Le otto montagne

Leottomontagne

Italia 1922
con Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Filippo Timi, Elena Lietti, Elisabetta Mazzullo
regia di Charlotte Vandermeersch, Felix van Groeningen

1984: l’affitto di una casa di vacanze a Grana, sperduto villaggio alpino, porta Pietro, dodicenne torinese a stringere amicizia con Bruno, l’unico ragazzino del paese. Bruno è affidato agli zii perchè orfano di madre e col padre sempre lontano per lavoro. visto il legame che si stringe tra i due bambini i Guasti si offrono di ospitare Bruno in città per farlo studiare ma il padre lo prende con sé a lavorare. Pietre e Bruno si perdono di vista e si ritrovano solo una quindicina di anni dopo quando muore il padre di Pietro. l’ingegnere aveva comprato un baita da ristrutturare e aveva offerto l’incarico a Bruno, per portarlo a termine il muratore chiede l’aiuto di Pietro che accetta. Pietro scopre che negli ultimi dieci anni in cui aveva interrotto il rapporto con padre, se n’era istaurato uno altrettanto importante tra Bruno e l’ingegnere. Mentre Bruno è deciso a riprendere la vecchia attività di famiglia, producendo formaggio di malga, Pietro non sa bene cosa fare della sua vita, insicuro delle sue capacità di scrittore. Dopo un viaggio in Nepal Pietro trova la sua strada mentre il fallimento dell’attività di Bruno porta l’uomo ad allontanarsi dalla famiglia e a isolarsi nella baita costruita con Pietro morendo nel gelo dell’inverno.



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Tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Cognetti, un film che avuto lo stesso successo del libro, premiato ai festival che al botteghino. Riconosco la potenza emotiva dell’opera che coinvolge lo spettatore ma penso che il film (non conosco il romanzo) abbia scelto la via più facile puntando più sul sentimentalismo che l’approfondimento dei personaggi.
Sulla bella amicizia infantile tra Pietro e Bruno pesa da subito l’ombra del padre di Pietro, padre premuroso ma con grosse aspettative nei confronti del figlio che non si sente all’altezza dell’impegno, anche fisico, che il padre richiede nella sua passione per l’alpinismo per cui è naturalmente dotato Bruno. L’idea di portare Bruno in città spaventa più Pietro del coetaneo, per la naturale quanto inconscia paura di perdere la stima e quindi l’affetto paterno nel confronto con l’amico più dotato e affine al genitore.
Sarebbe stato interessante vedere Bruno in città, una sorta di Heidi al maschile. Lo strappo cruento dalla montagna il ragazzo lo subisce ugualmente, ma da parte del padre naturale che appena tredicenne se lo porta in giro per l’Europa a fare il manovale. Di questa parte della vita di Bruno non sapremo mai nulla anche se la determinazione con cui Bruno ricerca il legame atavico con la vita montanara allude a esperienze traumatiche con un padre beone.
Ventenne, anche Pietro rompe definitivamente i legami con il padre: non vuole studiare all’università ma sperimentare la vita, non vuole diventare un vecchio senza amici come il padre. Pietro non avrà più notizie del padre fino alla sua morte, tornato nella casa di montagna scopre il mondo parallelo del padre: la sua passione per la montagna che lo ha legato così tanto al suo vecchio amico d’infanzia. Se l’amicizia tra Bruno e Pietro esce dal ricordo di un’amicizia infantile perduta durante la crescita è proprio per portare a termine il desiderio dell’ingegner Guasti; restaurare il vecchio rudere. La costruzione della casa (simbolico lampante) è il vero cemento che costruisce l’amicizia tra Pietro e Bruno che conservano le loro diversità: il primo insicuro e curioso che esplora il mondo per cercare la propria strada, il secondo così centrato sulla propria essenza montanara da arrivare a mettere in secondo piano anche la famiglia e trasformarsi a sua volta in un padre assente dopo il fallimento del caseificio.
La lettura, con beneficio d’inventario, che ho fatto del film è tutta in filigrana, l’approfondimento dei personaggi è blando, nonostante la scelta di girare in quattro terzi (non rispettata nella trasmissione televisiva) esaltata dalla critica proprio perché non lascia spazio alla bellezza da cartolina dello scenario alpino ma costringe(rebbe) lo spettatore a seguire le vicende dei personaggi analizzati da un punto di vista più emotivo: la cosa che funziona di più nel film è la tensione di disgrazia imminente che permea tutta l’opera la cui durata supera abbondantemente le due ore: il film quindi funziona, soprattutto per la costruzione del personaggio di Bruno, loser predestinato che segue il proprio destino fino alle estreme conseguenze, un’archetipo sia letterario ma soprattutto cinematografico.
Ottima la prova dei due protagonisti che ritornano a lavorare insieme a sette anni dal film che li ha lanciati Non essere cattivo in due ruoli che invertono la traiettoria dei precedenti: la disperata inquietudine del borgataro Cesare è speculare alla disperazione quieta e determinata di Bruno e porta agli stessi esiti.

TORINO COME HOLLYWOOD. Omaggio a Pastrone

Il cinema Massimo di Torino ha dedicato due serate a Giovanni Pastrone: lunedì 13 gennaio si è analizzato il suo ruolo di regista presentando Maciste del 1915 mentre ieri si è posto l’accento sulla sua figura di produttore presentando tre comiche di Cretinetti e concludendo la serata con La guerra e il sogno di Momi diretto dallo spagnolo Segundo de Chomon.


Cretinetti


Cretinetti è una maschera comica degli anni ’10 creata dall’attore francese André Deed. Già attore comico in Francia, Deed si trasferisce in Italia nel 1908 e proprio per la Itala film crea il personaggio che lo ha reso celeberrimo (vi rimando a wikipedia per l’elenco dei nomi stranieri con cui Cretinetti era conosciuto nel resto d’Europa).
Le comiche proiettate ieri sera sono state La paura degli aeromobili nemici del 1915, Il Natale di Cretinetti del 1911 e Cretinetti che bello! del 1909: il rovesciamento temporale è giustificato dalla qualità crescente delle opere; nel primo cortometraggio Cretinetti si sposa con Dulcinea ma appena terminata la cerimonia il corteo nuziale legge un manifesto di allerta contro l’attacco degli aeromobili nemici, scatta il panico e Cretinetti si preoccupa più di mettere in essere i precetti che di festeggiare e consumare le nozze, finendo per demolire l’intero palazzo dopo aver scambiato il clacson di un autista, amante della portinaia, per l’allarme antiaereo e alla fine i poliziotti lo prelevano per spedirlo al fronte proprio nella contraerea. Più che essere colpita dal comico francese in questa prima comica mi ha colpito la verve di Dulcinea, la neo sposa, spalla di gran parte delle gag, interpretata dall’attrice francese Léonie Laporte.
Ne Il Natale di Cretinetti il nostro eroe, mentre si reca a una festa natalizia carico di doni, si scontra con un passante e per errore porta con sé tre bottiglie di etere che nei vari urti si rompono; gli effluvi avranno effetti devastanti sugli ospiti della festa, i condòmini e sull’intero palazzo che finisce per ballare anticipando -comicamente- le visioni cittadine di Dziga Vertov.
Cretinetti che bello! vede il comico abbigliarsi con gran cura per partecipare a una cerimonia di nozze, il pezzo forte del look sono un paio di scarpe dalla punta talmente lunga che solo i Leningrad Cowboys oseranno replicare. L’azzimato Cretinetti fa perdere alla testa a tutte le donne che incontra, compresa la futura sposa: tutte si gettano al suo inseguimento fino a smembrarlo ma il corpo del comico si ricompatta appena le vittime del suo fascino si allontanano. La comica più breve delle tre è quella più fulminante: il colpo di scena del corpo che esplode sotto gli strattoni e poi si ricompone riesce ancora a sorprendere il pubblico.



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Segundo de Chomón è una figura leggendaria degli albori del cinema, allievo di Méliès, da cui eredita lo spirito fantastico grazie al talento per gli effetti speciali. Dal 1912 è in Italia assunto dall’Italia film, fotografo di Cabiria è l’inventore del carrello e il film del 1917 La guerra e il sogno di Momi è considerato il primo film d’animazione italiano (anche se riprende le tematiche e la battaglia dei soldatini de Il sogno del bimbo d’Italia 1915, di Riccardo Cassano)



LaguerraeilsognodiMomi


Momi è il figlio di un ufficiale in guerra, una lettera del padre letta dal nonno al piccolo e alla madre racconta di Berto, un piccolo montanaro che con coraggio corre a chiamare l’esercito italiano perché il povero casolare dove vive con la madre è stato scelto dagli austriaci come avamposto. Gli italiani salvano la donna e riconquistano il terreno. Dopo la lettura Momi torna a giocare con i suoi soldatini ma presto si addormenta e sogna l’escalation dello scontro tra l’amato Trik e il crudele Trak, ben presto i due burattini schierano i rispettivi eserciti e scatenano una guerra devastante sulla città di Lilliput, il sogno è così realistico che il bambino si sveglia convinto di esser stato punto dalle baionette.



La guerra e il sogno di Momi


Opera sicuramente retorica con il contrasto, raccontato dal montaggio alternato, tra la famiglia trepidante ma al sicuro rispetto alle trincee e alle persone che si trovano in prima linea, il film vira del tutto inaspettatamente nella dimensione fantastica del sogno eliminando tutti gli attori in carne e ossa per dar vita a un film di animazione in stop-motion perfetto, totalmente credibile ancora oggi.

Preraffaelliti – Amore e desiderio

Preraffaelliti amore e desiderio

Temevo fortemente che la mostra milanese fosse una riproposta di quella torinese di cinque anni fa ma sono stata felicemente smentita, pochissimi i quadri presenti in entrambe le mostre – ça va san dire l’iconica Ofelia di Millais posta a inizio mostra creando un grande ingorgo di pubblico- e anche l’approccio al mondo preraffaellita presenta qualche differenza: la sala di Ofelia è quella dedicata a Elizabeth Siddall la modella simbolo della confraternita, protagonista di una convulsa relazione con il fondatore Dante Gabriel Rossetti, mentre a Torino erano presenti anche due opere della Siddall, a Milano viene mostrata solo come musa e mi provoca una punta di amarezza che non vengano mai esposte opere di pittrici femminili dato che la Confraternita, descritta sempre come elemento di rottura e modernità, aprì la via a diverse artiste donne anche se non appartenenti al nucleo originario del movimento che durò solo cinque anni ma del resto la mostra si conclude con due opere di John William Waterhouse, pittore che si ispira al mondo preraffaellita ormai mitizzato.



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Interessante lo spazio dedicato a Millais, il bambino prodigio che a soli undici anni dipinge I lottatori (The wrestlers) presente in mostra come è fondamentale la presenza del libro, proprietà di Millias, Pitture a fresco del camposanto di Pisa, testo su cui la Confraternita fonda il proprio gusto di rivisitazione medievale.
Come a Torino tornano i temi cardine della critica sociale: torna Prendete Vostro figlio, Signore di Ford Madox Brown, ma colpisce, del medesimo autore, lo sfrontato ritratto di Cattivo soggetto.



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La mostra pone l’accento sul taglio delle opere, primi piani o campi molto ristretti sulla scena come dimostra Claudio e Isabella di William Holman Hunt tratto dall’opera shakespeariana Misura per misura, il taglio ravvicinato concentra l’attenzione sugli aspetti emotivi dell’opera dove però sono sempre presenti elementi floreali con valore simbolico, qui il fiore di melo, in Amore d’aprile di Arthur Hughes l’edera e i petali di lillà al suolo.



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Un’attenzione naturalistica che riprende l’iconografia gotica ma i preraffaelliti sono anche i primi a dipingere en plein air: tornando a Ofelia, Millais lavorò per mesi sulle rive del fiume Hogsmill per creare lo sfondo mentre è ormai leggendaria la storia di come ritrasse la Siddall immersa in una tinozza d’acqua che si gelò causando l’infreddamento della fanciulla che non si riprese mai del tutto dalla stoica seduta di posa.
L’afflato spiritualistico della natura è reso manifesto in una sezione di opere meno note della produzione preraffaellita dove il sublime naturale diventa il soggetto, che sia il Il ghiacciaio di Rosenlaui di John Brett o Maggio a Regent’s Park di Charles Allston Collins.



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I dipinti della confraternita celebrano un ideale romantico dell’amore, fatto di passioni contrastate e spesso infelici, il legame tra Rossetti e la Siddall incarna perfettamente questo genere di passione anche se sconfessa in parte gli ideali libertari del movimento: il pittore sposò la sua musa solo in punto di morte e a trattenerlo dal mantenere la promessa matrimoniale spesso reiterata c’era anche la bassa estrazione sociale della modella; leggendaria e significativa fu anche la decisione di seppellire con la donna l’antologia di poesie inedite a lei dedicate e poi far riaprire la tomba qualche tempo dopo per recuperare gli scritti trovandosi davanti a una morta che aveva mantenuta intatta la sua bellezza ed era ricoperta da lunghissimi capelli rossi che avevano continuato a crescere. Questa la genesi di una delle opere più note di Rossetti, l’ascetica Beata Beatrix che contrasta con le scelte stilistiche che a breve maturerà l’artista, ispirate a Tiziano puntando sulla ricchezza delle vesti e la bellezza opulenta delle donne ritratte.
Se lo stesso fondatore della confraternita si allontana dai suoi ideali, la corrente è ormai entrata nel mito e sono diversi i pittori che si rifanno al mondo medievale riproposto dai preraffaelliti, il più noto è certamente Waterhouse e se la mostra si apre con l’iconica Ofelia, altrettanto iconica è la sua La dama di Shalott del 1888 che con Il cerchio magico conclude la mostra.

Amore e ginnastica

Amoreeginnastica

Italia 1973
con Senta Berger, Lino Capolicchio, Adriana Asti, Antonino Faà Di Bruno, Benjamin Lev, Renzo Marignano
regia di Luigi Filippo D’Amico

L’ex seminarista Simone Celzani, ora segretario dello zio, è follemente innamorato della signorina Pedani, un’inquilina dello stabile dello zio, maestra di ginnastica esclusivamente dedita alla causa dell’educazione fisica, tanto da rifiutare ogni proposta di matrimonio, a differenza della coinquilina Elena Zibelli che spera solo di trovare un innamorato.

Nel 1973, nel pieno fiorire delle commedie scollacciate, spunta questa graziosa commedia tratta dall’omonimo romanzo breve di Edmondo De Amicis, che si caratterizza per trattare con pudico divertimento le pene amorose del giovane Celzani, verso la prorompente maestrina che nelle esercitazioni pubbliche delle sue allieve procura scandalo con l’involontaria esibizione dei mutandoni delle giovinette.
Se il segretario è completamente incapace di gestire la passione per Maria Pedani, limitandosi a fare di tutto per incrociarla sulle scale e dimenticandosi di chiederla in moglie nella lettera in cui le confessa i suoi sentimenti, la signorina Zimbelli è il suo contraltare: coinquilina, collega e amica del cuore di Maria, s’illude ogni volta di aver trovato uno spasimante che regolarmente è attratto dall’energica Pedani. Alla fine la povera signorina abbandonerà la convivenza con l’amica, incapace di gestire una presenza così ingombrante.



Amoreeginnastica


Simone Celzani invece trova l’aiuto di un altro coinquilino del palazzo, l’ingegner Ginoni che gli spiegherà come conquistare l’indifferente signorina Pedani ma anche questo aiuto verrà meno quando Simone e il figlio dell’ingegnere si sfideranno a duello per la bella insegnante, ad attirare l’attenzione di Maria sarà utile solo la ginnastica di cui Celzani si finge cultore pur di colpirla.



Amore e ginnastica


Una commedia graziosa che punta sulla nostalgica ricostruzione della Torino che fu: l’azione si svolge nel 1892 con i costumi e le scenografie perfette di Giancarlo Bartolini Salimbeni e anche gli esterni girati in città ripropongono angoli immutati.

Addio giovinezza!

Addiogiovinezza!Italia 1940
con Maria Denis, Clara Calamai, Adriano Rimoldi, Carlo Campanini, Carlo Minello, Bianca Della Corte
regia di Ferdinando Maria Poggioli

Torino 1910: Mario, studente in medicina fa di tutto per conquistare la sartina Dorina, andando ad abitare anche nella stanza affittata dalla povera famiglia della ragazza. Seguono due anni di amore felice fino a quando Mario, salvando una persona che sta annegando nel Po, attira l’attenzione di Elena, una ricca mantenuta che gli si offre. Il ragazzo non sa resistere all’”avventura elegante” e finisce con rompere con Dorina. I due innamorati si rivedranno solo dopo la laurea di Mario per un ultimo addio.

Quarta versione cinematografica -e l’unica sonora- dell’omonima commedia teatrale scritta nel 1911 da  Sandro Camasio e Nino Oxilia.
Il regista Ferdinando Maria Poggioli riscrive la sceneggiatura con Salvator Gotta  e Giacomo De Benedetti (non accreditato in virtù delle leggi razziali) ampliando il tema della maliarda che seduce il giovane rovinando un amore pulito e trasforma la pellicola in una perfetta ricostruzione d’epoca della Torino d’inizio secolo con la vita goliardica degli studenti sempre a caccia di una bella sartina, affidando un tocco comico alla figura di Leone (Carlo Campanini) impacciato studente fuori corso, vittima delle burle de compagni e confidente di Mario.




Addiogiovinezza!


Un film leggero dove colpisce, in cauda venenum, la denuncia sociale: nonostante Dorina si umilii nel supplicare la vamp di lasciarle l’amato, nel finale scopriamo che quello della sartina era comunque un amore a tempo, destinato a finire con la laurea di Mario che se ne torna al paese a fare probabilmente il medico condotto, non certo una grande carriera ma le barriere sociali gli impedirebbero comunque di sposare un’umile sartina che resta solo il ricordo degli anni spensierati di gioventù.




Addio giovinezza


Un’aura di malinconica predestinazione avvolge la commedia fin dall’esordio visto che i due autori morirono giovanissimi nella Prima Guerra Mondiale; Poggioli, classe 1897 ha l’età giusta per venare di malinconia della passata gioventù il suo film ma Addio Giovinezza! aquisisce un ulteriore senso di drammatica predestinazione essendo uscito nelle sale nel dicembre del 1940, nel primo anno della Seconda Guerra Mondiale che cambierà inesorabilmente le sorti e i costumi italiani.

Raf Vallone

Rafvallone Il 17 febbraio 1916 nasceva a Tropea Raffaele Vallone, noto al grande pubblico come Raf Vallone.
E’ stato oltre che un grande attore, un calciatore, un giornalista e partigiano.
Trasferitosi a Torino da bambino, si laurea in lettere e in giurisprudenza, alternando gli studi alla passione per il calcio che lo porta a giocare nel Torino, squadra con cui esordisce in serie A nel 1934.
La sua attività di giornalista è legata alle pagine culturali de L’Unità e all’attività di critico cinematografico per La Stampa.
La prima apparizione sul grande schermo risale al 1942 con un piccolo ruolo in Noi Vivi, il successo arriva nel 1949 con Riso amaro, dove interpreta il poliziotto Marco Galli, il buono opposto alla canaglia Walter Granata, a cui presta il volto Vittorio Gassman.
Seguono altri due grandi film, ultime pagine della stagione neorelista: nel 1950 Non c’è pace tra gli ulivi, ancora per la regia di Giuseppe De Santis, e Il cammino della speranza  girato nel 1951 da Pietro Germi.

Vallone

E’ l’inizio di una carriera che vanta circa un centinaio di pellicole, molte delle quali girate all’estero per registi del calibro di Marcel Carné, Jules Dassin, Henry Hathaway, Otto Preminger, Francis Ford Coppola.
Vallone fu protagonista anche della prima stagione televisiva italiana e sono rimaste nella storia della televisione le sue interpretazioni in  Jane Eyre (1957) di Anton Giulio Maiano con Ilaria Occhini e ne Il mulino del Po (1963) di Sandro Bolchi del 1963.
Sguardodalponte All’attività cinematografica Raf Vallone alterna la grande passione per il teatro dove è regista, oltre che interprete di molte rappresentazioni dedicandosi anche alla regia di opere liriche.
Un rapporto molto speciale lega Raf Vallone all’opera di Arthur Miller, Uno sguardo dal ponte, che l’attore interpretò a teatro in italia e all’estero e fu anche il protagonista della bellissima versione cinematografica diretta nel 1962 da Sidney Lumet.
La pellicola è praticamente invisibile ma stasera la proiezione del film alla Casa del Cinema di Roma aprirà le celebrazioni del centenario dell’attore curate dalle figlie Eleonora e Arabella.
La proiezione sarà preceduta dalla presentazione, in anteprima assoluta, del frammento inedito di una recente intervista con Peter Brook, che diresse Vallone nella storica versione teatrale di Uno sguardo dal ponte (580 repliche solo al Théâtre Antoine di Parigi, 1958/60)

Circo de los horrores

Venerdì 6 giugno a Torino riprenderà la tournée italiana del Circo degli Orrori, Circo de los Horrores, variante gotica del Cirque du Soleil, cioè uno spettacolo circense senza animali improntato tutto sull’abilità degli acrobati.

Circodegliorrori

Il genere horror al cinema sta vivendo una stagione piuttosto fiacca dove gli effetti speciali hanno sostituito i meccanismi che fanno scattare la paura, ben venga allora questo spettacolo circense che gioca con molta allegria con il repertorio classico del genere horror: la colonna sonora è composta da urla, ululati, tuoni e cancelli cigolanti, ad accogliere il pubblico in sala gli inservienti vestiti da monaci, i clown e i giocolieri con le maschere inquietanti che rincorrono il pubblico con la motosega entrata nell’immaginario horror grazie a Non aprite quella porta. Il presentatore ha ovviamente le fattezze di Nosferatu e inizia lo spettacolo uscendo dalla sua bara, tutti gli esercizi sono introdotti da una cornice gotica e se ho apprezzato molto la braura dei due ginnasti con stupefacenti esercizi di equilibrio, vedere a pochi metri le due contorsioniste asiatiche che camminano velocemente facendo il ponte fa molta impressione, proprio perché è un classico del l’horror contemporaneo solo che sulla pellicola l’effetto è ottenuto al computer.
Esorcizzare la paura con la paura è un rito antichissimo che include anche lo sberleffo (soprattutto con allusioni sessuali) e la risata e il finale è davvero esilarante giocando con il pubblico invitato ad interagire e simulando di girare un film, speriamo che ancora una volta il vaudeville faccia ripartire la Settima Arte.

La donna della domenica

Italia 1975
con Jacqueline Bisset, Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant, Aldo Reggiani, Pino Caruso, Lina Volonghi, Franco Nebbia, Maria Teresa Albani, Omero Antonutti, Claudio Gora, Gigi Ballista, Renato Cecilia, Tina Lattanzi, Antonino Faà Di Bruno, Gil Cagné
regia di Luigi Comencini



Ladonnadelladomenica


La morte dell’architetto Garrone personaggio volgare e maneggione del sottobosco del bel mondo torinese mette in subbuglio la questura anche perché, alla notizia della morte i camerieri appena licenziati dalla signora Anna Carla Dosio portano alla polizia un documento autografo della donna che confida al suo migliore amico, Massimo Campi la necessità di liberarsi del Garrone. I due esponenti della ricca borghesia torinesi sono innocenti e volenterosi di aiutare il commissario, soprattutto Anna Carla. Lello Riviera, impiegato al catasto e innamorato di Campi conduce una sua indagine parallela per cercare di scagionare l’amante: metterà Santamaria sulla pista giusta ma ci lascerà la pelle.



Ladonnadelladomenica

Dall’omonimo romanzo di Fruttero e Lucentini, un giallo disimpegnato ma ben diretto ed interpretato.
Il tono volutamente leggero della pellicola è anticipato dall’ironica locandina che punta tutto sull’insolita arma del delitto: un fallo di marmo.


La donna della domenica

E’ interessante questo taglio leggero che arriva nel pieno della stagione del giallo all’italiana più truculento: ricordiamo che il 1975 è l’anno di Profondo Rosso, che condivide la stessa ambientazione torinese anche se con esiti del tutto diversi: tanto la Torino di Dario Argento è cupa e gotica, tanto Comencini ci mostra il lato più sonnacchioso della capitale sabauda ravvivata solo dai toni grotteschi riservati agli immigrati e al mondo della prostituzione e se Argento non lesina lo splatter, nel film di Comencini entrambi i delitti avvengono fuori scena.



Ladonnadelladomenica

Mentre questo mondo “basso” s’impossessa della città, l’algida borghesia torinese finge indifferenza chiusa nel suo mondo di ville sulla collina anche se in realtà i grandi parchi vengono lottizzati per far posto a condominii o locali esclusivi.



Ladonna delladomenica

Anche l’omicidio dell’amante Lello sembra scuotere ben poco Massimo Campi che dimentica tutto per tornare alle sue snobistiche questioni di pronuncia con l’amica del cuore Anna Carla che ha vissuto il rischio di venire indagata e la partecipazione alle indagini come un diversivo alla noia che caratterizza la sua esistenza ben raccontata dalla scena iniziale; diversivo culminato nel pomeriggio di sesso con il commissario Santamaria, ciliegina sulla torta delle indagini felicemente concluse prima di partire per le vacanze mentre l’uomo ricade anche lui nella noia della solitudine di una vita lontano da casa.

Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola

Saturninifarandola Italia 1913 Ambrosio Film
con Marcel Fabre, Nilde Baracchi
regia di Marcel Fabre

Quando un fortunale si abbatte sul loro naviglio, Barnaba e Sofia Farandola decidono di affidare il figlio in fasce alla clemenza delle onde. Saturnino approda all’Isola delle Scimmie dove viene allevato da genitori quadrumani che sono preoccupati per la sua mancanza di peli e di coda. Le cure proposte dallo stregone non servono e a 17 anni Saturnino viene emarginato per manifesta inferiorità. Il giovane decide di abbandonare l’isola e viene raccolto da una nave. Il capitano Lombrico legge il testamento che i genitori gli hanno lasciato al collo e si prende cura del ragazzo. Quando il capitano muore durante un attacco di pirati la ciurma sceglie Saturnino come nuovo comandante. Incontrerà anche la bella Mjsadorà che diventa sua sposa e compagna di mille avventure, come la restituzione dell’elefante bianco al re del Siam e la battaglia tra le nuvole contro il traditore Fileas Fogg. Alla fine di tante avventure Saturnino decide di tornare sull’Isola delle Scimmie

Robidalocandina

Gloriosa pellicola della torinese Ambrosio Film che spicca per le fantasione avventure del protagonista tratte dal romanzo di Albert Robida che partecipò anche alla stesura del soggetto e disegnò la locandina. Le avventure spaziano in mille ambiti che vengono messi in scena con raffinata attenzione: nella sequenza sottomarina Mjsorà e Saturnino passeggiano sui fondali con tuta da palombaro quando la donna viene ingoiata da una balena che la risputerà solo dopo esser finita nell’acquario del dottor Cocknuff, a Melbourne. Nell’acquario oltre alla balena c’e’ anche una piovra, i cui tentacoli sono le gambe di (almeno) due comparse che ne indossano il costume. Tanto dispendio di creatività è per un animale che sta sempre sul fondo dell’inquadratura, coperto dal dottore in primo piano e solo nello scontro finale tra lo scienziato e Saturnino che rivuole Mjsadorà, la piovra avrà il suo momento di gloria divorando il perfido dottor Cocknuff.
E’ un continuo miscuglio tra animali veri e costumi di scena: nell’Isola delle Scimmie non mancano vere scimmiette, l’elefante bianco è un vero elefante, ci sono anche due leonesse e un leone in un turbine di fantasmagoria comica che culmina nella bellissima guerra tra le nuvole tra mongolfiere dalle fogge più strane, non a caso il film viene considerato uno dei primi film di fantascienza.
Merita qualche parola anche l’attore/ regista Marcel Fabre (celebre per le comiche di Robinet) che interpreta Saturnino: la sua recitazione è meno forzata in gestualità e sottolineature mimiche di tanti suoi colleghi anche del decennio successivo.
La pellicola, pur nelle sue ingenuità di effetti speciali è godibilissima ancora oggi e a testimoniarlo sono state le sonore risate del pubblico che ha visto la pellicola mercoledì 8 agosto ad Aosta nell’ambito della rassegna Strade del cinema. La musicazione dal vivo era affidata al gruppo Manasonics che ha saputo creare musiche coinvolgenti e suoni di ogni risma grazie al rumorista Nicolas Becker la cui fama internazionale si deve anche a grandi successi del cinema contemporaneo come Cosmopolis.

Fricotel'estintore

Il film era preceduto da una comica sempre della Ambrosio Film e sempre del 1913, Fricot e l’estintore, dove l’ingenuo Fricot usa l’estintore nuovo per spegnere una sigaretta, irrorare l’uomo che accende i lampioni, penetrare in una cucina per spegnere i fornelli e quando scoppierà un vero incendio l’idrante sarà ormai vuoto. Fricot è interpretato dal torinese Ernesto Vaser che fu il primo comico italiano della nostra cinematografia, molto esterofila anche agli esordi. Per certi versi la maschera comica di Fricot mi ha ricordato Macario, si vede che un certa ingenua lunarità e’ un tratto tipicamente torinese.

Press Play. L’arte e i mezzi d’informazione

Kesslercircus La mostra attualmente in corso alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino propone un’interessante riflessione sui media, in un epoca in cui siamo sovraesposti all’informazione visiva, non a caso a colpirmi di più sono stati le opere che non usavano il video come mezzo per indagare il rapporto mediatico.
Di sicuro impatto è l’opera di Hans Peter Feldman 12/9 Frontpage che raccoglie più di centocinquanta prime pagine di quotidiani di tutto il mondo del 12 settembre 2001, il giorno seguente l’attentato alle Torre Gemelle. A più di un decennio di distanza l’ossessiva rappresentazione del messaggio dai toni apocalittici crea un forte senso di oppressione e conferma definitivamente che quella data è uno spartiacque fondamentale nella storia dell’umanità.
Thomas Hirshhorn propone Ingrowth opera del 2009 che mi ha fatto fortemente riflettere: quattro manichini femminili che rappresentano le quattro virtù Fede, Speranza, Grazia, Verità mutilati da enormi fori e legate dalla treccia dei capelli una volta a modelli scientifici che mostrano l’interno del corpo umano, oppure a una serie di giocattoli che rappresentano degli eroi dei fumetti e per finire a foto di cronaca molto esplicite nel mostrare vittime di sparatorie e per questo rifiutate dai media. Di fronte a quest’ultima istallazione che dovrebbe far inorridire al solo pensiero mi sono accorta di non provare quasi emozioni perchè scene del genere sono proposte con una certa frequenza dal cinema horror e non solo. Sono diventata indifferente per troppa sovraesposizione a immagini raccapriccianti o il pensare che quelle teste spappolate siano COME quelle dei film è un’estrema forma di difesa?
Se l’opera di Hirshhorn mi pone delle domande mi ha angosciato il Kessler’s circus di John Kessler, ispirato alla celebre opera di Calder, Calder’s Circus: Kessler ripropone una fantasia di oggetti in movimento sotto una tenda da campo militare e i personaggi sono soldatini spesso mutilati che vorticano furiosamente ripresi ognuno dalla propria telecamera che ne riflette l’immagine su una serie di schermi posti ai lati dell’istallazione, una follia ipercinetica e tragica che arriva dritta allo stomaco, forse perchè riprende modelli legati all’innocenza dell’infanzia e del gioco.

Press Play. L’arte e i mezzi d’informazione
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16, Torino
2 Febbraio – 13 Maggio 2012