Black rabbit

miniserie tv USA, 2025, Netflix
con Jude Law, Jason Bateman, Forrest Weber, Cleopatra Coleman, Sope Dirisu, Amaka Okafor, Troy Kotsur, Robin de Jesús, Chris Coy

Jake gestisce un locale di successo a New York, il Black rabbit, e potrebbe trasformarlo in un franchising riaprendo un ristorante di fama dentro al Four Season ma l’improvviso ritorno del fratello Vince, perenne scapestrato, manda all’aria tutti i piani…

Scomodo le parole del maestro Orson Welles che sosteneva che il lieto fine di un film dipende dal punto in cui chiudi la storia per questa mini serie molto intrigante che per buona parte degli episodi riesce a rinverdire i fasti del noir metropolitano affastellando un crescendo di situazioni sempre più complicate da cui i fratelli Friedkin escono regolarmente per il rotto della cuffia infilandosi sempre più nella tana del coniglio… nero di malavita e illegalità, non sempre gli snodi della trama sono solidi ma il tutto è avvincente almeno fino all’ultimo episodio.

Penso che la storia si sarebbe dovuta concludere con il suicidio di Vince
Vince è un raro caso di homme fatale, che distrugge tutto quello che tocca ed è interessante non farlo agire a livello sentimentale ma vederlo in azione nell’ambito familiare indagando un rapporto di fratellanza segnato da una infanzia difficile.


Mi sarei risparmiata i minuti finali di Jake rappacificato col mondo solo perché ha deciso di rallentare e gestire un bar. Questa teoria che il piano B meno frenetico sia la soluzione dei mali del mondoha un po’ stufato: il nostro protagonista ha morti, frodi e quant’altro sulla coscienza e basta servire caffè con calma per tornare ad essere felici? Grazie a dio c’è ancora in giro il vecchio Clint a ridare senso morale alla giustizia più imperfetta con Giurato n2

Mercoledì stagione 2

Le nuove avventure di Mercoledì Addams mi sono piaciute più che nella prima stagione perché ho ritrovato più affinità con la poetica di Tim Burton.

Screenshot

La prima stagione -soprattutto nei primi episodi- aveva colori e sentori più da serial crime o giallo come si diceva una volta (un whodonit per sfoggiare tutta la terminologia sul genere) e il percorso durante l’anno scolastico ha rispettato i canoni classici del teen drama: rifiuto d’inserirsi, costruzione di rapporti amicali improbabili, antipatie che vengono risolte creando un gruppo solidale, complicati rapporti con i genitori per tutti i coprotagonisti.

Direi che la prima stagione di Mercoledì è stata introduttiva portandoci a questo secondo capitolo dove Tim Burton recupera in pieno il suo spirito gotico rispolverando tutto il repertorio del mad doctor caro agli horror anni’30 che lo hanno formato.

Mercoledì Addams è un personaggio completamente diverso dai freak burtoniani solitamente timidi ed insicuri,  questa nuova eroina ha come tallone d’Achille l’estrema sicurezza nelle proprie capacità, un’arroganza talmente sottolineata da lasciar intuire allo spettatore che è un’armatura per proteggersi dal mondo, nella seconda stagione il suo personaggio risulta meno ostico perché diventa chiara la sua funzione di catalizzatore di tutta una serie di stramboidi burtoniani,  in particolare Mano che sembra essere il vero protagonista della stagione, o almeno il personaggio preferito di Burton che gli ha regalato una genesi commovente e un finale di autodeterminazione e riscatto personale. 

§Spoiler§ il ritorno della preside Larissa Wind come spirito guida di Mercoledì potrebbe giustificare il suo look ispirato a La donna che visse due volte che mi aveva incuriosito fin dalla prima stagione e per cui avevo trovato una spiegazione (poco convincente) nel fatto che fosse un mutaforma. 

Twixt

Twixt

USA 2011
con Val Kilmer, Bruce Dern, Ben Chaplin, Elle Fanning, Joanne Whalley, David Paymer, Alden Ehrenreich, Anthony Fusco, Don Novello, Ryan Simpkins
regia di Francis Ford Coppola

Lo scrittore Hall Baltimore sopravvive scrivendo romanzi di stregoneria, la sua carriera è talmente in declino che nei tours promozionali si reca in cittadine sperdute che non hanno nemmeno librerie o biblioteche, è così che finisce a Swann Walley un cupo paesino dove lo conosce solo il vecchio sceriffo anche lui con ambizioni da romanziere che gli propone di scrivere insieme una storia di vampiri ispirata all’ultimo delitto avvenuto in città: una ragazzina sconosciuta con un paletto infilato nel cuore.
Baltimora declina ma la notte sogna di una ragazzina V, (Virginia) che lo accompagna nel vecchio hotel dove aveva soggiornato anche E.A.Poe dove è stato compiuto un efferato delitto ai danni di una decina di bambini orfani. Intrigato dalla storia e minacciato dalla ex moglie che ha bisogno di denaro, Hall decide di restare in paese e scrivere la storia suggerita dallo sceriffo con l’ausilio notturno di Edgard Allan Poe…


Twixt

Non è per nulla bizzarro che nella notte che Fuori Orario ha dedicato alla scomparsa del regista Roger Corman sia stato trasmesso in prima visione il bistrattato penultimo film di Francis Ford Coppola che non ha trovato neppure una distribuzione nelle sale italiane all’epoca della sua uscita.
Come è noto Coppola è uscito dalla factory di Corman e quest’opera intimamente personale del regista attinge al repertorio cormaniano con una storia gotica classica dove Poe (saccheggiato da Corman) diventa il Virgilio del mondo onirico dello scrittore guidandolo nello scioglimento della vicenda.
Visto che il finale della storia inventata da Baltimore si sovrappone alla sua vicenda personale ricalcando esattamente la tragedia più intima di Coppola per la morte del figlio Giancarlo, si può dire che Corman è la guida ddel regista in questa nuova incursione nel gotico: lontano dai barocchismi di Dracula di Bram Stocker, torna l’asciuttezza stilistica e di durata dei film della factory, il concetto di massima resa con minima spesa che ha fatto storcere il naso a spettatori e molti critici.
Il tocco autoriale sta nel trasformare una vicenda che vuole unire (come il gioco Twixt) il mondo onirico a quello reale in una riflessione sull’atto creativo, il momento più interessante è quello in cui Poe spiega come nasce Nevermore, il suo poema più noto e come scientemente abbia costruito il suo immaginario di bellezza e morte nelle tragiche storie delle sue eroine.
Anche Shining toccava il tema e non a caso Baltimore viene definito “lo Stephen King dei poveri” e i tentativi di incipit cancellati dallo schermo del computer rimandano al delirio de il mattino ha l’oro in bocca.
Hall Baltimore non impazzisce perché ha la forza di guardare dentro l’abisso e affrontare il fatto che ogni storia raccontata nasconda una parte della vita del narratore.
Su questo assunto, il finale con l’editore soddisfatto per le future vendite assume un tono cinico da humor nero giocato sulla propria pelle.

Hai mai avuto paura?

Haimaiavutopaura

Italia 2023
con Justin Korovkin, Lorenzo Ferrante, Elisa Pierdominici, Mirko Frezza, Marta Paola Richeldi, Mauro Marino, Claudia Della Seta, Maurizio di Carmine, Sveva Mariani, Alessandro Bedetti, David Coco
regia di Ambra Principato

Italia centrale, 1813: un villaggio rurale è sconvolto dagli attacchi agli armamenti da parte di una bestia estremamente feroce. Mentre i tre figli del nobile a cui appartengono le proprietà sono affascinati dalla vicenda, il conte padre è votato alla scienza e non crede che la bestia abbia connotazioni ultraterrene come vogliono le credenze popolari ma il pericolo si annida proprio nella sua famiglia…

Un’opera prima ispirata al romanzo di
Michele Mari Io venìa pien d’angoscia a rimirarti. Il film non si può dire perfettamente riuscito ma è in grado di creare qualche atmosfera interessante.
A incuriosire lo spettatore è sicuramente la figura del primogenito, il contessino Giacomo, gobbo e votato per gli studi con una passione per la poesia particolarmente invisa alla severa madre votata alla religione: non è troppo difficile ravvisare nel giovane la figura di Giacomo Leopardi (nel romanzo la famiglia Leopardi è dichiaratamente protagonista).
I nervosismi di Giacomo, la sua morbosa attrazione per la luna e per la notte, le prime pulsioni sessuali per la figlia del fattore, la bella Silvia Fattorini, portano lo spettatore a credere che Giacomo possa essere l’incarnazione della Bestia, essere a metà tra il licantropo e il vampiro ma quasi tutti i membri della nobile famiglia potrebbero essere colpevoli, i momenti più interessanti sono proprio quelli in cui emerge l’oppressione della famiglia nobiliare sui tre ragazzini: tra la madre fanatica religiosa e il padre votato solo allo studio positivista, i ragazzini vivono in un mondo di costrizioni che permettono loro di assistere solo da lontano ai giochi e ai divertimenti di paese perché non si possono mischiare con la plebe.


Haimai avuto paura

Il più suscettibile alle atmosfere sovrannaturali scatenate dall’arrivo della bestia è il più piccolo di casa, Orazio, suo è anche il punto di vista da cui viene narrata la storia: sarà lui a fare le scoperte più incredibili come il quadro inquietante di un antenato e il libro che ne racconta le vicende. Peccato che questo lato non sia stato approfondito e resti solo una figura diabolica la cui maledizione aleggia sulla nobile famiglia a cui i membri tentano, ognuno secondo le proprie inclinazioni, di sfuggire.
Un horror di atmosfera, dove gli attacchi della bestia sono tutti fuori campo, si punta sulla ricostruzione storica con una serie di personaggi validi più per la presenza scenica che per la prova recitativa vedi lo zingaro Scajaccia interpretato da Mirko Frezza, noto come Furio, l’amico capellone del Commissario Schiavone.
Colpo di scena finale, non saprei quanto inatteso e quanto utile, con la rivelazione di chi sia l’essere immondo.

Hollywood

USA 2020, Netflix
con David Corenswet, Darren Criss, Laura Harrier, Joe Mantello, Dylan McDermott, Jake Picking, Jeremy Pope, Holland Taylor, Samara Weaving, Jim Parsons, Patti LuPone, Mira Sorvino, Michelle Krusiec, Rob Reiner, Queen Latifah, Paget Brewster, Daniel London



Hollywood


Non so come, una volta tanto Netflix è riuscita a propormi una serie che mi interessava alla fine de La casa di carta. Il guaio è che ho terminato di vedere Hollywood, il giorno in cui è esplosa la notizia della morte di Georges Floyd e allora no, non ritengo la serie troppo buonista e propensa all’happy end.
La serie prodotta da Ryan Murphy (tra i suoi successi Nip/TuckGleeAmerican Horror Story, American Crime Story) riprende il modello tarantiniano di C’era Una volta a Hollywood e Bastardi senza gloria dove nella perfetta ricostruzione storica si inseriscono elementi o personaggi di fantasia che disegnano un nuovo percorso storico: Shosanna che fa secco Hitler, Rick Dalton che stermina gli affigliati di Charles Manson salvando la vita a Sharon Tate.
Hollywood racconta le ambizioni di un gruppo di aspiranti star del cinema nel primo dopoguerra: lo sceneggiatore di colore Archie Coleman scrive una storia su Peg Entwistle, un’attrice veramente esistita che nel 1932 si suicidò gettandosi dalla scritta Hollywood perché non era riuscita ad avere successo nel mondo del cinema.
La sceneggiatura è opzionata da uno studio cinematografico che non sa che l’autore è di colore e la propone al giovane regista Raymond Ainsley che avendo origini filippine vorrebbe realizzare un film che abbia per protagonista l’attrice Anna May Wong, la prima star di origini sino americane ad avere fama internazionale, la sua interpretazione più nota è quella accanto a Marlene Dietrich in Shanghai Express di Josef von Sternberg. Meno noto è che dovette subire l’umiliazione di vedersi preferire un’attrice tedesca, Luise Rainer, per interpretare la protagonista asiatica del film La buona terra per cui la Rainer vinse anche l’oscar.



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Ainsley è fidanzato con un’aspirante attrice Camille Washington, una ragazza di colore destinata eternamente a ruoli secondari. E’ proprio dalla ragazza che parte l’idea di trasformare il film Meg in Peg ampliando il tema della delusione personale dell’attrice suicida a quello delle minoranze etniche escluse dal sogno hollywoodiano.
Il progetto non avrebbe nessuna chance di concretizzarsi se il capo degli Ace Studio, Ace Amberg non avesse un infarto e la direzione passasse alla moglie  Avis Amberg, ex attrice del muto la cui carriera è finita ben presto perché i suoi tratti giudaici non rispecchiano la bellezza proposta dallo star-system. Avis è una donna, moglie e madre frustrata che si vendica dell’indifferenza del marito frequentando i gigolò di Ernie West, un ex attore che gestisce una pompa di benzina dove i bellissimi benzinai sono pronti a soddisfare ogni voglia dei potenti di Hollywood, il personaggio è basato sulla figura realmente esistita di Scotty Bowers.
Ernie arruola tra i suoi gigolò l’aspirante attore Jack Castello che però rifiuta di avere rapporti con uomini e a sua volta porta a lavorare da Ernie lo sceneggiatore gay Archie Coleman. Un altro aspirante attore, tal Roy Fitzgerald, s’innamora di Archie ma ovviamente la relazione non può essere resa pubblica e Roy subisce anche gli abusi del suo agente il viscido Henry Willson che gli cambia nome in Rock Hudson. La timidezza del giovane Rock Hudson e gli abusi subiti dall’agente sono reali. Un motivo per vedere la miniserie è l’attore che interpreta Henry Wilson: Jim Parson il mitico Sheldon Cooper di The Big Bang Theory, mimetico nella trasformazione nell’agente realmente esistito, perfetto nella resa del latente viscidume con cui Wilson riusciva ad imporre i suoi clienti trasformandoli in star (era anche l’agente di Lana Turner, tra gli altri).



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Con la consulenza del direttore Dick Samuels e di Ellen Kincaid, che si occupa del vivaio di attori dello studio, Alvis decide di portare avanti il progetto pur sapendo che non sarà un’operazione facile: i cinema degli Stati del Sud dichiarano di rifiutarsi di proiettare il film e gli attacchi del Ku Klux Klan arrivano fino alla porta di casa del regista e della produttrice. Tra mille difficoltà, anche di budget, il film viene terminato ma non i guai. Dopo l’ultimo colpo di scena che vi risparmio, il film esce e ha un successo incredibile al botteghino e viene candidato a numerosi Oscar.



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Vince Anna May Wong come migliore attrice non protagonista e ho applaudito più a quell’oscar fittizio che a quelli reali degli ultimi anni. A sostenere la candidatura di Camille prima attrice afroamericana candidata a migliore attrice arriva Hattie McDaniel, la prima attrice afroamericana a vincere come attrice non protagonista per il ruolo di Mamie in Via col Vento. Il suo racconto di come non fosse stata fatta entrare nel teatro ma tenuta in un corridoio fino alla conferma della vittoria è toccante, e sentirlo la notte in cui a Minneapolis iniziavano le rivolte dopo l’omicidio di Floyd, quasi 75 anni dopo è davvero straziante e offensivo per l’intero genere umano.



Hollywood


Hollywood può essere vista come una favola bella dedicata agli amanti del vecchio cinema ma il messaggio è forte e chiaro: senza il potere abbrutente e ipocrita del patriarcato che costringe chi vuol far carriera a tristi ricatti -dal divani del produttore al caso Weinstein- e incanala la creatività in direzioni ben determinate, il mondo è più bello: Arvis con un lavoro che la soddisfa recupera anche il rapporto con la figlia, la libertà di vivere l’amore e la sessualità secondo la propria inclinazione elimina naturalmente il mercato della prostituzione e immaginare che se Rock Hudson non avesse dovuto nascondere la propria omosessualità, avrebbe potuto risparmiarsi l’ingrata medaglia di essere il primo personaggio famoso a morire di Aids, per me ha la stessa valenza della nuova vita offerta a Sharon Tate nel film di Tarantino.

Il giglio nero

The Bad Seed
USA 1956, Warner Bros
con Nancy Kelly, Patricia McCormack, Henry Jones, Eileen Heckart, Evelyn Varden, William Hopper, Paul Fix, Jesse White, Gage Clarke, Joan Croydon


Thebadseed


Christine Penmark è una casalinga felice, innamorata del marito, un ufficiale spesso via per lavoro, e con una figlia, Rhoda, che sembra la bambina perfetta. Eppure Christine è una donna fragile segnata da strane paure legate all’infanzia. Quando un compagno di classe della figlia affoga durante un picnic scolastico, la posizione della scuola nei confronti di Rhoda è piuttosto ambigua: senza formulare alcuna accusa, la bambina non verrà più ammessa al successivo anno scolastico. Christine trova nel portagioie della figlia la medaglia premio che il bambino affogato aveva vinto al posto di Rhoda e anche per la madre iniziano a farsi strada i sospetti. Una visita del padre di Christine porta alla rivelazione di quanto la donna ha sempre temuto: è stata adottata ed è la figlia di una feroce assassina. Christine teme che Rhoda possa avere ereditato gli istinti omicidi dalla nonna e ben presto la morte del tutto fare gliene da conferma. La donna, disperata, cerca di uccidere la figlia con una dose massiccia di sonniferi e poi si spara, i vicini di casa salvano madre e figlia ma per la piccola psicopatica il destino è comunque in agguato.


Ilgiglionero


Robusto dramma tratto da una piece teatrale derivata a sua volta dall’omonimo romanzo di William March; nel libro muore la madre e la diabolica bambina si salva ma il retaggio del Codice Hays imponeva che un delitto non restasse impunito così il finale viene rovesciato: la madre si salva mentre la bambina, ossessionata dalla medaglia per cui ha ucciso il compagno, in una notte da tregenda va a cercarla sul lago dove la madre l’ha gettata e viene colpita da un fulmine, facendo avverare le parole di LeRoy, il tuttofare disturbato che aveva intuito la natura maligna della ragazzina e cercava di farle confessare l’omicidio del compagno paventandole il rischio della sedia elettrica.



Thebadseed


Il giglio nero rientra in quel filone di drammi psicanalitici degli anni ’50 del cinema americano che hanno scandagliato molti temi, in questo caso si affronta il tema dell’ereditarietà della natura psicotica: un serial killer diventa tale solo per effetto dell’ambiente o può ereditare geneticamente la tendenza ad uccidere nonostante cresca in un ambiente amorevole e protetto come succede alla piccola Rhoda? La risposta è che qualche raro caso di tendenze omicide congenite può capitare ma non mi pare che il film voglia sostenere questa tesi, anzi più volte viene ribadito dai medici che sono casi rarissimi e l’apertura sul pontile, scena dell’omicidio e del finale poco realista pongono la pellicola nella dimensione della favola nera.


Thebadseed


Diretto da un vetrano di Hollywood, il regista Mervyn LeRoy, attivo già dal cinema muto, il film ha un impianto molto teatrale e forse il difetto più grave è nella recitazione un po’ manierata, la lunghezza forse eccessiva di 130 minuti invece, si fa perdonare dal fascino malato della trama.

Il Trono di Spade stagione 8

Gameofthrones

Solitamente non mi faccio prendere dall’”hype” per film o serie tv prevedendo, con un po’ di logica, che quando le aspettative sono così alte non possono che essere deluse ma stavolta sono stata risucchiata dal vortice per la stagione più attesa della storia della tv, penso dai tempi di Twin Peaks, che ha lasciato scontenti tutti, in primis la sottoscritta che non avendo mai retto gli Stark dalla prima stagione non può certo ritenersi soddisfatta per l’elezione a re dei 6 regni di Bran lo Spezzato e tantomeno per l’indipendenza del Nord sotto il dominio dell’odiosissima Sansa trasformatasi da uccelletto insopportabile per la sua ingenuità a donna manipolatrice come la madre in grado di ottenere quello che vuole alle spalle dell’”amato” fratellastro.
Il destino glorioso di Arya Stark, a cui non va neanche un appellativo per aver ucciso il Night King, si riduce nel corso delle restanti tre puntate facendola girare a vuoto sui luoghi degli eventi più drammatici, accollandole la responsabilità della morte in perfetto stile pompeiano delle due povere donne madre e figlia che aveva intenzione di proteggere, segno che l’eroina della battaglia di Winterfell stava perdendo il glorioso tocco, così alla fine la giovane guerriera parte per terre inesplorate col solo scopo di ammorbarci in futuro con qualche spin-off.
Se tutti i personaggi hanno subito un’evoluzione nel corso delle stagioni, l’unico giuggiolone si conferma Jon Snow sempre fermo al suo malinteso senso di lealtà il cui soggetto però cambia più velocemente di quanto lui comprenda le conseguenze dei suoi gesti.
La morte della mia adorata Daenerys non mi ha sconvolto più di tanto, era un destino ormai così necessario e nelle mani di un unico possibile assassino che alla fine ho trovato quasi romantico lo stile “un bacio e una pugnalata”, a commuovere è la reazione di Drogon che compie l’unica cosa sensata fedele allo spirito della serie: l’unico modo per rompere definitivamente “la ruota” è distruggere il trono e in fondo ha senso che la forza di compiere un gesto così estremo, impossibile alla brama di potere umana, lo compia un animale fantastico che incarna la purezza del progetto originale di Daenerys, ma quanto sarebbe stato glorioso se invece di incendiare la città la Madre dei Draghi avesse distrutto il trono liberando tutti dal suo pesante giogo! Si è preferito invece fare impazzire la protagonista della saga, tra l’altro per un motivo stupido: la causa scatenante è il rifiuto di Jon Snow ma la verità è che una donna sola, senza la protezione di una famiglia -leggi Cersei e Sansa- non ha nessuna possibilità di governare neppure in un fantasy.
Purtroppo le figure femminili che tanto spazio avevano avuto nelle prime stagioni tornano vittime di un sessismo strisciante e se abbiamo avuto momenti in cui la battaglia era tra quattro regine, si mette ben in chiaro che quest’epoca di follia è colpa dell’amore non corrisposto di Robert Baratheon (quindi implicitamente di una donna, Lyanna Stark) e il ritorno alla normalità , addirittura il passaggio verso una monarchia non più ereditaria, può avvenire solo sotto il governo di un uomo e pensandoci bene questo revisionismo è iniziato con le accuse al serial di essere troppo esplicito sessualmente e non rispettare il corpo delle donne, che amara ironia su cui riflettere anche nella realtà.



Tronodispade


Fa veramente incazzare che il povero Drogon, l’unico vero eroe di quest’ultima puntata, rimanga solo e disperato in volo per chissà dove con il corpo di Daenerys tra gli artigli mentre Jon Snow oltre la frontiera ritrova amici e pure l’affetto del metalupo ballerino, nel senso che è comparso e scomparso dalle varie stagioni senza nessuna logica. Ma del resto è logico che il Night King non venga scalfito dal fuoco di Drogon ma ucciso da una singola stilettata di vetro di drago che manda in frantumi anche tutta la sua armata di morti?
Sorvoliamo consolandoci con la fine dignitosa riservata alla migliore vilain della serie: Cersei muore tra le braccia dell’amato Jaime, la linea narrativa dei Lannister è forse la migliore per complessità e finezza psicologica dei tre fratelli, anche se il Folletto, per la cui sorte ho tremato in tutte le stagioni, alla fine diventa quasi antipatico per il suo adattarsi alla realpolitik.



Trono di spade


Il problema di questa ottava stagione è stata ovviamente la brevità che ha reso impossibile capire, addirittura intuire a volte, l’evoluzione dei personaggi: da trasposizione televisiva di un ciclo di romanzi di successo si è trasformata in un book trailer delle future uscite dei volumi mancanti rimandando alla pagina scritta la complessità delle spiegazioni, un passo piuttosto azzardato che dovrà fare i conti con la delusione del grande pubblico che ha imparato a conoscere le Cronache del ghiaccio e del fuoco attraverso la tv: basterà la promessa di un finale diverso, già ventilato in queste ore, per richiamare gli appassionati di GoT?
Stilisticamente Il Trono di Spade si conferma una produzione grandiosa nonostante le sviste delle ultime puntate, vedi il bicchiere Starbucks ma ho davvero apprezzato il montaggio, quando Tyrion bacia la mano di Sansa e poi si alza, lo stacco su Jon che sta affrontando il drago zombie è così perfetto da lasciare interdetti anche alla seconda o terza visione.

Babylon Berlin

Arriva finalmente in chiaro, su Rai4 l’acclamata serie tv tedesca tratta dai romanzi di Volker Kutscher.
Una delle produzioni televisive più costose che restituisce perfettamente l’atmosfera della Repubblica di Weimar nelle ambientazioni e nei costumi e indaga nei fermenti politici con scontri manipolati tra destra e sinistra che sarebbero ben presto degenarati nella follia nazista.



Babylon berlin


Il protagonista è il commissario Gereon Rath cha arriva a Berlino da Colonia per fare un favore al padre e risolvere un ricatto ai danni di un politico locale, il caso ovviamente ha delle implicazioni ben più complesse.
Rath è un antieroe contemporaneo: ha una storia con la cognata vedova del fratello morto in guerra, lui è sopravvissuto ma deve fare ampio uso di morfina per superare lo stress postraumatico, ovviamente di nascosto. A scoprire il suo segreto è la dattilografa Charlotte Ritter che vorrebbe diventare detective ma ovviamente è discriminata in quanto donna. Promettendo a Rath di mantenere il suo segreto la ragazza viene coinvolta nelle indagini. Ma anche Charlotte ha qualcosa da nascondere (e finirà ricattata dal collega di Rath, Bruno Wolter) viene da una famiglia poverissima e per sopravvivere si prostituisce occasionalmente al Moka Efti, storico tempio della vita notturna della Berlino anni ’20.
La musica è il valore aggiunto della serie: una colonna sonora intrigante che ricostruisce il mood musicale dell’epoca: la voce arrocchita dagli anni di Bryan Ferry restituisce la caducità di quel mondo riadattando Bitters End, Reason Or Rhyme, Alphaville.




Psychonikoros


Babylon Berlin ha regalato una perla musicale originale che è stata un grandissimo successo, cosa decisamente rara per la sound track di una serie tv. Il brano Zu Asche, Zu Staub cantato da Saverija, ovvero l’attrice lituana Severija Janušauskaitė che interpreta la Sorokina, una nobildonna russa in fuga dai bolscevici che si esibisce en travesti al Moka Efti.
Al successo del brano, davvero molto bello, ha contribuito l’esibizione che galvanizza la seconda puntata mescolando lo stile anni ’30 con il contemporaneo, ci sono le ballerine con il gonnellino di banane alla Joséphine Baker, gli inserti di  bals negres sull’assolo di batteria mischiati all’atmosfera di un concerto: i ragazzi che cantano il ritornello e conoscono a memoria i passi, dieci minuti di intrattenimento musicale perfetto.

I racconti fantastici di Edgar Allan Poe

Raccontifantastici

Italia 1979 RAI
con Philippe Leroy, Gastone Moschin, Vittorio Mezzogiorno, Maria Rosaria Omaggio, Erica Blanc, Janet Agren, Nino Castelnuovo, Umberto Orsini, Dagmar Lassander, Silvia Dionisio
regia di Daniele D’Anza

I racconti fantastici di Edgar Allan Poe (o più semplicemente Racconti Fantastici)è uno sceneggiato tv di quattro episodi, una serie antologica diremmo oggi, dove ogni puntata racconta una storia a sé stante, legata alle altre solo dall’ambientazione, Casa Usher.
Daniele D’Anza, un maestro dello sceneggiato italiano, specialmente di tema fantastico, s’ispira liberamente ai racconti di Poe, cogliendone solo delle suggestioni per creare un mondo perturbante: nel primo episodio, Notte in casa Usher, tornano la nebbia e i dipinti, elementi che decretarono il successo di Ritratto di donna velata
Nella prima puntata, due uomini in viaggio, un giudice e il giovane assassino sulle cui tracce era da tempo, sono costretti a chiedere ospitalità in un a villa fuori mano, si tratta di Villa Usher dove abita Roderick Usher, un uomo dalle strane abitudini. L’uomo più anziano rimane colpito dalla quadreria della villa, in particolare da un ritratto di donna, Roderick gli confessa che il dipinto è costato la vita all’adorata moglie che ha posato fino allo sfinimento per lui. Intanto il giovane cerca di fuggire recandosi alla stazione di servizio più vicina ma anche se l’auto in panne riparte senza l’intervento del meccanico, l’assassino torna alla villa e dopo aver confessato il precedente delitto uccide il giudice, nascondendone il corpo in una nicchia ma il giorno dopo sentirà pulsare il cuore della sua nuova vittima fuggendo verso suo destino…



Notte a casa usher

L’ambientazione della serie è contemporanea ma i flash back rimandano a epoche passate, nel primo episodio Maria Rosaria Omaggio, la defunta signora Usher, è vestita come una dama della Belle Epoque, mentre Erica Blanc, la donna alcolizzata che gestisce l’autogrill e vorrebbe sedurre il giovane sembra rimandare alla Clara Calamai di Ossessione nel suo stile trasandato e nella composizione della scena in cucina.
Le disquisizioni sulla giustizia, mi hanno ricordato L’illazione il pamphlet televisivo che Lelio Luttazzi diresse nel 1972 dopo l’accusa di spaccio e il carcere, vicenda da cui uscì completamente scagionato.

Westworld stagione 2

Fin dalla prima stagione si era capito che Westworld prendeva solo spunto da Il mondo dei robot di Michael Crichton per andare in un’altra direzione, nella seconda stagione l’obbiettivo della serie si focalizza sui veri temi portanti che riguardano l’uomo e il nostro tempo, se l’evoluzione della coscienza dei robot ha molto a che fare con i temi della psicanalisi e della neuroscienza che supportano l’idea mindfulness della consapevolezza nata dall’attenzione senza pregiudizio dell’emozioni umane (e chi meglio di un robot può farlo?) molto più interessante e spaventoso è il controllo dei dati degli ospiti, la possibilità di duplicare la mente umana nel tentativo di rendere immortali pochi eletti.
Con la solita rapidità americana gli sceneggiatori hanno fornito un punto di vista originale sugli ultimi scandali dei big data, i residenti che camminano verso la loro terra promessa ricordano da vicino il dramma dei migranti, ovviamente quelli che cercano di entrare negli USA dal Messico.


Westworld


Più che la ricomposizione del gioco temporale, quello che mi ha folgorato in questa seconda stagione è stata la riflessione sul controllo: un giovane William sottolinea come gli ospiti vengano a Westworld e negli altri parchi per poter essere liberi di essere se stessi, lontano dagli occhi indiscreti e dal giudizio di chi li circonda. Nei secoli passati, quando non era l’occhio elettronico a controllarci, c’era la convinzione religiosa di essere osservati da Dio e sottoposti al suo giudizio, uccisa quasi ogni forma di religione l’uomo contemporaneo si è lasciato imprigionare dal controllo tecnologico, in fondo è buffo e dice molto della nostra natura e della semplicità del logaritmo che ci forma.