Il coltello di ghiaccio

Italia 1972
con Carroll Baker, Alan Scott, Evelyn Stewart, Eduardo Fajardo, Franco Fantasia, George Rigaud, Mario Pardo, Lorenzo Robledo, Dada Gallotti, Silvia Monelli, Rosa Marìa Rodriguez, Consalvo Dell’Arti
regia di Umberto Lenzi

Martha Caldwell è rimasta muta dopo aver visto i genitori morire in un incidente ferroviario, la ragazza sembra in fase di superare lo shock tanto da trovare il coraggio di andare in stazione ad accogliere la cugina, famosa cantate. Jenny però viene ritrovata morta dopo pochi giorni, la polizia sospetta una serie di omicidi satanisti dato che un’altra ragazza era stata ritrovata morta vicino alla villa dei Caldwell ma una serie di altre vittime legate a Martha, la governante e una ragazzina che trascorreva molto tempo con lei porteranno a una sconcertante verità.

Attenzione spoiler

È celebre la stroncatura del Mereghetti che definisce disonesto il finale; quello che c’è di davvero disonesto è chiamare il presunto satanista Manson, tre anni dopo la strage di Cielo Drive; altrettanto inutile la ripresa (ai fini della storia) della corrida che bisogna sorbirsi per tutti i titoli di testa, pare imposta dalla coproduzione spagnola.

Ammetto di essere caduta come una polla nel giochetto ben orchestrato da Lenzi che fa di tutto per portare lo spettatore da un’altra parte anche se i flash back che tormentano Martha da quando Jenny le ha portato una registrazione di quando era ancora in grado di parlare avrebbero dovuto insospettirmi ma vengo da tre mesi estivi di sovradosaggio di serie crime sovrapponibili e mi sono proprio divertita nel credere a tutte le espressioni truci del maggiordomo, le presenze inopportune del medico, lo zio a un passo dal tirare le cuoia che esce tranquillamente dall’ospedale per tornare a casa.

E soprattutto mi sono lasciata ingannare dalle reminiscenze de La scala a chiocciola dove la protagonista, anche lei muta per un trauma si trova a dover sfuggire a un serial killer: all’ultima collaborazione con Lenzi, Carroll Baker regala una valida interpretazione di un’adorabile ragazza resa muta da un’immane tragedia guadagnando la simpatia del pubblico per la forza d’animo con cui affronta il suo destino.

L’ispirazione al capolavoro di Siodmack porta a un risultato speculare: Dorothy McGuire ritrova la voce quando il killer che l’inseguiva viene ucciso e lei esce dall’incubo, nel film di Lenzi Martha ritrova la voce quando cade nell’incubo dovendo affrontare la sua colpevolezza.

Bagdad Café

Out of Rosenheim
Germania, USA 1987
con Marianne Sägebrecht, CCH Pounder, Jack Palance, Christine Kaufmann, Monica Calhoun, Darron Flagg, George Aquilar, G. Smokey Campbell, Hans Stadlbauer, Alan S. Craig, Apesanahkwat
regia di Percy Adlon



BagdadCafe


In vacanza in America con il marito, la bavarese Jasmin litiga con il coniuge e scende dall’auto con la valigia. Arriva al Bagdad Cafè, un motel distributore di benzina in mezzo al niente nel deserto del Mojave. A gestirlo c’è Brenda, che ha appena cacciato il marito fannullone (e la colpa è anche del marito di Jasmin anche lui sostato alla stazione di servizio). L’incontro tra la matronale tedesca e la sciatta americana non è dei più felici ma piano piano nascerà un’amicizia che trasformerà il Bagdad Cafè in un oasi nel deserto.


Bagdadcafe


La surreale commedia di Percy Adlon, reduce dal successo di Sugar Baby, sempre con Marianne Sägebrecht, anticipa per molti versi la commedia tipica del Sundance Festival: luoghi marginali, famiglia disfunzionale, personaggi bizzarri che in qualche modo riescono a superare le loro distanze (uscire dalla confort zone) e crearsi una loro personale felicità. Conditi da uno stile di riprese raffinato dalle inquadrature sghembe, gli elementi citati sono tutti presenti nel film: il caffè in mezzo al nulla sui bordi dell’autostrada, la nevrotica Brenda che gestisce motel, pompa di benzina e bar senza poter contare sull’aiuto di nessuno, cacciato il marito lazzarone non può far certo affidamento sui due figli, Sal che pensa solo al pianoforte e a fatica si occupa del figlioletto neonato e l’adolescente Phyllis che pensa solo ai ragazzi. Il caffè è il punto di ritrovo di una serie di personaggi sbandati che vivono nel motel: tra tutti la tatuarice Debby e l’ex scenografo di Hollywood Rudi Cox che si diletta di pittura e sarà il primo ad essere folgorato dalla grazia nascosta nell’austera Frau Muenchgstettner; ad interpretarlo c’è un bravissimo Jack Palance ex duro dei polizieschi anni ’50 che porta con incredibile eleganza una serie di variopinte di camicie di raso.



Bagdag cafè


Forse la rappresentazione dei due opposti femminili è semplicistica: l’opulenta e materna Jasmin in contrasto con la sciatta e secca donna di colore ma è interessante vedere come, man mano che si allentano le differenze tra le due donne anche le loro caratteristiche si ammorbidiscono: Brenda inizia a curarsi di più mentre Jasmin abbandona la sua rigidità teutonica: via il cappellino bavarese con le piume, i capelli sempre meno tirati nelle elaborate crocchie e indumenti sempre più scollati, fino a raggiungere l’accettazione delle proprie forme boteriane nell’evoluzione delle sessioni di posa per Rudi (il Mereghetti dice che i quadri sono stati realizzati veramente da Jack Palance).
Ci sono molti riferimenti alla pittura nel film, lo stesso regista dice di essersi ispirato a Dalì che ritroviamo neri colori vivaci della pellicola, c’è qualcosa di magrittiano soprattutto nella valigia maschile dato che Jasmin nella fuga ha preso quella del marito, la pompa di benzina in certe riprese ricorda il quadro di Hopper.
Bagdad Café è notissimo anche per la colonna sonora Calling you fu scritta appositamente per il film e divenne ben presto un successo mondiale tanto che dal film è stato tratto un musical oltre che una serie tv.

Il medaglione insanguinato

PerchéItalia 1975
con Richard Johnson, Nicoletta Elmi, Joanna Cassidy, Lila Kedrova
regia di Massimo Dallamano

titolo alternativo Perché?!
titolo internazionale The Night Child / The Cursed Medallion

Dopo la morte drammatica della madre, l’undicenne Emily si attacca sempre più morbosamente al padre, un documentarista della BBC che sta realizzando un documentario sull’arte demoniaca.
Viste le condizioni della bambina, Michael Williams è costretto a portare anche la figlia in Italia, a Spoleto, sulle tracce di un dipinto misterioso finito per errore nel materiale di Williams e che ha un legame sovrannaturale con la piccola Emily grazie a un medaglione della madre che la ragazzina ha chiesto per sé..

Il medaglione insanguinato è un classico prodotto di genere, un discreto horror d’atmosfera con una regia piuttosto televisiva, ma con una bella la fotografia e una colonna sonora suggestiva.



Medaglioneinsanguinato


Il tema trattato è piuttosto insolito: un legame padre e figlia talmente morboso da portare alla morte chiunque si frapponga tra i due (è stata Emily a provocare l’incendio in cui è morta sua madre), l’accentuarsi dei risvolti maligni in un sentimento così sano è dovuto all’entità malefica che è sopravvissuta all’interno del medaglione che Michael ha regalato alla moglie di ritorno da un viaggio, sempre in Italia. Si scoprirà che il medaglione apparteneva ad Emilia, la bambina spoletana dipinta del quadro comparso misteriosamente alla sua morte nel 1775, che era stata protagonista della medesima storia che oggi rivivono Emily e suo padre, come aveva intuito la Contessa Cappelli che cerca invano di mettere in guardia Michael.
L’aspetto mistery della reincarnazione sarebbe stato sufficientemente intrigante ma si è voluto condire il tutto con l’elemento demoniaco (secondo il Mereghetti sull’onda del successo de L’Esorcista) e il film si chiude sul diavolo che domina il misterioso dipinto e una didascalia con una frase di Paolo VI che conferma l’esistenza del demonio, elemento che sinceramente stona con la vicenda narrata.



Ilmedaglioneinsanguinato


Anche il titolo originale della pellicola viene cambiato: l’originale Perché?! (che sottintende come risposta nuovamente l’intervento del diavolo) diventa il sottotitolo de Il medaglione insanguinato, che insanguinato non è mai ma almeno è il tramite delle forze malefiche che s’impossessano di Emily, interpretata da Nicoletta Elmi, nipote della “fatina” Maria Giovanna Elmi, la presentatrice tv, che era la bambina più inquietante del cinema italiano anni ’70 tanto da avere il ruolo di Olga in Profondo Rosso.

#GregoryPeck100

Gregory peckTamarafiglaidellasteppa

Eldred Gregory Peck nasceva il 5 aprile 1016 a LaJolla, in California. E’ scomparso il 12 giugno 2003 lasciando una carriera cinematografica di grande spessore di cui ricordiamo le tappe fondamentali.

Tamara figlia della steppa 1944
Il film d’esordio per la regia di Jacques Tourneur è un mediocre film di propaganda bellica, uno dei pochissimi filosovietici.



Io ti salverò 1945
Spellbound
Al quarto film Peck è protagonista di uno dei capolavori di Alfred Hitchcock, celebre, tra l’altro, per le scenografie oniriche realizzate da Salvador Dalì.



Duello al sole 1946
Duelloalsole
Quattro registi per un film voluto da Selznick per lanciare la moglie Jennifer Jones, resta un capolavoro di amour fou per la scena finale della morte dei due protagonisti.



Il caso Paradine1948
Ilcasoparadine
Seconda e ultima collaborazione con Hitchcok in un film giudiziario dove l’integerrimo avvocato Keane s’innamora della sua cliente interpretata da una glaciale Alida Valli.



Cielo di fuoco1949
Cielodifuoco
Film di guerra e nello specifico di battaglie aeree, quasi dimenticato ma secondo il Mereghetti forse una delle migliori interpretazioni di Gregory Peck che gli vale la quarta nomination della carriera agli Oscar.



Vacanze Romane 1953
Vacanzeromane
Il film forse più celebre dell’attore che valse l’Oscar alla debuttante coprotagonista Audrey Hepburn.



Moby Dick 1956
Mobydick
Peck è il capitano Achab nella seconda versione filmica del romanzo di Melville diretta da John Huston.
L’ultimo ruolo interpretato dall’attore è ancora in Moby Dick , nella miniserie tv del 1998 dove intereta Padre Mapple.



I cannoni di Navarone 1961
Icannonidinavarone
Celeberrimo e spettacolare kolossal ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale.



Il Promontorio della paura 1962
Ilpromontoriodelapaura
Gregory Peck è l’avvocato perseguitato dal galeotto che ha fatto incarcerare. Scorsese ne gira il remake nel 1991 e i protagonisti del primo film tornano in due piccoli ruoli opposti a quelli del film originale. Per Gregory Peck il film del 1991 fu l’ultimo girato per il grande schermo.



Il buio oltre la siepe 1962
Ilbuiooltrelasiepe
Il ruolo di Atticus Finch valse a Peck l’unico Oscar della sua carriera, il secondo Golden Globe e l’identificazione con la dirittura morale del personaggio.



Arabesque 1966

Arabesque
Con Sophia Loren nel giallorosa diretto da Stanley Donen che si diletta con lo stile pop e patinato delle riviste dell’epoca.



Un uomo senza scampo 1970
Unuomosenzascampo
Sceriffo perde la testa per una giovane disinibita, ruolo non nuovo per Peck ma la regia asciutta di Frankenheimer e l’età del divo donano al personaggio dello sceriffo Tawes una connotazione particolarmente triste e malinconica.



I ragazzi venuti dal Brasile 1978
Iragzzivenutidalbrasile
Fantapolitica che spaventa con un cast magnifico: Peck è il sadico Mengele braccato dal cacciatore di nazisti Ezra Lieberman (Laurence Olivier)

Ray Milland

Raymilland

Il 10 marzo 1986 moriva Ray Milland, nome d’arte di Reginald Truscott-Jones, nato nel Galles il 3 gennaio 1907.
Pur non diventando mai una stella di prima grandezza (ed è un vero peccato, dato che fascino e carisma non gli mancava) ha avuto una lunghissima carriera con ruoli molto importanti.
Esordisce nei tardi anni ’20 sugli schermi inglesi con il nome di Raymond Milland e già nel 1931 è negli Usa sotto contratto per la MGM che lo sfrutta per piccoli ruoli. Dopo una breve parentesi in patria si trasferisce definitivamente in America dove viene messo sotto contratto dalla Paramount per cui lavorerà almeno per un ventennio.
Tra i ruoli degli anni ’30 ricordiamo Il Giglio d’oro del 1935 diretto da Wesley H. Ruggles dove interpreta un giovane lord inglese che mette a rischio l’amore tra la dattilografa Claudette Colbert e il giornalista Fred MacMurray; nel ’36 è il coprotagonista maschile de La figlia della Giungla, film di debutto di Dorothy Lamour che le vale l’esotico soprannome di Sarong Queen.
Del 1937 è la commedia brillante Che bella vita di Mitchell Leisen con cui Milland girerà altri cinque film: Arrivederci in Francia e I cavalieri del cielo sono pellicole di propaganda essendo girate rispettivamente nel 1940 e 1941; Schiave della città del 1944 è il primo film in technicolor del regista che mischia musical e psicanalisi. Amore di Zingara del 1945 è un film di spionaggio che vede recitare Milland accanto a Marlene Dietrich e Kitty, sempre del 1945, è una pellicola ambientata nel tardo settecento che rilegge la fiaba di Cenerentola con spiccato cinismo.
Nel 1939 l’attore veste i panni di uno dei tre fratelli Geste arruolati nella Legione Straniera nel film Beau Geste di William A.Wellman.

Milland'30

Nel 1942 gira Vento Selvaggio di Cecil B. DeMille, un’avventura marinara che si segnala per uno dei pochissimi ruoli negativi interpretati da John Wayne.
Lo stesso anno segna anche l’incontro con Billy Wilder che lo dirige in Frutto Proibito accanto a Ginger Rogers travestita da dodicenne: è il primo film di Wilder e il caustico regista da subito affronta un tema spinoso come l’attrazione per le minorenni.
Con Wilder Ray Milland gira ancora nel 1945 il film che gli vale l’unico Oscar della carriera: Giorni perduti, una storia estremamente realistica e inconsueta per l’epoca della discesa nell’alcolismo di uno scrittore fallito.

Giorniperduti

La carriera dell’attore continua sempre molto intensa ma il ruolo di Giorni perduti fa scoprire il lato oscuro dell’attore che è quello che gli porterà ri risultati più interessanti come Il tempo si è fermato de 1948, un thriller dalle sfumature noir diretto da John Farrow, che lavora con l’attore anche l’anno seguente ne La Sconfitta di satana, una versione noir del mito di Faust ( cfr. Il Mereghetti 2014) che esce sconfitto dalle sue trame per irretire l’onesto procuratore Foster. Nel 1950 Farrow e Milland collaborano ancora nel western, non memorabile, Le Frontiere dell’odio.
Sempre del 1948 è il melò vittoriano Amarti è la mia dannazione dove Milland seduce una vedova e la induce al delitto ma sarà vittima della sua vendetta quando la donna scoprirà che ha un’amante.
Del 1952 è La Spia dove Milland da il meglio della sua recitazione nevrotica: è uno scienziato che confida agli agenti dell’Est gli studi sul nucleare: per sottolineare il senso di segretezza il film è completamente privo di dialoghi.
Nel 1954 è lo spiantato tennista Tom Wendice che vuole uccidere la moglie ne Il Delitto Perfetto di Hitchcock. Il film venne girato in 3D e segna l’inizio della collaborazione tra il maestro del terrore e Grace Kelly.
L’anno seguente l’attore interpreta l’architetto Stanford White vittima del triangolo amoroso tra la bella Evelyn Nesbit e il suo gelosissimo marito Harry Thaw ne L’altalena di velluto rosso di Richard Fleischer.

Milland40

Il 1955 è anche l’anno in cui Milland esordisce dietro la cinepresa con il western Gli Ostaggi. In tutto sono quatto le regie dell’attore: Lisbona, film di spionaggio del 1956, Obiettivo Butterfly del ’58 e Il giorno dopo la fine del mondo  pellicola sci-fi del 1962: pur trattando generi diversi, i film diretti da Ray Milland hanno tutti la caratteristica di essere low budget come i film horror o di fantascienza a cui l’attore inizia a dedicarsi entrando anche nella factory di Roger Corman per cui gira Sepolto vivo (1962) dal ciclo di film tratti da Poe e l’anno seguente il notevole L’uomo dagli occhi a raggi X.

TheManWithX-RayEyes

Già dal 1955 Milland inizia a recitare in serie televisive, cosa che continuerà a fare fino alla fine della sua carriera, segnaliamo le sue partecipazioni a Ellery Queen, dove appare nel pilot; Colombo, Fantasilandia, Cuore e batticuore, Love Boat, mentre sul grande schermo si limita a camei, da segnalare nel 1970 il ruolo del severo Oliver Barrett III padre di Ryan O’Neal nello strappalacrime Love Story.
Ha un ruolo anche ne Gli ultimi Fuochi l’ultimo film di Elia Kazan girato nel 1976.
La sua ultima apparizione è del 1985 nel corto The Gold Key di Richard G. Kutok.

L’etrusco uccide ancora

Letruscouccideancora Italia 1972 Titanus
con Alex Cord, Samantha Eggar, John Marley, Enzo Cerusico
regia di Armando Crispino

L’archeologo Jason Porter fotografa con una sonda una tomba etrusca finora inviolata. Negli affreschi domina il demone infernale Tuchulca che infierisce su giovani coppie di amanti e subito dopo la scoperta inizia una serie di efferati omicidi che ripetono le scene affrescate: Tuchulca è tornato? E in chi si è reincarnato? Nell’archeologo ex acolizzato, nella sua ex, Myra, o nel suo nuovo compagno, il collerico direttore d’orchestra Nikos Samarakis, oppure in qualche altro ambiguo personaggio della corte del celebre musicista?

In occasione della pubblicazione del volume Macchie solari. Il cinema di Armando Crispino di Claudio Bartolini, domenica scorsa al Torino Film Fest è stato proiettato L’etrusco colpisce ancora, il film più celebre di Crispino poco amato dai dizionari di cinema. Molto severamente il Mereghetti ne stigmatizza la trama troppo complessa e il ritmo altalenante, difetti effettivi dell’opera che però si segnala per un estremo gusto nella composizione soprattutto nella scena finale (i volti dei testimoni del suicidio ripresi solo a metà) con un uso intelligente del rallenti.
Il giallo a sfondo archeologico è stato poco sfruttato dal nostro cinema mentre ebbe maggior successo in televisione: Ritratto di Donna Velata riprende la tematica etrusca mentre Il segno del comando (di un anno precedente al film in questione) gioca con le suggestioni della Roma alchemica di fine settecento.
Nonostante il severo giudizio dei critici, L’etrusco uccide ancora è un giallo che si lascia vedere con piacevolezza e gli va riconosciuto l’indubbio merito di aver saputo coniugare un genere molto popolare come il giallo dai risvolti sovrannaturali dei primi anni ’70 con elementi di cultura alta: la Messa da Requiem di Verdi come sottofondo agli omicidi, Spoleto e il suo Festival come ambientazione principale della vicenda insieme alle necropoli di Cerveteri e Tarquinia.

La visione del Sabba

Lavisionedelsabba Italia 1988
con Beatrice Dalle, Daniel Ezralow, Omero Antonutti
regia di Marco Bellocchio

Davide, un giovane psichiatra, incontra Maddalena per preparare la perizia della donna, accusata di aver aggredito il cacciatore che voleva molestarla. Da subito l’uomo rimane affascinato dalla ragazza che dichiara di esser nata l’8 gennaio del 1630 e finisce per condividere le visioni di Maddalena, del suo passato di strega destinata al rogo..

Film controverso, molto amato soprattutto dal pubblico oppure stroncato, principalmente dalla critica. Fa parte della cosiddetta trilogia psicanalitica sul femminile iniziata col precedente Il diavolo in corpo (1986) e terminata nel 1991 con La condanna.


Lavisionedelsabba

La visione del sabba ha un grande impatto visivo che trae ispirazione dalla pittura del XVI secolo ma dal punto di vista psicoanalitico non aggiunge nulla di nuovo alla dicotomia maschile/ragione/fuoco femminile/sogno/acqua che la pellicola rimarca molto. Le parti notturne o ambientate nel passato sono le più avvincenti per il fascino della composizione e delle luci: sequenze oniriche in cui la comunicazione è spesso affidata alla danza (inutile ricordare che Daniel Ezralow è un affermatissimo ballerino e coreografo). I segmenti diurni dove domina la parola vanno un po’ a discapito di un’opera che si muove sul limite tra reale e immaginario, del resto il tema della follia è fondamentale in tutta la teoretica del regista e forse quello che resta maggiormente del film è proprio il parallelo tra la scena iniziale con gli inquisitori che esaminano la strega nel ‘600 e il collegio di psichiatri che studiano la pazza ai nostri giorni: passano i secoli ma la libertà di esprimersi dell’individuo, specie se donna, resta sempre ostracizzata.


La visione del sabba

La figura di Maddalena incarna un femminino complesso e misterioso come il suo rapporto contrastato con il sesso che dai vari dizionari viene raccontato come piuttosto esplicito nella pellicola (Il Mereghetti lo definisce soft core) ma i voyeuristi non si lascino tentare: La visione del sabba non mostra niente di più di quel che potete vedere in una normale serie targata HBO.

Il Gran Gabbo

The Great Gabbo
USA 1929
con Erich von Stroheim, Betty Compson, Donald Douglas
regia di James Cruze

Thegreatgabbo

Gabbo, ventriloquo da fiera che ha un rapporto morboso con il suo pupazzo Otto, riversa le frustrazioni di una carriera mediocre sulla fidanzata/assistente Mary che lo lascia, esasperata dal suo pessimo carattere.
Due anni dopo i due si rincontrano all’apice del successo: Gabbo è convinto di poter riconquistare la donna ma quando Mary gli confessa di essersi sposata, la follia di Gabbo esplode, stroncandogli la carriera.


Ilgrangabbo

Primo film sonoro interpretato da Erich von Stroheim che ha collaborato, non accreditato, anche alla regia.
I giudizi dei dizionari sono molto critici nei confronti dell’opera che effettivamente è imperfetta, più che per i problemi con il sonoro (tecnologia che aveva solo due anni di vita) direi che a non funzionare è l’inserimento dei numeri musicali che spezzano il ritmo della tragedia di Gabbo, creando uno strano musical drammatico.
Anche se a livello tecnico l’uso del sonoro non è eccelso, colpisce l’attenzione con cui si vuole rompere ogni rapporto con il cinema muto: quello che non viene mostrato visivamente della storia, come il salto temporale di due anni, invece che esser risolto tramite una didascalia, espediente troppo legato alla precedente epoca muta, viene raccontato attraverso i dialoghi e l’altra coppia di artisti da fiera ha esclusivamente il compito di spiegare i retroscena del rapporto tra Gabbo e Mary.
Ilgrangabbo Gli intermezzi musicali, sicuramente troppo lenti, sottolineano il mutamento di uno stile: si passa dalle sfilate di ballerini dei primi numeri al numero finale della ragnatela (vituperato dal Mereghetti) che rispecchia chiaramente lo stile deco che era in piena affermazione. Anche nelle riprese si tentano nuove soluzioni: ad esempio con i dettagli dei piedi danzanti, tecniche che fanno presagire i grandi musical che negli anni immediatamente seguenti faranno la fortuna del coreografo Busby Berkeley.
Resta memorabile Stroheim fedele al suo personaggio odioso con monocolo e medaglie al petto; per sottolineare l’ambiziosa follia di The great Gabbo il look è più stravagante del solito con marsine e pantaloni alla zuava in raso che l’attore riesce a rendere credibilissimi. Ci si aspetterebbe un risvolto più horror nello sdoppiamento con Otto (sulla falsariga di Chucky ed altre bambole assassine) invece il carattere borderline di Gabbo resta sempre latente tenendo alto il senso di aspettativa dello spettatore e riequilibrando in qualche modo le figure di Gabbo e Mary la cui estrema dolcezza non è amore ma pietà verso il bipolare Gabbo, dovuta forse a un senso materno riversato sul fantoccio Otto.

Partita a quattro

Partitaa4

Design for living
USA 1933
con Fredric March, Gary Cooper, Miriam Hopkins, Edward Everett Horton
regia di Ernst Lubitsch

Sul treno che dalla Costa Azzurra torna a Parigi la bella Gilda Farrell conosce due amici, il pittore George Curtis e il commediografo Tom Chambers. Tra i tre nasce un’amicizia che ben presto si trasforma in qualcosa in più e Gilda confessa ai due pretendenti di essere innamorata di entrambi. Il trio decide di vivere assieme nell’assoluta castità ma quando Tom deve andare a Londra per seguire il successo della sua commedia, tra Gilda e George scoppia la passione. Tom abbozza ma quando dopo un anno torna a Parigi in assenza del pittore, sarà lui a conquistare la donna. Per non rovinare l’amicizia tra i due uomini Gilda si sposa con un vecchio amico e inizia una vita da agiata borghese, George e Tom arriveranno a salvarla da un matrimonio (non consumato) con la promessa di tornare al loro casto amore votato alle arti.


Partitaaquattro


Partita a quattro è il film che mi ha fatto innamorare di Lubitsch, non tanto per il modello di donna volitiva e disinibita proposto (a ci va tutta la mia incondizionata ammirazione) ma per quei dettagli che vanno sotto il nome di Lubitsch Touch. In particolare le scene della polvere: prima di incontrare la loro “madrina delle arti”, George e Tom dividono una mansarda bohémienne e ogni volta che Gilda si lancia sul canapè per recitare una delle sue scene madri sull’amore si solleva un nugolo di polvere che rovina tutta l’atmosfera melodrammatica.
A ben pensarci in quella polvere c’è una sottile presa in giro del cinema muto di cui Lubitsch fu maestro dove le scene madri erano all’ordine del giorno ma quanto appaiono polverose nei moderni anni ‘30 e quant’è moderna la furba Gilda capace di tenersi gli uomini che vuole portandoli anche al successo!
E’ doveroso ricordarlo in quest’anno che decreta il successo di 50 sfumature di grigio che impone un modello di femminile sottomesso non tanto sessualmente ma piuttosto remissivo verso l’uomo di potere. Ha vinto, purtroppo la filosofia di Max Plunkett (un sublime Edward Everett Horton) il cui motto era L’immoralita’ puo’ essere piacevole ma non al punto di poter prendere il posto di una vita intemerata e tre buoni pasti al giorno!
Il dizionario dei film del Mereghetti definisce Partita a quattro una commedia spregiudicata per l’epoca, mi permetto di dissentire e di trovare la pellicola ancora un capolavoro di spregiudicatezza, rispetto alle commedie contemporanee forse più sboccate ma molto più perbeniste o qualcuno crede che nella scena finale i tre protagonisti pensino davvero di mantenere la promessa di castità e non solo le apparenze per salvare l’amicizia?

Michael Cimino: 70 anni per 7 film

Mcimino

***Il regista è scomparso sabato 2 luglio 2016 a 77 anni***

Nato a New York il 3 febbraio 1939, studia architettura ed arti figurative; nel 1962 inizia a girare documentari e spot televisivi. 
Clint Eastwood rimane colpito dal contributo di Cimino alla sceneggiatura di Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan e decide di farlo debuttare dietro la macchina da presa nel 1974 in Una calibro 20 per lo specialista
Il piu’ grande successo come regista di Michael Cimino e’ la sua seconda opera Il cacciatore (1978) capolavoro indiscusso della cinematografia, vincitore di 5 premi oscar, tra cui miglior film, nel 1979. 
L’enorme successo de Il cacciatore fa si che Cimino abbia carta bianca per la sua terza opera, I cancelli del cielo del 1980, western fluviale ed atipico “che contemporaneamente celebra e distrugge il mito della Frontiera” (Mereghetti). La pellicola fece fallire la United Artists e fa di Cimino un outsider che torna alla regia solo nel 1985 con L’anno del dragone. Il film non e’ esente da polemiche per lo spaccato cruento e senza speranza che offre delle metropoli americane, in particolare della Chinatown di NewYork. Resta forse l’opera piu’ visibile tra quelle di Cimino per la presenza di Mickey Rourke all’apice del successo, in Italia fu distribuito dopo Nove settimane e mezzo e ancora oggi gode di una buona distribuzione sui palinsesti televisivi.
 
Cimino1
Rourke e Cimino collaborano in 3 film e l’incontro avviene sul set de Il papa di Greenwich Village del 1984 da cui Cimino fu licenziato a meta’ lavoro per venire sostituito da Stuart Rosenberg. 
Nel 1987 Cimino gira Il Siciliano rileggendo assieme a Mario Puzo la vita di Salvatore Giuliano come un Robin Hood siciliano, con un improbabile Christopher Lambert nel ruolo del bandito, ma allora il divo anglo francese era la star del momento.. 
Nel ‘90 torna a collaborare con Mickey Rourke in Ore disperate remake dell’omonima pellicola del 1955 firmato da William Wyler.
 
Cimino2
L’ultimo film di Cimino e’ del 1996, il bellissimo Verso il sole, storia di Brandon ‘Blue’ Monroe, un ragazzo navajo condannato per omicidio e malato terminale di cancro. Brandon sequestra un medico e lo costringe a seguirlo in una sorta di viaggio iniziatico nel deserto in cerca della guarigione. Pellicola dolente e toccante e praticamente invisibile al cinema o in televisione.
 
Versoilsole
Nel 2007 Cimino ha anche diretto un episodio del film collettivo Chacun son cinéma ou Ce petit coup au coeur quand la lumière s’éteint et que le film commence (To each his own cinema – A ciascuno il suo cinema) diretto da 33 registi che raccontano il loro rapporto con il cinema, inutile dire che il film non e’ stato distribuito in Italia ma solamente presentato al festival di Roma di quell’anno.

Attualmente Cimino sta lavorando una nuova opera il cui titolo e’ Man’s fate e, ispirandosi al romanzo di Andre’ Malraux, La condizione umana,  narra le vicende di alcuni Europei nella Shangai della rivoluzione comunista del 1923.