Prigionieri dell’oceano

Lifeboat
USA 1944 20th Century Fox
con Tallulah Bankhead, William Bendix, Walter Slezak, Mary Anderson, John Hodiak, Henry Hill, Hume Cronyn, Heather Angel, Canada Lee
retia di Alfred Hitchcock



I prgionieri dell oceano


Dallo scontro tra un transatlantico americano e un U-Boot tedesco si salvano pochissime persone: Connie Porter una giornalista snob e senza scrupoli che ha filmato gran parte della tragedia, John Kovac, adetto alla sala macchine, altri membri dell’equipaggio: l’addetto radio Stanley Garrett, il marinaio Gus Smith ferito ad una gamba di cui si prende cura l’infermiera Alice Mac Kenzie, l’industriale Sergio Rittenhouse, l’inserviente di colore Joe che ha salvato una donna e il suo neonato. I naufraghi non esitano a dare ospitalità a un marinaio tedesco, anche se la sua presenza non è gradita a tutti. La signora Higgins, quando capisce che il figlioletto è morto si getta in mare. La gamba di Gus va sempre peggio e bisogna amputarla e l’unico in grado di farlo sembra il soldato tedesco che in questo modo si assicura la fiducia degli altri naufraghi e ben presto assume un ruolo di comando nella scialuppa anche se si scopre che non è un semplice marinaio ma il capitano del sottomarino, che ha finto di non capire l’inglese ma quando saranno scoperti i suoi più biechi raggiri subirà la dura vendetta degli altri…



Iprigionieridelloceano


Film di propaganda bellica che non ebbe grande successo, secondo Hitchcock perché il pubblico americano non accettava la superiorità del tedesco Willy.
Prigionieri dell’oceano è in realtà l’ennesima sperimentazione filmica di Hitch: un film da camera ambientato in un luogo insolito, una scialuppa di salvataggio, unico e solo set di tutto il film che entra subito in medias res mostrando giusto la ciminiera della nave che s’inabissa nell’oceano e una panoramica di oggetti che testimoniano il disastro fino a fermarsi sulla scialuppa dove siede nella sua calma glaciale, Connie che, impellicciata e truccata di tutto punto, cerca di documentare tutto il possibile con la tragedia; con la sua solita perfidia Hitchcock si accanisce sul personaggio di Connie facendole perdere tutto dalla Leica alla macchina da scrivere, dalla pelliccia al costoso braccialetto.



I prigionieridelloceano


Prigionieri dell’oceano è uno studio di personaggi: il capitano d’impresa che istintivamente prende il comando ma ben presto si rivela un pusillanime, John Kovac il giovane comunista un po’ sbruffone attratto dalla reporter snob quanto lei è attratta da lui, se questa è probabilmente solo una sbandata, l’amore tra Stanley e Alice culminerà in un matrimonio. Gus non vorrebbe perdere la sua gamba perché innamorato di Rosina, una donna un po’ leggera con una sfrenata passione per il ballo che non saprebbe cosa farsene di un compagno sciancato.
Interessante anche la figura di Joe, l’inserviente di colore: Connie lo chiama amichevolmente Carbone, qualcuno usa il termine negro tra l’imbarazzo generale ma anche lui viene incluso nelle decisioni generali con suo stupore. Joe ha un passato da borsaiolo, talento a cui dovrà di nuovo ricorrere per il bene dei naufraghi, l’uomo però si è riscattato e alla fine mostra con orgoglio la foto della famiglia con il figlio universitario.



Lifeboat


Poi c’è Willy, il tedesco accolto sull’imbarcazione: nonostante gli altri naufraghi decidano di tenerlo a bordo e dividere con lui le loro scarse razioni, il capitano del sottomarino non mostra mai alcuna umanità e persegue senza scrupoli il suo piano: dirigersi verso la più vicina nave tedesca di rifornimento e fare prigionieri i suoi compagni di viaggio. Nonostante lo scoprano più volte a mentire, i naufraghi finiscono per affidarsi a lui e quando scoprono la sua insensibilità verso la sorte di Gus, che egli stesso ha spinto in mare, e il fatto che non abbia diviso con loro le sue scorte d’acqua farà scattare l’ira funesta degli altri sopravvissuti. Sembra sempre incredibile che un uomo solo, guardato anche con iniziale sospetto, finisca per prendere il potere anche su una piccola imbarcazione, invece il mondo è pieno ancora oggi di questi eventi. Gli stessi naufraghi restano stupiti che Willy non sia stato toccato da quanto fatto per lui ma il messaggio bellico e la critica politica di Hitchcock sono di guardarsi sempre da chi inganna senza scrupoli e restare uniti per combattere il nemico.



Iprigionieri dell'oceano


Sembra incredibile ma anche in questo film il regista riesce ad infilare un suo cameo, probabilmente il più geniale ed ironico: lo si vede su un giornale nella reclame di un prodotto dimagrante nella classica foto del prima e dopo la dieta.

Léonor

Francia, Spagna 1975
con Liv Ullmann, Michel Piccoli, Ornella Muti, Antonio Ferrandis, José María Caffarel, Ángel del Pozo, Carmen Maura, Piero Vida, José María Prada, George Rigaud, José María Caffarel,Carmen Maura
regia di Juan Luis Buñuel



Leonor


Richard, un signorotto feudale, perde l’amatissima moglie Léonor per una caduta da cavallo. Nonostante si risposi con la bellissima Caterina e abbia due figli, l’uomo non riesce a dimenticare la prima moglie invocando anche il diavolo perché gliela riporti. Dopo dieci anni il diavolo risponde ma quella che torna dalla tomba è una vampira che si nutre di sangue di bambini. Richard difende la moglie dalle accuse dei contandini e ben presto si ritrova solo al castello con Léonor e i figli avuti d Caterina. Quando la donna uccide anche loro, Richard decide di uccidersi con lei.



Leonor


Ispirandosi a un racconto di Ludwig Tieck, il figlio di Luis Buñuel, a sua volta regista, costruisce un film di ambientazione fantastico – medievale con quello stile molto in voga nel periodo dove i personaggi si muovono in ambientazioni realistiche, cioè in veri castelli medioevali.
Il ritmo molto lento e didascalico della pellicola può risultare indigesto, soprattutto allo spettatore contemporaneo, ma se si riesce ad entrare nell’atmosfera del film, si può rimanerne affascinati nonostante qualche caduta di stile, tipo la risibile scena d’amore in mezzo al gregge di pecore, caso mai ai più distratti sfuggisse il destino sacrificale di Caterina, interpretata da una bellissima Ornella Muti.
Caterina è profondamente innamorata di Richard pur consapevole che l’uomo non ha dimenticato la prima moglie e ne accetta tutti gli sbalzi di umore, anche quando riapre la cripta e va a vivere vicino all’urna della moglie. Quando Léonor torna dal mondo dei morti, Richard invita la seconda moglie a lasciare il castello con la scusa della peste, al rifiuto di Caterina la uccide.
Il paesaggio brullo, la peste che incombe, l’insistenza su animali “malefici”, serpenti, scorpioni e rospi, la stilizzazione della figura della vampira mai ripresa nell’atto di mordere ma al limite di avvinghiare nel suo nero mantello le vittime, tolgono molto del fascino dell’amour fou che va oltre la morte: Léonor non è un vampiro che “ha attraversato gli eoni del tempo” per ritrovare il suo amore ma è la vittima di un amore folle che è stata richiamata dal suo sonno eterno. Il diavolo, nello stipulare il patto con Richard lo aveva messo in guardia dal male che sarebbe scaturito dal suo desiderio di sfidare la morte, e Léonor si trasforma via via in una presenza sempre più maligna, cambiamento sottolineato da un raffinato uso dei costumi sempre più rossi e delle acconciature che richiamano divinità ancestrali, nordiche come la Ullmann. Richard stesso è spaventato dall’essere che ha risvegliato anche se continua ad amarla e solo la morte dei figli lo spinge alla decisione irrevocabile di uccidersi con l’amata.

Ladri di biciclette

Italia 1948
con Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola, Lianella Carell, Elena Altieri, Gino Saltamerenda, Vittorio Antonucci, Giulio Chiari, Mario Meniconi, Ida Bracci Dorati, Fausto Guerzoni, Carlo Jachino, Sergio Leone, Massimo Randisi, Checco Rissone, Michele Sakara, Peppino Spadaro, Nando Bruno, Eolo Capritti, Giovanni Corporale, Emma Druetti, Giulio Battiferri, Memmo Carotenuto
regia di Vittorio De Sica



Ladri dibiciclette


Finalmente il disoccupato Antonio Ricci trova un buon lavoro: attacchino comunale; l’unico requisito necessario è la bicicletta di proprietà che Antonio ha impegnato per tirare avanti. L’intraprendenza della moglie che porta al Monte di Pietà tutto il corredo, permette al marito di riscattare la bici e presentarsi puntuale all’assunzione. Mentre Antonio sta attaccando un manifesto, la bici gli viene rubata, inizia una spasmodica ricerca per la città insieme al figlioletto Bruno…



Ladri di biciclette


Il più noto tra i capolavori del neorealismo che vale a Vittorio De Sica il secondo Oscar per il miglior film straniero, Ladri di Biciclette incarna a pieno il registro cinematografico di De Sica e Zavattini: lo sguardo sugli umili che non indulge mai al pietismo, la mancanza di giudizio, l’attenzione ai bambini.
Ladri di biciclette trasforma in arte il titolo del film del ’43: I bambini ci guardano: il monito del primo film diventa il valore aggiunto di Ladri di Biciclette: cosa sarebbe la storia di Antonio Ricci senza lo sguardo del figlioletto Bruno che nell’attraversare Roma alla ricerca della bici rubata passa la maggior parte del tempo con gli occhi fissi sul genitore, scrutandolo, paventando i dolori e le delusioni e temendo reazioni inconsulte. Quello sguardo diventa lo sguardo dello spettatore, un invito pressante a prestare attenzione al dramma umano che si nasconde dietro al furto della bicicletta.
L’eccezionalità del film sta nell’inserire questa sofisticata sollecitazione allo spettatore in una storia che, come sottolineava il critico francese André Bazin, nella sua semplicità drammaturgica di ripresa dal vero è in grado di aderire totalmente alla realtà.
Il film ha un andamento circolare: si apre sul capannello di disoccupati che attendono di essere assunti, la folla si apre per inquadrare il protagonista che sta in disparte, segno della sua rassegnazione, e il film si chiude con Antonio e Bruno che tornano mestamente a casa dopo il tentativo di furto fallito: la folla che si era aperta a inizio film si richiude sui protagonisti di questa storia di ordinaria disperazione.


Ladridibiclette


Come sempre il cinema di De Sica mescola dramma e commedia, una delle scene più celebri del film è il pranzo in trattoria quando Bruno scambia occhiate in tralice con il bambino ricco, i due ragazini non possono fare a meno di notarsi, segno dell’innata complicità infantile ma anche questo moto spontaneo viene abilmente usato per mostrarci il divario sociale: Bruno sudaticcio e scarmigliato nei suoi abiti dozzinali fa da contraltare al bambino altolocato e snob in abiti di velluto e riccioli angelici mentre Bruno è già cosciente di tutta la fatica della vita e quando il padre commenta il pasto luculliano dei ricconi è pronto ad abbandonare la sua mozzarella in carrozza. Del resto con pochi schizzi il regista ci ha descritto la vita e il carattere di Bruno: garzone presso un benzinaio, preciso manutentore della bici del padre ma con la delicata sensibilità di chiudere la finestra prima di andare al lavoro per evitare infreddature al fratellino neonato: un piccolo adulto, per questo il suo sguardo fisso sul padre è così affidabile per il pubblico che si può immedesimare.
Adulto anche nel rapporto con padre che se lo porta appresso perché conosce la bici meglio di lui, Bruno accetta tutto ma allo schiaffo ricevuto per rabbia, il bambino si ribella e si offende sottolineando il rapporto paritario col padre. Forse è proprio Antonio l’elemento più debole della famiglia Ricci, sfiancato dalla lunga attesa di un lavoro fisso è già scoraggiato perché la bici è impegnata, ci penserà Maria, la moglie a prendere in mano la situazione impegnando il corredo per riavere la bici.



Ladri di biciclette .


Da riflettere sulla figura della santona, simbolo di un’Italia sempre a metà tra fede e credenze popolari. Quando Maria vuole passare a lasciare un ringraziamento, Antonio la sfotte simpaticamente ma quando non sa più a che santo rivolgersi per trovare la bici eccolo ricorrere a sua volta alla santona. Il personaggio non è solo un elemento pittoresco ma entrambe le sue apparizioni sono importanti snodi narrativi, al mancato ringraziamento iniziale segue il furto della bici (sarà mica una conseguenza della mancata riconoscenza?), alla profezia “o la trovi subito o non la trovi più” segue l’incontro con il ladro e il tentativo di ottenere giustizia e quindi si pensa che la bici stia per essere ritrovata ma bisogna fare i conti con gli ingranaggi della giustizia e la mancanza di testimoni porta Antonio a lasciar perdere la denuncia, su consiglio dello stesso vigile.
Se la giustizia non tutela perché allora non arrangiarsi da soli e non rubare una bici? La tentazione è forte e Antonio cede ma mentre la sua bicicletta era stata rubata con maestria da una banda di ladri, il suo tentativo di furto si rivela fallimentare e Antonio rischia il linciaggio e la galera, si salva per la presenza di Bruno e ancora una volta è lo sguardo del bambino che prende per mano il padre denigrato a restituire la dignità di una famiglia che continuerà a lottare per la sopravvivenza.

Brian di Nazareth

Monty Python’s Life of Brian
GB 1979
con Graham Chapman, John Cleese, Michael Palin, Eric Idle, Terry Gilliam, Terry Jones, Sue Jones-Davies, Terence Bayler, John Case, Carol Cleveland, Kenneth Colley, Neil Innes, George Harrison, Chris Langham, Andrew MacLachlan, Bernard McKenna, Charles McKeown, Spike Milligan, Gwen Taylor, John Young
regia di Terry Jones



Briandinazareth


Brian Cohen nasce la stessa notte di Gesù, vicino la sua grotta tanto che i Re Magi si confondono e omaggiano il piccolo Brian e la sua fastidiosa madre prima di accorgersi di aver confuso i bambini. Brian incrocia nuovamente il suo destino con quello del Redentore a 33 anni: ascolta il discorso delle Beatitudini ma è troppo lontano e non capisce bene cosa dica il Messia, così segue la madre a una lapidazione. il vero evento della giornata però è la confessione della madre che gli rivela che il suo vero padre è un centurione romano. Come reazione Brian si radicalizza e si unisce a un gruppo per la liberazione della Giudea. In una missione, catturare la moglie di Pilato per ottenere tutta una serie di concessioni, Brian viene catturato dai romani, riesce a fuggire in maniera davvero rocambolesca: grazie agli alieni. Sfuggito ancora una volta a una perquisizione romana nel covo degli irredentisti, Brian viene scambiato per un predicatore e inaspettatamente le folle iniziano a seguirlo rovinando la sua notte d’amore con Judith, membro del suo gruppo rivoluzionario. Cercando di sfuggire ai suoi adepti Brian finisce per importunare un mistico: saltandogli su un piede gli fa interrompere il voto di silenzio che era riuscito ad imporsi per quasi vent’anni. Catturato ancora dai romani Brian viene destinato alla crocifissione le occasioni per liberarlo sarebbero molte ma l’incapacità dei suoi amici rivoluzionari lo lascia al suo destino.

Il più noto film dei Monty Python ebbe vita difficilissima per le accuse di blasfemia ricevute in tutto il mondo e in Italia il film uscì solo nel 1991.
La satira religiosa è il tema portante del film ma la pellicola non ha nulla di blasfemo dato che non si parla mai di Cristo che appare solo nella scena iniziale quando i Re Magi trovano la grotta giusta e nella scena del Discorso delle Beatitudini.
Ad esser presa in giro, pesantemente è la credulità della gente, l’ipocrisia e il fanatismo in cui nascono le religioni. Il bello è che le storture sottolineate dai comici inglesi sono ancora presenti oggigiorno anche se il peso della religione è scemato, molte delle scene del film sono perfette per stigmatizzare i difetti del nostro tempo, la credulità via social e soprattutto l’inadeguatezza della politica. I vari fronti di liberazione si odiano a tal punto che il piano per rapire la moglie di Pilato non funziona perché due fazioni irredentiste si scontrano tra loro uccidendosi perché hanno avuto la stessa idea e il gruppo più odiato da tutti che potrebbe salvare Brian dalla croce preferisce suicidarsi ai piedi del Golgota, tafazianamente; come non bastasse i ribelli non mancano di riconoscere che gli oppressori romani in fondo hanno fatto anche cose buone: strade e fognature e gli asini che arrivano in orario; praticamente il quadro puntuale della sinistra mondiale del nostro tempo.
La comicità dei Monty Python si riconferma surreale, l’idea strampalata di far salvare Brian da un’astronave aliena è geniale in un film di satira religiosa: quale migliore deux ex machina? Il miscuglio di altro e basso è sempre efficace creando scene e personaggi che sono veri capolavori: il soldato romano che fa la lezione di latino a Brian che sta scrivendo Romani andate a casa in maniera sgrammaticata e gli impone di scriverlo cento volte è una parodia della cecità del potere e dell’ottusità della formazione scolastica: solo i secchioni più irriducibili non hanno vissuto un momento simile!
I sei comici interpretano diversi ruoli alcuni riusciti altri meno, indimenticabile è la petulante signora Cohen di Terry Jones madre di Brian, da come accoglie i Magi la notte dell’Epifania a come lascia il figlio sulla croce, rinfacciandogli che preferisce morire piuttosto che occuparsi dell’anziana madre. Altrettanto esilarante è Ponzio Pilato di Michael Palin con i suoi difetti di pronuncia dovuti alla erre moscia di cui non sembrano rendersi conto lui e il suo amico Marco Pisellonio dalla zeppola altrettanto micidiale.
Notevoli i titoli di testa a cartone animato realizzati da Terry Gilliam.

Dune

Dune

Il pianeta desertico Arrakis viene sfruttato dalla Casa Arkonnen per la Spezia, una polvere estratta delle sabbie del pianeta, di fondamentale importanza per i viaggi interstellari. Improvvisamente l’Imperatore decide di affidare l’estrazione del prezioso materiale alla Casa Atreides così il duca Leto parte alla volta di Arrakis con i suoi più fidati compagni, la concubina Jessica e il figlio Paul, ben conscio del rischio a cui va incontro se dovesse scontentare l’Imperatore. Ben presto il piano per distruggere la casa Atreides viene attuato: gli Arkonnen, con l’aiuto dell’Imperatore, ricattano il medico di corte perché tradisca il duca ma il dottor Yueh lascia un ultima arma a Leto perché si possa vendicare dei suoi nemici. Paul e la madre riescono a sfuggire al massacro e si rifugiano presso i Fremen, la popolazione autoctona di Arrakis da sempre vessata dai produttori di spezia. Paul, che è stato allevato dalla madre secondo gli insegnamenti della sorellanza Bene Gesserit a cui Jessica appartiene, potrebbe essere il Kwisatz Haderach, l’Eletto tanto atteso dal popolo Fremen per condurli alla libertà.

Dune è un caposaldo della letteratura di fantascienza a cui hanno attinto tutte le saghe cinematografiche, Star Wars in testa. Già portato sul grande schermo nel 1984 da David Linch con esiti discutibili per i tagli subiti dalla produzione, l’universo creato dallo scrittore Frank Herbert è stato ripreso quest’anno dal regista Gilles Villeneuve che ha diviso l’opera in due parti.
L’ampiezza del progetto permette di comprendere bene il complesso mondo di Dune, un futuro di struttura simil medievale dove l’Imperatore governa una serie di pianeti guidati da nobili casati sempre in lotta tra loro per la conquista del potere, diatribe ben alimentate dal sovrano per garantire il proprio potere. C’è l’ordine Bene Gesserit, una sorellanza esoterica che sviluppando poteri mentali hanno una grande rilevanza politica: Lady Jessica è una di loro e nonostante le Bene Gesserit abbiano l’obbligo di partorire solo femmine per perpetuare l’ordine è creare linee di sangue migliori sposandosi coi membri le grandi casate, la donna non interviene durante la gestazione per modificate il sesso del nascituro, convinta che il figlio sarà destinato a grandi cose, forse proprio l’Eletto atteso su Arrakis.
Lo stile piuttosto freddo di Villeneuve è perfetto per ridonare ieraticità alla saga madre della fantascienza (cinematografica) contemporanea: paga tributi alle opere che ne sono filiazione ma ricrea uno scenario che sa essere archetipo: i grandi palazzi dai muri grezzi, lo stile delle decorazioni, le tombe tumolo del pianeta natale degli Atreides, Caladan, richiamano il mondo egizio o romano, cioè le culle delle nostre civiltà e ribadisce il ruolo fondante della saga.
Anche la fotografia ha una sua grandiosità con un gusto prettamente monocromatico assieme alla musica, orchestrazione dai ritmi tribali e ipnotici.

I tre volti della paura

Italia 1963
con Michèle Mercier, Lydia Alfonsi, Milo Quesada (episodio
Il Telefono)
Boris Karloff, Mark Damon, Susy Andersen, Glauco Onorato, Rika Dialina, Massimo Righi (episodio
I Wurdalak)
Jacqueline Pierreux, Milly Monti, Harriet Medin, Gustavo Di Nardo (episodio
La goccia d’acqua)
regia di Mario Bava



I 3 volti della paura


Film a episodi tratto da importanti scrittori del passato anche se il primo episodio, Il Telefono viene erroneamente attribuito a Maupassant ed è di F.G. Snyder e il Tolstoj del secondo capitolo è solo un cugino di secondo grado del grande Lev Tolstoj, potremmo anche dire che il livello degli episodi segue la fama degli autori da cui sono tratti.
Il Telefono racconta di una donna che inizia a ricevere delle telefonate prima mute poi minacciose, l’ansia cresce perchè è appena uscito di prigione l’ex amante arrestato con la sua testimonianza. Rosy chiama allora Mary, una donna con cui ha avuto una relazione. Sì scoprirà che è stata proprio Mary ad inscenare il macabro scherzo per potersi riavvicinare a Rosy ma il destino è beffardo e Frank si presenta a casa di Rosy per vendicarsi, paradossalmente la vittima designata sarà l’unica a sopravvivere alla notte da incubo.
Episodio stringato assai poco pauroso dove funziona solo la tensione procurata dalle prime telefonate, l’ambientazione è contemporanea anche se il gusto barocco e i colori innaturali che caratterizzano tutto il film dominano la scenografia



Itrevoltidellapaura


I Wurdalak è l’episodio più lungo dei tre e vanta la presenza della star internazionale del genere horror, Boris Karloff che interpreta il vecchio Gorca.
Il viandante Vladimir D’Urfe trova un cadavere decapitato sul greto di un fiume, si reca nella fattoria più vicina dove trova una famiglia in apprensione: sono i figli di Gorka che attendono il padre partito sulle tracce di un bandito e wurdalak turco, raccomandandosi di non riaccoglierlo in casa se starà via più di cinque giorni. Il vecchio torna pochi minuti dopo la mezzanotte a ultimatum scaduto da pochissimo e viene accolto in casa; ovviamente anche lui è diventato un vampiro e si accanisce sui famigliari. La bella Sdenka ha la possibilità di fuggire con Vladimir che si è innamorato di lei ma inseguita dai parente, viene contagiata. Sdenka torna a casa e vampirizza anche Vladimir che è tornato a cercarla.
Una classica storia gotica piuttosto prevedibile ma il vecchio Karloff sa essere inquietante al punto giusto. La storia è ambientata all’inzio del XIX secolo e il il punto di forza è proprio l’ambientazione che trasuda il romanticismo malato della trama (i vurdalak vampirizzano solo le persone che amano): i paesaggi innevati sotto la luna, il vecchio convento dove trovano rifugio Sdenza e Vladimir che sembra uscito da un dipinto di Caspar David Friedrich.



I 3 voltidella paura


La goccia d’acqua è l’episodio più riuscito anche se l’insistenza sul manichino del cadavere della medium è talmente ridondante da rovinare la tensione.
L’infermiera Helen Chester viene chiamata nel cuore della notte dalla vecchia governante di una ricca e stramba contessa: la donna è appena deceduta e la governate ha bisogno dell’aiuto di Helen per vestire e preparare il cadavere. Rimasta sola con la salma, Helen nota un bellissimo anello e non resiste alla tentazione di rubarlo. Sfilandolo dal dito della morta, l’anello cade, Helen si china per raccoglierlo e urta il comodino, si rovescia un bicchier d’acqua e nel contraccolpo un braccio della contessa la colpisce in testa. Sarà l’inizio di una persecuzione sempre più spaventosa che culmina con morte per crepacuore dell’infermeria ma la portinaia che ha scoperto il cadavere di Helen non ha saputo a sua volta resistere al fascino del malefico anello…
L’episodio più riuscito gioca tutto sulla suggestione: come detto prima se non fosse per l’insistenza sull’orrido cadavere della contessa sarebbe veramente un perfetto gioiello sugli effetti del senso di colpa.
Il film è ambientato a inizio novecento e i giochi di luce fluo nel vecchio cadente castello della contessa con le stanze piene di gatti sono eccezionali, del resto sulla maestria di Bava come direttore della fotografia non c’è più nulla da aggiungere.



Blacksabbath


Con il solito spirito di sfuttare al massimo le occasioni, tipico delle produzioni a basso costo, la presenza di Boris Karloff viene sfruttata per la cornice che introduce e chiude i tre episodi. Se l’inizio è piuttosto prevedibile: un discorso sulla paura a cui non mancano i tocchi ironici, il finale è davvero geniale nello svelare i trucchi scenici: Karloff è ancora sul cavallo del secondo episodio ma la macchina da presa arretra per mostrare che si tratta di un cavallo meccanico con il fondale che scorre e la vera sarabanda (infernale?) è quella dei tecnici che corrono con le frasche in mano per simulare gli alberi agitati dal vento.
Il film è uscito con il titolo internazionale inglese di Black Sabbath e sì, il famoso gruppo metal inglese ha preso il nome proprio dal film di Bava che per l’occasione si firmava John Old.

Sangue gitano

Carmen
Germania 1918
con Pola Negri, Harry Liedtke, Leopold von Ledbur, Grete Diercks, Wilhelm Diegelmann, Heinrich Peer, Margarete Kupfer, Sophie Pagay, Max Kronert, Magnus Stifter, Paul Biensfeldt
regia di Ernst Lubitsch



Carmen


In una notte di guardia un soldato racconta ai commilitoni la storia di un uomo che si è dannato pe amore: il giovane hidalgo José Navarro riceve una promozione e diventa sergente a Siviglia. Qui incrocia la sfrontata Carmencita, gitana bizzosa. A seguito di un litigio con un’altra sigaraia, Carmen dev’essere condotta in prigione proprio da Navarro ma la ragazza scappa e il giovane viene degradato e messo in prigione, Carmencita gli organizza la fuga ma il senso dell’onore di José gli impedisce di fuggire. L’ufficiale della guarnigione organizza una festa e chiede che a ballare sia la più brava gitana, in questo modo conosce Carmen che gli legge un futuro nefasto nella mano; infatti un giorno l’ufficiale si reca a casa della donna e la trova con Navarro che lo uccide in duello. L’uomo è costretto a rifugiarsi presso i contrabbandieri amici di Carmencita e a diventare uno di loro, il degrado è totale quando la donna lo lascia perché invaghita del torero Escamillo e a Navarro non resta che uccidere la donna che lo ha rovinato, ma il racconto del soldato si chiude insinuando che Carmen forse non è morta grazie al suo patto col diavolo.



Gypsyblood


Per la prima grande produzione in costume che gli viene affidata, Lubitsch s’ispira alla Carmen di Prosper Mérimée, regalando la gloria alla protagonista Pola Negri che disegna il prototipo della vamp del cinema muto: una donna senza cuore che usa e getta gli uomini a suo piacimento dopo averli sedotti.
Il film è introdotto dalla cornice del racconto tra soldati accampati davanti al fuoco per smorzare i toni di questa Carmencita ai limiti della crudeltà in contrasto con José Navarro, signorotto di buoni sentimenti che nelle prime immagini vediamo assieme alla vecchia madre e alla dolce fidanzata che gli apparirà ancora una volta in prigione per rammentargli il suo onore quando Carmen lo tenta con la fuga.
I costumi e il trucco sottolineano molto bene le parabole dei due amanti, divergenti come le loro classi sociali: scarmigliata figlia di beoni che può fare affidamento solo sua bellezza, Carmen si trasforma lungo la pellicola in una donna più raffinata fino a conquistare il grande torero Escamillo, il nobile hidalgo con una carriera ben avviata nell’esercito, invece finisce per diventare ladro e (pluri)assassino allucinato.
Sangue gitano è un melodramma fosco apparentemente lontano dalle tematiche care al regista tedesco, genio della commedia, è comunque possibile scorgere tracce delle perle future create da Lubitsch, a partire dalla sua nota passione per le porte usate come elemento per dividere lo spazio scenico e sottolineare l’enfasi del momento e infatti vediamo Carmen aprire un catenaccio con i denti pur di fuggire (gesto fisicamente impossibile ma che sottolinea la caparbietà del personaggio) e, nonostante l’uso dell’inquadratura fissa, Sangue Gitano risulta un film molto movimentato, arioso non solo per le diverse scene di massa.
Il capolavoro Die bergkatze del 1921, sempre con Pola Negri protagonista, ripropone l’insolito modello della donna a capo di una banda di briganti e anche alcune scene degli scontri tra i contrabbandieri e l’esercito con i primi che salgono la montagna in controluce, arrivano da Carmen anche se vengono impreziosite da un uso molto originale dei mascherini.
Anche Carmen ha una caratteristica insolita che non mi è mai capitato di vedere e riguarda le didascalie. L’uso era molto più estroso di quel che pensiamo oggi: errori grammaticali per sottolineare le differenti classi sociali, la grandezza dei caratteri per sottolineare l’enfasi del momento, ecc… ma non mi era mai capitato di leggere le note a piè pagina o meglio a piè riga con tanto di asterisco sulla parola da approfondire e sotto il significato dell’espressione o del termine tipico gitano.
Il film uscì negli USA nel 1921 con un grande successo il titolo americano è Gypsy Blood: A Love Tale of Old Spain, più comunemente detto Gypsy Blood.