Quando l’amore è magia – Serendipity

Serendipity
USA 2001 Miramax
con John Cusack, Kate Beckinsale, Molly Shannon, Jeremy Piven, Bridget Moynahan, Eugene Levy, John Corbett, Lucy Gordon, Kate Blumberg, Mike Benitez, Pamela Redfern, Brenda Logan, Colleen Williams, Stephen Bruce
regia di Peter Chelsom


Serendipity


Pochi giorni prima di Natale Sara e Jonathan si disputano un paio di guanti in un grande magazzino newyorkese, finendo per bere qualcosa insieme ma entrambi sono fidanzati e Sara preferisce lasciar fare al caso: dissemineranno degli indizi che, se l’Universo vorrà, li faranno rincontrare. Passanno sette anni e i due non si sono più rivisti, entrambi sulle soglie del matrimonio non riescono a dimenticare quella bizzarra, per quanto innocente serata a New York ma improvvisamente le stelle si mettono in moto e finalmente scocca la scintilla tanto attesa.

Riscoperta (perché il termine è del letterato inglese Walpole) dalla moda new age dei tardi anni ’90 la serendipità è quel fenomeno per cui ci si imbatte in una cosa insperata mentre si pensa ad altro. Forse la lunga peregrinazione che l’Universo impone ai due innamorati è dovuta proprio al fatto che i due giochino con le forze dell’attrazione fingendo di abbandonarvisi ma poi facciano di tutto, soprattutto Jonathan, per agevolare l’incontro che dovrebbe essere fortuito, così i due protagonisti si sfiorano più volte senza mai incontrarsi, un po’ alla Sliding doors.
I tentativi di Jonathan di forzare la mano al destino danno vita a gustosi siparietti con l’amico del cuore e il burbero commesso di Bloomingdale’s, attingendo ai canoni della classica commedia brillante che ha sempre come supporto spalle comiche.
Il film ha una sua grazia che non si è persa nel tempo, battute brillanti, i protagonisti giusti e una New York da cartolina: il film uscì negli USA il 5 ottobre 2001, a meno di un mese dall’attentato alle Torri Gemelle che furono cancellate digitalmente dallo skyline della pellicola.

Come uccidere vostra moglie

How to Murder Your Wife
USA 1965 MGM
con Jack Lemmon, Virna Lisi, Eddie Mayehoff, Claire Trevor, Terry-Thomas Stevens, Sidney Blackmer, Jack Albertson, Max Showalter, Mary Wickes
Regia di Richard Quine


Comeucciderevostramoglie


Stanley Ford è un fumettista che vive in prima persona le avventura che disegna nei suoi fumetti e soprattutto è uno scapolo incallito almeno fino a quando non va a una festa di addio al celibato e completamente ubriaco si sposa con la bellissima straniera che è uscita dalla torta. Purtroppo liberarsi della moglie non è facile, le nozze sono state consumate e ben presto Stanley si ritrova senza il suo fedele maggiordomo e ingrassato per i manicaretti della moglie, decide quindi di ucciderla, almeno nei fumetti ma la donna, visti disegni, scompare nel nulla e l’estremo realismo che ha sempre caratterizzato il lavoro di Ford lo porta ad un passo dalla sedia elettrica…



HowToMurderYourWife


Il debutto americano della nostra Virna Lisi, di una bellezza sfolgorante, è una commedia gradevole con alcune trovate estremamente divertenti ma c’è comunque qualcosa che non funziona, qualche calo di ritmo che inficia lo spettacolo.
Jack Lemmon è bravissimo e trova un’ottima spalla in Terry-Thomas, il fidato maggiordomo misogino quanto lui che rifiuta di servire coppie sposate e si mette al servizio solo di scapoli impenitenti. Quella tra Ford e il suo cameriere è una vera bromance al limite dell’omoerotismo dissipato dal finale con l’arrivo della madre della signora Ford con cui Charles trova un inatteso punto in comune.
Il conflitto tra i sessi delle commedie brillanti anni ’30 si trasforma in una commedia che mette alla berlina i vizi del matrimonio dove le mogli sembrano prendere il sopravvento e costringono il sesso forte a subire tutte le loro bizze e desideri, ragion per cui il processo per uxoricidio di Ford si trasforma in un surreale apologo della libertà maschile alla fine del quale l’esaltata giuria si schiera a favore del reo confesso.
Per quanto estremo difensore della libertà maschile, Stanley sente la mancanza della bella straniera (il nome di battesimo della protagonista non viene mai proferito) che gli ha sconvolto la vita e sarà con gioia che la ritrova a casa, anzi in camera da letto ma prima di concedersi, da buon film dell’America puritana, la signora Ford chiede di riavere la fede nunziale.
Virna Lisi interpreta un’italiana nella versione originale ma in quella italiana diventa una greca per mantenere la mancata comprensione linguistica del personaggio. Bellissima e fedele agli stereotipi: cucina abbondante, fuga per chiedere consiglio alla madre, la gestualità e la propensione per il contatto fisico trasformano la donna in una persona sempre pronta a prendere l’iniziativa sessuale: va bene che la Lisi doveva essere una (delle tante) risposte a Marilyn ma quest’insistita sensualità è davvero troppa e poco credibile, soprattutto di fronte a un maschile -questo sì molto realistico!- che ambisce solo a starsene in santa pace e portare avanti hobby infantili in case confortevoli ma senza fronzoli.
Nonostante i difetti il regista si conferma autore di immagini iconiche: Virna Lisi che esce dalla torta fa il paio con Kim Novak che canta la sua nenia con il gatto Cagliostro in braccio in Una strega in Paradiso

So dove vado

I Know Where I’m Going!
GB 1945 Rank
con Wendy Hiller, Roger Livesey, George Carney, Pamela Brown, Walter Hudd, Duncan MacKenzie, Capitano C.W.R. Kmight, John Rae, Ian Sadler, Norman Shelley, Donald Strachan, Jean Cadell, Finlay Currie, Petula Clark, Margot Fitzsimmons, Anthony Eustrel, Alec Faversham, Catherine Lacey, Duncan McIntyre, Ivy Milton, Murdo Morrison
regia di Michael Powell e Emeric Pressburger



IKnowWhereImGoing


Joan Webster è un’ambiziosa e volitiva ragazza che sta per sposare un ricchissimo e attempato magnate. Le nozze si terranno su un’isola delle Ebridi di proprietà dello sposo e Joan affronta con grande determinazione il viaggio da Manchester a  Kiloran ma giunga senza problemi all’isola di Mull dovrà cedere alla volubilità del tempo scozzese che le impedisce di raggiungere la meta così vicina. Nell’attesa di arrivare a destinazione Joan conosce  Torquil MacNeil un ufficiale di marina anche lui diretto a Kiloran, la ragazza scopre che Torquil è il vero signore dell’isola che ha affittato al suo futuro sposo. Mentre il maltempo prosegue Joan si scopre attratta dal giovane ufficiale tanto da pagare un giovane isolano perché la porti a Kiloran nonostante il maestrale, anche Torquil sale sulla barca e riescono salvarsi dal gorgo di Corryvreckan ma non da quello della passione.


Sodovevado


Un film nato per caso, per l’impossibilità di ricevere il materiale necessari per girare in technicolor Scala al Paradiso, si è rivelato uno dei film più interessanti della produzione in bianco e nero del duo Powell&Pressburger che per diversi aspetti anticipa Narciso Nero: la fascinazione dei luoghi antichi e la vertigine della natura nel film del 1945 sono girati in chiave di commedia romantica mentre nell’opera del 1947 diventano il fulcro di un melodramma.
Se in Narciso Nero era il caravanserraglio alle pendici dell’Himalaya a suggestionare le suore messe ulteriormente in crisi dai vertiginosi dirupi, qui è il rudere di Moy Castle, interdetto ai MacNeil da una maledizione e il gorgo di Corryvreckan a rappresentare l’ineluttabilità delle forze naturali e delle vestigia storiche.


Sodove vado!


Un intreccio di leggende e tradizioni gaeliche ambientate nei luoghi originali descrivendo tutta la potenza della natura che fa da contrasto alla trama da commedia romantica con la bella protagonista raffinata e ambiziosa che scopre i valori di una ricchezza che va oltre al denaro, la nobiltà squattrinata -soprattutto in tempo di guerra- disposta a tutto per salvare il luogo che abitano, non solo Torquil ma anche Catriona che con la sua apparizione scarmigliata con i capelli, sempre sciolti e in questo caso fradici di pioggia, anticipa il lato femminile più passionale e selvaggio con cui Joan si dovrà scontrare per poi capitolare perdendo non solo l’abito da sposa nel gorgo, ma tutta la sua allure da signorina bene per cedere a un look più naturale che non può competere con la furia degli elementi; se non bastasse questo simbolismo il concetto è ancora ribadito in modo più metaforico dall’aquila addomesticata del capitano Knight che ha ragione di una volpe; per tacere del ritratto parodistico dei Robinson, gli unici degni di essere frequentati, secondo il fidanzato di Joan, che ricordo, non vediamo mai.



Sodovevado


La dimensione fantastica, anche se in modo latente è presente soprattuttto nel sogno di Joan durante il viaggio in treno che mi ha fatto ripensare a The elephant man in cui Wendy Hiller interpreta Madre Shead
Notevoli anche i titoli di testa: i crediti compaiono nei luoghi più disparati mentre la voce off illustra il carattere deciso della protagonista che si manifesta fin dalla più tenera infanzia.

Il cielo sopra Berlino

Der Himmel über Berlin
Germania 1987
con Bruno Ganz, Solveig Dommartin, Otto Sander, Curt Bois, Peter Falk, Bernard Eisenschitz, Teresa Harder, Hans Martin Stier, Elmar Wilms, Sigurd Rachman, Beatrice Manowski, Daniela Nasimcova, Bruno Rosaz, Scott Kirby
regia di Wim Wenders


Ilcielosopraberlino


Dalla notte dei tempi gli angeli vegliano sulla Terra, in particolare Damiel e Cassiel si aggirano su quella che è poi diventata la città di Berlino ascoltando i pensieri dell’umanità e cercando di consolarla. A Damiel inizia a pesare l’immaterialità e vorrebbe provare quello che tormenta, ma tiene vivi gli uomini, affascinato dalla bella ma solitaria trapezista Marion, troverà il coraggio di incarnarsi dopo l’incontro con il famoso attore Peter Falk che gli rivela di essere stato a sua volta un angelo.



Il cielo sopraBerlino


Di ritorno da una lunga parentesi americana, il regista tedesco gira questa favola metafisica ispirata alle  poesie di Rainer Maria Rilke.
L’indiscusso talento per rendere l’anima delle città di Wim Wenders, esalta la dualità di Berlino, la città divisa in due dal Muro anche negli anni bui della guerra fredda si conferma capitale di cultura come conferma la biblioteca di Stato, dove i pensieri degli uomini si trasformano in un canto celestiale che fa da contraltare alla musica rock degli scantinati di Nick Cave.
Ancora devastata dalla Seconda Guerra mondiale, le cui ferite vivono nella geografia della città (la ricerca di  Potsdamer Platz da parte del vecchio poeta) sia nella memoria (le immagini di repertorio) Berlino è il luogo ideale per mettere in scena la dualità tra angeli e umani gli affanni anche insensati dei secondi di fronte alla partecipazione distaccata dei primi, che in fondo così distaccati non sono se Damiel s’innamora di una donna e Cassiel resta profondamente turbato dal fatto di non esser riuscito a salvare un giovane suicida con il suo tocco pacificatore; forse alla fine della Berlino divisa dal muro che sarebbe caduto due anni dopo l’uscita del film, corrisponde anche una stanchezza degli angeli di rimanere solo osservatori distaccati e vince la voglia di partecipare alla vita, come già fatto dall’attore Peter Falk e tanti altri prima di lui.
Che a un sereno distacco sia preferibile l’odore, o meglio il sapore del sangue -prima esperienza umana di Damiel- forse è anche la risposta al quesito del vecchio poeta Homer, che vorrebbe scrivere un’elegia della Pace e si chiede cosa ci sia di così poco attraente in essa da portare gli uomini a stancarsene subito.



Ilcielosopraberlino


La dualità si riflette anche nella fotografia: il fascinoso sepia del mondo visto dagli angeli contrapposto al mondo a colori dell’essere umano: seconda cosa compiuta dal Damiel incarnato è farsi dire il nome dei colori.
La prima parte pervasa dal dolore della città, in un bianco e nero sepiato che rimanda a molti classici del cinema fantastico, e non solo, è sicuramente un capolavoro, la seconda a colori è inferiore per la perdita di magia non tanto fotografica, ma perché tutto è finalizzato all’incontro di Damiel e Marion.

La bella brigata

La belle équipe
Francia 1936
con Jean Gabin, Charles Vanel, Viviane Romance, Raymond Aimos, Jacques Baumer, Fernand Charpin, Micheline Cheirel, Charles Dorat, Raymond Cordy, Marcelle Geniat, Charles Granval, Raphaël Medina
regia di Julien Duvivier


Labelleequipe


Cinque amici spiantati vincono la lotteria e invece di dividersi il guadagno decidono di usarlo per aprire un locale. Trovano un rudere sulle rive della Senna e iniziano a restaurarlo in prima persona ma ben presto il gruppo si sfalda: Giacomo parte per il Canada perchè si è innamorato di Ughetta, la fidanzata di Mario, che è un esule spagnolo costretto a lasciare la Francia perché senza documenti e Ughetta lo segue, Tintin muore cadendo dal tetto. Rimangono Gianni e Carlo che riescono ad aprire il locale ma proprio il giorno dell’inaugurazione, Gina, la donna amata da entrambi, causerà un diverbio mortale tra i due amici.



Labelleequipe


Una delle opere più celebri del Cinema del Fronte Popolare: il film si apre su meravigliose composizioni floreali, ma non siamo nel bel mondo, piuttosto al bancone di lavoro di umili operaie che realizzano fiori finti, è il compleanno di una di loro, Ughetta e poco dopo arriva il suo fidanzato ma non per festeggiare, la avvisa che la polizia è sulle sue tracce: l’incipit del film rovesciando completamente situazioni e immagini lascia presagire che nulla andrà come dovrebbe, fino ad arrivare allo scontro mortale tra Gianni e Carlo, i due amici rimasti della Bella Brigata.
Il finale fu cambiato preferendone uno che rinsaldava l’amicizia virile, svergognando Ginette che aveva fatto di tutto per mettere i due amici l’uno contro l’altro: la solidarietà era un tema più congeniale allo spirito del Fronte Popolare, il finale originale è stato poi ripristinato e conclude degnamente il senso di sfaldamento che percorre la pellicola.
Ginette, ex compagna di Carlo, è una poco di buono, si ripresenta dall’uomo quando viene a sapere della vincita e pretende qualche migliaio di franchi per onorare le vecchie promesse d’amore. Carlo cede, senza dire nulla agli altri. Quando un forte temporale rovina parte dei lavori, gli altri amici scoprono la mancanza di parte del denaro di riserva, Carlo confessa di averli prelevati ma non ha il coraggio di chiederli indietro alla donna, è Gianni ad andare da Ginette e l’incontro sarà fatale e rischia di mandare a monte l’impresa, così i due amici decidono di comune accordo di lasciare Gina, per vendetta la donna si presenta all’inaugurazione e dopo essere stata rifiutata da Gianni, fomenta Carlo che accusa l’amico di aver rovinato la brigata costringendo Giacomo ad allontanarsi, denunciando Mario e incolpandolo anche della morte di Tintin, per impossessarsi dei beni di tutti; la gelosia e le accuse infondate portano Gianni a sparare all’amico.



La belle equipe


Una conclusione definita spesso melodrammatica ma gli altri capolavori del Fronte Popolare non hanno certo un lieto fine e tutto sommato la ricchezza che distrugge l’amicizia è un tema molto vicino agli ideali comunisti della corrente cinematografica, lo sottolinea anche l’introduzione del personaggio di Jubette verso la fine del film: il vecchio proprietario ha prestato cinquemila franchi ai tre compagni ora mancanti, tutto all’insaputa degli altri e praticamente si ritrova socio di maggioranza della proprietà anche se Carlo e Gianni lo scacciano in un impeto di solidarietà.
Stilisticamente il film si fa ricordare per i movimenti di macchina a cui corrisponde l’ariosità e la bellezza naturale delle scene en plein air.

Il villino incantato

The Enchanted Cottage
USA 1945 RKO
con Dorothy McGuire, Robert Young, Herbert Marshall, Mildred Natwick, Spring Byington, Hillary Brooke, Hillary Brooke


Ilvillinoincantato


La povera e bruttina Laura Pennington viene assunta come cameriera da Mrs. Minett perché il suo cottage, che ha una fama molto romantica, è stato scelto da una coppia per trascorrervi la luna di miele. I futuri sposi vengono a visitare il villino una settimana prima delle nozze, il 7 dicembre 1941 e le nozze saltano perché il giovane pilota viene spedito subito al fronte. Laura resta comunque con la signora Minnett e dopo un anno ricevono una nuova lettera da Oliver Bradford che intende nuovamente affittare la casa. Bradford arriva da solo: è rimasto sfigurato in battaglia e cerca un rifugio lontano da tutto per farsi dimenticare. Oliver fa amicizia con John Hillgrove, musicista rimasto cieco durante la Prima Guerra Mondiale e si confida con Laura di cui s’innamora senza accorgersene. Quando la madre esige che rientri a casa Oliver chiede a Laura di sposarlo, la ragazza, cosciente della sua scarsa avvenenza accetta anche se crede che sia solo un matrimonio di comodo. L’atmosfera magica del cottage convincerà i due innamorati di essere tornati normali ma la prosaica signora Bradford li riporterà alla realtà anche se non potrà scalfire il loro amore.



Il villino incantato


Remake dell’omonimo film muto del 1924 che raccontava la storia di un reduce della Prima Guerra Mondiale, Il Villino Incantato del 1945 si pone in quel filone fantastico che ebbe molto successo negli anni della Seconda Guerra Mondiale toccando le corde più intime di chi in guerra aveva perso qualcuno.
L’elemento fantastico è proprio il villino, l’immobile è quel che resta di un castello andato a fuoco subito dopo la costruzione da parte di un nobile inglese trasferitosi sulle coste americane e da sempre il proprietario lo ha affittato a giovani coppie in luna di miele favorendo la nascita della leggenda di luogo propizio alla nascita di grandi amori. La tradizione però termina durante la Prima Guerra Mondiale, il marito della signora Minnett muore in guerra e la vedova si isola nel villino fino all’assunzione di Laura.
Laura è una ragazza proprio bruttina, anche se il lavoro di imbruttimento su Dorothy Mc Guire è poco e affidato soprattutto a brutti giochi di ombre sul suo volto, la sequenza del ballo in cui tutti i marinai la snobbano e lei resta sola al tavolino è toccante ancora oggi.
Oliver Bradford è colpito da subito dal fascino del vecchio villino, a differenza della algida fidanzata che pur amandolo non riuscirà a trattenere un moto di ribrezzo quando se lo ritrova davanti sfigurato; è l’orgoglio a portare Oliver a rifugiarsi al villino, l’esperienza simile di Hillgrove che nella guerra precedente è rimasto cieco lo porta ad aprirsi ma sarà soprattutto la gentilezza di Laura a far breccia nel suo cuore.
L’amore tra i due è così totalitario da portarli a credere che il cottage abbia fatto su di loro una magia rendendoli bellissimi, Mrs. Minnett e Hillgrove assecondano la loro ingenuità, distrutta dalla madre di Oliver che nemmeno si rende conto dell’effetto di quello che dice.
A far da ponte tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale è la figura del pianista cieco. Il film si apre con un prologo: il musicista suona per la prima volta una composizione musicale ispirata alla storia di Oliver e Laura ma i due protagonisti sono in ritardo per un problema di lavoro di lui e mentre Hillgrove inizia a suonare la sua voce off inizia a raccontare la storia dei due innamorati. Il prologo incornicia la dimensione fantastica della storia e ci anticipa il lieto fine permettendo alla pellicola di giocare con gli stilemi gotici senza mettere troppa ansia allo spettatore.

Donne e veleni

Sleep, My Love
USA 1948 UA
con Claudette Colbert, Robert Cummings, Don Ameche, Rita Johnson, George Coulouris, Raymond Burr, Queenie Smith, Ralph Morgan, Hazel Brooks
regia di Douglas Sirk


SleepMyLove


La ricca newyorkese Alison Courtland si risveglia su un treno diretto a Boston senza ricordare come ci è salita. Richard, il marito, intanto ha allertato la polizia. Mentre riorganizza il ritorno da Boston Alison incontra una vecchia compagna di scuola che le presenta Bruce Elcott, anche lui diretto a New York, i due fanno il viaggio insieme e ben presto Bruce s’innamora della donna. Intanto Richard convince la moglie a farsi vedere da un noto psichiatra, il dottor Rhinehart perché non è la prima volta che Alison agisce fuori di coscienza; quando scopre di aver ferito il marito con un colpo di pistola prima di salire sul treno, Alison accetta l’incontro ma si trova davanti un uomo inquietante che la terrorizza; poco dopo arrivano Bruce ed Helen che la trovano svenuta e infine arriva il marito con il dottor Rhinehart che non è l’uomo incontrato poco prima da Alison. La figura che torna a perseguitare Alison è stato ingaggiata dall’amante del marito, Daphne che vuole impossessarsi anche delle ricchezze di Alison. Il piano di Richard e la sua amante andrebbe in porto se non fosse per le intromissioni di Bruce che indagherà fino a scoprire l’imbroglio.

Una produzione della Triangle Productions di Mary Pickford il cui nome apre il film, tratta dal romanzo omonimo di Leo Rosten uscito a puntate su un giornale pochi anni prima, Donne e Veleni è un’interessante ibridazione tra commedia brillante e genere noir firmata dal re dei melodrammi Douglas Sirk.
Dalla commedia brillante provengono i due protagonisti, Claudette Colbert e Don Ameche che avevano lavorato insieme una decina di anni prima ne La Signora di Mezzanotte mentre l’amante di Richard è il perfetto prototipo della dark lady, una modella che non si accontenta di essere l’amante di un riccone ma vuole impossessarsi
dei suoi beni, in particolare della lussuosa casa newyorkese di proprietà di Alison. Bella e senza scrupoli Daphne viene spesso rappresentata in posizione preminente sui suoi complici, dominandoli dall’alto.
La sua figura è completamente antitetica a quella di Alison, donna ragionevole e simpatica, l’unica di buon senso tra le svampite di contorno, l’amica che favorisce l’incontro con Bruce e la moglie del fotografo complice della macchinazione ai danni di Alison; è proprio la frequentazione della donna così equilibrata che non permette a Bruce di credere alla sua infermità mentale anche se la vede con i propri occhi in bilico sul terrazzo a un passo dal suicidio ma lo spettatore sa che è frutto delle droghe che il marito mette nella bevanda serale della moglie per poterla manipolare con l’ipnosi.
Il debito della pellicola verso Angoscia di Cukor è evidente, anche Il sospetto di Hitchcock viene citato nel primo piano della caraffa; altro omaggio a Hitchcock potrebbe essere la scelta di Robert Cummings come antagonista: l’attore era stato protagonista del film di Hitchcock, Sabotatori.
Le atmosfere cupe e notturne che caratterizzano il film non hanno misteri per Douglas Sirk, regista tedesco espatriato con l’avvento del nazismo che ben conosce le atmosfere espressioniste a cui il genere noir attinge.

Ritorno al futuro

Back to the Future
USA 1985
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Lea Thompson, Crispin Glover, Thomas F. Wilson, Wendie Jo Sperber, James Tolkan, Billy Zane, Claudia Wells, Frances Lee McCain, Marc McClure, George Di Cenzo
regia di Robert Zemeckis



Back to the future


Il 17enne Marty Mcfly, studente perennemente in ritardo con una band musicale troppo rumorosa e dei genitori depressi, ha come amico Doc uno scienziato svitato, che una sera gli da appuntamento nel parcheggio del centro commerciale per mostrargli la sua ultima invenzione, una macchina del tempo. Per costruirla Doc ha rubato del plutonio a dei terroristi libici che si presentano sul piazzale eliminando Doc e costringendo Marty a una fuga nel tempo. Il ragazzo si ritrova nel 1955 e non gli resta che rivolgersi al giovane Doc perché riesca a riportarlo nel 1985 senza l’uso del plutonio; nel frattempo Marty deve sfuggire alle attenzioni della madre adolescente e fare in modo che s’innamori dello sfigatissimo George Macfly o lui e i suoi fratelli non verranno al mondo.



Backtothefuture<


Il film si apre sulla bizzarra collezione di orologi di Doc, ossessionato dal viaggio temporale da quando una caduta in bagno nel 1955 non gli fornì l’idea del flusso canalizzatore. Perfetto congegno ad orologeria è anche il plot del film dove tutti gli elementi s’incastrano perfettamente per dar vita al film cult che mescola la sci-fi alla commedia giovanile, soprattutto nel finale dove i continui contrattempi potrebbero rovinare il ritorno di Marty nel suo tempo ma tutto è calibrato con precisione millimetrica.
L’ossessione per il tempo e la puntualità di Doc fa da contraltare al perenne ritardo di Marty, anche a scuola colleziona note su note perché non entra in classe puntuale. Altrettanto speculari sono i due mondi giovanili: il 1985 fatto di mode:la giovane Lorraine crede che Marty si chiami Levis Strauss, visto che il nome ricorre su tutti gli indumenti da perfetto paninaro, la disinibizione con cui Marty progetta un weekend al lago con la fidanzata fa da contraltare ai puritani anni ’50, puritani e ipocriti visto che l’adolescente Lorraine è ben più disinvolta di quanto racconterà nel futuro ai figli.
Il padre George nel 1985 è schiavizzato dal capoufficio, ex compagno di scuola che lo bullizzava trent’anni prima. L’incontro con il (futuro) figlio trasforma George che arriva a sfidare, anche se involontariamente, il suo aguzzino e a modificare il futuro: Marty tornerà in una famiglia più realizzata e amorevole.



Ritorno al futuro


Il genere teen negli anni’80 era sicuramente in gran voga e la peculiarità del film di Zemeckis è di ibridarlo con il filone nostalgico anni ’50 molto caro ad autori come Spielberg, produttore del film e i suoi amici registi. L’idea veramente geniale è di aggiungervi l’elemento fantascientifico con il viaggio nel tempo lanciato solo l’anno prima da Terminator.
Non c’è la precisione del paradosso della nascita di John Connor, anzi il film si diverte a giocare con le regole dello spazio tempo. “chi se ne frega!” come dice lo stesso Doc e sempre con lo spirito che caratterizza quel gruppo di registi emergenti c’è il gioco del rimando cinefilo dai monster movie anni ’30 da dove deriva il fulmine vitale per il rientro, alla fantascienza anni 50 per cui Marty si traveste da marziano per convincere il padre a corteggiare la futura moglie, anche se il tributo più esplicito è l’incontro con la famiglia di contadini proprietari del fienile dove si ferma la DeLorean.

In compagnia dei lupi

The Company of Wolves
GB 1984
con Sarah Patterson, Angela Lansbury, David Warner, Graham Crowden, Giorgia Slowe, Danielle Dax, Brian Glover, Dawn Archibald, Micha Bergese, Richard Morant, Susan Porrett, Shane Johnstone, Kathryn Pogson, Stephen Rea, Tusse Silberg
regia di Neil Jordan



Thecompaniof thewolves


Nella campagna inglese l’adolescente Rosaleen si abbandona a un sonno inquieto da cui non la risveglia nemmeno la sorella maggiore, Alice, che la avvisa del ritorno dei genitori. Il sonno della ragazzina è popolato di incubi ambientati in epoca fantastica, fuori dal tempo come i racconti delle fiabe a cui sembrano ispirarsi i sogni di Rosaleen. Tutto inizia con la morte della sorella maggiore sbranata dai lupi, per lasciare alla madre il tempo di riprendersi Rosaleen viene affidata alla nonna che vive ai margini del bosco. La vecchietta iniza a istruire la nipotina sui pericoli del bosco, soprattutto quelli legati ai lupi e più pericolosi sono quelli che si nascondono dietro fattezze umane. Un ragazzino del villaggio inizia a corteggiare Rosaleen e la porta nel bosco ma la ragazzino dopo averlo baciato fugge lasciando il sentiero. Mentre la cerca il ragazzo trova tracce della presenza di un lupo. Rosaleen torna a casa sana e salva mentre gli uomini del villaggio organizzano una battuta di caccia per eliminare il lupo. Una volta ucciso si spartiscono le sue spoglie ma la zampa presa dal padre di Rosaleen si trasforma in un arto umano che la ragazzina consiglia di bruciare. Nonostante i pericoli la ragazzina insiste per andare a trovare la nonna e sulla sua strada incontra un cacciatore che scommette di arrivare prima di lei a casa della nonna…



Thecompanyofwolves


Il film si ispira ai racconti di Angela Carter de La camera di sangue e in particolarmente all’adattamento radiofonico tratto dal racconto La compagnia di lupi. La scrittrice collaborò alla sceneggiatura insieme al poco più che esordiente regista Neil Jordan dando vita a questo capolavoro del fantastico anni ’80; il film cavalca l’ondata di passione per il lupo mannaro che investì i primi anni ’80 e ci regala alcune trasformazioni da uomo a lupo sicuramente efficaci ancora oggi. L’opera però si discosta dagli altri film del periodo per la forte caratterizzazione psicoanalitica del mondo delle fiabe, in fondo il film è una rilettura di Cappuccetto Rosso e il tema centrale, molto insistito è il passaggio alla maturità sessuale di Rosaleen con tutte le paure e i desideri che questo comporta.
La vecchia saggia nonna consiglia la ragazzina di non lasciare mai il sentiero (la retta via) e non cedere alle lusinghe degli uomini, soprattutto se hanno determinate caratteristiche che li fanno riconoscere come appartenenti alla razza dei lupi mannari, ovviamente sono tutte caratteristiche fisiche associate alla potenza sessuale.
Rosaleen però non appare così spaventata dal mondo di pericoli che la nonna le descrive, fin dal primo dialogo riguardante la morte della sorella, chiede alla nonna se Alice non avesse potuto difendersi da sola.

Anche la ragazzina inizia a raccontare delle storie alla madre ma il contenuto è ben diverso da quello della nonna, nella prima una donna si vendica del nobile che lo sedotta trasformando in lupi lui e tutti gli invitati al banchetto di nozze con una fanciulla di pari rango, una delle scene visivamente più notevoli di tutto il film, nel secondo racconto la protagonista è addirittura una lupa che si trasforma in essere umano ma poi preferisce tornare nel mondo di sotto. Un racconto che anticipa il finale tutto al femminile ben diverso da quello della fiaba: l’analogia con la fiaba di Cappucetto Rosso finisce con l’incontro tra il lupo e la ragazzina dopo la morte della nonna poi Rosaleen abbandona definivamente il sentiero in cui si era sempre persa in precedenza.



Incompagnia dei lupi


Ma di quale Rosaleen stiamo parlando? Il film ha una costruzione a scatole cinesi, Neil Jordan aggiunge una cornice contemporanea dove la protagonista trascorre il tempo a sognare una storia in cui sono raccontate delle fiabe, esaltazione del lato onirico e inconscio a cui la pellicola vuole dare spazio ma nel finale tutto si ricompatta e una torma di lupi entra nella camera della fanciulla distruggendo tutti i simboli dell’infanzia e risvegliandola bruscamente. Il film finisce qui e non è dato sapere se la Rosaleen “reale” sarà in grado di gestire altrettanto bene il rapporto con la sessualità del suo alter-ego sognato.