The northman

USA 2021, Universal
con Alexander Skarsgård, Anya Taylor-Joy, Nicole Kidman, Ethan Hawke, Claes Bang, Willem Dafoe, Ralph Ineson, Kate Dickie, Björk, Tadhg Murphy, Olwen Fouéré, Ingvar Eggert Sigurdsson, Jon Campling, Murray McArthur, Gustav Lindh, Rebecca Ineson, Eldar Skar, Ian Whyte
regia di Robert Eggers


The northman jpeg


Il re Aurvandill, tornato da una battaglia, inizia il figlio Amleth ai riti di passaggio per l’età adulta e subito dopo viene ucciso dal fratellastro Fjolnir. Mentre la madre Gudrun viene forzata a nuove nozze, Amleth è costretto a fuggire per salvarsi la vita. Si unisce a una banda di vichinghi che vive di razzie sui mari, un giorno dopo il sanguinoso saccheggio di un villaggio, Amleth incontra una veggente che gli ricorda il suo giuramento di vendetta verso l’assassino di suo padre. Scoperto che Fjolnir ha perso il regno che gli spettava di diritto e si è rifugiato in Islanda, Amleth non esita a mescolarsi agli schiavi destinati ai possedimenti dello zio. Durante il viaggio conosce Olga delle Betulle, una giovane maga, anch’essa destinata alla schiavitù presso Fjolnir. Dopo aver salvato il fratellastro Gunnar, Amleth riesce a conquistare la fiducia dello zio e inizia il suo piano di vendetta con l’aiuto di Olga ma durante un drammatico confronto con la madre che vorrebbe salvare, scopre che Gudrun non ha mai amato il padre ed è da sempre complice dello zio. Amleth uccide la madre ma poi viene catturato, liberato dai corvi, animali totemici del padre, Amleth decide di abbandonare i suoi piani di vendetta e fuggire con Olga di cui ormai è innamorato ma quando scopre che la ragazza è incinta e la sua progenie reale è destinata a continuare, preferisce finire la sua opera di vendetta



Thenorthman


Ispirandosi alle antiche saghe che dovrebbero aver ispirato anche Shakespeare, il regista americano Robert Eggers costruisce un blockbuster intriso di violenza arcaica e vendetta senza redenzione con incursioni nel fantastico. Tematiche che non sono certo innovative e seguono il solco tracciato da Il Trono di Spade: rivendicazioni di regni legittimi in un universo che mescola la più prosaica crudeltà umana alla dimensione fantasy.
L’elemento fantastico in The Northman non è dato da animali o altri esseri mitologici, ma la rappresentazione visiva del mondo spirituale della civiltà vichinga, nate dalla fede (la valchiria che trasporta l’eroe nel Valhalla) poteri paranormali (le visioni riguardanti la progenie futura di Amleth) o l’uso di allucinogeni (il rito iniziatico del giovane Amleth). Paradossalmente l’indagine del mondo spirituale dei norreni, l’elemento “autoriale” che dovrebbe distinguere The Northman dai prodotti tipicamente action, è quello che funziona meno: da una ieraticità simbolica delle scene iniziali, in particolare dell’accoglienza del re Aurvandill o la presenza iconica di Bjork nelle vesti della veggente che richiama Amleth al suo compito di vendetta, si finisce a scene di sapore lisergico fino al deludente viaggio della valchiria, realizzata con una mediocre CG e un volo iniziale che ha lo stesso andamento di quello del drago di Never Ending Story: un’apparente caduta del soggetto volante che poi ricompare in cabrata dal basso dell’inquadratura.
Ho particolarmente sofferto la rappresentazione fantastica perché l’ho trovata stridente, mella sua mediocrità, con il resto del film: i paesaggi sono indubbiamente ammalianti ma anche la dimensione sanguigna, per non dire gore dell’opera è notevole: l’immagine di Amleth prigioniero è molto potente, richiama la pittura espressionista.
Il ritorno alle origini della più nota figura shakespeariana conserva le caratteristiche del pensoso principe di Danimarca descritto dal Bardo? qualcosa si può ritrovare: il dilemma della vendetta, se perseguirla o abbandonarla è declinata in maniera diversa: la complicità della madre con lo zio sconvolge Amleth che si risolve a lasciare l’Islanda con Olga e a ricostruirsi una vita, già imbarcati sulla nave che li porta in salvo, il principe ha la visione sul futuro della sua progenie e decide di portare a termine la sua vendetta, apparentemente è un controsenso ma solo eliminando l’eterno nemico Fjolnir, Amleth può assicurare la salvezza alla sua stirpe.
Notevoli le figure femminili e le loro interpreti: la determinata Olga è interpretata da Anya Taylor-Joy, la famosa Regina degli Schacchi lanciata dal film d’esordio di Eggers, The Witch ma soprattutto Nicole Kidman, inizialmente il suo ruolo pare poco più di un cameo ma lo scontro con il figlio è il momento cruciale del film che fa di Gudrun il personaggio più shakespeariano anche se da Amleto passiamo al livore di Lady Macbeth; l’unica nota stridente è ritrovare nel ruolo di madre e figlio la Kidman e Alexander Skarsgård che avevano già lavorato insieme pochi anni fa nella miniserie di successo Big Little Lies in cui interpretavano una coppia sposata vittima di un amore violento.

Il Trono di Spade stagione 8

Gameofthrones

Solitamente non mi faccio prendere dall’”hype” per film o serie tv prevedendo, con un po’ di logica, che quando le aspettative sono così alte non possono che essere deluse ma stavolta sono stata risucchiata dal vortice per la stagione più attesa della storia della tv, penso dai tempi di Twin Peaks, che ha lasciato scontenti tutti, in primis la sottoscritta che non avendo mai retto gli Stark dalla prima stagione non può certo ritenersi soddisfatta per l’elezione a re dei 6 regni di Bran lo Spezzato e tantomeno per l’indipendenza del Nord sotto il dominio dell’odiosissima Sansa trasformatasi da uccelletto insopportabile per la sua ingenuità a donna manipolatrice come la madre in grado di ottenere quello che vuole alle spalle dell’”amato” fratellastro.
Il destino glorioso di Arya Stark, a cui non va neanche un appellativo per aver ucciso il Night King, si riduce nel corso delle restanti tre puntate facendola girare a vuoto sui luoghi degli eventi più drammatici, accollandole la responsabilità della morte in perfetto stile pompeiano delle due povere donne madre e figlia che aveva intenzione di proteggere, segno che l’eroina della battaglia di Winterfell stava perdendo il glorioso tocco, così alla fine la giovane guerriera parte per terre inesplorate col solo scopo di ammorbarci in futuro con qualche spin-off.
Se tutti i personaggi hanno subito un’evoluzione nel corso delle stagioni, l’unico giuggiolone si conferma Jon Snow sempre fermo al suo malinteso senso di lealtà il cui soggetto però cambia più velocemente di quanto lui comprenda le conseguenze dei suoi gesti.
La morte della mia adorata Daenerys non mi ha sconvolto più di tanto, era un destino ormai così necessario e nelle mani di un unico possibile assassino che alla fine ho trovato quasi romantico lo stile “un bacio e una pugnalata”, a commuovere è la reazione di Drogon che compie l’unica cosa sensata fedele allo spirito della serie: l’unico modo per rompere definitivamente “la ruota” è distruggere il trono e in fondo ha senso che la forza di compiere un gesto così estremo, impossibile alla brama di potere umana, lo compia un animale fantastico che incarna la purezza del progetto originale di Daenerys, ma quanto sarebbe stato glorioso se invece di incendiare la città la Madre dei Draghi avesse distrutto il trono liberando tutti dal suo pesante giogo! Si è preferito invece fare impazzire la protagonista della saga, tra l’altro per un motivo stupido: la causa scatenante è il rifiuto di Jon Snow ma la verità è che una donna sola, senza la protezione di una famiglia -leggi Cersei e Sansa- non ha nessuna possibilità di governare neppure in un fantasy.
Purtroppo le figure femminili che tanto spazio avevano avuto nelle prime stagioni tornano vittime di un sessismo strisciante e se abbiamo avuto momenti in cui la battaglia era tra quattro regine, si mette ben in chiaro che quest’epoca di follia è colpa dell’amore non corrisposto di Robert Baratheon (quindi implicitamente di una donna, Lyanna Stark) e il ritorno alla normalità , addirittura il passaggio verso una monarchia non più ereditaria, può avvenire solo sotto il governo di un uomo e pensandoci bene questo revisionismo è iniziato con le accuse al serial di essere troppo esplicito sessualmente e non rispettare il corpo delle donne, che amara ironia su cui riflettere anche nella realtà.



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Fa veramente incazzare che il povero Drogon, l’unico vero eroe di quest’ultima puntata, rimanga solo e disperato in volo per chissà dove con il corpo di Daenerys tra gli artigli mentre Jon Snow oltre la frontiera ritrova amici e pure l’affetto del metalupo ballerino, nel senso che è comparso e scomparso dalle varie stagioni senza nessuna logica. Ma del resto è logico che il Night King non venga scalfito dal fuoco di Drogon ma ucciso da una singola stilettata di vetro di drago che manda in frantumi anche tutta la sua armata di morti?
Sorvoliamo consolandoci con la fine dignitosa riservata alla migliore vilain della serie: Cersei muore tra le braccia dell’amato Jaime, la linea narrativa dei Lannister è forse la migliore per complessità e finezza psicologica dei tre fratelli, anche se il Folletto, per la cui sorte ho tremato in tutte le stagioni, alla fine diventa quasi antipatico per il suo adattarsi alla realpolitik.



Trono di spade


Il problema di questa ottava stagione è stata ovviamente la brevità che ha reso impossibile capire, addirittura intuire a volte, l’evoluzione dei personaggi: da trasposizione televisiva di un ciclo di romanzi di successo si è trasformata in un book trailer delle future uscite dei volumi mancanti rimandando alla pagina scritta la complessità delle spiegazioni, un passo piuttosto azzardato che dovrà fare i conti con la delusione del grande pubblico che ha imparato a conoscere le Cronache del ghiaccio e del fuoco attraverso la tv: basterà la promessa di un finale diverso, già ventilato in queste ore, per richiamare gli appassionati di GoT?
Stilisticamente Il Trono di Spade si conferma una produzione grandiosa nonostante le sviste delle ultime puntate, vedi il bicchiere Starbucks ma ho davvero apprezzato il montaggio, quando Tyrion bacia la mano di Sansa e poi si alza, lo stacco su Jon che sta affrontando il drago zombie è così perfetto da lasciare interdetti anche alla seconda o terza visione.

I Medici

Imedici

Grande successo di ascolti e sui social per le prime due puntate de I Medici che vede il serial di carattere storico sbarcare su RaiUno, scelta coraggiosa perché il genere ha avuto successo in questo decennio di cavalcata gloriosa delle serie tv per la facilità con cui si mostravano scene di sesso e violenza: ricordiamo sempre Giacobbo spiegare su Raidue perché il pubblico italiano non era pronto per la versione integrale di Roma.
Forse Il trono di Spade, con cui I Medici non disdegna legami quasi metatelevisivi, ha rappresentato il punto di saturazione per le scene di sesso esplicito (nella sesta stagione sono state praticamente abolite con buona pace della Durex che deve aver pagato un botto per la pubblicità pre sigla in cui invitava ad esser “eroi della notte”) fatto sta che il sesso non è stato molto presente ne I Medici anche se la serie si prende anche il merito di aver sdoganato l’omosessualità nel canale più bigotto di mamma rai mostrando due uomini nello stesso letto: i social distratti dall’entusiasmo non hanno notato la censura alla scena di violenza, cioè il taglio decisamente malfatto nella scena in cui Albizzi svuota un sacco probabilmente di teste mozzate davanti al consiglio fiorentino per aver altro denaro per la guerra.

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A parte il sesso e la violenza, le serie storiche hanno il merito di affascinare lo spettatore con la ricostruzione piuttosto fedele dell’epoca salvo poi fare qualche errore macroscopico, soprattutto di carattere architettonico, secondo me sotto sotto voluto per compiacere lo spettatore un po’ più colto che presta particolare attenzione a questi dettagli.
La peculiarità de I Medici rispetto agli altri serial del genere è l’uso del flashback, solitamente il serial storico segue una trama lineare mentre questa serie di apre con la morte di Giovanni de’ Medici, interpretato da Dustin Hoffman che comunque continua ad aleggiare sul destino dei figli, destino da lui stesso forgiato come dimostrato i significativi salti nel passato.
Un’altra caratteristica che mi pare di aver notato, forse suggestionata dal momento storico che stiamo vivendo, è la lettura politica della trama: quella sorta di “new deal ante litteram” legato alla cupola sembra voler dire qualcosa a questa Italia che stenta a ripartire.

Amleto

Amleto

Sabato 23 aprile ricorrerranno i quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare e tra i molti eventi che accompagnano all’anniversario si segnalava la programmazione della Nexo Digital che per due giorni, il 19 e il 20 aprile, ha portato in sala L’Amleto interpretato da Benedict Cumberbatch, una produzione National Theatre al Barbican di Londra.
La versione diretta da Lyndsey Turner trasporta la malinconia del principe di Danimarca nel presente, o meglio in un pastiche temporale del XX secolo e la scelta di aprire la scena su Amleto che ascolta Nature Boy, il cui testo è certamente adatto alla personalità del protagonista, fa subito pensare a Moulin Rouge! di Baz Lurhmann, predisponendo lo spettatore ad essere trasportato in un mondo i cui riferimenti storici sono poco coerenti tra loro. Anche la scenografia, cosa per altro abbastanza abituale, si trasforma con pochi tocchi di luce nei vari ambienti del castello di Elsinore, e anche negli esterni. Resta notevole l’idea di cospargere di melma tutto il palco nel secondo tempo: a parte l’utilità per le scene della sepoltura di Ofelia, il castello così lordato è la più manifesta rappresentazione della tragedia incombente che porterà alla tomba tutti i personaggi.
L’interesse della rappresentazione, dal vivo o in sala, è legata ovviamente alla scelta del protagonista, la star Benedict Cumberbatch la cui fama è legata soprattutto alla serie Sherlock ma anche alla partecipazione a film di successo (The Imitation Game, gli è valsa la nomination agli Oscar) e ben presto sarà un eroe Marvel nei panni del Doctor Strange.
Che al fascino Cumberbatch unisca ottime doti attoriali, non è una novità e il suo Amleto è molto fisico, è praticamente in scena per le tre ore dello spettacolo. Il suo non è il pallido principe incapace ad agire, piuttosto una persona che si trova di fronte a un delitto estremamente esecrabile di cui ha bisogno le prove prima di agire e più dedito a ricercare il momento ideale per la vendetta che a rifuggirla.

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Il cast è comunque notevole, su tutti spicca Siân Brooke nel ruolo di Ofelia ma incute inquietudine e timore anche il Claudio di Ciaran Hinds, altro attore britannico che conosciamo grazie a film e serie tv come Roma dove interpretava Giulio Cesare o Il Trono di Spade.
Il giudizio sulla proiezione, la prima di questo tipo a cui assisto, è molto positiva, se proprio devo muovere una critica ho trovato i sottotitoli in italiano piuttosto desueti mentre quel (poco) che riuscivo a capire dell’inglese seicentesco del Bardo aveva una sua attualità, l’aulica traduzione ottocentesca appesantiva e stonava un po’ con l’intera atmosfera moderna.

Dracula Untold

DraculaUntoldloc Usa 2014 Universal
Luke Evans, Dominic Cooper, Sarah Gadon, Charles Dance
regia di Gary Shore

Alla metà del XV secolo la Transilvania è un protettorato dell’impero ottomano, governata dal principe Vlad. Quando il sultano richiede mille ragazzini per rimpinguare i suoi Giannizzeri, Vlad, che nell’adolescenza è stato un miliziano per i turchi, si rifiuta di pagare il tributo e per cercare di sconfiggere lo sterminato esercito turco non esita a chiedere aiuto a una mostruosa presenza che abita sulla montagna..

Pensavo che dietro il richiamo storico alla figura di storica di Vlad Tepes l’impalatore si celasse una retorica contro l’Islam e l’Oriente invece il film procede in una direzione completamente diversa diventando il primo crossover tra il genere fantasy e quello dei supereroi. Dal fantasy arrivano il cotè pseudo storico, le battaglie e soprattutto i protagonisti: Luke Evans che nella trilogia de Lo Hobbit era Bard di Pontelagolungo e Charles Dance caratterista che ha raggiunto al notorietà con Il trono di Spade dove interpretava Tywin Lannister, il padre senza scrupoli ucciso da Tyrion il folletto.
Dal mondo dei supereroi proviene l’immancabile scena dove il protagonista si barcamena cercando di padroneggiare i poteri appena acquisiti, il costume che in questo caso è l’armatura con le insegne dei Dracul e soprattutto il senso di responsabilità verso gli altri e l’impegno spinto oltre misura per mantenere le promesse fatte.
La commistione tra generi funziona e il film è godibilissimo, molto curato nei dettagli, scenografie e costumi, fantasioso negli effetti e soprattutto con una citazione molto alta, l’incontro tra Vlad e il Maestro Vampiro si ispira niente meno che a Il settimo sigillo: mentre il vampiro originario ringiovanisce passando i poteri a Vlad si nota che il suo look è chiaramente ispirato a quello della Morte nella pellicola di Bergman e anche la contrattazione tra il non morto e il principe transilvano richiama i dialoghi del film.

Draculauntold

Finale più che aperto, vero e proprio cliffhanger per un sequel che pare sia già in lavorazione almeno a livello di scrittura per quello che negli intenti del regista dovrebbe essere il secondo capitolo di una trilogia.

Pixels

Nel 1982 in una capsula della Nasa lanciata nello spazio per entrare in contatto con gli extraterrestri, vengono inviate anche le finali di una gara nazionale di videogiochi, trentatrè anni dopo una civiltà aliena risponde al messaggio che ha completamente frainteso: crede che la VHS dei videogiochi sia un ultimatum di guerra e risponde aggredendo la Terra con la riproduzione letale dei più celebri videogiochi e solo le vecchie glorie dell’Arcade potranno salvare il pianeta.

Pixels

Prendendo spunto da un corto francese del 2010 Adam Sandler produce ed interpreta questa divertente commedia di pura evasione dal sapore fortemente nostalgico. Personalmente non amo Sandler ma lo spunto della trama mi sembrava interessante e la presenza di Peter Dinklage un buon incentivo per vedere la pellicola che non mi ha per nulla deluso. Per inciso oltre alla presenza del Folletto Tyrion Lannister, Il trono di Spade mette in campo un altro attore: Sean Bean, Eddard Stark nel ruolo del comandante delle forze speciali inglesi.
Come già detto Pixels è una commedia leggera con poche pretese se non quelle di far divertire, cosa in cui riesce piuttosto bene: sono gustose anche le schermaglie amorose tra il nerd fallito Sam Brenner e l’ufficiale Violet Van Patten.
Molto pepata è la scena in cui il Presidente degli Stati Uniti (amico d’infanzia di Brenner) dimostra di non saper leggere durante una visita a una scolaresca ricostruendo molto fedelmente l’attività in cui era impegnato il presidente Bush durante l’attacco dell’11 settembre.
Ottima la ricostruzione dei primi anni ’80: non casuale la scelta dell’anno, il 1982 di E.T. e di Tron (nel finale i protagonisti “entrano” a loro volta nel videogioco) mentre l’imprescindibile Star Wars viene citato al contrario: Tohru Iwatani (che interpreta se stesso) cerca di stabilire un contatto con Pac-Man  ricordandogli di essere suo padre ma per tutta risposta la palla gialla gli divora una mano rovesciando il rapporto Luke Skywalker / Darth Fener sulla celebre battuta.
Forse il limite più grande del film è proprio quello di lavorare su elementi così caratteristici di un dato periodo storico: se i quaranta/cinquantenni trovano esilarante il modo di comunicare scelto dagli alieni, utilizzando spezzoni di personaggi e telefilm in voga in quel periodo dalla Madonna di Like a Vergin a Fantasilandia, le generazioni più giovani probabilmente faticano a riconoscere e ad identificarsi con un mood anni ’80 così dettagliato.

Il sesso nelle serie tv (fino all’obbrobrio di Outlander)

Cesareborgia Sono passati “solo” 9 anni da quando Roma, tipico period drama della HBO approdava su Rai2 e Giacobbo giustificava il perché e il per come certe scene forti fossero state rigirate per la televisione italiana, qualche anno dopo su Canale5 sbarcarono I Tudors e non ci fu più nessuna remora nel mostrare le disinibite avventure sessuali di Enrico VIII, almeno fino a Il Trono di Spade per cui si è formato un movimento d’opinione, soprattutto in America per l’uso piuttosto forte fatto del corpo femminile: molte scene di sesso e violenza hanno solo un valore di contorno e lo stupro di Samsa da parte di Ramsay Bolton (per altro non inquadrato ma solo suggerito) nei romanzi di George R. R. Martin non è presente. Personalmente ho avuto l’impressione che l’uso del sesso sia diminuito in quest’ultima stagione di GoT ma non sono mai stata particolarmente infastidita dalle scene esplicite delle serie citate o in quelle de I Borgia o anche Deadwood: mi sono sempre parse molto contestualizzate, racconti di un passato storico fatto di soprusi e ovvie collusioni sesso potere ancora presenti nell’epoca contemporanea.
Ho trovato invece infelice l’uso del sesso in Outlander, serie di grande successo che narra le avventure di un’infermiera della seconda guerra mondiale che toccando la pietra di un cerchio magico si ritrova catapultata nella Scozia del XVIII secolo tra mille (dis)avventure e l’incontro con il grande amore. La nostra eroina si ritrova sempre sull’orlo dello stupro, salvata all’ultimo minuto il più delle volte dal suo aitante Jamie Fraser e per quanto due o tre puntate di seguito si siano chiuse sulle sue gonne alzate con un certo fremito di noia da parte mia, ci potevo ancora stare, anzi quando era divisa tra l’amore per Jamie e il marito del XX secolo, avevo scomodato addirittura un parallelo con la serie di Angelica dove l’indomita eroina la dava praticamente a tutti pur di ritrovare il suo grande amore, il Conte di Peyrac.
Outlander Nelle ultime due puntate però Outlander è completamente sfuggito di mano ai suoi autori (non so quanto siano fedeli ai romanzi che credo non leggerò mai) Claire passa in secondo piano e il vero oggetto delle perverse attenzioni sessuali del perfido “Black Jack” Randall si scopre essere il povero Jamie, a cui vengono inflitte ogni sorta di torture: due mazzate (non martellate ma mazzate) su una mano che poi verrà pure inchiodata al tavolo e nel mezzo di queste schifezze gratuite il buon Randall pretende pure che il ragazzo si goda le gioie del sesso invece di subirle! Per quanto le scene di sesso avessero un tono molto patinato da film ammiccante anni ’80 il mio pensiero andava solo a quella povera mano martoriata e all’ambientazione perché nonostante la profusioni di raffinati chiaroscuri di luce, la notte d’amore (???) avviene sempre in una lercia cella di prigione con dei topi di fogna di mezzo metro che si smangiucchiavano l’aiutante di Randall ammazzato da Fraser e gettato in un angolo e se il richiamo voleva esser barocco direi che è fallito completamente, pare che invece i più apprezzino la composizione da Pietà (qualcuno scomoda addirittura Michelangelo!) della scena in foto.
Nelle ultime due puntate di Outlander, a parte l’incazzatura di un improvviso cambio di storyline (io pensavo che Claire tornasse nel suo tempo e Jamie la seguisse, del resto è lui l’uomo dell’identikit accusato di averla rapita a inizio stagione) mi è toccato sopportare il continuo altalenarsi di fastidio per la violenza troppo esplicita e inutile ai fini della vicenda e di risate per il ridicolo involontario in cui spesso scadeva questo eccesso. Ciliegina sulla torta la chiusa in cui il povero Jamie confessa di voler morire per aver provato piacere durante l’amplesso e lieto fine posticcio con Claire che si scopre incinta pur avendo sempre pensato di essere sterile, quindi si ribadisce l’inutilità delle scene di cui sopra perché non servono neppure a sdoganare l’omosessualità anzi il machismo latente è disgustoso: guarda che fine fa un uomo buono e comprensivo anche sessualmente con la compagna, meno male che alla fine la mette incinta!
Outlander sembra essere il frutto della tendenza sado maso sdoganata da 50 sfumature di grigio, che a quanto pare può provocare più danni di quanti si potesse immaginare, fosse solo in fatto di buon gusto. Io sbadiglio e continuo ad aspettare che il sesso venga raccontato solo come manifestazione gioiosa della vita, cosa che in Outlander c’è stata, senza poi doverla scontare con le pene dell’inferno, soprattutto per gli spettatori.

Il trono di Spade stagione 5

GoT5 Passata anche la decima puntata nella versione doppiata, posso esprimere un mio parere sulla quinta stagione di GoT che è stata la migliore, anche se l’inizio temevo che i siparietti comici tra Jamie Lannister e Bronn fossero un primo segnale di svaccamento della serie invece il distacco dalla saga letteraria di George R. R. Martin ha dato nuova vitalità al prodotto televisivo, che si è concentrato solo su alcuni personaggi: la vicenda di Bran Stark è stata accantonata (solo per ora? ci sarà una spiegazione che giustifichi i naturali profondi cambiamenti fisici che avvengono in un ragazzino nel giro di due anni?)
Di certo al centro della stagione è stata la famiglia, dal prologo della giovane Cersei che va ad interrogare una veggente sul suo futuro, al finale bacio velenoso di Ellaria Sand che uccide Mircella. In mezzo abbiamo visto Daenerys trascurare il suo ruolo di Madre dei Draghi abbandonando nelle segrete di Meereen Rhaegal e Viseryon, mentre Drogon in fuga tornerà per salvarla alla nona puntata e, ferito (e io sto in ansia più per lui che per un eventuale ritorno di Jon Snow) riportarla al punto di partenza con l’incontro di una nuova orda di Dothraki.
Drogon All’ambito famigliare si può ascrivere anche il rapporto dell’ultima dei Targaryen e Jorah Mormont, allontanato per tradimento e disposto a tutto per riconquistare la fiducia della sua regina, iniziando dalla consegna del Folletto che in questa serie sconta il parricidio con cui si era chiusa la quarta stagione ed è l’unico che nel finale si trova (apparentemente, ormai lo sappiamo bene) in una condizione di forza.
Il momento più tragico è il sacrificio di Shireen Baratheon da parte del padre: per quanto la figura della principessina sia sempre stata amabile, bisogna ammettere che Stannis sa scontare con dignità l’ubrys in cui è caduto per colpa della Dama Rossa. Forse il suo ultimo dialogo con la figlia è anche uno degli snodi per comprendere l’intera stagione quando le dice che accettare il proprio destino equivale a una scelta.
Walkofshame E il destino in questa stagione ha riservato colpi bassi a tutti, sia chi ha accettato, con dignità o meno la propria sorte: il potere religioso che Cersei ha proveduto a creare e che dovrà scontare in prima persona (non capisco come non si possa amare quel personaggio, c’é più dignità in ogni suo singolo passo nel Cammino della Vergogna che nella storyline di interi personaggi, leggi Sansa sfigata Stark) o l’inaspettato destino di Jon Snow, unica morte (?) di uno dei protagonisti che pure rappresentava un esempio di drittura morale, oppure la ribellione al destino scelto in nome della vendetta come decide di fare Arya Stark il cui personaggio fin dall’inizio mi ha ricordato Kill Bill per la sua lista e l’omicidio di Meryn Trant riprende il segmento a cartoni dell’infanzia di O-ren Ishii del Vol. I. Comunque, mai che si insista un po’ sulla morte violenta dei perfidi ne Il trono di Spade: temo che il trapasso di Ramsay Bolton sarà ancora più insoddisfacente di quello di Joffrey! Invece per aver ceduto alla propria giusta sete di vendetta, Arya paga il caro prezzo della cecità: ma del resto è questo che fa grande il racconto tragico, ispirato al caso che nella realtà domina gli uomini con capriccio, infischiandosene di ciò che è giusto o ingiusto.

La Badessa di Castro

Labadessadicastro Italia 1974
con Barbara Bouchet, Pier Paolo Capponi, Evelyn Stewart, Luciana Turina
regia di Armando Crispino

Il vescovo di Castro, Francesco Cittadini cerca di sedurre l’altera Badessa di Castro che gli resiste in nome dell’amore che porta ancora per il defunto Giulio Branciforti, perito dieci anni prima cercando di farla fuggire, quando era educanda, dal convento che ora governa dopo che la ricca famiglia a cui appartiene, i Campireali, le ha comprato il titolo di Badessa per tacitare lo scandalo.
Dopo mille scaramucce nasce l’amore tra Francesco Cittadini ed Elena Campireali ma suor Margherita, infatuata del Vescovo e da sempre aversa a Elena per averle rubato il titolo di Badessa, racconta all’Inquisizione che la Superiora è rimasta incinta. La madre di Elena cerca in ogni modo di salvare la figlia dalle torture ma l’improvviso ritorno di Branciforti porta la Badessa a pugnalarsi per non esser stata fedele al suo primo amore.

Altro capitolo nella sperimentazione dei generi del B movie di Armando Crispino, che con l’eleganza della sua messa in scena costruisce un melò storico ben diverso dalle pellicole boccaccesche che imperavano nel cinema italiano degli anni’70.
La trama del film si ispira all’omonimo racconto di Stendhal, come recita anche la didascalia nei titoli di testa.
Colpisce la sequenza iniziale dove il vescovo Cittadini si avvicina a Castro attraversando lande devastate dalla miseria, una scena assolata che ha più il sapore degli spaghetti western quando narrano la disperazione dei peones messicani.
Si presume quindi che la badessa di Castro sia un personaggio crudele e rappresentante di quel clero esoso che Crispino stigmatizza nella pellicola, si scoprirà poi che la desolazione è dovuta a una gravissima siccità e allo stesso modo si scopre l’integrità morale di Elena Campireali che nel finale arriverà appunto a suicidarsi per esser venuta meno al suo primo amore, che pure le avevano fatto credere morto.

Bouchet La figura della Badessa è estremamente moderna: memore di esser stata monacata contro la propria volontà, perdona la novizia (un’irriconoscibile Mara Venier) che si è innamorata del suo confessore e prima di farli fuggire dal convento ormai nelle mire dell’Inquisizione li sposa, non ritenendo il ruolo di una Badessa inferiore a quella di un prelato maschio.
Altra sequenza interessante per la valenza di studio del folclore è l’arrivo del serparo con il girotondo delle suore attorno al falò dove vengono bruciate le serpi per scacciare il Maligno; anche i costumi sono molto fedeli all’epoca in cui è ambientata la vicenda , il XVI secolo.
Non mancano momenti di voyerismo che si limitano a qualche nudo integrale della Bouchet e a una scena forse oggi discutibile in cui la protagonista col il cilicio incrociato sui seni sanguinanti si appoggia a un’immagine religiosa. La sessualità mostrata da Crispino è intrisa di Eros e Thanatos, concetto del tutto assente dalle commedie goderecce italiane, e il regista la esaspera a tal punto da sovrapporre il volto di Elena con il teschio mummificato della Beata Gertrude nella cui cripta i due amanti si sono dati convegno.
Nell’insieme un film più che convincente anche se alcuni snodi appesantiscono un po’ la trama, giustificati forse dalla morte improvvisa del produttore Gino Mordini che mise in serio pericolo la realizzazione della pellicola.
Convinta di trovarmi davanti a un trashissimo film nunsploitation io sono rimasta piacevolmente spiazzata trovando atmosfere più simili a L’amaro Caso della Baronessa di Carini (dove si spogliava anche Janet Agren) e niente di più scandaloso di quanto passi nelle serie tv contemporanee come I Borgia o Il Trono di Spade.

Jimmy Bobo – Bullet to the head

A una coppia di sicari viene commissionata una rapina ai danni di un ex poliziotto corrotto ma il colpo va male e la vittima viene uccisa. Nella stessa notte uno dei due sicari viene accoltellato e al suo compare non resterà che allearsi contro voglia con lo sbirro incaricato delle indagini per vendicare la morte dell’amico.

JimmyBobo

Walter Hill torna a dirigere per il grande schermo dopo oltre un decennio di assenza e firma un noir stringato e nervoso tratto da un fumetto francese che viene presentato come il ritorno all’action anni ’80. Hill ha però masticato con perizia gli ultimi vent’anni di cinema d’azione soprattutto asiatico: il detective Kwon sarà anche un omaggio alla minoranza asiatica ormai presente in molti serial da Dexter a The mentalist ma il volo della sua camicia nello scontro nella centrale elettrica allude a ben determinato stile cinematografico orientale. In questo impianto Hill inserisce Sylvester Stallone nei panni ironici di un vecchio sicario disegnato con l’accetta (questo sì in pieno stile anni ‘80) un sopravvissuto che non ha intenzione di arretrare di un passo e che che guarda con distacco il suo nuovo forzato collega dipendente dal suo BlackBerry da cui riceve tutte le informazioni mentre Jimmy Bobo ha ancora un vecchio StarTac che serve esclusivamente a telefonare. E’ ovvio che il senso del dialogo va ben oltre quello della telefonia.
JimmyboboSe il rapporto tra Jimmy Bobo e il suo collega riprende il divertente cliché della strana coppia, altrettanto interessante è il rapporto tra Stallone e il suo antagonista, il magnifico Khal Drogo Jason Momoa: il loro combattimento con le asce ha quasi il sapore di un passaggio di consegne tra il re dell’action anni ‘80 e il nuovo dio dell’action fantasy (oltre che protagonista della prima stagione de Il trono di spade Momoa è stato anche l’ultimo Conan).
Film divertente dalla regia asciutta ma di classe con alla base un tema scottane come quello della speculazione edilizia in una città da ricostruire come New Orleans, che Hill rappresenta (e non per la prima volta) cupa e pericolosa dai nuovi quartieri residenziali alle catapecchie tra i meandri del Mississippi passando dal fascinoso Quartiere Francese.