Lettera all’anno che sta finendo

Caro (?!?) 2004,

benche’ il mio amico Pigi dica che al peggio non c’e’ mai limite,
credo che difficilmente ci capitera’ un altro anno spiacevole come te:
al solito bagaglio di tribolazioni personali hai pensato bene di
aggiungere una scia di guerra, stragi e poverta’ e per fare in modo che
non ci scordassimo di te tanto presto, hai deciso di finire in bellezza
con un cataclisma di proporzioni immani con cui dovremo fare i conti
per lungo tempo.

Per queste ragioni capirai che e’ con sollievo che aspettiamo che
tu tra poco piu’ di dodici ora te ne vada, certo non sara’ la tua fine
a risolvere i nostri problemi, (lo so che non e’ mica colpa tua, ma con
qualcuno bisogna pur prendersela..) ma nella nostra bizzarra ingenuita’
abbiniamo ad ogni nuovo inizio la rinascita della speranza per un
futuro piu’ sereno, e allora..

Birth – Io sono Sean

La recensione del film e’ su ImpattoSonoro, con questa pellicola le azioni  Kidman in casa mia sono di nuovo scese ai minimi storici..




Anna e’ rimasta vedova troppo presto, dopo dieci anni di lutto sta per risposarsi con Joseph, il suo nuovo compagno, quando nella sua quieta vita alto borghese irrompe un ragazzino che dice di essere il suo defunto marito, Sean e la invita a non risposarsi…




Premesso che nella pellicola non c’e’ nulla di soprannaturale ed e’ gia fastidioso assistere a una proiezione che promette qualcosa che non mantiene assolutamente, bisogna aggiungere che il film e’ anche brutto.
Come nei capolavori di Hitchcock il significato ci viene anticipato dalla frase iniziale pronunciata dalla voce fuoricampo del protagonista assente, quel Sean che dopo dieci anni la moglie non riesce ancora a dimenticare, purtroppo il regista non e’ riuscito ad apprendere dal maestro del brivido il senso della suspance. Il suo intento sarebbe quello di coniugare il thriller d’autore (Rosemary’s baby) con l’opera d’introspezione alla Bergman ma, ahime’, non basta usare i colori spenti degli interni del capolavoro di Polanski, pettinare la Kidman con una zazzera che ricordi sia Mia Farrow che Bibi Andersson e soffermarsi su eterni primi piani dei volti dei protagonisti per fare ”un film d’autore” ne’ basta filmare Central Park in inverno con gli alberi spogli e contorti per palesare la desolazione dell’anima e soprattutto non basta una bella scena finale per salvare un film: oltre alla grammatica filmica, che Glazer dimostra comunque di non maneggiare pienamente, bisogna avere dei contenuti da proporre e soprattutto una storia sensata (o quantomeno avvincente) da raccontare, elementi che mancano totalmente al lavoro in questione.



Birth


Birth si muove sul filo del pessimo gusto, arrivando in qualche occasione a sfiorare il risvolto pedofilo non tanto nella chiacchieratissima scena di Nicole Kidman nuda nella vasca con il bambino che nella sua perfetta inutilita’ non ha nulla di scabroso, quanto nell’avvalorare la tesi che una persona smarrita nella propria follia possa innamorarsi di un bambino.
Il film si e’ rivelato una pessima scelta per la Kidman non solo per la bruttezza della pellicola, ma anche perche’ mostra alcuni suoi limiti recitativi: la bella attrice e’ sempre piuttosto leziosetta ma nel personaggio di Anna, donna fragile ed insicura che vive all’ombra di una famiglia ingombrante, stonano molto gli ammiccamenti e le mossette vezzose tipiche della Kidman che infatti ha dato il meglio di se’ nel ruolo di Satine in Moulin rouge! e nell’aspirante giornalista di Da Morire di Gus Van Sant e se si paragona il suo primo piano a teatro, pieno di sospiri e boccucce, con quello commovente di Charlotte Rampling ne Le chiavi di casa si vede che la diva hollywoodiana ha ancora qualcosa da imparare.
Da citare il cammeo di Lauren Bacall, splendida ottantenne nel ruolo della matriarca gelida che tra le sue poche battute ha le uniche due ironiche di un inutile film che si prende troppo sul serio.

The Polar Express

Un bambino gia’ grandicello comincia a dubitare dell’esistenza del Natale: si accorge dei meccanismi che muovono i Santa Klaus delle vetrine e scorge il tipico cappello rosso nella tasca del padre, in piu’ l’enciclopedia afferma che il Polo Nord e’ un luogo desolato totalmente privo di vita, quindi come puo’ essere la casa di Babbo Natale?
Mentre questi dubbi lo attanagliano la notte della Vigilia, ecco fermarsi davanti a casa sua il Polar Express: il conducente lo invita a salire per andare al Polo da Babbo Natale, inizia cosi’ una magica avventura…

Polarexpress

Come il treno su cui e‘ ambientato, il film procede a segmenti: ci sono momenti davvero entusiasmanti come quello sulla discesa piu’ ripida del mondo che il treno affronta senza freni e il deragliamento sul lago ghiacciato, un gustoso intermezzo musicale con camerieri ballerini quando viene servito il rinfresco a base di cioccolata, alternati ad episodi meno coinvolgenti.
Zemeckis si concede un’autocitazione nel volo del biglietto che ricorda  la piuma che volteggia all’inizio di Forrest Gump.
Di certo si tratta di uno strano film che vorrebbe esaltare la magia del Natale ma ha un retrogusto tipicamente gotico vista l’ambientazione cupamente notturna e non sempre amichevole, anche l’inquadratura finale della campanellina magica della slitta di Babbo Natale, ricordo di quella favolosa avventura ha un che di inquietante: sembra quasi uno strano volto che sogghigni in maniera non proprio festosa.
Per quel che concerne il metodo d’animazione: attori a cui sono sono stati collegati dei sensori per riprodurne fedelmente le fattezze e i movimenti trasformandoli in cartoni animati, non c’e’ nulla da eccepire per quanto riguarda il livello tecnico ma quei volti cosi’ umani e al contempo cosi’ “cartoon” hanno un effetto straniante.
Cameo di Steve Tyler nel ruolo di un elfo rokkettaro.

L’affare Dominici

Affaredominiciserietv

Stasera su Rete4 andra’ in onda la prima  delle due puntate de Il Caso Dominici,
mini serie tv campione di incassi in Francia, interpretata da Michel
Blanc e Michel Serrault ed ispirata alla controversa vicenda accaduta
nel Sud della Francia nei primi anni ’50, quando su un terreno dei
Dominici vennero ritrovati i corpi trucidati di una nobile famiglia
inglese che stava campeggiando: le attenzioni degli investigatori si
posero subito sui proprietari del terreno e venne indicato come
colpevole il patriarca Gaston (accusato anche dai figli) padre padrone
che probabilmente confermo’ le accuse per salvare un familiare, ma
sulla vicenda pesano da sempre molte ombre.

Sul caso fu girato nel 1972 il film L’affaire Dominici di Claude Bernard-Aubert che nella sua asciuttezza cerca di esporre semplicemente i fatti, senza avvalorare alcuna tesi, difensiva o accusatoria. Il film e’ memorabile perche’ offre una delle ultime grandi interpretazioni di Jean Gabin, nei panni di Gaston Dominici.

L'Affaire dominici

consigli per le visioni


Addocchiando i palinsesti di queste giornate natalizie, vorrei segnalarvi La piu’ bella storia di Dickens venerdi’ 24 su La7 alle ore 14,10 con Albert Finney il medesimo giorno  alle ore 22,35 su Rai2 c’e’Il canto di Natale di Topolino, mentre il 25 dicembre alle ore 18,35 ancora su Rai2 c’e’ Festa in casa Muppet e su Canale5 alle 2,00 c’e’ il film per la tv Canto di Natale.  Dato che le prime tre versioni del famoso racconto dickensiano sono molto carine.. dovete proprio accattarvi Natale a casa Diggei?!?  checche’ se ne dica nella blogosfera, ricordate che c’e’ crisi: risparmiate o fate della beneficenza, al vostro buon cuore..

Kultura

La rubrica che preferisco di FilmTV e’ Vita da cani di Gualtiero de Marinis, geniale esempio di leggerezza culturale che prende spunto dai fatti televisivi.

La scorsa settimana il nostro, con l’aiuto del fedele bassotto
Lapis, ispirandosi agli sms che passano sotto i videoclip su MTV o
AllMusic si e’ lanciato in un invettiva contro il fatto che ormai e’
normale leggere la striscia di news che scorre lungo il TG2 ma sempre
problematico guardare un film sottotitolato.

Ma la genialata e’ arrivata alla fine dell’articolo quando, a
proposito del disprezzo per il giovanile uso della kappa ha ricordato
la prima frase in volgare italiano “ sao ke kelle terre, per kelli
fini..” io non riusciro’ mai a scrivere col kappa, essendo troppo
legata alla formazione ricevuta: del resto mia nonna mi diceva di
smettere di giuocare e io rispondevo che avrei giocato ancora un po’,
pero’ da una settimana immagino stuole di chierici negli scriptoria
scuotere indignati la testa verso i primi componimenti in volgare in
cui il ch sostitui’ il k.

Cartolina da Amsterdam

Poca atmosfera natalizia nella
capitale olandese: nessun tripudio di luminarie e decorazioni, forse
Amsterdam e’ ormai vittima del suo fascino trasgressivo fatto di ben
altre luci per lasciarsi andare a certi sentimentalismi, ma del resto
al mercato dei fiori c’e’ un negozietto di decorazioni natalizie aperto
tutto l’anno e cosi’ il tributo al “christmas time” e’ pagato.

Sempre vivace l’attivita’ culturale: molto interessante la mostra L’Art Nouveau, the Bing empire che analizza il fondamentale apporto della galleria di  Siegfried Bing, chiamata appunto L’Art Nouveau,
sull’omonimo stile artistico francese e mi diverte pensare che i nostri
cugini ultranazionalisti hanno mutuato il nome di uno dei loro periodi
artistici piu’ significativi da un collezionista tedesco innamorato del
Giappone, proprio come il nome italiano “stile Liberty” deriva dai
magazzini inglesi del colonnello importatore dei prodotti tipici della
Compagnia delle Indie.

Piu’ didascalica ma di grande successo la mostra Nicola e Alessandra , gli ultimi zar
all’ Hermitage di Amsterdam, che ripercorre la drammatica esistenza
degli ultimi esponenti della dinastia dei Romanof attraverso oggetti
personali e di rappresentanza.

Al numero 14 di Staalstraat  ho trovato un paradiso per cinefili: Cine qua non,
un negozietto disordinato, zeppo di vecchie edizioni di libri, VHS e
DVD, poster, foto e cartoline dedicate al mondo del cinema.

E a proposito di cinema, sono stata molto contenta di vedere che Dopo mezzanotte,
il bel film di Davide Ferrario, sia arrivato fino in Olanda anche se
non concordo per nulla con la sintetica frase che lo rappresenta, ma
Amsterdam val bene una cavolata..

Closer

Closer Un gioco delle coppie che lascia insoddisfatti, quello proposto da Mike
Nichols, una visione dell’amore piuttosto triste e intrisa di
perbenismo : Dan (Jude Law) colui che che per primo inizia il gioco dei
tradimenti, e’ quello che rimarra’ piu’ scottato mentre Larry (Clive
Owen) e Anna (Julia Roberts) riusciranno a recuperare in un modo o
nell’altro il loro matrimonio e Alice (Natalie Portman) e’ l’unica a
liberarsi definitivamente da questo gioco amoroso.
Il personaggio di Alice e’ sicuramente il piu’ interessante, che
riserva anche un colpo di scena finale: una figura femminile tutt’altro
che fragile o per lo meno in grado di fronteggiare benissimo le sue
debolezze. Il caschetto nero e il profilo stupendo della giovane
attrice mi hanno fatto tornare in mente Lulu’
e il suo personaggio ha effettivamente un impatto devastante sulla vita
degli altri protagonisti.
Il film e’ fortemente penalizzato dal fatto di essere un adattamento
teatrale, l’aspetto dialettico e’ preminente e la regia piuttosto
anonima, se si esclude la scena tra Larry e Alice nel night club.
La versione italiana dei dialoghi e’ orripilante: alla pretenziosita’
pseudo-intelletuale (quand’e’ l’ultima volta che vi e’ stato chiesto
del vostro drudo?) si alterna la volgarita’ intenzionale di chi non ha
altro modo per essere “trasgressivo”.
Ridicola la traduzione della chattata non tanto per il testo o il
linguaggio, quanto per il modo in cui viene simulato il linguaggio in
rete: alla k ed ad altre abbreviazioni sono state aggiunge eliminazioni
casuali di vocali in fine o a meta’ parola: mai letto su internet un
dialogo cosi’ o ricevuto un sms strutturato in questa maniera.
Un film gelido e raggelante che non lascia mai filtrare un brivido di
passione.