Shaun, Vita da pecora – Il film

Shaun Stanco della routine quotidiana alla fattoria, il gregge di pecore capeggiato da Shaun decide di prendersi un giorno di vacanza facendo addormentare il fattore dentro la roulotte per godersi le comodità della casa. Purtroppo una serie di rocamboleschi incidenti farà arrivare la roulotte in città e una contusione costerà la memoria al fattore: riusciranno Shaun&Co a riportarlo a casa e a fargli recuperare la memoria?

Il lungometraggio tratto dalla serie televisiva Shaun the sheep, prodotta dalla  Aardman con la stessa tecnica claymotion di Wallace&Gromit conserva le medesime peculiarità: anche in questo film non si parla e tutta la comicità nasce dalle gag slapstick unito all’inconfondibile humor britannico.
Abbandonato il citazionismo che aveva caratterizzato tutte le produzione animate del decennio scorso, compreso Wallace&Gromit – la maledizione del coniglio mannaro, si prende di mira l’omologazione contemporanea: il fattore diventa una star dell’hairstylish per i suoi tagli rasati (in realtà applica solo il vago ricordo della tosatura delle pecore).
Meno scontata del solito la morale sugli animali: vittime del terribile accalappiatore Trumper, Shaun e Bitzer finiscono in un ricovero per animali dove viene mostrato un esilarante campionario di animali da compagnia incattivito dall’abbandono (impagabile il molosso con lo sguardo fisso).
Al perfido Trumper toccherà una fine degna di lui e il ricovero si trasformerà in un vero centro di accoglienza per animali; anche per la randagia Slip, altra new entry del cast che aiuta Shaun e gli altri a sopravvivere nella metropoli ci sarà un tenero happy end.
Lo stile della Aardman si conferma ancora una volta intelligente e leggero e vorrei dire adatto a tutte le età come in tutte le recensioni serie ma gli esercenti evidentemente non sono d’accordo e riservano la proiezione ai soli giorni festivi in orari dedicati prettamente all’infanzia.

I dannati e gli eroi

SergeantRutledge

Sergeant Rutledge
USA 1960 Warner Bros,
con Woody Strode, Jeffrey Hunter, Constance Towers, Billie Burke,
regia di John Ford

Il nono cavalleggeri è un reggimento composto esclusivamente da soldati di colore e il sergente Braxton Rutledge è sicuramente l’elemento più valido del corpo, per questo desta grande scalpore l’accusa a suo carico di stupro e duplice omicidio. Pur avendo la possibilità di fuggire Rutledge si sottopone alla corte marziale e durante il processo si scoprirà la verità sulla morte della giovane Lucy Dabney.

Ennesimo ritorno di Ford al mondo della cavalleria con questo film che mescola al western il genere giudiziario: è attraverso i flashback dei testimoni che vengono rievocati gli eventi di cui è accusato il soldato e si capisce chi è il vero assassino. E’ sempre in tribunale, con la plebaglia che punta al linciaggio e con i tocchi comici riservati alla moglie del giudice e al suo codazzo di amiche che Ford descrive il razzismo serpeggiante nei confronti del condannato, il regista ne sa cogliere anche le forme più inconsce in Tom Cantrell, superiore e difensore dell’imputato nel processo e la sua fidanzata, Mary Beecher, che si è trovata coinvolta negli eventi dopo l’assassinio del padre da parte degli indiani, che per l’ennesima volta hanno il ruolo di cattivi, seppure da comprimari.


SergeantRutledge

Lo spettacolare scenario della Monument Valley è ancora una volta lo sfondo ideale della messa in scena fordiana, che torna a girare su alcuni luoghi già usati in Sentieri selvaggi come il guado sul fiume dove avviene l’attacco indiano. I canyon non fanno solo da sfondo ma acquistano una forte valenza simbolica rappresentando l’oppressione di Rutledge quando deve decidere se fruttare l’opportunità di fuga offerta dall’attacco indiano, il paesaggio si apre quando il soldato fugge a sottolineare la ritrovata libertà ma poi il senso del dovere lo riporterà sui suoi passi perché, dirà il sergente durante il processo, senza l’esercito non sarei niente solo un altro negro in fuga.
IDannatiEGliErоiUna mia notazione personale che esprimo con beneficio di inventario, riguarda la curiosità di sapere se John Ford ha mai visto Segantini, forse saranno ancora mie impressioni della bella mostra milanese, ma mi è parso di rivedere le atmosfere di Alla stanga durante un momento di riposo nella spedizione contro gli indiani e l’abito azzurro di Costance Towers con suo cappello di paglia nel finale mi ricordava Mezzogiorno sulle Alpi: solo suggestioni?

Timbuktu

A Timbuctu, nel Mali, l’arrivo della milizia jihadista sconvolge le abitudini secolari: improvvisamente è vietato giocare a pallone, cantare, fumare..

Timbuktu

Il film di Abderrahmane Sissako è candidato gli Oscar per il miglior film straniero, dopo aver vinto un premio all’ultimo Festival di Cannes.
Timbuktu è una pellicola corale che descrive gli esiti sconvolgenti del dominio fondamentalista su un pacifico villaggio africano. Il film si apre con una sventagliata di mitra che distrugge degli idoli africani e la scena ha una valenza profondamente simbolica ed anticipatrice della vicenda narrata: i miliziani distruggeranno la cultura e il quieto vivere della città con i loro dettami che spesso vanno anche contro il buon senso: come può una pescivendola sfilettare il pesce se, in quanto donna, deve indossare i guanti?
Il divieto di cantare deve valere anche per le cerimonie religiose musulmane?
La pellicola parte con toni surreali che ricordano il racconto assurdo della guerra palestinese ne Il tempo che ci rimane di Suleiman: una certa goffaggine degli invasori fa da controcanto alla poesia di una partita di calcio giocata senza pallone.
Il film diventa poi sempre più drammatico e la ribellione non è più poeticamente fantasiosa ma crudelmente concreta nella donna che continua a cantare mentre viene frustata proprio per esser stata sorpresa a cantare.
Il finale cita quasi letteralmente la morte della Magnani in Roma città aperta e l’inseguimento iniziale della gazzella si rivela essere una tragica ellissi temporale.
Timbuktu è un film doloroso, di un’attualità sempre più incalzante, immerso nell’abbacinante luce africana con una commistione di realismo e magia: chi è la donna dal lungo strascico che non viene mai sottoposta alle angherie dei fondamentalisti? Una pazza, una strega o l’incarnazione stessa del male?

Update del 21/2/2015

SissakoCesar

Timbucktu trionfa ai Cesar, i premi più prestigiosi del cinema francese portando a casa sette premi per musica, montaggio, suono, fotografia, soggetto e soprattutto per miglior film e miglior regia.
E’ la prima volta che i due premi più ambiti vanno a un regista africano, Abderrahmane Sissako.
Non deve stupire il successo del film africano in Francia dato che la scena del giovane jidahista (in questo caso riluttante) che deve invitare i fratelli europei alla rivolta è un ex rapper e le similituini con la tragedia di Charlie Hebdo sono davvero troppo dolorose..

Birdman

BirdmanRiggan Thomson è diventato celebre interpretando una serie di film su un supereroe dei fumetti, Birdman ma adesso che la sua carriera è in declino, tenta di rilanciarla in teatro, a Broadway, dirigendo ed interpretando una sua riduzione di un testo di Carver..

L’opera di Carver che Thomson vuole mettere in scena è Di cosa parliamo quando parliamo di amore, Inarritu nel suo bellissimo film mette in scena la necessità contemporanea di esserci, di essere visibili agli altri e da loro riconosciuti più che essere amati.
Il mondo dello showbiz si presta benissimo a raccontare questo bisogno che i social oggi hanno amplificato e reso raggiungibile a ognuno di noi. Il tentativo di rilanciarsi di una celebrity in disgrazia diventa l’occasione di raccontare due mondi inconciliabili: le produzioni hollywoodiane a cui interessa solo l’incasso e il teatro newyorkese, tempio della verità riservato ai soli attori di talento.
La scelta dei protagonisti è ottima non solo perché molto bravi ma soprattutto perché hanno tutti alle spalle un blockbuster dei comics e su Michael Keaton si crea un vero cortocircuito metacinematografico dato che il film potrebbe ricalcare la sua carriera di precursore di un genere (ha impersonato lo storico Batman di Tim Burton) poi caduto nel dimenticatoio.
Notevole anche la qualità regsitica: gran parte del è ambientato nel teatro in cui andrà in scena la piece e Inarritu sa sottolineare il clima opprimente che avvolge il suo protagonista con un senso di claustrofobia dato dall’ambientazione angusta, sottolineata dai numerosi piani sequenza che trasformano i passaggi nei corridoi in un viaggio nella mente schizofrenica (?) di Riggan.
Da sottolineare anche la colonna sonora caratterizzata da tumultuosi assoli di batteria.

San Giovanni Decollato

Italia 1940
con Totò, Titina De Filippo, Silvana Jachino, Osvaldo Genazzani, Augusto Di Giovanni, Eduardo Passarelli, Franco Coop, Peppino Spadaro, Bella Starace Sainati, Giacomo Almirante, Liliana De Curtis
regia di Amleto Palermi


SanGiovanniDecollato

Il ciabattino Agostino Miciacio è anche portiere nello stabile in cui abita. L’uomo è fervente devoto di un’immagine sacra che si trova nel cortile ma il continuo furto dell’olio dei lumini lo rende particolarmente irritabile tanto che i condomini lo trascinano in tribunale dove viene assolto per infermità mentale. Agostino intanto ha promesso la figlia Serafina in moglie al lampionaro Orazio, protetto del guappo Don Peppino Esposito ma la ragazza è innamorata di un giovane studente in legge e fugge con lui in Sicilia. Il ciabattino cerca di tenere buono il guappo ma quando viene invitato in Sicilia per le nozze riparatrici don Esposito, che si vuole vendicare, lo insegue con Orazio: sarà proprio durante i festeggiamenti nuziali che Agostino scoprirà che il ladro dell’olio non è altri che il guappo di cui aveva tanto timore..


S.GiovanniDecollato

Terzo film di Totò, chiamato a sostituire il comico Angelo Musco protagonista della prima versione filmica del 1917, scomparso in fase di prepararazione del film; molto timoroso di dover sostituire lo stimato collega, San Giovanni Decollato decretò il successo cinematografico del comico partenopeo.
Il film rappresenta un momento di transizione nei film comici: la prima parte ambientata nel cortile è molto teatrale: l’ambiente su cui tutti si affacciano riveste il ruolo di un fondale classico della rappresentazione comica mentre il finale con il lancio di piatti è una chiara citazione, una “versione autarchica” delle torte in faccia delle comiche americane.


SGDecollato

In mezzo c’è già in nuce tutta la maschera cinematografica di Totò: le mosse, i giochi di parole, l’imitazione dei fuochi d’artificio; il talento dell’artista è sostenuto da ottimi comprimari su cui spicca una bravissima Titina de Filippo, litigiosa moglie di Miciacio a cui San Giovanni Decollato alla fine concede anche la grazia di renderla temporaneamente muta.


San_Giovanni_Decollato

E’ l’unica volta che compare sullo schermo Liliana de Curtis, figlia di Totò nel ruolo della bambina che contratta il pagamento delle scarpe riparate.

Frida Kahlo e Diego Rivera

Mostrafrida

Sono stata praticamente tra gli ultimi ad essere ammessa alla mostra Frida Kahlo e Diego Rivera che chiudeva ieri a Genova, la mostra mi incuriosiva molto dalla sua prima fermata italiana a Roma alle Scuderie del Quirinale prima di arrivare in Liguria modificata in alcuni aspetti.
La curiosità nasceva dal fatto di notare una certa angelicazione della figura di Frida sui social, in primis su Pinterest dove mi capita spesso di visitare intere board dedicate alla pittrice senza (quasi) nessuna delle sue opere ma tantissime sue foto e quindi mi dicevo “Ah-Ah! Mo’ voglio vedere come vi confrontate con i suoi dipinti di dolore e sangue” perché fondamentalmente io sono un’ingenua e mai avrei creduto che una mostra avrebbe seguito il mood popolare su Frida Kahlo, nota per la vita tormentata, immortalata in quasi ogni momento della sua esistenza, anche sul letto d’ospedale ma vittima di una grande rimozione dei suoi quadri più drammatici che non siano gli autoritratti e le nature morte.


Unos cuantos piquetitos

A Palazzo Ducale mancava persino il quadro più famoso della pittrice Le due Frida mentre era notevolissimo l’apparato fotografico, chi come la sottoscritta ha visto la mostra veneziana del 2001 dedicata a Frida Kahlo e la pittura messicana che esponeva un numero ridotto di opere ma non temeva di mostrarne gli aspetti più sofferti, si è sicuramente trovato spiazzato nella delineazione contemporanea di Frida, sublimata in una icona pop ma disincarnata dalla narrazione martoriata e sanguinolenta del suo corpo e mi chiedo se l’artista approverebbe questo amore incondizionato ma superficiale, meno male che c’è stato modo di approfondire anche l’arte del suo Diego, questo lo avrebbe sicuramente apprezzato e io con lei.

Il filo del rasoio

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The Razor’s Edge
Usa 1946 20th Century Fox
con Tyrone Power, Gene Tierney, Anne Baxter, Herbert Marshall, Clifton Webb
regia di Edmund Goulding

Larry Darrell, reduce dalla Prima Guerra Mondiale, è fidanzato con la bellissima e altolocata Isabella Bradley, i cui parenti non approvano questo legame perché il giovanotto rifiuta ogni opportunità di carriera preferendo interrogarsi sul senso della vita. Dopo aver aspettato per oltre un anno che Larry esca dai suoi dubbi esistenziali, Isabella si sposa con un ricco banchiere che però perderà tutto nella crisi del ’29. Intanto Larry, tornato da un viaggio in India, si fidanza con l’amica d’infanzia Sofia, dedita all’alcol dopo la morte del marito e della figlioletta in un incidente ma Isabella non accetta questo legame e fa di tutto perché la donna cada nuovamente nell’alcolismo…



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Il filo del rasoio è tratto dall’omonimo romanzo di W. Somerset Maugham e lo scrittore è interpretato da un compassatissimo Herbert Marshall che narra in prima persona la vicenda di Larry ovviando così ai salti temporali dei tre momenti della storia che si svolgono nell’arco di oltre un decennio. Si tratta di un blockbuster dell’epoca, oggi esempio della robusta solidità artiginale delle classiche produzioni hollywoodiane, miscuglio di fondali di cartapesta e ariosi piani sequenza.
La ricerca personale di Larry, dettata dal debito di riconoscenza verso il commilitone che è morto per salvargli la vita, anticipa la via dell’India come scoperta di sé che diventerà così in voga a partire dagli anni ’60 ma il vero motore del film è il melodramma sentimentale al cui vertice c’è Larry, unico amore di Isabella che è disposta a lasciarlo libero di cercare se stesso ma non può accettare che l’uomo della sua vita si butti via cercando di redimere Sofia dall’alcolismo, ritenendola irrecuperabile.
La perfidia di Isabella, meschinamente legata al denaro e alle convenzioni sociali, porterà alla morte violenta della rivale e le farà perdere per sempre l’amato Larry. Ancora una volta un ruolo subdolo è affidato all’angelica Gene Tierney, diabolica anche in Femmina Folle.



TheRazorsEdge


Il cast è fenomenale: nel ruolo di Sofia c’è Anne Baxter che vincerà l’Oscar come attrice non protagonista, Tyrone Power ha il carisma perfetto per il protagonista ma il personaggio più amabile resta quello di Clifton Webb che cesella nel ruolo dello zio Elliot Templeton la caratterizzazione migliore della sua carriera, un amabile figura di snob, ricco americano affascinato dalla nobiltà europea: l’apparentemente cinico Elliot è in realtà il contraltare dell’ipocrita nipote.

Super Bowl: tutto qui?

Katyperry Sono sempre più insofferente a questa moda di riempirsi la bocca con la cultura, alle frasi fatte sulla cultura petrolio d’Italia, alla capacità delle altre nazioni di valorizzare quel “poco” che hanno. Le trovo preoccupanti memore di quella frase di un dirigente della Borsa americana che dice che anche quando il tuo autista discetta di titoli è il momento di uscire dal mercato.

Leonedileonardo L’esempio concreto viene dal Super bowl giocato ieri: da mezza giornata i tiggì ci propinano la stupefacente performance di Katy Perry che noi italiani potremmo tranquillamente spernacchiare dato che il leone robot Leonardo lo aveva inventato 500 anni or sono (e sicuramente il suo modello era a minor impatto energetico) e l’uscita sulla cometa al limite se la gioca con una qualunque Colombina che inaugura il Carnevale veneziano nel Volo dell’Angelo.
Manco il saputello Renzi ci ha fatto un tweet, sta ancora a gongolare per esser riuscito a impressionare Angela con gli Uffizi..