Primo amore

Alice Adams
USA 1935 RKO
con Katharine Hepburn, Fred MacMurray, Fred Stone, Evelyn Venable, Frank Albertson, Charley Grapewin, Hedda Hopper, Hattie McDaniel, Ann Shoemaker, Grady Sutton
regia di George Stevens



Aliceadams


Alice Adams è una ragazza povera della piccola borghesia di una non meglio precisata cittadina americana che quando viene invitata alle feste delle sue amiche altoborghesi mette in sena tutta una serie di atteggiamenti snob per darsi un contegno rendendosi in realtà ridicola ma alla festa dei Palmer incontra  Arthur Russell, lontano parente dei Palmer, forse promesso alla ricca Mildred che però s’interessa ad Alice e l’amore trionfa nonostante le differenze sociali.



AliceAdams


Commedia romantica che mette alla berlina l’estremo interesse per i soldi e la posizione sociale dei “roaring twenties”: Alice fa di tutto per mostrarsi all’altezza del gran mondo cittadino, fingendo costantemente e questo la isola da tutti anche se in realtà la ragazza è adorabile e molto meno snob delle sue coetanee come riconosce Frank Dowling, ricco rampollo ma grasso e impacciato.



Primo amore


Quando incontra Arthur, Alice sciorina tutto il suo repertorio di ragazza ricca ed originale: il padre che non vuole lasciare la vecchia bicocca come spiegazione del fatto che gli Adams vivono in una vecchia casa in un quartiere popolare, la malattia del padre per giustificare di non esser stata invitata a un altro ballo dell’alta società. Virgil Adams è realmente malato ma è solo un impiegato a cui il capo, Mr. Lamb, tiene il posto fino a quando non si sarà ripreso. Secondo la signora Adams, che sogna il riscatto sociale della figlia, Virgil dovrebbe mettersi in proprio sfruttando il brevetto della colla che ha realizzato per l’azienda. Stanco di vedere la figlia delusa, Virgil Adams si mette in proprio pur sapendo di mancare di gratitudine per il datore di lavoro con cui avrà un duro scontro quando il figlio maggiore, anche lui impiegato di Lamb, ruberà dei soldi dalla cassa.



Primoamore


Confessando le sue ambizioni a Lamb, Alice riuscirà a evitare il carcere a fratello e riportare la pace tra il padre e il suo ex datore di lavoro e ritroverà ad aspettarla in veranda il fascinoso Arthur che era convinta di aver perso dopo un’assurda cena in cui tutta la famiglia Adams aveva millantato un certo status sociale affittando una cameriera a ore decisamente sciatta interpretata da Hattie McDaniel, la famosa Mamie di Via col vento.



Primo amore


Con il ruolo di Alice Adams si conclude per Katharine Hepburn il periodo in cui era soprannominata “veleno dei botteghini” ricevendo una candidatura all’Oscar, la seconda dopo la vittoria nel 1934 per La gloria del mattino .

La mossa del pinguino

Italia 2013
con Ricky Memphis, Edoardo Leo, Antonello Fassari, Ennio Fantastichini, Francesca Inaudi
regia di Claudio Amendola



Lamossadelpinguino


Roma 2013: il garzone del “grattachecche” Bruno rimane molto stupito che il capo abbia offerto la sua granita a un turista, Bruno allora gli racconta di come nel 2005 per uscire da una truffa in cui era caduto, avesse messo insieme una squadra di curling per partecipare alle Olimpiadi invernali di Torino 2006…



Lamossadelpinguino


Esordio molto piacevole alla regia di Claudio Amendola che ha confermato una certa ecletticità girando un noir, Il permesso come opera seconda, assai diverso nello stile da La mossa del pinguino ma in fondo non troppo nella tematica portante del riscatto personale.
Bruno è un trentenne sposato e con un figlio di nove anni ma nonostante questo resta un eterno Peter Pan, inaffidabile ma dal cuore d’oro per questo la moglie e soprattutto l’amico Salvatore lo seguono in ogni sua folle impresa. Eva, la moglie, questa volta non sa nulla del progetto di partecipare alle Olimpiadi sfruttando il fatto che il curling è uno sport ancora poco conosciuto in Italia perché Bruno sta cercando di rimediare, a modo suo, a una fregatura che si è preso da un’agenzia immobiliare.
Convinti che in fondo il curling sia solo “bocce” sul ghiaccio Bruno e Salvatore cercano altri due giocatori per formare la squadra, uno è un integerrimo vigile zoppo, Ottavio, l’altro è un mezzo truffatore abile giocatore di biliardo, Neno. Il guaio è che i due hanno un pessimo passato in comune ma trovato un compromesso l’impresa può iniziare con sommo divertimento degli spettatori perché le gag non mancano e sono molto divertenti.
Un’altra cosa che funziona molto bene è la colonna sonora soprattutto i pezzi usati per le scene sul ghiaccio:il primo traballante allenamento sulle note de Il lago dei cigni è notevole.



Lamossadelpinguino


Il tema del tentativo folle di riscatto sociale non è certo nuovo ed il film è coevo a Smetto quando voglio che ha sempre Edoardo Leo per protagonista, ma La mossa del pinguino vanta un certo approfondimento dei personaggi osando anche toccare temi delicati come le solitudini di Salvatore che accudisce il padre fino all’ultimo, e quella rigida di Ottavio nata dalla delusione per il comportamento della moglie di cui ha fatto le spese anche Neno.

Robin e Marian

Robin e MarianRobin and Marian
GB 1976 Columbia
con Sean Connery, Audrey Hepburn, Robert Shaw, Richard Harris, Nicol Williamson, Denholm Elliott, Kenneth Haigh, Ronnie Barker, Ian Holm
regia di Richard Lester

Alla morte di Riccardo Cuor di Leone, che han seguito per vent’anni, Robin Hood e il fedele Little John fanno ritorno alla foresta di Sherwood ritrovando Fra’ Tuck e Will Scarlett; Robin scopre che l’amata Marian è diventata badessa di un convento e sta per essere arrestata dallo sceriffo di Nottingham, allora la salva dal carcere ritrovando in un sol colpo l’amore e l’acerrimo nemico di sempre…

Una pellicola dolce amara che rilegge in chiave melanconica il mito di Robin Hood eliminando tutti gli orpelli retorici.
Il senso di morte è anticipato dalle tre mele mezze marce dei titoli di testa e che torneranno nel finale con un significato più chiaro e già il prologo che narra l’ultimo assedio di Riccardo Cuor di Leone in terra di Francia, l’assedio a un castello rifugio di donne e bambini inermi che il sovrano inglese non esita a massacrare per impossessarsi di una leggendaria statua d’oro che non è altro che un antico cippo romano, ci mostra i personaggi spogli della loro patina leggendaria, con alcuni spunti comici (i due armigeri che per prendere una pietra da mettere sulla catapulta si scontrano con gli elmi) che sembrano derivare dal nostro Brancaleone anche nella descrizione delle terre desolate e saccheggiate dai potenti.



Robin-and-marian


Riccardo Cuor di Leone è un pazzo, pronto ad uccidere anche il suo fedele Robin Hood che si è rifiutato di partecipare a quest’inutile mattanza e solo la morte del re salva Robin e Little John dalla pena capitale.
Disincantato Robin fa ritorno in Inghilterra e il ritrovare gli amici che gli cantano le canzoni gloriose delle mille imprese che lui non ha mai compiuto, ritrovare Marian e anche il nemico di un tempo, lo sceriffo di Nottingham riaccendono in lui la passione per la battaglia per una giusta causa.



Robin and Marian


Anche lo sceriffo questa volta non è il perfido vilain di sempre: a sua volta sopravvissuto di un epoca mitica, che non ha fatto carriera perché sa leggere e ciò non è ben visto alla corte reale, costretto a scendere a patti con nobili gaglioffi è ben contento di ritrovare il suo rivale di un tempo e cercare di batterlo con l’astuzia ma Sir Ranulf preferisce farsi dare duecento soldati dal re e per salvare i giovani che si sono uniti alla rivolta Robin propone una sfida tra sé e lo sceriffo. Se fino al duello, la pellicola scherza con gli acciacchi della mezza età di Robin, mostrandocelo con le giunture doloranti dopo una notte passata a dormire nella foresta, ora la fatica e la stanchezza dei due vecchi nemici assume un tono epico e drammatico nello sforzo palese di maneggiare gli enormi spadoni ma l’impossibilità per entrambi di dichiararsi sconfitti.



Robin e marian


Marian è interpretata da una splendida Audrey Hepburn che torna al cinema dopo una pausa di nove anni. Robin la ritrova badessa del convento in cui si è rifugiata dopo che lui se n’era andato senza nemmeno salutarla, la passione tra i due ritorna immediatamente nonostante gli imbarazzi le paure (soprattutto femminili) di non essere più desiderabili come in gioventù.
Ritrovato il suo grande amore Marian non è più disposta a perderlo e si fa artefice del loro destino in un finale commovente e tragico degno di un grande amour fou.

Gli invasati

GliinvasatiThe Haunting
GB 1963 MGM
con Julie Harris, Claire Bloom, Richard Johnson, Russ Tamblyn, Fay Compton, Rosalie Crutchley, Lois Maxwell, Valentine Dyall, Diane Clare, Ronald Adam
regia di Robert Wise

L’antropologo John Markway convince Mrs. Sanderson, proprietaria di un maniero dalla fama sinistra, a concedere a lui e ai suoi assistenti di passare un certo periodo nella villa per dimostrare scientificamente se la casa sia infestata o meno. La donna accetta a patto che al gruppo si unisca anche il nipote Luke, futuro erede di Villa Crain. Dei sei assistenti invitati da Markway si presentano solo due ragazze, la raffinata Theodora dalle riconosciute doti di sensitiva e Eleanor Lance, una giovane donna, nell’infanzia scatenatrice di poltergeist, afflitta da un profondo senso di colpa per la morte della madre, invalida da anni, di cui si ritiene responsabile. L’effettiva presenza di fenomeni paranormali e le ambigue relazioni che si instaurano con i compagni d’avventura portano Eleanor alla morte.



Gli invasati



Un classico della cinematografia horror tratto da un romanzo cult della letteratura gotica novecentesca, L’incubo di Hill House di Shirley Jackson.
Il film è penalizzato da una certa verbosità: se l’introduzione dei fatti del 1873 che sono alla base della fama sinistra della magione sono interessanti, come anche il dialogo interiore di Eleanor, certe spiegazioni pseudo scientifiche delle varie branche della parapsicologia sono francamente inutili.



The haunting



A funzionare ancora molto bene è la scenografia: gli esterni Hill House sono quelli di una magione inglese a quanto pare realmente infestata, fotografata con perizia da Davis Boulton.
Gli interni furono ricostruiti in studio, lo stile barocco e sovraccarico dell’arredo contribuisce ad accentuare la sensazione claustrofobica del film.
La caratteristica di Hill House, viene detto, è quello di avere superfici distorte che acuiscono il senso di alienazione, la scenografia non sottolinea questo fatto che viene messo in risalto da angolature di riprese azzardate.



Gliinvasati



Memore della lezione di Val Lewton, mitico produttore della RKO che risollevò con una serie di horror a basso costo, alcuni, come Il Giardino delle Streghe, sequel de Il Bacio Della Pantera, diretti da Wise, il regista punta tutto sulla paura nata dall’invisibile e dall’inconoscibile così ne Gli Invasati non ci sono effetti speciali ma la presenza del sovrannaturale è evocata da suoni spaventosi (pianti, lugubri mormorii, passi, colpi ecc..) abbinati a dettagli bizzarri della decorazione degli interni come la parete intarsiata che rivela un volto ghignante reso mobile dai giochi di luce.



Thehaunting



Altro elemento fondamentale è la recitazione degli attori, tutti molto bravi e ben caratterizzati ma è davvero grande la prova della attrice protagonista Julie Harris nota al grande pubblico per il ruolo equilibrato di Abra, quasi cognata e confidente del tormentato Cal Trask (James Dean) ne La Valle dell’Eden (1955).

Narciso Nero

Black Narcissus
GB 1947 Rank
con Deborah Kerr, Flora Robson, Jean Simmons, David Farrar, Sabu, Esmond Knight, Kathleen Byron, Jenny Laird, Judith Furse, May Hallatt
regia di Michael Powell, Emeric Pressburger



Narcisonero


Un gruppo di suore viene mandato a fondare un monastero nel palazzo di Mapu, un vecchio caravanserraglio su uno sperone dell’Himalaya, unico contatto l’agente britannico Mr.Dean che da subito si dice scettico dell’impresa e, come previsto, le suore dovranno abbandonare la località.



Black Narcissus


Ennesimo capolavoro del duo britannico Powell & Pressburger che sanno ricostruire in studio tutta la forza dirompente della natura himalayana: la vastità degli spazi, il vento incessante, la natura lussureggiante, il vecchio palazzo con gli affreschi ammiccanti e la vertigine del vuoto.



Narcisonero


Il gruppo di suore scelte non è certo temprato per una avventura così intensa: la madre superiora (una bravissima Deborah Kerr) è troppo giovane, la novizia aggregata aveva già dato segni di nevrastenia nella casa madre di Calcutta e viene prostata definitivamente da questa esperienza che piega monache ben più esperte come Suor Philippa che affascinata dalla natura del luogo trasforma l’orto in un giardino.



Narciso nero


Agli autori non interessa tanto giudicare le religiose, al limite, visto il periodo storico cioè la concomitanza con l’indipendenza dell’India, si può leggere la pellicola come un omaggio alla cultura millenaria della nuova nazione che ha superato anche il giogo britannico e credo che questo emerga nello stupore di Suor Clodagh di fronte al santone indiano: è quanto meno ironico che una religiosa non capisca la potenza della fede che fa dimenticare tutte le esigenze fisiche al santone.



BlackNarcissus


La grande tensione emotiva del film è data dai contrasti anche cromatici dei film: gli abiti degli indigeni, coloratissimi anche se straccioni e l’opulenza di quelli del piccolo generale contrastano con il modesto abito bianco delle suore, come il loro essere completamente coperte contrasta con le braghe perennemente corte e stracciate di Mr.Dean, a sottolineare la sensualità maschile che sollecita continuamente la mente delle monache, riportando alla memoria vecchi amori (curiosità: i flash back dell’amore giovanile di Suor Clodagh furono censurati nella prima versione americana) o portando alla pazzia la mente già fiaccata di Suor Ruth la cui progressiva instabilità è sottolineata non solo dalla bravura dell’attrice ma anche dall’uso del colore: prima l’abito bianco schizzato di sangue, poi gli abiti “civili”e l’uso del rossetto fino al trucco nero anticipatore della follia mortale sul bordo del precipizio mentre Suor Clodagh suona la campana.



Narcisonero


Tornando al gioco di contrasti visivi, è memorabile la scena in cui Suor Ruth si passa il rossetto mentre la madre superiora legge un testo sacro:c’è una specularità sottolineata anche dalla somiglianza tra le due attrici che mi ha fatto ricordare Las dos Frida di Frida Kahlo.
Quanto Narciso nero sia puro cinema, dove i dialoghi sono un surplus, lo testimonia l’incisiva prova della giovanissima Jean Simmons nel ruolo della “cenerentola” Kanchi: non ha praticamente una battuta in tutto il film ma il suo resta un personaggio indimenticabile.

Heat – La sfida

HeatUSA 1995
con Al Pacino, Robert De Niro, Val Kilmer, Jon Voight, Tom Sizemore, Diane Venora, Amy Brenneman, Ashley Judd, Mykelti Williamson, Wes Studi, Ted Levine, Dennis Haysbert, Kevin Gage, William Fichtner, Natalie Portman, Danny Trejo
regia di Michael Mann

Neil McCauley architetta minuziosamente rapine in banca ma la presenza di un nuovo elemento sociopatico nella banda mette sulle sue tracce il tenace detective Vincent Hanna, inizia così una sfida tra guardia e ladro tra nuove rapine e vendette che non possono essere dimenticate.

Il film uscì in sala con molto clamore per la presenza dei due più grandi attori viventi che finalmente recitavano assieme, in Italia c’era anche il problema del doppiaggio: entrambi i divi erano doppiati dal grande Ferruccio Amendola che diede la voce a De Niro mentre Giannini doppiò Al Pacino diventandone poi la voce italiana ufficiale.
Se di solito il clamore attorno all’uscita di una pellicola si trasforma poi in delusione, viste le aspettative troppo alte, Heat – La Sfida è uno dei pochi casi in cui l’opera conferma le attese: Michael Mann regala un grande affresco metropolitano anzi losangelino e quanto il regista ami Los Angeles lo confermerà Collateral quasi 20 anni dopo.


Heatlasfida

Con una lunghezza di quasi tre ore che volano via, il film diventa un romanzo di ampio respiro dove i momenti di quiete si alternano ad altri di violenza improvvisa.
Spicca l’abilità con cui il regista riesce a portare a termine tutte le trame: la solitudine scelta da Neil messa in crisi dall’incontro fortuito con Eady, una grafica a cui non rivelerà fino alla fine la verità sulla sua vita; i problemi matrimoniali di Vincent Hanna sposato in realtà con il proprio lavoro cosa che ammetterà con la moglie in ospedale mentre attendono che la figlia adolescente di lei si salvi dal tentato suicidio. Anche il matrimonio tra  Chris, braccio destro di Neil e Charlene è in crisi ma quando la donna verrà costretta a testimoniare per non perdere il figlioletto riuscirà comunque a far fuggire il marito dalla trappola della polizia.
Il montaggio alternato delle scene di vita quotidiana conferma che tra poliziotto e bandito non c’è poi troppa differenza, due facce della stessa medaglia, per questo può nascere anche un rapporto di stima tra due persone costrette ad essere mortalmente nemiche come si confidano i due protagonisti nel celebre incontro nella tavola calda.


Heat

Molto spazio è dedicato anche alla vicenda, in fondo marginale, dell’ex galeotto Donald Breedan che sta cercando di cambiare vita accettando i soprusi di un dispotico direttore di un ristorante, proprio quello in cui si consultano i rapinatori dopo che l’autista di fiducia ha dato buca; vecchie conoscenze di galera, Donald non esita ad imbarcarsi nell’impresa segnando così il proprio destino perché Heat è la storia di una caccia all’uomo dove il caso la fa da padrone: se lo psicopatico Waingro, serial killer di prostituite, non fosse stato ingaggiato da Cheritto che la pessima abitudine di chiamare tutti Viscido, Neil avrebbe potuto fare il suo ultimo colpo e ritirarsi in Nuova Zelanda con Eady, ma sfuggito alla punizione della banda, Waingro torna come nemesi del losco broker Roger Van Zant che ha cercato di uccidere McCauley mentre gli rivendeva le azioni rubate nella rapina rovinata dal serial killer. Vendette sospese, variabili imponderabili che materializzandosi inaspettatamente, rovinano il perfetto ultimo colpo in banca.


Heat-lasfida

L’intelligenza di Hanna è quella di comprendere che la freddezza di McCauley verrà meno di fronte all’occasione di vendicarsi dell’uomo che ha causato la morte dei suoi più fedeli compagni. L’opera diversiva del bandito per raggiungere il suo obbiettivo è notevole ma la trappola del detective ha la meglio e dopo l’inseguimento nell’aeroporto la resa dei conti è inevitabile, vince il bene ma personalmente tifavo per McCauley, anche per la recitazione di Al Pacino un po’ troppo sopra le righe per i miei gusti.

I basilischi

I basilischiItalia 1963
con Antonio Petruzzi, Stefano Satta Flores, Sergio Ferranino, Luigi Barbieri, Flora Carabella, Mimmina Quirico, Enzo Di Vecchia, Marisa Omodei, Manlio Blois, Enrica Chiaromonte, Rosanna Santoro, Rosetta Palumbo
regia di Lina Wertmüller

Il racconto della sonnolenta provincia pugliese vista attraverso le vite di alcuni giovani venticinquenni, in particolare Antonio, il figlio del notaio, indolente studente di legge e Francesco, geometra, seguiamo i loro approcci con l’altro sesso e i tentativi di cambiare la propria vita: Francesco partecipa all’iniziativa di aprire una cooperativa mentre Antonio ha la possibilità di finire l’Università a Roma, ospitato da alcuni zii ma tutto si risolve in un nulla di fatto.

L’esordio alla regia di Lina Wertmüller viene presentato come uno spaccato della provincia meridionale; bene, posso assicurarvi che anche qui nel profondo nord la situazione è la stessa: prevalenza di interessi egoistici, sistematica demolizione di ogni progetto o iniziativa personale o per l’interesse comune, perché i difetti stigmatizzati dalla regista sono tipicamente italiani e rivedere oggi le scene in cui la signora romana interroga i pugliesi sui loro rigurgiti fascisti è sconvolgente: 55 anni dopo sui social possiamo leggere le stesse risposte.


I basilischi

L’unico aspetto ad essere migliorato è la condizione femminile e il rapporto tra i sessi, temi ben analizzati dal film: la voce narrante del film è quella di Maddalena, la donna che ha l’idea della cooperativa tra piccoli coltivatori in cui cerca di coinvolgere anche Francesco e per ottenere consensi per l’iniziativa si rivolgono ad altre figure femminili importanti del paese: la donna medico, di bassissima estrazione sociale che ha imparato a leggere a quattordici anni ed è riuscita a laurearsi ma chi la loda viene subito rimbeccato dalle allusioni sui metodi usati dalla donna per fare carriera, e la ricca possidente terriera stimata per il nerbo con cui ha dominato i contadini senza mai dare confidenza a nessuno: è originaria di Ferrara e dopo una vita passata in paese viene ancora considerata forestiera, il suo prestigio è in ribasso perché l’unico figlio sposato con una ballerina conosciuta a Roma, è stato abbandonato dalla moglie, stufa di vivere chiusa in casa e anche se nessuno l’aveva praticamente mai vista era diventato il sogno proibito di tutto il paese che favoleggiava sulle sue grazie.


I basilischi

L’abbordaggio di Francesco anche per conto dei due amici nei confronti delle due cugine è un capolavoro di commedia all’italiana e regala anche un ottimo momento di cinema con la ripresa straniante dei due ragazzi che camminano lungo la scalinata, I Basilischi denota anche un grande talento visivo della Wertmüller con i campi lunghissimi del paese a testimoniare l’immobilità civile e storica.
I basilischi del titolo sono le lucertole che stanno immobili al sole come i giovani protagonisti che non hanno il coraggio di prendere in mano la loro vita, ma i basilischi sono anche gli animali mitologici dallo sguardo che impietrisce e soprattutto Antonio che ha avuto modo di conoscere una relatà diversa ma non di affrontarla sembra essere impietrito dopo aver guardato in fondo a se stesso.

Un bacio e una pistola

Kiss Me Deadly
USA 1955
con Ralph Meeker, Albert Dekker, Paul Stewart, Juano Hernandez, Wesley Addy, Marian Carr, Maxine Cooper, Cloris Leachman, Gaby Rodgers, Nick Dennis, Jack Lambert, Jack Elam, Jerry Zinneman, Percy Helton, Mady Comfort, Strother Martin, James McCallion, Fortunio Bonanova
regia di Robert Aldrich


Unbacioeunapistola


Costretto a caricare un’autostoppista mezza nuda che gli si para davanti alla macchina, il detective Mike Hammer aiuta la donna a sfuggire a un controllo di polizia ma si risveglia in ospedale sopravvissuto a un incidente d’auto in cui sarebbe morta la ragazza anche se Hammer ha vaghi ricordi di un rapimento e di torture inflitte alla donna. Il detective inizia a indagare sul caso che costerà altre vite prima di scoprire un terrificante segreto..



Kissmedeadly


Un bacio e una pistola è considerato un classico del cinema noir, addirittura il primo post-noir perché la vicenda esula dal dramma personale per arrivare a una soluzione molto più tragica, dato che coinvolge l’intera umanità: l’oggetto per cui muore Christina Bailey e tanti altri, compreso Nick, il meccanico amico di Hammer, è “la testa della Medusa” un ordigno nucleare che viene aperto con esiti catastrofici dalla novella Pandora, la curiosa Lily/Gabrielle.



Kiss me deadly


Il film si chiude quindi con un crossover verso il genere fantascientifico e le paranoie da guerra fredda ma che il capolavoro di Aldrich fosse insolito lo si capisce già dall’apertura, dai piedi nudi della ragazza che corrono sull’asfalto, il respiro affannoso, le macchine che la evitano fino a costringerla a gettarsi in mezzo alla strada per fermarne una, quella di Hammer che per evitarla finisce fuori strada. Dopo quest’introduzione partono i titoli di testa,che scorrono in diagonale con uno stile non nuovo e poi ripresi e diventati l’emblema di Guerre Stellari ma la novità sta che scorrono all’incontrario dal basso verso l’alto costringendo lo spettatore a un certo sforzo lo stesso che si dovrà fare per tutto il film per seguire l’intricata storia, per quanto tutti i dettagli portino alla soluzione finale, si ha quasi l’impressione che Hammer sia un topo che corre in una sorta di labirinto.
Il personaggio di Hammer ci viene introdotto dall’interrogatorio dei poliziotti che lo valutano con disprezzo: è un sedicente detective che vive sulle infedeltà coniugali, ricattando per situazioni ricostruite ad hoc i malcapitati, con la complicità di Velda la sua segretaria che si presta a questi intrighi perché ama il lusso.
Sordido e amorale come i suoi nemici, Hammer non si farà scrupolo di usare la violenza, tortura compresa, per arrivare alla soluzione.



Kissmedeadly


Il film è molto interessante soprattutto per la fotografia: il bianco e nero è molto contrastato ma a differenza dei noir anni ’40 non c’è il compiacimento di giocare con le ombre siano esser riflesse sui muri o ghirigori sui volti degli attori, forse perché i protagonisti sono sordidi, veri animali notturni è nelle luce diurna o dei locali ben illuminati che si nasconde il pericolo, fino alla luce dirompente dell’esplosione finale.
Lo stile di ripresa ha un che di wellesiano: prodondità di campo, inquadrature insolite attraverso le architetture, una vera e propria ossessione per le scale tanto che si dice che il percorso del detective non sia orizzontale ma verticale, un’ascesa verso la (as)soluzione dal bassifondo morale da cui proviene, anche se non c’è riscatto morale per il protagonista, antieroe per eccellenza per cui sarebbe da preferire il finale europeo che si chiude con l’esplosione della casa invece di quello americano in cui Hammer e Velda riescono a fuggire nell’oceano (ma quanto può essere salvifico riuscire a fuggire a qualche centinaio di metri da un’esplosione nucleare?).



Un bacio e una pistola


C’è poi la caratteristica dei piedi: su due piedi nudi si pare il film, quando Christine viene torturata sentiamo solo le sue urla mentre la macchina da presa resta sulle sue gambe , dal ginocchio in giù dandoci così il modo di incontrare per la prima volta le scarpe del torturatore, la visuale rasoterra è anche la soggettiva di Hammer che giace al suolo semi incosciente e infatti quando va nella villa del boss, la scusa del bagno in piscina serve per controllare le scarpe degli scagnozzi per vedere se riconosce quelle che ricorda: le soluzioni geniali nate dal girare in fretta.

Mortacci

Mortacci

Italia 1988
con Vittorio Gassman, Carol Alt, Malcolm McDowell, Galeazzo Benti, Mariangela Melato, Sergio Rubini, Nino Frassica, Andy Luotto, Aldo Giuffré, Alvaro Vitali, Gemelli Ruggeri
regia di Sergio Citti

La vita dei morti non è poi brutta come si crede, lo scopre il soldato Lucillo Cardellini costretto a suicidarsi perché, unico disperso nella missione di pace in Libano nel 1985, è stato santificato come eroe nel paesino natale e il suo inopinato ritorno rischia di mandare a monte la rinata economia. Ma anche la tranquilla vita al cimitero è solo una fase, i morti attendono che nessuno più si ricordi di loro per poter passare a un livello superiore e i pii sfortunati sono i personaggi storici la cui memoria è imperitura…

Forse l’opera più mainstream di Citti che rimane piuttosto irrisolta: se la storia di Lucillo, l’Eroe suo malgrado che torna dopo quattro anni dalla guerra e viene unanimamente condannato a morte dal paese per salvaguardare l’economia è l’episodio più graffiante e fedele allo spirito del sodale di Pasolini, gli altri episodi si fanno sempre più fragili per culminare con l’insensatezza della storia di Alma e Edmondo, lei morta per errore, lui che ogni notte viene a recitare il suo dolore sulla sua tomba, si capisce che l’episodio è posticcio inserito per far spazio a due nomi di grido e stranieri, l’ex drugo Malcom McDowell e la top model Carol Alt, la cui bellissima figura centra proprio poco con un cast di tutto rispetto, a partire da Vittorio Gassman.


Mortacci


Nell’insieme l’opera resta piacevole con uno sguardo bonario e disincantato sulle debolezze umane: tenera la vecchina interpretata dalla Melato che da quarant’anni va a trovare i due finti ciechi che lei stessa ha cercato di truffare e sono stati travolti da un treno in corsa per sfuggirle; grottesco il guardone Andy Luotto morto di vergogna, notevole Alvaro Vitali nella parte del figlio che campa sulla morte del padre, come gli fa notare Domenico, l’avido e cinico custode del cimitero che ha una piccola rivendita di oggetti rubati ai morti, ma quando passa a miglior vita per colpa di Edmondo le sue vittime lo accolgono senza acredine, le piccolezze del mondo sono dimenticate in attesa di passare a un altra -si spera- miglior vita.

Il fantasma del palcoscenico

Phantom of the Paradise
USA 1974 20th Century Fox
con Paul Williams, William Finley, George Memmoli, Jessica Harper, Gerrit Graham
regia di Brian de Palma




Ilfantasmadelpalcoscenico


Swan, geniale produttore musicale vuole aprire un” tempio della musica”, il Paradiso e trova la musica adatta per l’inaugurazione nell’opera ispirata al Faust del pianista Winslow Leach; Con la scusa di volerlo produrre, manda il fedele scagnozzo Philbin a farsi consegnare gli spartiti. Dopo diversi tentativi di contatto, Winslow scopre che le sue canzoni saranno usate per inaugurare il Paradiso e cerca di far valere i suoi diritti ma Swan, stufo di ritrovarselo sempre tra i piedi, lo fa incarcerare a Sing Sing. Dopo esser stato torturato Winslow riesce a sfuggire e cercando di distruggere i dischi pronti per esser venduti finisce per rimanere sfigurato dai macchinari e creduto morto ma il musicista ormai ridotto a mostro s’intrufola nel Paradiso e cerca in tutti i modi di mandare a monte lo spettacolo. Swan allora scende a patti con lui e sceglie come protagonista dello spettacolo Phoenix, una giovane cantante della cui voce Winsolw si era innamorato durante le audizioni. Come da contratto Winslow finisce la partitura ma terminato il lavoro Swan lo fa murare vivo e stravolge di nuovo l’opera affidandola al suo nuovo pupillo, Beef. Il fantasma del Paradiso uccide il cantante in diretta e decreta il successo di Phoenix ma Swan, visto il deliro della folla per l’omicidio in diretta, decide di replicare il giorno dopo con la morte della giovane cantante che intanto seduce portando Winslow al suicidio ma Swan lo salva rivelandogli di aver firmato un patto col diavolo e il fantasma, trovati i diabolici patti, potrà finalmente salvare la ragazza che ama.




Phantomofparadise


Iniziale flop ai botteghini poi diventato un film di culto, Il Fantasma del Palcoscenico è un musical fantasmagorico e grandguignolesco, una coloratissima rilettura pop del Il Fantasma dell’Opera e del Faust, le scenografie sono firmate dall’attrice Sissi Spacek.
Un apologo sul mondo dello spettacolo sui meccanismi che stanno dietro al successo e si mangiano l’anima degli artisti: manager senza scrupoli che piegano alle loro voglie le aspiranti cantanti, che decidono il nome il look, le droghe di chi diventerà una star, anche Phoenix che prima fugge schifata dal provino orgia non riesce più a ribellarsi una volta provato il brivido della folla che la acclama.




Phantomofparadise


Contro questo potere incarnato dal diabolico Swan si batte Winslow Leach, musicista che non ha certo le physique du rôle per diventare una star ma che compone musiche bellissime, tanto puro quanto ingenuo non capisce le manovre di Swan che, non potendosi liberare di lui, decide di farselo amico. La lotta di Winsow con la macchina della fama si fa sempre più dura, prima lascia tutti i denti a Sing Sing, poi finisce letteralmente negli ingranaggi musicali deturpandosi il volto e perdendo la voce (che Swan gli restituirà attraverso le macchine per pulire il suono) e ovviamente finisce per perdere la vita, portando però con sé Swan che scopre aver a sua volta venduto l’anima al diavolo.




Phantom of the Paradise


Con toni deliranti, a tratti surreali ed ironici Brian De Palma mette alla berlina tutta l’industria creativa, dalla costruzione a tavolino delle rock star, al delirio pilotato dei concerti dove la folla perde i freni inibitori e si esalta nella rappresentazione dei bisogni primari, il sesso, la morte, senza chiedersi se quello a cui sta assistendo sia realtà o finzione, con i confini che ovviamente vengono continuamente spostati fino all’esultanza dell’omicidio in diretta.




Ilfantasmadelpalcoscenico


Su queste tematiche profondamente attuali il regista innesta il suo stile e la sua cultura cinematografica: il tema del doppio fatto di specchi, di immagini viste da registrazioni arrivando a moltiplicazioni barocche: Swan che aziona le telecamere che riprendono il fantasma che lo guarda amoreggiare con Phoenix.



Il fanstasma del palcoscenico


Il citazionismo comprende ovviamente l’amato Hitchcock, la scena della doccia di Psyco viene omaggiata ma chiusa con uno sberleffo: l’assassino non ha un coltello ma minaccia Beef con una ventosa stura cessi, più “serio” l’omaggio a Il Gabinetto del Dottor Caligari le cui scenografie sghembe sono riprese nei fondali della prima.