La seconda notte di nozze

Nino, maneggione di professione, tenta di sopravvivere con la madre Liliana nella Bologna del primissimo dopoguerra; quando scopre di avere in Puglia dei parenti paterni di cui non era a conoscenza, ed in particolare uno zio da sempre innamorato della madre, non esita a partire per buttare Liliana tra le braccia del cognato.


Primanottedinozze


Mi ha piacevolmente sorpresa quest’ultimo film di Pupi Avati, regista che non amo in modo particolare.
Ho apprezzato la delicata malinconia con cui ricostruisce i primi anni del dopoguerra italiano: nel suo racconto vengono quasi mitizzati, come sempre si fa per il periodo della propria giovinezza, ma la durezza del momento riesce ad arrivare.
La storia narrata e’ molto particolare, in bilico tra commozione ed amarezza, e talmente coinvolgente che piu’ volte mi son ritrovata a chiedermi cosa sarebbe successo di li’ a poco e come sarebbe finita, imprevedibilita’ che ultimamente riscontro assai di rado al cinema.
Avati dimostra un grande talento nel trovare facce che bucano lo schermo, come quelle della famiglia del notaio e poi puo’ contare su un cast in stato di grazia: la Ricciarelli supera piu’ che dignitosamente la prova del debutto sul grande schermo, Neri Marcore’ e’ perfettamente credibile nella parte dell’infido Nino e l’ottimo Antonio Albanese riesce finalmente a uscire completamente dalle sue macchiette televisive, ma ad illuminare lo schermo sono le due vecchie zie, in particolare una grandissima Marisa Merlini.

Se fossi Bree..

Se fossi Bree Van de Kamp probabilmente mi recherei di persona dai direttori dei supermercati che son solita frequentare e con la ferma grazia che sconfina nella minaccia, li inviterei a fare in modo che le cassiere siano adeguatamente informate sui prodotti in vendita nel centro commerciale e non utilizzino i clienti per soddisfare le loro ansie di sapere, certamente apprezzabili ma alquanto inopportune per l’acquirente che vuol solo andarsene a casa con la merce si’ duramente conquistata!
Non so se capiti solo a me di subire interrogatori sulla qualita’ di prodotti appena usciti, dal bonbon al detersivo, esperienza mortificante perche acuisce il senso di colpa gia’ latente per aver ceduto per l’ennesima volta alle false lusinghe della pubblicita’; poi basta acquistare piu’ di tre scatolette di cibo per animali che parte lo spirito animalista che e’ celato in ciascuna cassiera ed ella inizia a raccontarti dell’unico animale domestico che abbia mai visto, probabilmente in casa di una lontana prozia.. evabbe’!
Ma quando la cassiera passa almeno dieci minuti con in mano il volume che raccoglie tutte le fiabe di Capuana che tu hai appena acquistato perche’ in allettante offerta e mentre si sfoglia quello che ormai e’ il TUO libro ti pone intelligentissime domande che non riguardano il fatto che tu conosca il testo, ma, badate bene, se tu ne sia gia’ in possesso e tu sei costretta con sforzo sovrumano a dominare i muscoli facciali, trasformando i denti digrignati in una parodia di sorriso mentre rispondi che se l’avessi gia’ in casa molto probabilmente non lo (ri)compreresti e quando, fiera della tua distaccata ironia, sei praticamente certa che la tortura sia terminata, l’attenzione della sadica commessa viene attirata da una misera confezione di alchechengi che tu hai incautamente acquistato e ti tocca tenere anche una lezione di botanica per spiegare a quale specie appartenga il frutto e che sapore abbia allora si’ rimpiangi la passione per le Luger di Bree Van de Kamp!

Flightplan – Mistero in volo

A volte anche un un brutto film di cassetta, scopiazzatura malfatta di un ben piu’ celebre lavoro di Hitchcok, La signora scompare, potrebbe dare una mano a raddrizzare una pessima situazione economico-sociale: se nessuno se ne fosse accorto, la pellicola in questione non e’ altro che un megaspot del nuovo Airbus 380 che a meta’ del prossimo anno iniziera’ a compiere normali voli di linea, che difficilmente faranno scalo in Italia dato che i nostri aeroporti non sono in grado di accogliere in tutta sicurezza questi giganti dell’aria che invece potranno tranquillamente scendere al nuovo aeroporto di Valona, Albania (la notizia la riportava di spalla, senza suscitare alcun scalpore, un trafiletto sulla rivista Touring dello scorso gennaio). C’e’ da meditarci su, traforando montagne, disegnando ponti o leggendo la mia recensione del film pubblicata su Impattosonoro e che ora potete leggere qui


FightplanMisteroInVolo


In her shoes – Se fossi lei

Rose e Maggie sono due sorelle molto unite ma completamente diverse: tanto la prima e’ insicura del suo aspetto fisico ma rigorosa e affidabile, altrettanto la seconda punta tutto sulla sua innegabile bellezza ed e’ sventata in tutto il resto. Una breve convivenza tra le due provochera’ una rottura apparentemente insanabile che invece permettera’ di affrontare i fantasmi di famiglia…

Sefossilei Se fosse stato girato nell’epoca d’oro Hollywood una pellicola del genere avrebbe avuto per protagoniste Bette Davis e Miriam Hopskin: paragonare la prova della brava Toni Collette con la mitica Bette Davis e’ certamente spropositato, invece Cameron Diaz regge perfettamente il confronto con la bionda antagonista per eccellenza della Davis dando una buona prova di recitazione.
Sempre in bilico tra commedia e melodramma, il lavoro di Hanson si fa scoprire a poco a poco, prendendosi tutto il tempo per raccontare i complessi rapporti tra le due sorelle e le dinamiche della loro famiglia, prestando grande attenzione ad atteggiamenti tipicamente femminili che van ben al di la’ della passione per le scarpe: gustosissima la scena in cui Rose, per capacitarsi di esser finita a letto con un uomo che ritiene troppo bello per se’, lo fotografa con cellulare per poter aver una prova tangibile dell’evento. Di stampo piu’ melodrammatico il momento in cui Maggy riesce ad affrontare la sua dislessia grazie all’aiuto di un professore emblematicamente cieco, quindi non suscettibile alla sua avvenenza.
Con il procedere della storia il tema della bellezza si fa secondario rivelando problemi ben piu’ seri che hanno a che fare con la madre morta prematuramente e sofferente di un problema mentale, tutte le fisime delle protagoniste appaiono sotto una nuova luce: la paura di ereditare la malattia.
Anche l’ingresso in scena della nonna di cui le due sorelle non sapevano piu’ nulla e’ interessante, non solo per l’evolversi della trama, ma anche per una sottile satira sociale: se prima il montaggio alternato mostrava la differenti vite di Rose e Maggy ora il confronto e’ tra Philadelphia, citta’ attiva e fredda e l’assolata cittadina della Florida dai colori pastello abitata da soli anziani.
Da segnalare anche le figure di contorno che delineano un universo femminile molto composito (c’e’ anche una matrigna in perfetto stile Cenerentola!) che ha la funzione di far da contrappunto al plot con alcune delle battute migliori.

Suonala ancora

Suonalaancora Il volume, uscito nel 1997 in Italia, lo si acquista per la curiosita’ verso l’autore Stephen Bogart, figlio di cotanti genitori, poi leggendo la quarta di copertina che riassume la trama si e’ ulteriormente intrigati dalla curiosita’, forse morbosa, di sapere se dietro la vicenda di quel R.J. Brooks detective, figlio di una bellissima diva di Hollywood troppo presa dalla sua carriera si nasconda qualcosa del vero rapporto figliale che l’autore ha con la celebre madre, Lauren Bacall.
Di certo anche Bogart jr. ci marcia intitolando il romanzo Suonala ancora battuta che solo a forza puo’ essere ritenuta valida per raccontare le gesta di un serial killer.
Il romanzo in se’ e’ piuttosto banale con la classica divisione tra la narrazione delle (dis)avventure del detective che non si esime dall’innamorarsi di una energica e bella donna con la quale si produce in strepitose (???) performance sessuali e il racconto in prima persona dei propositi malati del serial killer.
Sam stavolta poteva star fermo un giro.

The big white

Paul Barnell vorrebbe riscuotere la polizza sulla vita del fratello, scomparso da cinque anni, cosi’ da poter curare al meglio la moglie affetta da Sindrome di Tourette, ma in Alaska la riscossione e’ possibile solo dopo sette anni di morte presunta. Allora Paul si impossessa di un cadavere facendolo passare per quello del congiunto, ma un funzionario dell’assicurazione subodora la truffa ed i guai sono appena all’inizio..


Big_white


E’ tutto bianco in questo film diretto da Mark Mylod: i paesaggi innevati dell’Alaska, gli uffici dell’assicurazione, le pareti di casa di Paul e quelle della sua agenzia turistica, ovviamente le sfumature di bianco sono innumerevoli, ad esser piatto e monotono invece, e’ il plot del film che dimostra tristemente come anche la commedia indipendente segua ormai dei cliche’ predefiniti: i personaggi strampalati, la truffa giustificabile, i gangster di buon cuore e pasticcioni, tutto e’ talmente prevedibile da risultare irritante: c’e’ qualche buona gag e qualche bella battuta ma si perde in un mare di noia.
Da salvare, almeno parzialmente il cast: se Robin Williams non e’ certo memorabile, Holly Hunter gioca bene con la (presunta?) Sindrome di Tourette, mentre Giovanni Ribisi nei panni del funzionario e’ al solito grandioso.

Mae West

Mae-West 25 anni fa, il 22 novembre 1980, se ne andava Mae West, irriverente sex symbol del cinema americano.
Nata a New York il 17 agosto 1893, fin dall’infanzia calca i palcoscenici del vaudeville; a vent’anni inizia a scrivere testi per se’ stessa e nel 1926 finisce in carcere per una settimana perche’ la sua commedia Sex offendeva il comune senso del pudore.
Al cinema arriva tardi, quasi quarantenne: con una particina del film del 1932 Nigth After Night si impone all’attenzione del pubblico. L’anno seguente esplode con Lady Lou tratto da una sua commedia teatrale, Diamond Lil.
Shedonehimwrong Il successo delle sue commedie sfrontate ed irriverenti dalle celeberrime battute esplicite (È una pistola che hai lì in tasca, o sei semplicemente contento di vedermi?) salvano la Paramount dal fallimento ma attirano su di lei le ire della censura: per lei non basta il severo codice Hayes e viene creato il Sigillo di Purezza, nato dalle pressioni della “Lega Nazionale della Decenza”, ma soprattutto dall’odio del potente W. R. Hearst (pare che che la West non avesse risparmiato le sue velenose frecciate alla di lui compagna, Marion Davies).

Dalidivanowest Dopo aver girato nemmeno una dozzina di film Mae West abbandona il cinema e si dedica al teatro e al canto, ma la sua rapida incursione nel mondo della celluloide ha lasciato un segno indelebile: Dali’ disegnera’ il noto divano ispirato alle sue labbra mentre Wharol all’inizio della sua carriera creera’ un paio di stivaletti in stile Belle Epoque che portano il suo nome.
Resta da chiedersi come sarebbe oggi il mondo se Mae West avesse potuto continuare a contagiare il cinema con la potenza eversiva della sua gioiosa sessualita’ impermeabile ai canoni di bellezza: forse avremmo meno donne anoressiche e molte meno protesi al silicone, ma il suo genio andava oltre al sesso e alla bellezza: la leggenda che preferisco su di lei e’ quella che racconta che per soddisfare il suo famoso appetito sessuale un giorno avesse provato a portarsi in camera un bel maschione di colore, ma il portiere dell’albergo con grande imbarazzo la dovette fermare perche’ i negri non potevano entrare nell’hotel, senza scomporsi Mae West acquisto’ l’albergo e si porto’ in camera il prestante giovanotto: questo a casa mia significa essere una vera strafiga!

Elizabethtown

Drew Baylor e’ un disegnatore di scarpe che ha fatto perdere un milione di dollari alla compagnia per cui lavora disegnando un modello di scarpe orrendo. Dopo un brutale licenziamento a cui segue l’abbandono della fidanzata, viene a sapere che il padre e’ morto. Accantonati momentaneamente i propositi di suicidio, va ad Elisabethtown, paese d’origine del padre dove e’ accaduta la disgrazia per riportare a casa la salma ma l’incontro con i parenti e una simpatica hostess durante il volo finiranno per cambiare la sua vita.

Sicuramente il regista Cameron Crowe non sara’ un genio della cinematografia, ma i suoi film possono essere identificati come il lavoro di un buon artigiano la cui filmografia e’ caratterizzata da alcuni temi fondamentali: la musica, tratto dominante anche in Singles -L’amore e’ un gioco e Quasi famosi, il viaggio che era un tema portante di Quasi famosi e la necessita’ di uscire dalla dimensione estremamente competitiva del mondo del lavoro che rappresentava l’ossatura di Jerry McGuire.
L’impianto dell’ultimo lavoro e’ quello della commedia screwball con una protagonista intraprendente, Claire, che riprende la verve di certe eroine delle commedie sofisticate anni ’30 dove la “smart girl” di turno punta un compagno, solitamente un po’ svagato e riesce a conquistarlo; non ci sono viraggi al nero nonostante tutta la storia ruoti attorno alla morte del padre del protagonista, argomento che viene affrontato con delicata leggerezza.
Il film offre una divertente descrizione della provincia americana con la collettivita’ che si interessa totalmente alla vita del singolo, i rapporti familiari cosi’ stretti da risultare invadenti: comportamenti sconcertanti per il povero Drew che aveva dedicato gli ultimi otto anni della sua vita al suo fallimentare progetto lavorativo.
Si rileva qualche caduta di tono qua e la’ e qualche disomogeneita’ in alcuni punti dell’evoluzione della trama (soprattutto il viaggio in macchina attraverso gli States rimane troppo staccato dal resto) ma sono peccati veniali che non intaccano la bonta’ di questa intelligente commedia sostenuta da un ottimo cast: Kirsten Dunst e’ deliziosa, Susan Sarandon perfetta nella parte di una madre un po’ sopra le righe, mentre Orlando Bloom al suo primo ruolo in abiti attuali e non in costume (almeno da quando e’ una star) guadagna in espressivita’ e credibilita’.