William A.Wellman

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William Augustus Wellman nasce il 29 febbraio 1896 a  Brookline nel Massachusetts da una famiglia che discende dai Padri Fondatori e da un firmatario della Dichiarazione d’Indipendanza ma il giovane Bill è uno scavezzacollo che finisce per essere espluso da scuola e fare diversi mestieri per mantenersi.
Douglas Fairbanks lo nota durante uno spettacolo teatrale e gli suggerisce di fare l’attore ma il giovane Wellman preferisce andare volontario nella Prima Guerra Mondiale per poter coronare il proprio sogno: diventare aviatore. Si distingue per il suo coraggio in battaglia e riceve la Croce di Guerra ma viene abbattuto dalla contraerea tedesca ed è costretto a tornare in patria per diventare addestratore di volo in California dove incontra nuovamente Fairbanks e si lascia convincere a recitare.
Debutta in The Knickerbocker Buckaroo del 1919 ma quello dell’attore è un mestiere che Wellman ben presto inizia ad odiare mentre è sempre più attrato dalla macchina da presa. Già nel 1920 debutta come regista non accreditato per la Fox in The Twins of Suffering Creek.
Il debutto accreditato dietro la cinepresa è del 1923 in ben due film che gira nello stesso giorno: The Man Who Won e Second Hand Love: la rapidità nelle riprese resterà una caratteristica peculiare della sua carriera.
Wellmanwingsbison-ashx Nel 1927 gira Ali (Wings) la storia di due aviatori rivali in amore che diventano amici al fronte. L’opera è muta e sonorizzata in un secondo tempo, nel 1929.
Ali è stato il primo film a vincere, insieme ad Aurora di F.W.Murnau, la prima edizione degli Oscar del 1929 come miglior produzione categoria che poi si sarebbe trasformata in quella del miglior film.
E’ stato anche il primo film a mostrare il bacio (fraterno!) tra due uomini e ad introdurre la nudità: si vede la visita medica di un arrualamento e fa capolino il seno nudo della protagonista Clara Bow, sex symbol dell’epoca.
Il primato più importante di Ali è però quello di aver inventato un nuovo genere quello dei film di guerra con battaglie aeree, cui appartiene il film di Howard Hughes, Gli angeli dell’inferno, di cui ci ha raccontato Martin Scorsese in The Aviator.
Scorsese è un grande ammiratore di Wellman, regista che viene considerato solo un abile artigiano, e sostiene che il suo primo gangster movie Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno trova anche ispirazione nel celeberrimo lavoro di Wellman del 1931, Nemico Pubblico, film di cui restano ancora oggi memorabili alcune scene, come quella di James Cagney che spreme mezzo pompelmo sulla faccia della fidanzata.

Nemicopubblico

Molto attivo per tutti gli anni ’30, Wellman spazia nei diversi generi: dall’avventura de Il richiamo della foresta (1935) con Clark Gable, ispirato molto liberamente al romanzo di Jack London, alla commedia sofisticata (e cinica) Nulla sul serio del 1937 in cui un reporter (Fredric March) segue il caso di una ragazza (Carole Lombard) che sta per morire per avvelenamento da radio ma la ragazza sta benissimo e finge la malattia solo per godersi New York spesata dal giornale.
Sempre del 1937 è il film che valse a Wellman l’unico Oscar per la miglior sceneggiatura originale di E’ nata una stella (ispirata al film di Cukor del 1932, A che prezzo Hollywood?). La pellicola vanta due remake, quella di George Cukor del 1954 con Judy Garland e quella del 1976 con Barbra Streisand diretta da Frank Pierson.

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Se il film sulla legione straniera Beau Geste del 1939 con Gary Cooper, che aveva avuto un piccolo ruolo anche in Ali, è ancora noto, quasi misconosciuta è diventata la pellicola del 1942 interpretata da Ginger Roger Adolphe Menjou e George Montgomery, Condannatemi se vi riesce!, commedia satirica sullo showbiz, adattamento di una commedia alla base anche del musical Chicago. Secondo imdb era tra i film preferiti di Kubrick.
Il capolavoro di Wellman arriva nel 1943, con Alba fatale, un western realistico contro il linciaggio che secondo wikipedia è tra i favoriti di Clint Eastwood (vedi un po’ ‘sti artigiani del cinema..).
Seguono una serie di film di guerra tra cui spiccano I forzati della gloria del 1945, Bastogne (1949), Prigionieri del cielo del 1954 che gli vale una nomination per la miglior regia, alternati a western come Cielo Giallo con Gregory Peck del 1948 e il particolarissimo Donne verso l’ignoto che racconta di una carovana di donne che da Chicago vanno a raggiungere i pionieri nel West per sposarsi con loro. Un film epico girato tutti in esterni che racconta la conquista del West attraverso la figura femminile, coraggiosa e indomita tanto quanto gli uomini che l’ha preceduta.

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Wellman si ritira dalle scene del 1958 con un ultimo film di battaglie aeree della Prima Guerra Mondiale, La squadriglia Lafayette.
Si spenge il 9 dicembre 1975.

Mad Max – Fury Road

Madmaxfuryroad Nel suo peregrinare in un mondo sempre più disastrato e impoverito, Mad Max finisce alla Cittadella, dove Immortam Joe un vecchio dittatore, governa il popolo razionando l’acqua, possiede un esercito di giovani deformi a causa delle radiazioni atomiche che si sacrificano in nome di un delirio religioso ma soprattutto ha un harem di mogli bellissime e sane con cui vuole migliorare la razza. Furiosa, una delle “imperatrici” di Joe, rapita da piccola da una tribù di sole donne, cerca di tornare al suo luogo d’origine portando con sé le favorite dell’harem per restituire loro la libertà..

George Miller riprende in mano il suo eroe e lo adegua ai tempi gonfiando il tutto: veicoli più fantasmagorici, più inseguimenti, più esplosioni.
Nonostante l’accentuazione degli aspetti fumettistici Fury Road rimane fedele all’estetica tribal-punk inventata dal regista: che cos’è l’immaginifica chitarra sputafuoco con il suo apparato di autoparlanti e tamburi, se non la versione punk delle bande militari che accompagnavano gli eserciti in guerra?
Lo snodo più originale della vicenda non è tanto la presenza di donne guerriere come Furiosa, che resta comunque un bellissimo personaggio o la tribù matriarcale delle Vuvalini: l’idea delle donne come portatrici di un modello di vita più naturale che salvaguarda la natura e la sua biodiversità è piuttosto scontata.
Innovativa è l’idea che non esiste un luogo migliore da raggiungere dove ricostruirsi una vita (il “Luogo Verde” dell’infanzia di Furiosa è stato devastato dai cambiamenti climatici) ma che solo salvaguardando il posto in cui si vive dalla corruzione e dalla sopraffazione si può trovare una redenzione. E’ l’intuizione di Mad Max che però nella sua follia sempre più allucinata dai ricordi continua a vagare senza meta.

Hayez

Hayez La mostra dedicata a Hayez è imperdibile non solo perché per la prima volta sono accostate le tre versioni de Il Bacio ma anche perché è la più ampia monografica dedicata al pittore veneto con alcuni quadri esposti per la prima volta.
Anche la sede è davvero prestigiosa: le Gallerie d’Italia occupano il palazzo storico sede della Banca Commerciale Italiana ed è un piacere girare nei lussuosi ambienti che ora ospitano la collezione del Novecento di Intesa San Paolo e notare la cura degli sportelli o scendere al piano inferiore e sbirciare nel caveau: in epoca di profonda crisi economica questo guardo sulla solidità economica del passato è quasi commovente.
La mostra dedicata a Francesco Hayez ha un andamento cronologico: com’è noto il pittore nacque da una modesta famiglia veneziana il 10 febbraio 1791, studiò all’accademia delle Belle Arti di Venezia, a Brera e poi fu a Roma dove Antonio Canova fu suo mentore e dello scultore trevigiano sono esposte in mostra alcune sculture che dimostrano lo stretto legame tra i due artisti.

La Maddalena Penitente del #Canova è a Milano fino a domenica 21/2 per la mostra di #Hayez

Una foto pubblicata da Eva (@avadesordre) in data:

Eccelso nella pittura del nudo, Hayez procurò più volte scandalo con le sue Maddalene discinte ritenute poco adatte al soggetto religioso a cui rimediò col castissimo Crocifisso con la Maddalena ma lo scandalo più grande lo suscitò con Venere che scherza con due colombe (ritratto della ballerina Carlotta Chabert).
Oltre all’abilità nel nudo, nell’opera del pittore romantico per eccellenza, simbolo dell’Italia risorgimentale, possiamo scorgere altri due talenti fondamentali: la maestria nel ritratto che lo portava a realizzare quadri molto realistici che cercavano di indagare la natura del modello e nella lunga serie di nobildonne italiane ricorre spesso una certa fierezza o malizia nello sguardo che culmina nel ritratto di Cristina Trivulzio Belgiojoso.
Allo sguardo intimista e profondo del ritratto, Hayez unisce anche una grande capacità nella composizione di gusto teatrale: amico e ritrattista dei grandi compositori dell’opera lirica, Hayez adombra nelle scene tratte da I Due foscari, I vespri siciliani e in molti altri soggetti la situazione italiana. Tra tutte queste grandi tele mi ha veramente impressionato Maria Stuarda al momento in cui sale al patibolo, opera visibile per la prima volta al grande pubblico.
Il bacio, quadro iconico su cui non c’è nulla da aggiungere era presente per la prima volta nelle sue tre versioni e richiama sempre una piccola coda per poter entrare nella sala dov’erano esposti i tre dipinti, personalmente preferisco l’ultima versione, quella realizzata per l’esposizione di Parigi perché mi piace l’abbandono maggiore della figura femminile che nelle precedenti versione trovo un po’ rigida.
Che Il bacio sia stato riproposto da Luchino Visconti in Senso è cosa risaputa ma l’influenza di Hayez sul nostro cinema ha una lunga storia: in mostra oltre al celebre spezzone di Visconti, sono presenti i frammenti di Noi credevamo dove Francesca Inaudi riprende fedelmente i tratti della contessa di Belgiojoso del ritratto in mostra, mentre in Malombra 1942, di Mario Soldati, il dipinto dell’antenata in cui crede di identificarsi la marchesina Marina è un ritratto di Hayez, come scritto nel romanzo stesso di Fogazzaro.

Hayez
dal 7 novembre 2015 al 21 febbraio 2016
Gallerie d’Italia
Piazza Scala
Milano

Raf Vallone

Rafvallone Il 17 febbraio 1916 nasceva a Tropea Raffaele Vallone, noto al grande pubblico come Raf Vallone.
E’ stato oltre che un grande attore, un calciatore, un giornalista e partigiano.
Trasferitosi a Torino da bambino, si laurea in lettere e in giurisprudenza, alternando gli studi alla passione per il calcio che lo porta a giocare nel Torino, squadra con cui esordisce in serie A nel 1934.
La sua attività di giornalista è legata alle pagine culturali de L’Unità e all’attività di critico cinematografico per La Stampa.
La prima apparizione sul grande schermo risale al 1942 con un piccolo ruolo in Noi Vivi, il successo arriva nel 1949 con Riso amaro, dove interpreta il poliziotto Marco Galli, il buono opposto alla canaglia Walter Granata, a cui presta il volto Vittorio Gassman.
Seguono altri due grandi film, ultime pagine della stagione neorelista: nel 1950 Non c’è pace tra gli ulivi, ancora per la regia di Giuseppe De Santis, e Il cammino della speranza  girato nel 1951 da Pietro Germi.

Vallone

E’ l’inizio di una carriera che vanta circa un centinaio di pellicole, molte delle quali girate all’estero per registi del calibro di Marcel Carné, Jules Dassin, Henry Hathaway, Otto Preminger, Francis Ford Coppola.
Vallone fu protagonista anche della prima stagione televisiva italiana e sono rimaste nella storia della televisione le sue interpretazioni in  Jane Eyre (1957) di Anton Giulio Maiano con Ilaria Occhini e ne Il mulino del Po (1963) di Sandro Bolchi del 1963.
Sguardodalponte All’attività cinematografica Raf Vallone alterna la grande passione per il teatro dove è regista, oltre che interprete di molte rappresentazioni dedicandosi anche alla regia di opere liriche.
Un rapporto molto speciale lega Raf Vallone all’opera di Arthur Miller, Uno sguardo dal ponte, che l’attore interpretò a teatro in italia e all’estero e fu anche il protagonista della bellissima versione cinematografica diretta nel 1962 da Sidney Lumet.
La pellicola è praticamente invisibile ma stasera la proiezione del film alla Casa del Cinema di Roma aprirà le celebrazioni del centenario dell’attore curate dalle figlie Eleonora e Arabella.
La proiezione sarà preceduta dalla presentazione, in anteprima assoluta, del frammento inedito di una recente intervista con Peter Brook, che diresse Vallone nella storica versione teatrale di Uno sguardo dal ponte (580 repliche solo al Théâtre Antoine di Parigi, 1958/60)

The Hateful Height ***70mm***

Il cacciatore di taglie John Ruth, detto “Il Boia” sta portando la fuorilegge Daisy Domergue a Red Rock per farla impiccare quando è costretto a far salire sulla diligenza che ha noleggiato due passeggeri indesiderati: prima il cacciatore di taglie di colore Marquis Warren e poi il sudista Chris Mannix.
Una tempesta di neve costringe il gruppo a fermarsi all’emporio di Minnie, qui incontreranno altri tre viaggiatori anche loro bloccati dalla bufera, stranamente però mancano i titolari dell’emporio Minnie e Sweet Dave, sostituiti da un messicano..

Thehatefulheight

L’ottavo (?) film di Quentin Tarantino segna un cambio di passo rispetto agli ultimi due lavori: la rilettura della storia si fa più fedele come testimoniato anche dal mezzo con cui il regista ha girato il film, l’Ultra Panavision 70 mm, che con il leggero tremolare dell’immagine trasporta subito lo spettatore in una dimensione antica di fruizione dello spettacolo. Io mi sono commossa anche alla scritta intervallo, dato il nervoso che mi procura lo stacco improvviso nelle multisale contemporanee dove ti strappano dall’immersione filmica a metà di una frase, accecandoti brutalmente per offrirti bibite e popcorn.
L’intervallo è durato esattamente dodici minuti, circa quel quarto d’ora a cui allude la voce off alla ripresa dello spettacolo. L’intervallo non è solo un tributo alle vecchie pellicole ma una vera e propria cesura tra le due parti del film: la prima introduce con molta calma ambientazioni e personaggi, siamo nel Wyoming, pochi giorni prima di Natale, un Cristo semi sepolto dalla neve segna l’arrivo a una stazione di posta “dimenticata da dio”, una baracca di legno che diventerà il luogo dove si sveleranno le vere identità dei vari personaggi e si pareggeranno diversi conti in un inesorabile gioco al massacro, a cominciare da quello tra il Maggiore Warren, nordista di colore e il generale sudista Sanford Smithers: sono passati pochi anni dalla guerra civile americana e gli animi non sono ancora assopiti. Ma si assopiranno mai gli animi di quest’America costruita sulla violenza e sull’odio che celebra un’improbabile amicizia sulle parole di una lettera (fasulla?) di Abramo Lincoln letta sotto il cadavere di una donna impiccata? A proposito, la prima donna impiccata in America è Mary Surratt, presunta complice dell’omicidio di Lincoln la cui storia è stata raccontata da Robert Redford in The Conspirator.
A lasciarmi un po’ perplessa è stato proprio il finale con la strana amicizia tra i due sopravvissuti prima acerrimi rivali: dato che il tema dello scontro razziale è tornato dominante negli USA mi sarei aspettata un ultimo conflitto a fuoco ma forse quella risata in faccia alla morte è ancora più cinica e inquietante di una sparatoria.
JohnDaisy Alla prima parte molto parlata si oppone la seconda dove la violenza splatter, che era totalmente assente nel primo tempo diventa dominante e Tarantino ci riconduce nel mondo granduignolesco che ben gli compete. La sinfonia mortifera di Ennio Morricone e l’improvviso vortice di morti violenti virano d’horror un film molto parlato, affabulatorio (e il regista è talmente bravo ad incantarci, anche sulla fiducia, che dimentichiamo alcune nozioni che dovremmo ben conoscere anche prima di entrare in sala o che ci mette sotto il naso nei titoli di testa). Mi riferisco all’horror perché tra le suggestioni filmiche che gli hanno inspirato The Hateful height, Tarantino cita La Cosa di John Carpenter che ha per protagonista Ken Russell e allora sarei proprio curiosa di sapere se nella versione originale il generale Smithers dice letteralmente a John Ruth “tu sei una jena” riferendosi al primo film di Tarantino o se gli da del serpente, omaggiando Jena (Snake) Plissken.

La ricompensa del gatto

Ricompensagatto Neko no ongaeshi
(titolo internazionale: The Cat Returns)
Giappone 2002
regia di Hiroyuki Morita

La goffa diciassettenne Haru salva un gatto che sta per essere investito da un camion e l’animale la ringrazia parlando. Stupita la ragazza si confida con la madre che le ricorda come già da piccola Haru avesse sfamato una gattina randagia sostenendo di comunicare con lei. Nella notte arriva il Re dei gatti in persona a ringraziare Haru per aver salvato suo figlio, il principe Lume e come ricompensa le offre la mano del figlio. Haru non ha nessuna intenzione di sposare un gatto e una voce le suggerisce di chiedere l’aiuto di Baron e di Muta..

La ricompensa del gatto è uscito per la prima volta nelle sale italiane per soli due giorni il 9 e il 10 febbraio scorsi. E’ una pellicola piuttosto breve, solo 75 minuti, che ha una storia particolare: un parco divertimenti commissionò allo Studio Ghibli un cortometraggio che avesse come protagonisti dei gatti ma poi il progetto naufragò e lo studio si ritrovò con del materiale che venne ritenuto interessante per sviluppare un lungometraggio, affidato a Hiroyuki Morita.
L’opera quindi nasce già con delle ambizioni minori rispetto ai grandi capolavori di Miyazaki, resta però un film molto piacevole e scanzonato. I due protagonisti che aiuteranno Haru a sfuggire al suo destino di principessa dei gatti sono tratti dal film I sospiri del mio cuore: Baron sviluppa ulteriormente il fascino melanconico della bambola gatto del primo film, diventando un dandy inappuntabile e rigoroso che vive in un luogo magico, una piazzetta che ricorda le cittadine tedesche: il vecchio antiquario de I sospiri del mio cuore aveva acquistato la bambola gatto in Germania.
Muta ha un destino del tutto diverso: nel primo film era un randagio indipendente e sussiegoso che ne La ricompensa del gatto si trasforma in una sorta di Obelix dal carattere scontroso: appassionato di cibo, passa il tempo litigando con Toto, corvo aiutante di Baron e ostenta insofferenza per il dramma di Haru anche se non si tirerà mai indietro nei combattimenti: si scoprirà che altri non è che Renaldo Moon, temibile fuorilegge del mondo dei gatti, e Moon era il nome che Seiji aveva dato al randagio nel film precedente.
Il regno dei gatti è la tipica fantasia Ghibli, una dimensione fantastica regolata da altre leggi, dove il male e il bene si confondono l’uno nell’altro. Anche la risoluzione è fedele allo stile Ghibli: una fuga librata nel cielo conclusa grazie all’aiuto dei corvi: il tema del volo è quindi presente anche in quest’opera minore.

I sospiri del mio cuore

Isospiridelmiocuore Mimi o sumaseba
(titolo internazionale Whisper of the Heart)
Giappone 1995
sceneggiatura di Hayao Miyazaki
regia di Yoshifumi Kondō

Shizuku è una quattordicenne con un grande amore per la lettura e nota che sulla scheda di prestito dei libri scelti in biblioteca ricorre spesso un nome, Amasawa. Un giorno seguendo un gatto che viaggia tranquillamente in metropolitana, Shizuko scopre il negozio di un antiquario che la affascina moltissimo. Amasawa è il nipote dell’antiquario e tra i due ragazzi nasce l’amore ma Seiji andrà a Cremona per mettesi alla prova come liutaio e anche Shizuku decide di confrontarsi con la propria passione per i libri e scrivere il primo romanzo..

I sospiri del mio cuore è l’unico lungometraggio dello Studio Ghibli diretto da  Yoshifumi Kondō, pupillo di Miyazaki, morto prematuramente. La sceneggiatura del film è del maestro dell’animazione giapponese e possiamo ritrovare alcuni temi caratterizzanti la sua teoretica, in particolare quello della dedizione al lavoro che torna dominante nella sua ultima pellicola, Si alza il vento.
Ispirato a un manga di Aoi Hiiragi, il film è un’indagine molto acuta dell’adolescenza: i primi amori, la necessità di capire quale strada intraprendere nella vita.. La tipica attenzione dello Studio Ghibli alla natura rispecchia il gioco d’emozioni adolescenziale nella mutevolezza del cielo, che passa dalla pioggia battente a squarci di sereno.
La colonna sonora ha la peculiarità di giocarsi tutta su Take Me Home, Country Roads di John Denver: all’inizio del film la sentiamo nella versione americana cantata da Olivia Newton-John, poi torna in italiano come traduzione che Shizuku fa dall’inglese adeguando il testo alla tematica del film e storpiandola per gioco anche in Concrete Road; infine la sentiamo in giapponese durante i titoli di coda.
L’elemento fantastico è affidato a Baron, bambola di gatto che colpisce profondamente Shizuko tanto da ispirarle l’esordio letterario. Baron e Muta, il randagio che viaggia in metropolitana saranno i protagonisti de La ricompensa del gatto, anime diretto nel 2002 da Hiroyuki Morita sempre per lo Studio Ghibli e che torna nelle sale cinematografiche oggi e domani.

Da Raffaello a Schiele

DaRaffaelloaSchiele La mostra ha l’intento di far conoscere il Museo delle Belle Arti di Budapest offrendo un excursus tra le opere più importanti del museo a partire dal Rinascimento italiano per finire con le Avanguardie del primo Novecento.
Il contatto tra Milano e il museo ungherese nasce lo scorso anno quando per i Natale con l’arte Palazzo Marino offrì la visione gratuita della Madonna Esterházy di Raffaello che è anche il punto focale della prima sala della mostra attualmente in corso, ma non si può rimanere indifferenti al al bel volto intenso del San Giovanni Battista di Jacopo del Sellaio in cui si scorge l’influenza botticelliana.
Notevole anche il disegno del Parmigianino, Venere che disarma Cupido, e le influenze del maestro parmense sono ben visibili nella Sacra Famiglia con san Francesco d’Assisi di Girolamo Mazzola Bedoli, parente acquisito del Parmigianino.
La seconda sala è dedicata alla Scuola veneziana: ritratti del Veronese e di Tiziano, la Cena di Emmaus del Tintoretto e la tela Apollo e le Muse con la Fama di Lorenzo Lotto ma a restare impressa è soprattutto l’originale composizione della Via Crucis di Jacopo da Bassano. La sala ospita anche due ritratti de El Greco: la Maddalena penitente e San Giacomo minore che per alcuni critici altro non è che un autoritratto dell’artista.
DürerRitrattodigiovane Il segmento dedicato al Rinascimento europeo espone l’opera che simboleggia la mostra, la Salomè con testa di San Giovanni Battista di Lucas Cranach il Vecchio, accanto a quest’icona dell’arte tedesca un quadro poco noto ma non per questo meno intrigante di Albrecht Durer, il Ritratto di Giovane.
Con Il compianto di Cristo del Maestro di Okolicsno si entra in contatto con l’arte di produzione ungherese che accompagna, giustamente tutto il percorso espositivo.
Il Primo Seicento è pervarso dall’influenza caravaggesca della Ragazza Dormiente di un anonimo romano, nel realismo del Il pranzo di Velasquez e sopratutto nll’intenso Giaele e Sisara di Artemisia Gentileschi.
La magnifica Testa d’uomo di Rubens anticipa la sezione barocca dove spica un magnifico paesaggio Villa nella campagna romana di Claude Lorrain.
Messerschmidt Il settecento colpisce con la sensuale Betsabea al bagno di Sebastiano Ricci, l’imponente Apparizione di San Giovanni Maggiore nella battaglia di Clavijo di Tiepolo, e lo sconvolgente realismo del Busto d’uomo che sbadiglia di Messerschmidt.
Nella sezione sul Romanticismo ci sono tre opere di Goya, il Ritratto di Manuela Camaa y de las Heras, La portatrice d’acqua e L’arrotino le ultime due opere testimoniano l’interesse del pittore per i temi popolari che fece uscire dalla semplice pittura di genere.
La sala più notevole è certamente quella dedicata al Simbolismo, diverte Il centauro dal maniscalco di Bocklin, seduce Il bacio della Sfinge di Franz von Stuck ma è l’opera dell’ungherese Janos Vaszay a rappresentare la pienezza dell’art nouveau nella magnifica cornice de L’età dell’oro.
L’ultima sale espone i nomi più noti dell’arte europea: Cezamme, Gauguin, Monet Manet con la Donna con il ventaglio (la Jeanne Duval amata da Baudelaire), un disengo di Van Gogh, Schiele, ma la mia attenzione è rimasta colpita da Il velo della Veronica di Kokosckha.

Da Raffaello a Schiele
Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest
17 settembre 2015 – 7 febbraio 216
Palazzo Reale
Milano

La donna fantasma

Donnafantasma Phantom Lady
USA 1944 Universal
con Franchot Tone, Ella Raines, Alan Curtis
regia di Robert Siodmak

Dopo aver litigato con la moglie, Scott Henderson passa la serata in un bar dove incontra una donna con cui si reca a uno spettacolo. Tornato a casa trova la polizia: la moglie è stata uccisa e l’uomo non è in grado di dimostrare come ha trascorso la serata: nessuno sembra aver visto la donna che era con lui. Viene quindi condannato a morte per uxoricidio ma la sua segretaria  Carol Richman, da sempre innamorata di lui, riuscirà a dimostrare l’innocenza di Handerson.

La differenza con il romanzo di  Cornell Woolrich è che Siodmak mette in scena il colpevole, Jack Marlow mostrandocelo mentre uccide il batterista che si è confidato con Carol.
Phantomlady La scena è come sempre un esempio della maestria di Siodmak nell’uso espressionista delle luci: nel dialogo che precede l’omicidio una luce particolarmente bianca illumina le mani nervose dell’omicida che è solito strangolare le sue vittime con una cravatta. Come per il bicchiere di latte ne Il Sospetto di Hitchcock l’escamotage produce i suoi effetti: le mani nervose del killer attireranno l’attenzione dello spettatore per tutto il film e io mi sono chiesta se si trattasse solo di suggestione o se Franchot Tone è stato scelto per il ruolo proprio perché aveva le manone come Gianni Morandi.
La tensione del film sta quindi nel sapere che Marlow è l’insospettabile migliore amico di Handerson che può seguire le indagini da vicino e diventare il confidente della caparbia Carol (una bravissima Ella Raines) fino allo scontro finale tra la ragazza e l’assassino.

Dio esiste e vive a Bruxelles

Dioesisteeviveabruxelles Dio è uno sciattone annoiato che vive a Bruxelles, è totalmente disinteressato alla famiglia, moglie e figlia che vivono con lui, dato che il primogenito, J.C., da tempo se n’è andato di casa. Per passare il tempo aggiorna regolarmente le regole della sfiga che affliggono il genere umano che si diverte a dileggiare. Un giorno Ea, stanca dei soprusi paterni si vendica mandando a tutte le persone un sms con la data di morte poi sull’esempio del fratello fugge di casa per scrivere il suo nuovo Nuovo Testamento.

Dio esiste e vive a Bruxelles è la prima frase pronunciata nel film e ai distributori italiani dev’essere parsa subito molto meno ingombrante del titolo originale Le tout nouveau testament.
Il film è esilarante e surreale: Bruxelles sarà anche la città più brutta del mondo, secondo il regista, ma resta sempre la capitale della patria del surrealismo e quando l’Assassino si abbraccia con la sua immagine allo specchio tutta la tradizione artistica surrealista erompe dallo schermo.
Le trovate di Jaco van Dormael sono geniali e procedono per accumulo: dal varco spaziotempo nel cestello della lavatrice, unica uscita dall’appartamento sigillato di Dio, alle reazioni più imprevedibili del genere umano nel conoscere la propria data di morte: se dovete ancora vedere la pellicola non uscite prima che siano terminati i titoli di coda perché Kevin, il giovane che filma i suoi esperimenti di dimostrare che effettivamente gli restano ancora 62 anni di vita regala l’ultima risata del film.
Film che fa ridere a crepapelle ma che sa anche essere poetico (il sogno di Aurelie) toccante e commovente nel narrare le storie dei sei apostoli che Ea si è scelta e il suo nuovo testamento 2.0 non è un corollario di regole di vita ma il racconto delle vite dei suoi apostoli raccolte da Victor, evangelista barbone che ha decisamente qualche problema con la grammatica. Alle fragilità dei suoi apostoli Ea risponde con l’ascolto e regala il coraggio di essere sè stessi seguendo la propria musica interiore (a proposito anche la sound track è notevole).
Al suo quinto lungometraggio il regista belga sembra ispirarsi al mondo di Jean-Pierre Jeunet nel raccontare in maniera molto colorata con uno stile pop-up le vicende dei suoi bizzarri protagonisti.
Forse il film si perde un po’ nella conclusione, nonostante il colpo di scena inatteso ma si perdona qualsiasi cosa a un film di rara comicità talmente intelligente che a circa tre mesi dall’uscita in sala non ha suscitato nessuna polemica nonostante giochi con la figura di dio.