tv che durò 12 anni dal 1984 a 1996 più quattro film per la tv ma in virtù delle continue repliche domina ancora oggi i palinsesti delle nostre televisioni.
Anche se il personaggio di Jessica Fletcher le resterà incollato a vita, Angela Lansbury ha una carriera di tutto rispetto, sia al cinema (nel 2014 ha ricevuto l’Oscar alla carriera) che in teatro dove ha collezionato ben quattro quattro Tony Award come miglior attrice protagonista in un musical per quattro spettacoli diversi e un quinto Tony nel 2009 come attrice non protagonista.

Le sua abilità nel musical sono state riconosciute anche al cinema: la teiera canterina Mrs. Bric de La Bella e la bestia (1991) si ispira alle fattezze della Lansbury che ovviamente la doppiava nella versione originale.

Angela Lansbury nasce a Londra il 16 ottobre 1925 e durante la seconda Guerra Mondiale si trasferisce in America dove viene naturalizzata nel 1951.
Il debutto sul grande schermo, nel 1944 è di tutto rispetto, facendole guadagnare una prima nomination agli Oscar: in Angoscia è Nancy, la cameriera che si presta ai maneggi del marito Charles Boyer che cerca di far passare per pazza la povera Ingrid Bergman.
L’anno seguente guadagna una nuova nomination per il ruolo di Sibyl Vane, fidanzata suicida di Dorian Gray in Il ritratto di Dorian Gray diretto da Albert Lewin.
Nel 1946 è nel musical Le ragazze di Harvey accanto a Judy Garland per la regia di George Sidney, che la dirige nuovamente nel 1948 ne I tre moschettieri, con Gene Kelly nei panni di d’Artagnan, Lana Turner in quelli di Milady e Vincent Price come Richelieu mentre Angela Lansbury interpreta la Regina Anna. Sempre nel 1948 è nel cast de Lo stato dell’unione, pellicola diretta da Frank Capra dove la Lansbury è l’editrice Kay Thorndyke che convince l’industriale Spencer Tracy a entrare in politica. L’attrice fu scelta su consiglio di Katharine Hepburn che nel film interpreta la moglie di Tracy.
Nel 1949 interpreta la filistea Semadar nel kolossal di Cecil B. De Mille Sansone e Dalila con Victor Mature e Hedy Lamarr.

Nel 1958 partecipa a La lunga estate calda, con Paul Newman e Orson Welles, di cui la Lansbury nel film è la compagna; la regia è di Martin Ritt.
Nel 1969 il ruolo più significativo della carriera che le vale la terza nomination e il secondo Golden Globe: è la tremenda signora  Iselin (personaggio che rientra tra i 50 più cattivi di tutti i tempi secondo la classifica stilata dall’American Film Institute nel 2003) in Va’ e Uccidi (The manciurian candidate) film diretto da John Frankenheimer che ha per protagonista Frank Sinatra.
Nel 1971 è la protagonista di Pomi d’ottone e manici di scopa: un’apprendista strega, Miss Price, a cui, durante la seconda guerra mondiale, vengono affidati tre orfani londinesi e si trova a dover combattere contro uno sbarco nazista.
Nel 1978 partecipa al film “all star” Assassinio sul Nilo, nel 1979 è Miss Froy, nel remake de La signora Scompare di Hitchcock, che ha lo stesso titolo originale, The Lady Vanishes ma in italiano diventa Il mistero della signora scomparsa e nel 1980 è Miss Marple in Assassinio allo specchio: i tempi sono ormai maturi per diventare la regina del giallo televisivo.

La visita all’Expo

Mancano meno di due settimane alla chiusura dell’Expo: rinunciare a causa della ressa o non perdersi l’occasione di partecipare all’evento?
Io ho optato per una versione soft una visita serale (che da settembre inizia alle ore 18,00 per concludersi alle ore 23,00; alle 24,00 nei finesettimana). Ho scelto di andarci di lunedì, con i mezzi pubblici: arrivando da Genova e parcheggiando a Famagosta ci vuole quasi un’ora per arrivare a destinazione ma almeno sono tempi certi rispetto a quelli imprevedibili della tangenziale congestionata dei pomeriggi feriali.
Qualche minuto per i controlli di routine, come quelli aeroportuali e ci si inoltra alla scoperta dell’Expo. E’ una gioia per gli occhi e per l’olfatto, da non perdere assolutamente i cluster dedicati alla frutta, le spezie e quello inebriante del caffè e del cioccolato. I padiglioni i sono limitata a vederli solo dall’esterno, cosa che avrei fatto anche con meno ressa e più tempo a disposizione: sinceramente non capisco le persone che ieri si sorbivano tre ore di coda per entrare nei vari padiglioni, quasi tutti presi d’assalto, avrei fatto un’eccezione per quello del Nepal o per Palazzo Italia ma la folla in attesa scoraggiava i miei buoni propositi.
Ho avuto la sensazione di trovarmi in un’enorme fiera, in fondo non troppo diversa da quelle patronali delle nostre città: l’allegria gli odori la curiosità che si provava quando si andava alle giostre.
Sono contenta di quello che ho avuto nel tempo impiegato: per la soddisfazione di aver partecipato,anche solo una vista serale può bastare.

#Expo2015 Dante Ferretti, I guardiani del cibo statue ispirate all'#Arcimboldo

Una foto pubblicata da Eva (@avadesordre) in data:

Yul Brynner

Yul Yul Brynner morì il 10 ottobre 1985 lo stesso giorno in cui si spense anche Orson Welles.
Come la scomparsa di Rock Hudson una settimana prima, anche quella dell’attore di origini russe ebbe un grande impatto sociale perché Yul Brynner morì di tumore ai polmoni e poco tempo prima della morte, aveva registrato un’intervista in cui invitava la gente a smettere di fumare. Trasmesso con molto scalpore dopo la scomparsa dell’attore, il video divenne un’impattante campagna mediatica contro il fumo.
Le origini di Yul Brynner sono ancore oggi avvolte nel mistero, le fonti ufficiali lo dicono essere nato l’11 luglio 1920 a  Vladivostok, città che gli ha anche dedicato un monumento mentre veste i panni de Re del Siam, il ruolo che lo rese celebre.
Dopo un breve soggiorno in Cina, Brynner arriva a Parigi tredicenne e svolge diversi lavori tra cui quello di circense e di suonatore di chitarra.
Nel 1940 si trasferisce a New York per studiare arte drammatica e si mantiene traducendo in francese i messaggi che l’esercito americano invia alla Resistenza Francese.
Il debutto sulle scene teatrali avviene del 1946 mentre al cinema debutta nel 1949 nella parte del cattivo nel poliziesco Il porto di New York di Laslo Benedek, futuro regista de Il Selvaggio con Marlon Brando.
Il re ed io Il successo arride a Brynner sul palcoscenico di Broadway quando nel 1951 interpreta Il Re ed Io, facendogli vincere il Tony Award. Nel 1956 viene realizzata una versione cinematografica (la seconda per l’esattezza) del musica e Yul Brynner vincerà anche l’oscar per il ruolo del re Mongkut: non sono nemmeno dieci gli artisti che hanno vinto sia il Tony che l’Oscar per lo stesso ruolo, filmico e teatrale.
Sempre nel 1956 esce l’altro film che consacra l’attore: nel Kolossal di  Cecil B. De Mille, I dieci Comandamenti, veste i panni del  faraone Ramesse II: la sua interpretazione è memorabile tanto quanto, se non più di quella di Charlton Heston che interpreta Mosè.

Idiecicomandamenti

Il terzo film girato nel 1956 ha anch’esso una sua rilevanza storica: Yul Brynner è il Generale Sergei Pavlovich Bounine che cura la trasformazione della girovaga smemorata nella principessa Anastasia Romanoff. Anastasia è il primo lavoro americano di Ingrid Bergman dopo la scandalosa fuga in Italia per Roberto Rossellini e l’attrice riesce a riconquistare il suo pubblico vincendo anche un’Oscar.
Nel 1958 Brynner è Dimitrij Karamazov, il presunto assassino del padre in Karamazov la versione del romanzo di Dostoevskij girata da Ricahrd Brooks.
L’anno seguente è ancora protagonista di un kolossal: per King Vidor interpreta il re saggio Salomone e la regina di Saba, interpretata dalla nostra Lollobrigida.
Sempre nello stesso anno è protagonista del dramma diretto da Martin Ritt e ambientato negli Stati del Sud, L’urlo e la furia tratto dal romanzo di Faulkner L’urlo e il furore. Vidi il film diversi anni fa e ricordo di essere rimasta sconcertata nel vedere l’attore capelluto, un tratto distintivo di Yul Brynner infatti era il cranio rasato, esigenza scenica per interpretare il Re del Siam che divenne una connotazione così smaccata che solo di recente sta scomparendo la definizione look (testa/capelli ecc.) alla Yul Brynner per i calvi/rasati.
Nel 1960 un altro film entrato nella storia del cinema: I magnifici sette diretto da John Sturges e ispirato a  I sette samurai di Akira Kurosawa. Il cast era eccezionale, oltre a Yul Brynner recitavano Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, Eli Wallach e Horst Buchholz. La colonna sonora del film è passata alla storia e la pellicola ebbe tre sequel. Brynner fu l’unico del cast originale a partecipare al primo seguito, Il ritorno dei magnifici sette.

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La carriera di Yul Brynner prosegue con pellicole che lo vedono sempre legato agli stessi ruolo, o western, o film di guerra o di avventura (Taras il magnifico) o comunque ruoli basati sulla spiccata personalità autoritaria di Brinner. La carriera sembra volgere prematuramente al declino e nel 1972 l’attore torna a rifugiarsi nel suo più grande successo girando la versione tv del musical che gli diede la fama, Anna ed io. Ma per Yul Brynner c’è in serbo ancora un altro capolavoro: è il 1973 quando partecipa all’esordio alla regia di Michael Crichton, Il Mondo dei Robot racconta di un parco divertimenti per adulti dove gli automi si ribellano, Brynner veste i panni di un replicante pistolero, facendo il verso al suo Chris Adams de I magnifici sette.
Nel 1976 l’attore partecipa anche al sequel, Futureworld – 2000 anni nel futuro diretto da  Richard T. Heffron (regista di V – Visitors del 1984) .
L’ultimo film interpretato dall’attore fu una produzione italiana diretta da Antonio Margheriti che si firmava Anthony M.Dawson: Con la rabbia agli occhi del 1976 accanto a Massimo Ranieri e Barbara Bouchet.
Poco nota forse è la grande passione di Yul Brynner per la fotografia, e particolare interesse cinefilo rivestono i suoi lavori scattati sui set cinematografici.

Nausicaa della valle del vento

Nausicaadellavalledelvento Giappone 1984
Kaze no tani no Naushika
regia di Hayao Miyazaki

Mille anni dopo una guerra termonucleare che ha distrutto gran parte della Terra creando una Giungla Tossica mortale per gli esseri viventi, gli uomini continuano a combattersi divisi in due fazioni. In un piccolo regno indipendente vive la principessa Nausicaa, che prova una grande empatia per la natura anche quella maligna della Giungla Tossica. Il regno della Valle del Vento si troverà coinvolto nello scontro tra regni di Tolmechia e Pejite e la giovane Nausicaa si batterà con tutte le sue forze per impedire che una pericolosa arma del passato venga ripristinata..

Nausicaa della Valle del Vento è il secondo lungometraggio firmato da Miyazaki, trasposizione filmica di un manga scritta dal regista, e il successo della pellicola fece in modo che l’autore giapponese potesse aprire la sua casa di produzione, lo Studio Ghibli.
Il film è il primo in cui le tematiche ambientaliste e pacifiste di Miyazaki vengono espresse chiaramente: la Giungla Tossica è tale perché si sviluppa sul terreno contaminato dalla guerra, coltivate in un terreno salubre le piante della giungla non producono più spore tossiche, anche gli insetti mostruosi che si sono adattati a vivere nella giungla continuano ad essere mossi dal sentimenti animali, come ad esempio la salvaguardia dei piccoli.
Su questi temi Miyazaki innesta la sua proverbiale passione per il volo creando un mondo fantastico dove nel complessivo decadimento tecnologico sopravvivono forme di energia che permettono il volo di grandi astronavi e dell’aliante di Nausicaa.
La prima eroina del regista giapponese si distingue dalle altre perché è un po’ più grande, non è un efebica adolescente ma possiede un corpo ben connotato sessualmente.
Sono presenti anche riferimenti artistici che non mancano mai nei film di Miyazaki, che si ispira all’architettura organica di Gaudì e quando Nausicaaa e Asbel si risvegliano sotto le sabbie mobili, gli alberi pietrificati creano un ambiente che ricorda la Sagrada Familia.
La pellicola segna anche l’inizio della collaborazione con Joe Hisaishi, il musicista che ha scritto le colonne sonore per 10 dei lungometraggi di Myazaki; Nausicaa della Valle del Vento ha una partitura molto interessante dove il classico si mescola con l’elettronico e il commento sonoro ha un rillievo fondamentale nell’economia filmica.
Il film, che non è mai stato distribuito nelle sale italiane nel corso di questi trent’anni, venne trasmesso in televisione nel 1987, diviso in quattro parti, è arrivato in sala per tre giorni da lunedì 5 a mercoledì 7 ottobre con una riedizione del doppiaggio che ha modificato parte dei nomi del doppiaggio originale.

Per amor vostro

Anna, finalmente assunta a tempo indeterminato in una casa di produzione televisiva, sembra dimenticare nelle attenzioni che le riserva il divo di una soap opera, i problemi famigliari: le esigenze dei genitori sempre più anziani, gli scontri con i figli adolescenti, di cui uno sordomuto e soprattutto il pessimo rapporto col marito che negli anni si è trasformato in uno strozzino della camorra, ma un giorno Anna sarà costretta a prendere coscienza della realtà che la circonda e smettere di far finta di nulla..

PerAmorVostro

Quello che davvero intriga in Per amor vostro, è lo stile di regia: fondamentalmente è un film in bianco e nero dove l’assenza di colore sta a sottolineare il grigiore di una normalità a cui ci si è rassegnati, sprazzi di colore e inserti a cartoni animati stanno a significare i moti dell’anima, i sogni e i desideri di Anna, la protagonista del film da cui la macchina da presa non si distacca mai, cercando di cogliere tutti gli aspetti della sua vita. Valeria Golino, memorabile come ai tempi di Respiro di Crialese, sorregge tutto il film e ha meritato ampiamente la Coppa Volpi assegnatale all’ultima Mostra di Venezia.
Oltre alla tecnica, il film si distingue anche per l’uso della colonna sonora: la pellicola è divisa in tre segmenti che sono introdotte da tre ballate che ampliano la vicenda, come da tradizione dei cantastorie e anche come nel coro greco, funzione che viene ripresa in maniera più puntuale dai passeggeri dell’autobus su cui più volte si ritrova Anna, sottolineando i suoi pensieri, le ansie, le paure. Le ballate degli Epsilon Indi sono in dialetto napoletano stretto, come gran parte del film e il miscuglio linguistico è un tratto fondamentale della pellicola, recitata in italiano, napoletano e nella lingua dei segni.
L’opera racconta della presa di coscienza di una donna, del suo coraggio di ritrovare la forza e la libertà che le erano stati strappati da bambina ma si tratta anche di un film di denuncia; Napoli è molto presente in Per Amor Vostro non solo per il riferimento camorristico, ma soprattutto per la dimensione tradizionale (memorabile la scena di Anna con la madre al cimitero delle Fontanelle), la denuncia che il film compie esula dal contesto napoletano e si allarga a tutta Italia, da sempre paese ignavo (Ignavia è stato un titolo preso in considerazione per il film) da sempre disposto a far finta di non vedere, a pagare lo scotto minore in nome di un bene comune ristretto all’ambito famigliare: l’Italia dove tutto si fa “per amor vostro”.