I promessi sposi – Il Trio

IpromessisposiItalia 1990 RAI
interpretato e diretto da Tullio Solenghi, Anna Marchesini, Massimo Lopez

RaiPremium ricorda la scomparsa di Anna Marchesini, avvenuta ieri mattina, trasmettendo tra ieri e oggi, le cinque puntate dello sceneggiato Rai che confermò il grandissimo successo del Trio Lopez Marchesini Solenghi.
Io l’avevo visto solo a frammenti e ieri l’ho recuperato con grande piacere trovando una produzione che non è invecchiata, capace di far ridere e sorridere più dei programmi comici attuali.
I promessi sposi del Trio resta un unicum: almeno io non ricordo altri sceneggiati o serie tv che siano delle vere e proprie parodie, il programma segue il solco della tradizione delle parodie del Quartetto Cetra nella Biblioteca di Studio Uno, che però esauriva in un singolo episodio il rifacimento scherzoso di un classico della letteratura e nella sigla finale quando Renzo e Lucia si schivano correndosi incontro sulla spiaggia vedo una citazione dei varietà di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.
AnnamarchesiniluciaIspirazione al varietà che viene quindi portata in un genere televisivo diverso lo sceneggiato, di cui si utilizzano, sbeffegiandoli, tutti gli stilemi: la voce off, il riassunto delle puntate precedenti, la sigla.
Resta comunque una produzione prestigiosa come si vede dagli esterni: il borgo di Lucia è ambientato nel Ricetto di Candelo (BL), il convento della Monaca di Monza sfrutta la facciata dell’abbazia di Rivalta Scrivia (AL).
Ma nel 1990 lo sceneggiato è già in declino e allora il Trio ne fa una versione postmoderna con un’iniezione di telenovelas, soap opera, citazioni di spot pubblicitari (silenzio parla Agnese), elezioni di Miss e premi presentati da Daniele Piombi, produzioni di reti private realizzate con mezzi di fortuna (la telecamera fuori fuoco e/o fuori campo del pranzo tra Don Rodrigo e il Griso), la parodia dei guasti al telegiornale con la telefonata in regia: lo sceneggiato diventa il contenitore per esercitare una critica divertente a una televisione che sta cambiando.
Satira televisiva e satira di costume aggiornando agli anni ’90 la storia dei due protagonisti; Renzo che gira con l’autoradio in mano, Lucia/Cenerentola che va al ballo sull’Ape, però i punti salienti dell’opera, cito solo l’Addio ai monti, non vengono snaturati anche se l’opera del Manzoni sembri quasi una scusa per dar vita alle follie surreali del Trio che entrano ed escono dal contesto letterario a loro piacere giocando con le fiabe e le citazioni filmiche; in fondo la foca monaca di Lopez non è poi in fondo troppo diversa dal cangurotto che lo stesso comico avrebbe fatto a Buona Domenica con Costanzo, ma se nel contesto del bizzarro convento di Monza risulta esilarante come trovata estrema, la reiterazione domenicale senza nessuna cornice assume un tono noioso e triste.
Purtroppo la comicità televisiva in questo quarto di secolo ha seguito solo quella via decontestualizzata perché bisognava abbattere i costi, perché il pubblico (o chi per lui) non voleva riferimenti alti, perché fino ai primi anni 2000 funzionava la satira politica che oggi resiste solo in Crozza, così il pubblico è stato abituato al tormentone, al facile gioco di parole perdendo un patrimonio di cultura anche comica.

Brigadoon

USA 1954 MGM
con Gene Kelly, Cyd Charisse, Van Johnson
regia di Vincente Minnelli

Brigadoon

Due newyorkesi a caccia in Scozia si perdono nelle Highlands e finiscono in un paesino non segnato dalle mappe dove si sta svolgendo un matrimonio, è la mitica Brigadoon che si risveglia ogni cento anni per sfuggire ai mali del mondo.
Tommy si innamora a prima vista di Viola e vorrebbe restare con lei nel luogo incantato ma non ha il coraggio di lasciare la sua vita, ma tornato a New York scopre di non poter più dimenticare l’amata..

Brigadoon1954

Dopo La voce nella tempesta, Brigadoon è il film a cui sono più legata dall’infanzia, per cui le critiche che non lo considerano uno dei capolavori di Vincente Minnelli mi tangono poco, resta sempre la fascinazione di un idillio fantastico che ha stimolato la mia fantasia di bambina.
Indubbiamente la scenografia ricostruita in studio è palesamente falsa: il ponte che segna uno dei confini di Brigadoon sembra un ponticello da presepio e negli anni ’70 Brigadoon era un classico natalizio della tv che non doveva per forza riempire 24 ore di palinsesto.
Costumebrigadoon L’interagire dei personaggi in una scenografia così fasulla (che pure fu nominata agli oscar) sottolinea il lato magico della vicenda: tutta la trama di Brigadoon è poco credibile, a maggior ragione l’happy end notturno (che adoro) eppure il film continua ad appassionare da oltre sessant’anni: la sospensione della realtà è tale che paradossalmente coinvolge spiriti solitamente cinici davanti a vicende sentimentali anche di maggior spessore, come accade alla sottoscritta.
So anche delle critiche ai numeri di ballo, personalmente non amo molto i musical ma di Brigadoon amo molto anche questo aspetto, divertita dal gioco sul folclore scozzese di I’ll Go Home with Bonnie Jean dove il ballo scozzese diventa un tip tap e la sequenza de La caccia (The Chase), l’inseguimento dell’amante respinto che vuole lasciare Brigadoon ponendo fine al suo miracolo, resta un caposaldo del musical.
Indiscutibile la bellezza dei costumi, coi colori ultravivaci che caratterizzano i musical di Minnelli: soprattutto l’abito giallo di Viola (in originale Fiona) sembra una rivisitazione di un costume settecentesco in chiave New Look di Dior.

Anna Karenina

AnnakareninaUSA 1935 MGM
con Greta Garbo, Fredric March, Basil Rathbone, Freddie Bartholomew, Maureen O’Sullivan
regia di Clarence Brown

Il conte Vronsky è a Mosca in licenza e andando a prendere sua madre alla stazione, incontra Anna Karenina. Sarà amore a prima vista anche se la donna cerca di rifuggire il sentimento perché sposata e con un figlio. Quando la passione divampa, la coppia è sulla bocca di tutti e Karenin chiede alla moglie di rinunciare all’amante in nome del decoro. Vronsky e Anna fuggono in Europa e la vendetta di Karenin sarà terribile: far credere al figlio che la madre sia morta. Ormai sola Anna Karenina si accorge che anche Vronski si sta allontanando da lei e non le resta che il suicidio..

La versione cinematografica di Anna Karenina con Greta Garbo è di certo la più famosa anche se molti temi del romanzo di Tolstoj vengono tralasciati: la cognata Kitty figura solo come la fanciulla innamorata di Vronsky che rischia di perdere il vero amore di Yashvin, mentre Dolly rappresenta l’alter ego di Anna: la buona moglie costretta a perdonare le intemperanze del donnaiolo Stiva, il fratello di Anna che sul finale non esita a fare un’ipocrita ramanzina alla sorella perduta.

Karenin

 

Anna è una madre amorevole che riversa sul figlio le delusioni di un matrimonio infelice con Karenin, arido uomo di stato che pensa solo alle convenienze sociali. Ad interpretarlo un gelido Basil Rathbone, che prima di diventare Sherlock Holmes inanellò una lunga serie di vilain, tra cui l’insensibile Karenin.
AnnaKareninaaperturaVronsky incarna il perfetto modello maschile e Frederic March è quasi irriconoscibile per l’aspetto ultravirile del soldato valoroso, ottimo compagno di bevute: è l’unico che esce vincitore dalla gara di vodka della delirante apertura iniziale del film su un fastoso banchetto degli ufficiali russi. Non si disamora di Anna anche se la madre cerca di presentargli un buon partito da sposare ma sente la mancanza dell’azione militare e decide di partire per la guerra senza comunicarlo alla donna che per lui ha abbandonato tutto, anche l’adorato figlio.
In questo mondo schiavo delle convenzioni si muove l’Anna Karenina della Garbo: la diva appare in uno sbuffo di vapore mentre scende dal treno (tutta la scena iniziale dell’incontro alla stazione ha rimandi al tragico epilogo finale). Il suo volto è inespressivo, la maschera glaciale di una donna conscia della propria posizione, convinta di non poter avere altro dalla vita. Nel corso del film la Garbo sa rendere tutte le passioni che sconvolgono Anna: l’amore, la gelosia, la rassegnazione che la porta al suicidio.
Non era la prima volta che la diva svedese portava l’eroina di Tolstoj su grande schermo, era già stata protagonista della versione muta del 1927, Love diretta da Edmund Goulding.
Il film del ’35 fu presentato alla terza edizione della Mostra di Venezia vincendo la Coppa Mussolini per il miglior film straniero.
Dopo questa versione si contano altre cinque versioni cinematografiche del romanzo a partire da quella del 1948 che ha per protagonista Vivien Leigh fino all’ultima del 2012 che vede una magrissima Keira Knightley vestire i panni di colei a cui Tolstoj dedica una descrizione del braccio paffuto, quindi non doveva essere esattamente una silfide.
Ci sono anche cinque versioni mute prima della versione del ’27 con la Garbo.

La calda notte dell’ispettore Tibbs

CaldanotteispettoreTibbs

In the Heat of the Night
USA 1967
con Rod Steiger, Sidney Poitier, Warren Oates, Lee Grant
regia di Norman Jewison

L’ispettore Virgil Tibbs, esperto della omicidi di Filadelfia, si ritrova ad aspettare la coincidenza di un treno a Sparta, una sonnacchiosa cittadina del Mississippi. In quelle poche ore di permanenza in stazione, viene commesso un omicidio e Tibbs è subito sospettato come un nero vagabondo. Fatta valere la sua qualifica, Tibbs è costretto controvoglia ad indagare sull’omicidio e a fermarsi qualche giorno a Sparta: il soggiorno nella cittadina profondamente razzista non sarà per nulla facile..

In questa tragica estate che vede il razzismo rialzare prepotentemente la testa in America (ma non solo) le scene iniziali de La calda notte dell’ispettore Tibbs si rivelano tristemente attuali ricordando come una persona di colore sia automaticamente sospettata e come le convenga tacere e subire le imposizioni della polizia: Tibbs non apre bocca fino a quando non si trova nell’ufficio dello sceriffo Gillespie e può dimostrare le sue generalità.
A quasi cinquant’anni dall’uscita il film si rivela ancora un thriller corposo che si tiene stretta l’attenzione dello spettatore, trasmettendogli una sensazione soffocante come il caldo delle notti dell’America più profonda.
Nel 1968 La calda notte dell’ispettore Tibbs fece incetta di Oscar vincendo cinque statuette, la più meritata è quella andata a Rod Steiger per il ruolo dello sceriffo Gillespie, un razzista che nel corso della pellicola scende a patti con la sua coscienza e alla fine diventa amico di Tibbs.

Inheatofnight

Ottima la caratterizzazione dell’attore sempre intento a masticare nervosamente una gomma americana. La naturalezza di Steiger fa risaltare la tensione di Tibbs, prima irritato verso i soprusi subiti poi sulla difensiva perché preso di mira dai giovinastri del paese. Gli scontri sono rappresentati quasi come fossero balletti, ma del resto tra i più grandi successi di Jewinson si annoverano anche due musical: Jesus Christ Super Star e Il violinista sul tetto.
Di grande importanza anche la colonna sonora firmata da Quincy Jones: ritmati rock e blues a sottolineare che, almeno a livello musicale, aveva già vinto la contaminazione black.
Il film ebbe due seguiti sul grande schermo Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs nel 1970 e L’organizzazione sfida l’ispettore Tibbs nel ’71, entrambi interpretati da Sidney Poitier, diversamente dalla serie televisiva L’ispettore Tibbs trasmessa in America tra il 1988/1995.

Vincent Sherman

Vincentsherman

Il 16 luglio 1906 nasce a Vienna in Georgia Abraham Orovitz, diventato noto come regista con il nome di Vincent Sherman.
Dopo la laurea il giovane è deciso a fare l’attore e prima sbarca a New York dove cambia il nome e si dedica alla recitazione teatrale e proprio la piece teatrale Counsellor at Law in cui recita accanto a John Barrymore, gli apre le porte di Hollywood infatti dal dramma nel 1933 viene tratto il film Ritorno alla vita diretto da William Wyler e il giovane attore viene confermato anche per la versione cinematografica, ma fare carriera come attore non è cosa facile, Vincent Sherman ripiega allora sul suo talento di abile sceneggiatore che lo fa assumere alla Warner Bros nel 1937.
Il primo film che gira nel 1939 è un B movie, Il ritorno del dottor X ma il protagonista è destinato a chiara fama: Humphrey Bogart, in questa pellicola il futuro divo è una sorta di zombie/vampiro: è risvegliato dalla tomba grazie al sangue sintetizzato in modo tale da ridargli la vita.


RitornodelDottorX

Seguono altri film di serie B tra cui va ricordato Sesta colonna del 1941 che ha sempre per protagonista Bogart nei panni di un delinquente che, cercando gli assassini di un suo amico, scopre una banda di spie naziste.
Il salto di qualità avviene nel 1943 quando Vincent Sherman dirige Bette Davis e Miriam Hopskins in L’amica (titolo originale Old Acquaintance) il film narra il complicato rapporto d’amicizia tra due donne, tra rivalità sentimentali e lavorative: entrambe sono scrittrici. L’amica ebbe un remake nel 1981, Ricche e Famose, l’ultimo film diretto da George Cukor.
L’anno seguente Sherman dirige ancora Bette Davis in La signora Skeffington storia di una donna bellissima che si sposa per interesse, solo quando sente avvicinarsi la vecchiaia e la solitudine comprende l’affetto del marito. Sia La Davis che Claude Rains vengono nominati agli Oscar per questo film.

Skeffington Prentiss

Del 1947 è il tragico melò Smarrimento che ha per protagonista Ann Sheridan nei panni di Nora Prentiss, una cantante di night per cui un integerrimo dottore è deciso a lasciare la moglie. Per non chiedere il divorzio il dottor Talbot fa passare il cadavere di un paziente per il suo; quando ormai è convinto di poter iniziare una nuova vita viene arrestato come l’assassino del presunto Talbot.
Sempre nel ’47 Ann Sheridan è protagonista di Le donne erano sole un remake non dichiarato di Ombre malesi girato da Bette Davis nel 1940.
Nel 1948 Sherman abbandona momentaneamente i women movies per dedicarsi a Le avventure di Don Giovanni con Errol Flynn, il film riceve due nomination per le scenografie e vince l’Oscar per i migliori costumi nel 1950.
Dopo il mediocre Cuore solitario del 1949, inizia una collaborazione con Joan Crawford: nel 1950 la dirige in Sola con il suo rimorso e ne I Dannati non piangono, i film non sono eccelsi ma confermano la fama di Sherman di regista delle donne, forse non dovuta solo al soggetto dei suoi film ma anche alle liason che il regista intraprese con le sue protagoniste: nella sua autobiografia Studio Affairs il regista confessa il legame di tre anni con la Crawford e una relazione con Bette Davis ai tempi della loro collaborazione cinematografica. Instaura un legame sentimentale anche con Rita Hayworth quando la dirige nel 1952 in Trinidad.

Hayworthsherman

Dopo questa pellicola la carriera del regista subisce uno stopo di cinque anni: siamo nel pieno del maccartismo e Sherman viene allontanato per sospette simpatie comuniste, non finisce nella lista nera di Hollywood ma si ferma alla grigia.
Riprende a lavorare nel 1956 supervisionando un film italiano Difendo il mio amore, poi nel ’57 sostituisce Robert Aldrich nelle riprese finali de La Giungla della 7° strada. Sherman gira ancora qualche film tra cui ricordiamo I segreti di Filadelfia con Paul Newman onesto avvocato tentato di cedere alle lusinghe del denaro, poi passa alla televisione dirigendo episodi di serie tv o film per la televisione.
Scompare il 18 giugno 2006, nemmeno un mese prima del suo centesimo compleanno.

Intermezzo

Intermezzo: a love story
Usa 1939 Selznick International Pictures
con Leslie Howard, Ingrid Bergman, Edna Best, Ann E. Todd
regia di Gregory Ratoff



Intermezzo

Holger Brandt è un affermato violinista, di ritorno da una lunga tournée conosce Anita Hoffman, la giovane insegnante di piano della figlia Anne Marie.
Impressionato dal talento musicale della ragazza, Holger finisce ben presto per innamorarsi di lei, ricambiato.
Per non cedere al sentimento Anita lascia il lavoro ma mentre sta per andarsene dalla città, Holger, che ha lasciato la moglie, la raggiunge. Anita diventa la nuova accompagnatrice musicale dei concerti del violinista e i due iniziano una vita di musica e viaggi ma l’uomo rimpiange sempre più spesso la lontananza dalla figlioletta. Anita si fa da parte e quando Holger torna a casa solo per portare un regalo ad Anna Maria, la bambina viene investita mentre gli corre incontro.
Capita la sofferenza della figlia anche la moglie perdona Holger.

Intermezzoalovestory

Questo convenzionale film sentimentale passa alla storia per essere il primo film girato da Ingrid Bergman in America, quello che darà l’avvio alla sua sfolgorante carriera. Intermezzo è il remake dell’omonima pellicola svedese di cui l’attrice era stata protagonista in patria nel 1936.
Colpito dal suo talento, David O.Selznick la invita in America offrendole un contratto assai vantaggioso con la piena libertà di scegliersi script e coprotagonisti.
Tra i meriti della pellicola c’è quello di saper condensare in soli 66 minuti il melodramma amoroso. Notevoli le musiche, cosa doverosa visto che la storia si svolge in ambito musicale. Anche il regista Gregory Ratoff, più noto come attore, ci mette del suo con un uso interessante della luce che simboleggia l’amore, sia esso sentimentale o familiare: quando Holger si sente respinto nella taverna il suo volto arretra nell’ombra, lo stesso accade ad Anita quando lo lascia e quando Holger chiede perdono al figlio maggiore, Eric, il viso del ragazzo è una maschera nera.
Il punto di forza resta comunque il cast: bravo come sempre Leslie Howard ma la freschezza di Ingrid Bergman e il suo impeto al pianoforte sono davvero deliziosi.

Le regole del delitto perfetto vs Damages

Regole

Sbarca stasera su RaiDue la prima stagione de Le Regole del delitto perfetto, legal thriller molto seguito che ha fatto vincere un Emmy a Viola Davis per l’ottima interpretazione del ruolo di Annalise Keating, l’avvocatessa di successo e docente universitario protagonista della serie.
Anche io amo molto Le regole del delitto perfetto, soprattutto la prima stagione di cui mi sono divorata i primi sei episodi nel corso di una sola notte.
Premesso ciò non ho potuto fare a meno di notare le forti somiglianze con un’altra serie tv che in Italia ha avuto poco successo dato la programmazione ballerina sulle reti Mediaset anche se nel 2008 era arrivata con la fama di serie cult: Damages, serial premiato con un Golden Globe e che nelle due prime stagioni ha fatto vincere due Emmy alla protagonista Glenn Close, anche lei nelle vesti di un avvocatessa senza scrupoli, Patty Hewes, con una famiglia disastrata e un rapporto molto conflittuale con Ellen Parsons, neo assunta nello studio di Hewes forse più per interessi lavorativi che per meriti personali, un po’ come fa la Keating con uno dei suoi studenti.

Damages

Damages era caratterizzata dalla narrazione fortemente destrutturata esattamente come Le regole del delitto perfetto, per questo penso che questo nuovo serial di grido sia una versione pop, più attenta alle esigenze di un pubblico giovane della serie precedente che invece aveva un forte rigore di forma e scrittura, in ogni caso ottimi prodotti entrambi.

The Floating Piers

In un impeto di follia ieri ho deciso di visitare The Floating Piers sul Lago d’Iseo: era l’ultimo giorno, per giunta festivo, avrei dovuto sobbarcarmi ore di code come paventava la stampa invece con un minimo di organizzazione e una botta di fortuna non ho fatto neppure una coda.
Partiti da Tortona alle 15,00 siamo usciti a Seriate intorno alle 16,30 per risalire la Val Seriana fino Piangaiano e scendere poi a Tavernola Bergamasca con l’intento di prendere il traghetto delle 17,40. All’altezza di Riva di Solto abbiamo trovato la strada chiusa per una frana ma gentilmente indirizzati da chi smaltiva il traffico abbiamo costeggiato il lago fino alla costa bresciana e siamo arrivati a Molare alle 18,00 prendendo il battello per Montisola che partiva alle 18,30. Siamo scesi alle porte di Peschiera Maraglio, il paesino dove arrivava la passerella galleggiante A da Sulzano e abbiamo iniziato la nostra visita con tanto di saltino e balletto stile Mago di Oz perché da quando ho visto le prime immagini del floating piers ho subito pensato al sentiero giallo che conduceva a Oz.

Dell’opera di Christo è stato detto tutto e il contrario di tutto, soprattutto dai media che sono passati dall’esaltazione che ha preceduto l’apertura, alla denigrazione degli ultimi giorni cavalcando il parere di celebri critici d’arte che si sono scagliati contro di essa: resta il fatto che camminarci sopra è stata un’esperienza notevole per la bellezza degli scenari di cui si godeva un punto di vista inconsueto e per la piacevolezza di camminare sull’acqua: sono una persona decisamente sedentaria ma oggi ho i muscoli molto meno indolenziti di quando mi ricordo di fare la mia passeggiata serale di un’ora.
Arrivando alla questione fondamentale se Floating Piers sia un’opera d’arte o meno io rispondo in maniera decisamente affermativa e non mi appello alla Land Art o al passato di tutto rispetto di Christo e Jeanne Claude.
The floating piers ha avuto un significato concettuale piuttosto pregnante: la sua unicità e la sua breve durata sono ancor più significativi per il luogo scelto: l’Italia, paese dalle bellezze storiche e artistiche millenarie in cui il compito dell’arte è principalmente quello di preservare il patrimonio.
Contestualizzata storicamente l’opera ha ancora un’altra chiave di lettura: mentre il mondo è sconvolto dal terrorismo islamico, un milione e mezzo di persone si sono ritrovate nell’arco di quindici giorni a camminare fianco a fianco senza esser sottoposte a nessun controllo: andrebbe studiato il ruolo catartico di aver sentito parlare praticamente in contemporanea dal più stretto dialetto bergamasco alla più astrusa lingua straniera e questo accadeva a ogni turista: Christo ha annullato non solo la forza di gravità ma soprattutto il senso di appartenenza nel suo aspetto più deteriore e campanilistico.


Thefloatingpiers

Certamente usufruire in solitaria dei ponti galleggianti sarebbe stato più piacevole e interessante: posso solo immaginare cosa avrebbe potuto essere veder srotolare davanti a sè chilometri di quel nastro cangiante nel colore e nel movimento imposto dalle onde ma viviamo nella società di massa ed è un diritto delle masse godere della bellezza per quanto la possano o la vogliano capire, per quanto la trasformino in un mezzo mondezzaio (obbligatoria la chiusura notturna per questioni d’igiene che all’inizio non era stata preventivata) e la trasformino anche in una sagra di paese come dice Daverio però non ricordo lo stesso accanimento per The Dirty Corner di Anish Kapoor che puntava sempre su sensazioni ludiche ed è finita vandalizzata a Versailles, ma eccoci al vero nodo cruciale: l’arte è un diritto di tutti o è elitaria, riservata solo a chi è in grado di comprenderla? La risposta di Christo mi pare decisamente chiara.

L’erba del vicino è sempre più verde

Thegrassisgreener

The Grass Is Greener
GB 1960
con Cary Grant, Deborah Kerr, Robert Mitchcum, Jean Simmons
regia di Stanley Donen

I conti di Rhyall mantengono l’augusta magione aprendo il castello al pubblico, un giorno un miliardario americano entra per sbaglio nelle stanze private e incontra Lady Rhyall: sarà amore a prima vista, tanto che la contessa s’inventerà un viaggio a Londra pur di raggiungere il suo amante. Come farà Victor Rhyall a riconquistare la consorte?


L'erbadelvicinosemprepiùverde

L’erba del vicino è sempre più verde è un film che andrebbe visto quasi necessariamente in versione originale perché è una commedia molto parlata e incentrata sullo scontro culturale America/Inghilterra che molto affascinava il regista: proprio a partire dal 1960 Stanley Donen si trasferisce nel Regno Unito per restarci un decennio.
Cary Grant è insuperabile nei panni del marito fintamente sbadato che sa controllare la gelosia e cerca di riconquistare la moglie con l’astuzia. Hilary Rhyall è l’algida Deborah Kerr, madre e moglie felice che si trova improvvisamente preda della passione incarnata da un roccioso Robert Mitchum per la prima a volta alle prese con la commedia brillante. L’attore affida alla sua fisicità la sicurezza che emana il miliardario Charles Delacro ma non si tira indietro nei risvolti comici e inforca anche lui con grande autoironia gli occhiali che sfoggiano entrambi i duellanti, e pure il maggiordomo in veste di padrino.
GrassisgreenerduelloCompleta il cast Jean Simmons nei panni di un’amica svitata dei Rhyall. Mitchum lavorò più volte con le due attrici e anche la coppia Grant – Kerr è piuttosto rodata, insolita l’accoppiata maschile che per la prima volta si confronta sullo schermo: in un primo tempo Cary Grant aveva rifiutato il ruolo che venne assegnato a Rex Harrison, lo riconsiderò quando l’attore dovette rinunciare per seguire la compagna malata Kay Kendall e ancora una volta Cary Grant ci regala una lezione magistrale di autoironia.