Le ore sono contate

Screenshot

Count the Hours!
USa 1953, RKO
con Teresa Wright, Macdonald Carey, Dolores Moran, Adele Mara,Edgar Barrier, John Craven, Jack Elam, Ralph Sanford, Dolores Fuller, Roy Engel, Robert Carson, I. Stanford Jolley
regia di Don Siegel

Il tuttofare George Braden è accusato del duplice omicidio del suo datore di lavoro, Fred Morgan e della sua governante. Mancando un avvocato d’ufficio, il procuratore chiede all’avvocato in ascesa Doug Madison di occuparsi del caso, Madison inizialmente rifiuta ma presto si convince dell’innocenza di Braden e mette anche a rischio carriera e vita sentimentale per salvare Braden dalla sedia elettrica…

B movie girato in pochi giorni per la regia di Don Siegel che riesce a lasciare tracce del suo stile anche in quest’opera decisamente minore che però è in grado di mantenere la tensione.

L’autore non risparmia critiche alla mentalità chiusa della cittadina di provincia che subito si schiera contro il presunto colpevole e chi lo difende.

L’avvocato Madison, grazie anche al physique du rôle di Macdonald Carey, è il classico personaggio tutto d’un pezzo che si dedica totalmente al caso quando si convince dell’innocenza del protagonista, colpito soprattutto dalla determinazione della moglie di Braden. Ellen ha causato l’arresto del marito gettando nel lago la sua pistola senza accorgersi che era seguita dalla polizia. Madison la conosce mentre cerca disperatamente di recuperare la pistola dal fondo del lago per dimostrare che  non è quella che ha sparato a Morgan. La scena si conclude con un un’altra barca che solca il lago: è l’assassino che manomette le prove o solo una scena simbolica? 

Anche le tre figure femminili del film sono interessanti: Ellen Braden è la moglie dell’indiziato, incinta e nevrotica, vittima di malelingue che inventano una sua relazione con Madison. L’avvocato ha una fidanzata, più ricca, molto sicura di sé che però nel sotto finale si stanca di essere messa in secondo piano rispetto a un caso che sta rovinando la carriera del fidanzato.

Poi c’è Gracie, moglie del vero colpevole, bionda cinica e disposta a tutto per togliersi di dosso la miseria da cui è uscita, un personaggio un po’ sopra le righe ma che si fa ricordare certamente più della devota mogliettina.

Una rosa per Giulia

Where Danger Lives
USA 1950 RKO
con Robert Mitchum, Faith Domergue, Claude Rains, Maureen O’Sullivan, Charles Kemper, Ralph Dumke, Billy House, Harry Shannon, Philip Van Zandt, Jack Kelly, Lillian West, Ray Teal
regia di John Farrow

Il giovane dottore Jeff Cameron rimane affascinato da Margo,  una bella paziente che ha salvato da un tentativo di suicidio. La ragazza lascia l’ospedale senza il permesso dei medici ma lascia un biglietto a Jeff con un invito ad incontrarsi per spiegargli i motivi della sua fuga. Nonostante sia legato all’infermiera Julie, Jeff inizia una relazione con Margo che improvvisamente tronca il legame per il ritorno del severo padre contrario al rapporto tra la figlia e il giovane dottore. Ubriaco Jeff si reca a casa di Margo per chiedere la mano al suocero e scopre che quello che la donna spiaccia per genitore è il vecchio marito. Dopo una violenta colluttazione Frederick Lannington giace svenuto a terra, Jeff, colpito violentemente alla testa, va a rinfrescarsi in bagno ma le urla di Margo lo richiamano: Frederick è morto e la donna insiste per darsi alla fuga: nessuno crederà all’incidente. Confuso dagli inizi di una commozione cerebrale Jeff si lascia convincere e inizia una folle corsa verso il confine per il Messico…

Sulla falsariga di Detour un noir road movie non perfettamente riuscito ma piuttosto interessante che mostra le conseguenze degli incontri con la donna sbagliata. Motore del film è il senso di colpa: convinti di essere inseguiti dalla polizia Jeff e Margo cambieranno strada (per una sempre più sbagliata) ogni volta che incontreranno gli agenti in realtà in ben altre faccende affaccendati. 

All’inizio abbiamo un giovane dottore molto dedito al lavoro, impegno che lo porterà al successo, dall’altra parte una giovane malata di mente disposta a tutto per il denaro, le continue deviazioni in fuga li portano a perdere tutti i soldi per pagare i ricattatori che fiutata la loro disperazione si fanno pagare lautamente per aiutarli a sfuggire al fantomatico (almeno nella prima parte del film) inseguimento della polizia: i profittatori e gli assurdi membri di una “congrega della barba” che durante una festa paesana costringono i fuggitivi al matrimonio sono gli unici incontri della coppia in fuga: un’immagine cupa e allucinata dell’America, come l’incubo in cui è caduto il nostro dottorino di belle speranze dopo cocktail a base di esotici liquori e botte in testa. 

Un’immagine poco lusinghiera anche del rapporto di coppia: la passione è pericolosa, il matrimonio d’interesse infelice, il legame con una donna comprensiva e paziente noioso.

Camei di lusso per le controparti amorose: il vecchio marito cinico è interpretato da Claude Rains che sa farsi ricordare nelle poche scene a disposizione dai dialoghi fulminanti. La Giulia del titolo è l’infermiera che Jeff mette sempre in secondo piano, prima per il lavoro poi per la passione per una pazza (ma alla fine capisce che si era invaghito del caso clinico quindi resta fedele alla missione medica). Ad interpretare la fedele infermiera c’è Maureen O’Sullivan, moglie del regista. L’attrice ha sei anni in più dell’abitante Mitchum, creando una coppia insolita per il grande schermo ma siamo in un B movie e l’infermiera ha quasi sempre la mascherina quindi  è accettabile una coprotagonista più anziana come oggetto amoroso della star.
Notevole l’interpretazione di Robert Mitchum credibile nella trasformazione dell’ingenuo dottore che in apertura inventa fiabe per i piccoli pazienti alla nemesi finale della pazza con vizio di soffocare i compagni col cuscino: l’inesorabilità con cui si avvicina alla fuggitiva nonostante la paralisi è angosciante.

L’uomo scimmia

The Ape Man
USA 1943
con Bela Lugosi, Louise Currie, Wallace Ford, Henry Hall, Minerva Urecal, Emil Van Horn, J. Farrell MacDonald, Wheeler Oakman, Ralph Littlefield
regia di William Beaudine



TheApeMan


Il dottor James Brewster è scomparso: questa la notizia che attende la sorella Agatha, studiosa del paranormale di ritorno da un viaggio in Europa alla ricerca di castelli infestati. Il dottor Randall, collaboratore di Brewster, confida ad Agatha che il fratello, avendo voluto provare su di sé un ritrovato da lui scoperto, si trova in uno stato ibrido tra uomo e scimmia e si è rifugiato nel suo laboratorio segreto nella speranza di trovare un antidoto. Secondo Brewster solo l’iniezione di midollo umano può salvarlo dal suo stato ma Randall si rifiuta di aiutarlo perché per procurarsi il midollo, i cui effetti non sono certi, dovrebbe uccidere il donatore. James Brewster, con l’aiuto del fedele gorilla, si mette ad uccidere per ottenere l’antidoto che lo riporta allo stato umano per brevissimo tempo…



L'uomoscimmia


Ennesima figura di mad doctor che sperimenta in prima persona i propri intrugli: questa volta non ci si prende neppure la briga di spiegare che genere di ricerca Brewster stia compiendo, a conferma che siamo di fronte a un mediocre b movie girato in una quindicina di giorni.
Tutto scorre su binari assai rodati e la noia è in agguato anche se mi è sembrato di intravedere una latente propaganda bellica contro il nazismo quando Randall cerca di spiegare al collega che non può sacrificare delle vite umane senza neppure sapere se l’esito sarà efficace e la risposta di Brewster verte solo sull’importanza della sua vita, indifferente al sacrificio altrui.
Qualche vago richiamo a I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe quando nella mano della prima vittima, il maggiordomo di Randall, vengono ritrovati dei ciuffi di pelo scimmiesco.



L'uomo scimmia


Il trucco di Bela Lugosi è un po’ risibile ma è chiaramente spunto per il trucco de Il pianeta delle scimmie del 1968.
Altro classico tirato in ballo è il topos della bella e la bestia: quando Brewster vuole uccidere la bella fotografa per procurarsi il midollo, lo scimmione complice si ribella e uccide lo scienzato.
Di particolare c’è la cornice del film: uno strano personaggio che in alcuni momenti fa da raccordo tra i punti della storia, sbircia nello scantinato laboratorio di villa Brewster e alla fine rivela di essere l’inventore della storia: un elemento quasi surreale, certamente atipico nel genere horror, anche quando è mischiato ai toni comici.

L’uomo dagli occhi a raggi X

X: The Man with the X-ray Eyes
USA 1963, American International Pictures
con Ray Milland, Diana Van der Vlis, Harold J. Stone, Don Rickles, John Hoyt
regia di Roger Corman


Luomocongloocchiaraggix


Il dottor Xavier conduce degli studi per potenziare la vista umana e per ottenere dei fondi decide di sperimentare su se stesso il composto. Gli effetti inizialmente sono ottimi: con la sua vista potenziata Xavier salva una ragazzina da una prognosi errata sulla sua cardiopatia ma le conseguenze sulla vista dello scienziato sono pesanti e l’ospedale decide di bloccare la ricerca. Xavier però è deciso a continuare la sperimentazione personale e in un diverbio uccide involontariamente il dottor Brant, il suo collaboratore. Costretto a fuggire Xavier si nasconde in un lunapark dove si spaccia per indovino ma Crane, l’impresario del numero gli propone di diventare un guaritore, il successo come guaritore mette sulle sue tracce la dottoressa Fairfax, la dottoressa che doveva decidere lo stanziamento dei fondi. La donna decide di aiutare Xavier che vuole tentare la fortuna a Las Vegas per procurarsi il denaro per continuare le ricerche. Ma al casinò ben presto sospettano delle facili vincite della coppia, Xavier è nuovamente costretto a scappare dopo aver perso i robusti occhiali che lo proteggono dalla luce ormai insopportabile. Dopo una robambolesca fuga nel deserto, Xavier arriva al tendone di un predicatore…



L'umodagliocchiaraggiX


Roger Corman, re dei b movie americani che ha spaziato in tutti i genere, è noto soprattutto per il ciclo d film tratti dalle opere di Edgar Allan Poe che hanno per protagonista Vincent Price.
L’uomo con gli occhi a raggi X è il primo film a colori del regista e ha per protagonista un altro grande attore ormai attempato: Ray Milland; la storia non ha nulla a che fare con Poe ma potrebbe richiamare l’orrore cosmico di Lovecraft.
Xavier è un anomalo caso di scienziato pazzo, come sempre disposto a sperimentare in prima persona i risultati dei propri studi, spinto dal desiderio di far progredire la scienza per il bene dell’umanità: riuscire a vedere attraverso la materia permette diagnosi perfette come dimostra il salvataggio della ragazzina cardiopatica. Purtroppo gli effetti del siero sono instabili e cumulativi e Xavier si trova trasportato in un mondo immateriale dove tutto si dissolve in una danza macabra di scheletri umani e architettonici; a volte la vista potenziata lo porta a vedere oltre le barriere spazio temporali perdendosi nei colori del cosmo al centro del quale c’è un occhio che scruta il mondo (o i mondi).



L'uomodagliocchi araggix


La follia di Xavier non lo trasforma in un pazzo violento come l’Hyde di Jekyll ma lo fa sprofondare in un dolore solitario nato dalla comprensione della caducità della vita e di ogni attività umana.
Il superamento dei limiti scientifici non può che trascendere nella religione e la risoluzione del film sta nel confronto con un predicatore applicando alla lettera le parole della Bibbia.



L'uomo dagli occhi a raggi X


Gli effetti speciali sono abbastanza semplici ma riescono comunque a creare un mondo spettrale e stravolto in cui lo scienziato perde ogni punto di riferimento.
Non mancano aspetti più giocosi che hanno sempre coinvolto le fantasie sui raggi x: la possibilità di leggere le carte voltate e poter sbancare il casinò ma soprattutto la maliziosa capacità di vedere attraverso gli abiti delle ragazze,

Carnival of souls

USA 1962
con Candace Hilligoss, Sidney Berger, Frances Feist, Herk Harvey, Stan Levitt, Art Ellison
regia di Herk Harvey


Carnivalofsouls


Tre ragazze vengono sfidate da due ragazzi e inizia una gara automobilistica che finisce drammaticamente con l’auto delle ragazze caduta da un ponte in un fiume limaccioso. Le ricerche sono difficili e solo una ragazza, Mary Henry esce miracolosamente illesa dalle acque del fiume. Dopo pochi giorni Mary si trasferisce nello Utah per fare l’organista in una chiesa. Mentre si avvicina alla città la sua attenzione viene attratta da una strana costruzione vicino al lago, un vecchio luna park abbandonato. Cominciano anche delle strane visioni che si fanno sempre più insistenti: Mary è perseguitata da un uomo inquietante e a sempre più spesso ha la sensazione di essere estranea al mondo: la gente non si accorge di lei e non le risponde. Un medico che l’aiuta durante una crisi isterica giustifica le sue crisi con il forte shock dell’incidente automobilistico ma la situazione si fa sempre più drammatica e nel giro di un giorno Mary perde il lavoro e la stanza in affitto, si rifugia nel luna park abbandonato ma verrà ritrovata solo la sua macchina mentre di lei non c’è più traccia… almeno nello Utah.



Carnivalof souls


Carnival of souls è un b movie realizzato per il circuito dei drive in che ebbe scarso successo all’uscita ed è stato recuperato solo anni dopo diventando un cult del cinema horror. In Italia è uscito per la prima volta in dvd nel 2009.



Carnival of souls


La trama non lascia molto all’immaginazione: Mary Henry che, come si definisce lei stessa, ha una forte volontà, sfugge al suo destino ma la morte, anzi i morti sono sulle sue tracce e la riportano tra di loro nel vecchio luna park abbandonato. Ad inquietare però non è tanto la facile favola horror quanto la capacità del regista di raccontare attraverso di essa il senso di alienazione e di solitudine: l’alcol e il sesso per sfuggire alla noia rappresentati dal vicino di stanza lumacone, l’angoscia di risultare invisibili, cioè non essere considerati, dal mondo circostante, sono tematiche all’avanguardia per un film del 1962.



Carnival ofsouls


Nonostante sia un film low budget c’è un grande gusto per la composizione fotografica, un uso interessante del bianco e nero, una fotografia luminosa quando rappresenta la “normalità” della vita che lascia spazio al prevalere dei toni scuri quando ci si addentra nei lati più oscuri e perturbanti dell’animo umano.



Carnivalofsoul


Il vecchio luna park abbandonato è un’idea sempre affascinante per l’ambientazione di un film horror e la danse macabre girata a velocità accelerata è davvero inquietante, anche il trucco dei morti così sfatto è molto in voga dal Joker di Nolan in poi.
Ottima la scelta della protagonista, un volto angelico da vittima ma perfetto anche per una folle.

La mala ordina

La mala ordina

Italia 1972
con Mario Adorf, Henry Silva, Woody Strode, Adolfo Celi, Luciana Paluzzi, Sylvia Koscina, Franco Fabrizi, Francesca Romana Coluzzi, Femi Benussi, Peter Berling, Cyril Cusack, Gianni Macchia, Renato Zero
regia di Fernando Di Leo

Il boss newyorkese Corso invia due killer a Milano per uccidere Luca Canali un magnaccia di poco peso sospettato di aver rubato una partita di droga. I due killer si appoggeranno al boss Vito Tressoldi, il vero organizzatore della truffa agli americani che fa di tutto per eliminare Canali perché gli americani non scoprano il suo gioco, arrivando a far uccidere anche la moglie e la figlia del pappone ma questo omicidio scatena la furia di Canali che si vendica mortalmente dei suoi nemici.

Secondo capitolo della Trilogia del milieu di Fernando Di Leo a cui Tarantino si è ispirato per la coppia di killer di Pulp Fiction, un bianco e un nero come i due killer spediti in Italia dal padrino newyorkese. David Catanìa e Frank Webster vengono scelti perché parlano italiano, uno per le origini l’altro per aver combattuto in Italia durante la guerra, doppiati con un accento alla Stanlio e Ollio senza però sbagliare un congiuntivo.



Lamalaordina


Contraddizioni che rappresentano bene i poliziotteschi e i gialli anni ’70 considerati b movie dove poi trovi arredi di design che oggi non entrano neppure nella miglior produzione a grosso budget e un attenzione incredibile per il colore e la composizione dell’immagine, anche sperimentale come nelle scene dei “contestatori” dove nel gruppo di Triny compare regolarmente un giovanissimo Renato Zero quasi sempre con bombetta. La scena che mi ha colpito di più è quella in cui Canali va a telefonare da una cabina a Tressoldi chiedendogli perché lo cerca e l’attraversamento della piazza è ripreso dai buchi del logo della Sip poi la macchina da presa scende senza stacchi e riprende la telefonata in primo piano.



Lamalaordina


Luca Canali è il prototipo malavitoso dell’uomo tranquillo che si scatena quando lo toccano negli affetti più cari: Don Vito nel confronto finale in cui gli confessa di aver ordito il colpo ai danni degli americani si stupisce che un uomo del suo valore sia rimasto in un ruolo marginale, un semplice uomo da casino. Neppure il magnaccia si spiega la sua furia, nata dalla disperazione.



La mala ordina


L’uomo che si fa vendetta da solo, in cui scatta la violenza più efferata quando viene toccato nel vivo non è un tema nuovo, anzi è tipico dei noir, in particolare degli anni ’70 ma la forza quasi sovrumana con cui Canali si libera della carcassa dell’auto per tacere del super capoccione con cui sventra telefoni o sfonda il vetro del camioncino al termine del celebre inseguimento sui Navigli, anticipano gli eroi anni ’80 alla Stallone e/o Schwarzenegger.

La sanguinaria

LasanguinariaGun Crazy titolo alternativo Deadly Is the Female
USA 1950 United Artists
con Peggy Cummings, John Dall, Berry Kroeger, Anabel Shaw, Harry Lewis, Nedrick Young, Russ Tamblyn
regia di Joseph H. Lewis

Bart Tare fin dall’infanzia ha una profonda attrazione per le armi anche se è profondamente inorridito dall’idea di uccidere. Da ragazzino, con i suoi risparmi, si compra una pistola che gli viene sequestrata dagli insegnanti e allora ruba un arma in un negozio ma viene colto sul fatto e spedito al riformatorio. Bart torna a casa dopo il militare e gli amici lo portano alla fiera del paese dove il ragazzo rimane folgorato da Annie Laurie Starr che si esibisce come pistolera. Dimostrata la propria abilità con le armi, Bart viene assunto nello show e inizia ad amoreggiare con la ragazza suscitando la gelosia di Packett, il capo, che li caccia dallo spettacolo. I due si sposano ma quando i risparmi finiscono Laurie suggerisce di usare la loro abilità con le armi per fare delle rapine. Bart, completamente innamorato cede anche se a malincuore, inizia una vita spericolata ma Bart è sempre più infelice e Laurie accetta di cambiare vita dopo un ultimo colpo che li renderà ricchi: tutto andrà male e i due finiranno braccati dalla polizia.




Lasanguinaria


Un classico noir B movie, girato con pochi mezzi portando a soluzioni ingegnose poi passate alla storia del cinema come il famoso piano sequenza della rapina tutto girato dall’interno della macchina, facendo del protagonista John Dall un re del pianosequenza visto che il film precedente che lo vedeva come protagonista è Nodo alla gola, di Hitchcock costruito come un unico piano sequenza (in realtà una decina per supplire alla fine della pellicola). Se nella pellicola di Hitchcock era un personaggio viscido e antipatico, ne La sanguinaria, dimostra fascino e carisma, peccato che la sua carriera non abbia avuto il giusto corso ma sia andata scemando dopo questi due film.




Lasanguinaria


La sceneggiatura è firmata da  Dalton Trumbo che già vittima della caccia alle streghe maccartista si deve firmare con lo pseudonimo di  Millard Kaufman.




Guncrazy


Si tratta del classico noir con una femme fatale che porta alla morte l’innamorato: è interessante che il titolo originale Gun crazy alluda all’ossessione dei entrambi per le armi mentre il titolo italiano La sanguinaria e il titolo alternativo Deadly Is the Female, si riferiscano esplicitamente alla crudeltà della protagonista, perché se Bart, attratto dalle armi fin dall’infanzia, non riesce più ad uccidere neppure un animale dopo aver visto la morte del pulcino a cui ha sparato la prima volta che ha imbracciato un arma, Laurie ha molti meno scrupoli verso le vittime: quando si spaventa spara per uccidere ma non si tratta della reazione di una donnetta isterica, vista la freddezza con cui sarebbe disposta a prendere in ostaggio il nipotino più piccolo di Bart per avere maggiori probabilità di fuga.




Gun crazy


Il personaggio è talmente ambiguo da lasciar credere che quando propone a Bart di dividersi per qualche mese dopo l’ultima grande rapina per far perdere le tracce, in realtà voglia fregarlo ma quando i due, fatti pochi metri nelle opposte direzioni, frenano e girano le auto per ritrovarsi, il film prende definitivamente l’alone romantico e ineluttabile che lo arricchisce. E’ Bart che arriverà a uccidere l’amata pur di non farle commettere altri inutili omicidi ai danni dei suoi amici d’infanzia: gesto pietoso per fuggire definitivamente alla cattura o riscatto finale da una passione morbosa che ha allontanato l’uomo dai suoi principi? La risposta si perde nella densa nebbia del finale.

Fino all’ultimo respiro

À bout de souffle
Francia 1960
con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Jean-Pierre Melville, Henri-Jacques Huet, Van Doude, Claude Mansard
regia di Jean-Luc Godard




Finoallultimorespiro


Dopo un colpo a Marsiglia il piccolo delinquente Michel Poiccard ruba un auto per andare a
Parigi a chiedere a una ragazza americana di cui è innamorato, Patricia, di seguirlo in Italia ma durante il viaggio viene inseguito dalla polizia per eccesso di velocità e uccide un poliziotto nel conflitto a fuoco. Raggiunta fortunosamente Parigi, Michel cerca di convincere Patricia a seguirlo in Italia ma la ragazza che non è convinta di amarlo, finisce per denunciarlo alla polizia e assistere alla sua morte.




Melvillefinoallultimorespiro


Il film manifesto della Nouvelle Vague, opera prima di Jean Luc Godard, da un soggetto di François Truffaut, le scenografie di Claude Chabrol e il regista Jean-Pierre Melville che interpreta il personaggio dello scrittore Parvulesco, insomma tutto il gotha della rivoluzionaria corrente francese partecipa alla realizzazione del film.
Opera di rottura per lo stile registico molto libero, il montaggio sconnesso dello jump cut, le riprese in mezzo alla folla con la gente che si volta per vedere l’azione cinematografica in cui è capitata e non a caso Godard si ritaglia il ruolo del guardone che insegue Patricia anche nella toilette: un cinema che esce dai teatri di posa e non teme di rovistare tra la gente.
Fino all’ultimo respiro ribadisce l’amore per il b movie e il noir americano con espliciti omaggi a Bogart e in fondo anche l’amore non ricambiato del francese per l’americanina un po’ svagata potrebbe essere letto in chiave cinematografica, visto che l’ambito critico dei Cahiers du cinéma da cui nasce la Nouvelle Vague ha rivalutato molto cinema americano, a partire dal caso emblematico di Alfred Hitchcock.




À bout de souffle


I due protagonisti del film diventano a loro volta due icone cinematografiche: ho sempre amato molto l’inquadratura iniziale il giornale aperto su un’illustrazione sexy di una ragazza in bikini, lascia posto al primo piano di Belmondo con il capello abbassato sugli occhi e il dito che segue il contorno delle labbra carnose, una rappresentazione piuttosto insolita del maschile, che sottolinea l’antieroicità del protagonista che rischia la vita per amore, peculiarità tipicamente femminile; il gesto torna nel finale ripetuto dall’algida Patricia dopo la morte di Michel, forse l’unica eredità dell’uomo che non era sicura di amare.

Il culto del cobra

The Cult of the Cobra
USA 1955 Universal
con Faith Domergue, Richard Long, Marshall Thompson, Kathleen Hughes, William Reynolds, Jack Kelly, Myrna Hansen, David Janssen, Leonard Strong, James Dobson, Walter Coy
regia di Francis D. Lyon



Ilcultodelcobra


Asia, 1945: sei soldati americani trascorrono da turisti l’ultimo giorno di missione e conoscono un incantatore di serpenti disposto a farli partecipare a una cerimonia dei Lamiani che credono nella metamorfosi da uomo a cobra. Durante il rito, Nick scatta una fotografia rivelando la loro presenza: Daru, l’incantatore viene ucciso mentre i sei soldati vengono maledetti. Nick muore la notte stessa mentre altri tre compagni muoiono nel giro di poche settimane nonostante il ritorno negli Usa. Intanto Lisa, una bella e misteriosa ragazza è andata a vivere vicino ai due ex commilitoni e ora coinquilini Paul e Tom..




Cult of the cobra


B movie chiaramente derivato da Il bacio della pantera, le citazioni si fanno sempre più esplicite a partire dalla scena nel bowling deserto che ricorda quella della piscina fino al finale omologo: davanti alla macchina non c’è il corpo dell’animale ma il cadavere della ragazza, ne Il culto del cobra quest’ultima trasformazione è l’unica passabile come effetto speciale mentre è davvero deludente la trasformazione precedente dell’ombra del profilo di Lisa che si trasforma nella sagoma del serpente.




Cult of the cobra


Si tratta di un classico bmovie che può risultare accettabile proprio perché telefonato: tutto avviene esattamente nel momento in cui lo spettatore se lo aspetta, fatta salva l’apparizione della vecchietta dell’Esercito della Salvezza che interrompe la tensione dell’omicidio di Rico. Qualche raffinatezza nel modo di girare e nel montaggio salvano il film dalla totale mediocrità.

Caltiki Il mostro immortale

Caltikitheimmortalmonster Italia 1959
con John Merivale, Didi Perego, Gérard Herter, Daniele Vargas, Daniela Rocca
regia di Riccardo Freda e Mario Bava

Una spedizione archeologica che indaga sul perché di una frettolosa migrazione dei Maya, trova un lago sotterraneo dove venivano fatti sacrifici umani alla dea Caltiki che si appalesa come un mostruoso essere unicellulare sviluppatosi grazie alla radioattività, come scoprono gli scienziati in laboratorio. Si scoprirà che è anche imminente il passaggio di una cometa radioattiva il cui precedente passaggio ha causato la fuga dei Maya 1300 anni prima..

Il primo monster movie italiano porta la firma dei maestri dell’horror italiano: Riccardo Freda e Mario Bava, il secondo ha tutto il merito degli effetti speciali e della fotografia ricca di contrasti e parte della regia in quanto terminò le riprese dopo che Freda litigò con i produttori e abbandonò la produzione.
Un’altra particolarità del film è quella di fondere due aspetti diversi del genere B movie: una prima parte avventurosa legata alla leggenda Maya e alla profezia del ritorno dello sposo celeste di Caltiki (la cometa) con il suo carico di distruzione e una seconda molto scientifica dove lo studio di una parte dell’organismo unicellulare crea le condizioni per la crescita smisurata e il rischio distruzione per un’intera città.




Caltiki


Per mio gusto personale preferisco la prima parte: la sequenza iniziale con uno dei membri della spedizione che vaga impazzito tra una natura selvaggia (con tanto di serpente che si infila nell’orbita cava di un teschio) dopo aver assistito alla morte del compagno per mano di Caltiki crea una notevole suspense horror.




Caltiki


La seconda parte è più convenzionale e segue pedissequamente il modello dei monster movie d’oltreoceano, con tanto di membro contaminato dal mostro che manifesta i suoi istinti più biechi (fin dall’inizio era innamorato della moglie del professore che guidava la spedizione).
Caltiki Il mostro immortale resta comunque un film molto piacevole da vedere con l’aggiunta di un pizzico d’orgoglio per quello che sapevano creare le nostre maestranze con un budget di gran lunga inferiore ai film di basso costo americani: l’orrido mostro è in realtà della trippa!