Mese: Gennaio 2006
Lo scenografo monferrino nel paese dei pistoleros
Carlo Leva e’ una gloria cittadina e un maestro del cinema italiano che ha firmato le scenografie di film come Il gatto a nove code, Tre passi nel delirio ma soprattutto e’ stato grande amico di Sergio Leone con il quale ha collaborato nella Trilogia del dollaro e in C’era una volta il west: il capolavoro inventivo di Leva e’ sicuramente il cimitero circolare, con oltre 250 tombe ricostruite (e uno scheletro vero, ma questa e’ un’altra storia) ne Il buono il brutto e il cattivo che va in onda stasera su Rete4 alle ore 21.
La mostra che Asti dedica al maestro scenografo e’ stata curata dall’appassionato cinefilo Armando Brignolo e si concentra sui bozzetti creati per i film di Leone gettando uno sguardo interessante sul lavoro del grande maestro dei western all’italiana e dei suoi collaboratori.
In particolare stride l’appellativo di spaghetti western nato con una connotazione dispregiativa e il certosino lavoro di ricostruzione storica compiuto da Leva nel realizzare le scenografie della vita di frontiera, in un’epoca in cui la fedelta’ storica non era cosi’ fondamentale come nella cinematogafia odierna: le scene di costruzione della ferrovia di C’era una volta il West nascono dallo studio di foto dell’epoca e il refuso che compare su alcune divise operaie non e’ una distrazione ma la fedele riproduzione di un linguaggio sgrammaticato.
La rielaborazione italiana del mito del West e’ in realta’ piu’ fedele alla storia che alla leggenda esaltata dalla cinematografia americana.
Asti, Casa Buneo (piazza Cattedrale 12)
Fino al 2 febbraio (martedì 18,30-19,30; da mercoledì a domenica, 17,30-19,30).
Clara Sheller
Visto che Rai2, la rete dei serial, si prepara ad essere canale
ufficiale delle Olimpiadi di Torino 2006, tocca rivolgersi ai canali
satellitari per soddisfare la propria fame di fiction, cosi’ si presta
attenzione alla nuova serie francese appena iniziata su Foxlife che si
ispira al filone ironico-sentimentale di Sex and the city e Allie McBeal.
La protagonista e’ una ventinovenne single che ha una rubrica su un giornale parigino ed una grande passione per le scarpe come la Carrie di Sex and the city (anche la voce, talvolta off e’ la medesima, quella di Barbara De Bortoli), che si fa film romantici sui ragazzi che la intrigano come Allie McBeal e divide un grande appartamento con il suo migliore amico gay, Jean Philippe, come in Will&Grace.
Clara e’ la copertura di JeanPhilippe, detto JP, presso i genitori di lui e anche in ufficio tutti li credono fidanzati: nella prima puntata scappa una notte di sesso tra i due che rischia di mettere in crisi la loro amicizia e nei prossimi episodi un bel vicino di casa turbera’ i sogni di entrambi.
L’aria di deja-vu e’ molto forte ma comunque la prima puntata promette bene: Parigi e’ lo sfondo ideale per questi sghiribizzi sentimentali delle upper class e poi bisogna riconoscere che la protagonista, Melanie Doutey e’ davvero deliziosa!
I segreti di Brokeback Mountain
Che il film sia un’operazione furbetta, lo sostengono anche i puristi che non riconoscono nel film un western perche’ ambientato negli anni ’60 e non ai tempi della Frontiera e perche’ i due protagonisti sono due pecorari anziche’ due vaccari, (lasciamo perdere il fatto che sia poi il primo western gay). Piu’ che queste esatte distinzioni accademiche a non convincermi e’ lo scarso sviluppo psicologico dei personaggi che mi ha fatto vedere il film come un drammone sentimentale degli anni’50 (anche il nome di uno dei protagonisti, Ennis Del Mar, sembra quello di una pessima attricetta di BMovie).
Ho sentito la mancanza di un approfondimento storico, la resa di un mondo omofobico ancora latente oggigiorno se il film trova difficolta’ ad essere distribuito in alcune cittadine americane, che doveva essere ben piu’ esasperato quaranta anni fa. Se agli omosessuali veniva riservata una sorte tragica come quella a cui assiste Ennis da bambino (che ha qualche reminescenza di Improvvisamente l’estate scorsa) mi domando come mai un episodio cosi’ traumatico abbia un peso cosi’ scarso nell’economia filmica, non necessariamente nel rapporto tra i due amanti ma anche nel fatto che tutti, per lo meno molti, sappiano e facciano semplicemente finta di nulla.
Che qualcosa non scorra perfettamente negli ingranaggi della vicenda lo dimostrano anche le risate certamente non volute che scoppiano in sala, al dila’ di qualche spettatore piu’ attento al lato morboso della vicenda (ammesso che ce ne fosse uno), il momento in cui la moglie di Ennis scopre la tresca tra i due uomini e’ piuttosto ridicolo, forse anche per il fatto che la seppur bravina Michelle Williams sfodera un’espressione attonita, tanto cara al mondo televisivo da cui proviene (per chi non se lo ricordasse era la biondina di Dawson’s Creek) ed anche descrivere la nuova donna di Ennis l’attrice Linda Cardellini, protagonista di E.R., come una cameriera che vuole prendere il diploma da infermiera non e’ stata una scelta geniale.
Scenari mozzafiato e una storia senza scossoni che sdogana i lati abitudinari dell’amore omosessuale: tanto basta per fare incetta di premi.
Caravaggio e l’Europa
C’e’ pure La Madonna dei Pellegrini, quella che al Freddo pare fiera in Romanzo Criminale, tra le poche tele del maestro lombardo effettivamente presenti nella mostra dedicata al Caravaggio e ai caravaggeschi. Un allestimento che sfrutta il trend corrente delle mostre d’arte, quello di attirare il pubblico con un nome di richiamo nel titolo dell’evento e circondare le poche opere con un gran contorno di seguaci (la primavera scorsa la mostra pisana sul Cimabue presentava addirittura la sola diapositiva della Maestà di Cimabue che sta al Louvre).
Tra le anguste sale del Palazzo Reale di Milano la delusione e’ ancora piu’ palpabile perche’ per vedere una sezione di anonimi cavareggeschi bisogna pagare un supplemento di cinque euri e allora nel corpus principale dell’evento ti aspetti di trovare solo lui, il Caravaggio di cui si vantava la presenza di una trentina d’opere; invece dopo le prime due sale dove si affolla il pubblico stritolato tra i gruppi accompagnati dalla guida, inizia una sequela di epigoni e l’irritazione monta, almeno finche’ non scopri questa meraviglia
Vanitas, Maestro del lume di candela
Caravaggio e l’Europa. Il movimento caravaggesco internazionale. Da Caravaggio a Mattia Preti – Dal 15/10/2005 al 6/02/2006
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
(dal 5 marzo al 9 luglio 2006 la mostra’ sara’ a Vienna)
The new world
Condivido il giudizio di Tati Sanguineti: come disse ironicamente al programma radiofonico Hollywood Party, “il film, come direbbero ad Huston, has some problem”
1607: gli Inglesi sbarcano in Virginia per costruirvi un forte, ben presto hanno degli attriti con gi indigeni locali e la missione di pace del capitano John Smith finirebbe con la morte se non intervenisse a salvarlo la principessa Pocahontas. Smith vive per un periodo presso l’accampamento indiano e sboccia l’amore con la bella principessa; tornato al forte con la promessa di lasciare la Virginia all’arrivo della primavera, ne prende il comando e disattende gli accordi con gli indiani, grazie all’aiuto della principessa che porta provviste per superare l’inverno.
Lo scontro tra nativi e coloni e’ inevitabile e Pocahontas e’ costretta a vivere come ostaggio al forte mente Smith la lascia per continuare l’esplorazione del Nuovo Mondo. Adeguatasi a vivere all’occidentale, Pocahontas suscita l’amore di John Rolfe che sposera’ e da cui avra’ un figlio. La principessa indiana verra’ invitata a corte dal Re d’Inghilterra e qui rincontrera’ Smith e capira’ che il loro amore e’ finito per sempre.
Torna sugli schermi la vita di Pocahontas, che dopo essere stata protagonista dell’omonimo cartone Disney del 1995, va ad occupare l’immaginario di un artista fuori gli schemi come Terrence Malick.
Le vicende di questa eroina moderna, cosi’ simile alle figure mitologiche di donne come Medea o Arianna che rinunciano alla loro gente per seguire uno straniero arrivato nella loro terra, che si rivela sempre un uomo spinto dalla ricerca di nuovi orizzonti, un Ulisse, vuole essere analizzato da Malick negli aspetti simbolici del rapporto tra natura e civilta’ o ancora piu’ all’origine, tra maschile e femminile; ma purtroppo il suo lavoro si rivela ad alto rischio noia: il regista non riesce ad adeguare il suo particolare modo di fare cinema al tema trattato: se nel precedente La sottile linea rossa le disarmonie temporali, la scarsa logicita’ che lega immagini e parole ben rappresentavano l’incubo della guerra, questa volta non si piegano alla narrazione di una controversa passione amorosa.
Soprattutto la parte iniziale e’ a mio parere irritante con una rappresentazione degli indiani che sconfina piu’ nell’idiot savant, che nel buon selvaggio di Rousseau e in una fiera popolazione che vive secondo principi ben diversi da quelli utilitaristici degli europei (presunto valore politico del film e critica alla situazione odierna): vediamo gli indiani sempre ingobbiti, con movenze malferme, mentre la curiosita’ e la paura del nuovo possono essere rappresentate con immagini che lasciano integra la dignita’ dell’individuo, come avviene nella scena in cui Pocahontas annusa i libri.
Anche se il film riesce ad avvincere per la commovente bellezza della fotografia, ripresa tutta con luce naturale, i difetti rimangono evidenti: credo che il problema principale sia stata la ricerca, da parte del regista, di una estrema poeticizzazione andata a scapito del simbolismo lirico, a volte scontato e quindi deludente in quanto proveniente da un autore di questa levatura (per esempio, la scena dell’acqua sporca in cui nuota una serpe commentata dalla voce-off che racconta come le acque si siano fatte malsane).
E’ nota la tecnica di lavorazione di Malick: girare montagne di pellicola per poi vagliarla tutta al montaggio, metodo affascinante che aumenta il mito di questo grande regista che ha girato solo quattro film in trent’anni. In questa pellicola, pero’, gli esisti del montaggio sono stati alcune volte mediocri come nell’episodio della disperazione di Pocahontas quando le viene fatto credere che John Smith e’ morto e in una scena in cui lei vaga affranta nel villaggio si intuisce una sua reazione contro una persona che la sta fissando ma la scena viene improvvisamente tagliata.
Da salvare resta la gia’ citata fotografia e il coraggio del regista di procedere nel suo personale ed innegabilmente affascinante cammino artistico, cosa non da poco, di questi tempi.
recensione pubblicata su ImpattoSonoro
W la Rai
Intorno all’Epifania StudioUniversal aveva mandato in onda la trilogia di Mad Max, di cui da tempo non si vedevano in tv i primi due episodi: indignazione e scalpore hanno colpito gli aficionados che si erano registrati la saga, quando hanno scoperto che le versioni trasmesse dalla televisione a pagamento erano state stupidamente e malamente sforbiciate. Ci ha pensato Rai2 a supplire in parte al misfatto trasmettendo ieri notte la versione italiana di Interceptor, alle 00,40, senza nemmeno uno stacco pubblicitario.
E questa settimana la storica soap di Canale5, Vivere, ha citato la scena de L’Atalante di Vigo resa famosa da FuoriOrario: scatti di orgoglio della tv generalista?
Lady Vendetta
Per la nota legge che se un film non piace a Fringe io ne andro’ pazza, dopo aver letto il suo post su Lady Vendetta sono entrata in sala con la certezza di vedere un film che mi avrebbe pienamente soddisfatto, e invece si e’ trattata una di quelle rare volte in cui il mio parere collima con il pensiero dell’esimio collega e forse lo trascende: Lady Vendetta e’ una pellicola noiosa, talmente astratta da impedire di seguire la trama, con estremizzazioni di pathos tali da risultati irritanti se non offensive per talune sensibilita’.
Chan-wook Park resta sempre un grandissimo costruttore di immagini, ma la sua misoginia, gia’ latente in Old Boy qui esplode in un universo di figure femminili infingarde (e non occorre pensare alla Strega che nella sua cattiveria trova una dignita’ ma basta pensare alla sorella del bambino ucciso che chiede quando riavranno i soldi) compresa la protagonista che non riesce ad accaparrarsi la simpatia degli spettatori.
Devo pero’ ammettere che qualcosa di davvero incantevole in questo film c’e’: i titoli di testa che racchiudono perfettamente le valenze del bianco e del rosso e nella commistione di tutti gli elementi per cucinare si riesce quasi a trovare un senso a questa storia squinternata.
Brigada
Ho visto la prima puntata dell’acclamata serie russa definita la risposta sovietica a I Soprano: purtroppo non ho mai seguito le vicende della famiglia Soprano, quindi non so giudicare questo paragone, ma il telefilm russo mi e’ piaciuto molto.
Brigada racconta le avventure di un gruppo di amici della periferia moscovita: nell’estate del 1989 Sasha torna dopo due anni di guerra in Afganistan, e non vede l’ora di ritrovare la fidanzata e riprendere gli studi, ma una volta a casa trovera’ una situazione assai diversa dai suoi sogni: i suoi amici sono diventati malavitosi e Lena si prostituisce.
Il ritmo della narrazione e’ piuttosto differente da quello sincopato dei serial americani ma non mancano i colpi di scena e una rappresentazione cruda della violenza: notevoli l’esplosione dell’auto in apertura di episodio e la lotta a mani nude tra Sasha e il pappone di Lena.
Colpisce molto anche la scenografia: i grigi palazzoni sovietici sorti vicino a immense ciminiere a tronco di cono che incombono sul paesaggio punteggiato da ruderi arrugginiti di attivita’ metalmeccaniche: un motivo per guardare la serie puo’ essere anche l’interesse per l’evoluzione della societa’ russa degli ultimi quindici anni.
Qui gli orari delle repliche della prima puntata della serie che va in onda tutte le domeniche alle 22.00 su Canaljimmy.
Match point
L’arrampicata sociale nel bel mondo londinese di un giovane insegnante di tennis belloccio e squattrinato potrebbe essere bruscamente interrotta da una liason con la sensualissima ex fidanzata del cognato..
Un film che mi e’ piaciuto molto, forse perchè non sono mai stata "alleniana praticante" e di conseguenza non mi ha turbata il cambio di stile operato dal vecchio maestro newyorkese che lascia Manhattan per ambientare in una Londra livida questo apologo cinico e amaro (ma veritiero) sul ruolo preponderante che la fortuna ha nelle nostre esistenze.
Non si salva nessuno in questa pellicola: da subito la ricca famigia Hewett si rivela insopportabile e lo spettatore parteggia istintivamente per i due outsiders, la bella Nola, americana in trasferta per tentare una carriera artistica che non decollera’ mai e l’aitante Chris, irlandese, figlio di minatori che "si e’ tirato fuori" dai bassifondi grazie allo sport, ma ben presto anche i due protagonisti dimostrano una smania di non perdere quel che hanno ottenuto che li rende simili ai ricchi borghesi a cui si sono agganciati e la sfida puo’ essere vinta solo dalla fortuna che deciderà il risutato finale.
Nonostante ci sia molto del "classico" Allen soprattutto nelle scene d’interni dove l’alta borghesia interagisce, il film e’ intriso di cultura europea, non solo nell’ambientazione ma anche nei modelli: una storia che in fondo e’ un classico americano (giusto ieri, ricordando Shelly Winters, citavo Un posto al sole) assume i toni più lenti e assoluti della letteratura europea (nel film si leggono Dostoevskij e Strindberg) e anche nei referenti cinematografici Allen pare distaccarsi dai suoi maestri preferiti per concedersi un beffardo gioco finale degno di Hitchcock.
La colonna sonora e’ composta esclusivamente da arie d’opera e talune tornano a caratterizzare i vari momenti: un brano giocoso, da commedia, scandisce il rapporto tra il protagonista e la ricca moglie viziata, mentre un brano piu’ languido sottolinea il rapporto passionale tra Chris e Nola.
Molto piacevole la coppia di attori protagonisti la cui visibile alchimia si nota sullo schermo: soprattutto Scarlett Johansson conferma definitivamente le sue capacita’ recitative e il suo fascino.