L’uomo nell’ombra

Luomonellombra Un ghost writer accetta di malavoglia l’ingaggio per finire la stesura della biografia dell’ex premier britannico Adam Lang: la paga e’ favolosa ma la morte misteriosa del precedente scrittore lascia intuire che non si trattera’ di un lavoro facile, soprattutto quando Lang viene inquisito per crimini contro l’umanita’. L’accusa e’ di aver permesso la tortura di cittadini inglesi sospettati di terrorismo.

Uno dei rari casi in cui la traduzione italiana e’ piu’ felice del titolo originale: L’uomo nell’ombra puo’ riferirsi a piu’ di uno tra i protagonisti del film andando ben oltre l’impacciato scrittore coinvolto in una storia piu’ grande di lui e lasciando intuire la perfetta struttura ad incastro di questo thriller politico ispirato alla vita di Tony Blair.
Meccanismo giallo che regge fino all’ultimo colpo di scena riuscendo sempre a sorprendere lo spettatore fino ad un geniale finale che avviene fuori inquadratura e ancora il dubbio: sara’ avvenuto quello che tutti immaginiamo o ancora una volta le cose saranno diverse da quel che sembra?
Avvolto perennemente in cupi toni di grigio, il film e’ una perfetta rilettura dell’ultimo decennio di storia e salta all’occhio anche la coincidenza tra la vicenda del protagonista con quella del regista: si deve decidere se farsi instradare o meno per subire un processo e la domanda che sorge spontanea riguarda la strana combinazione del ritorno in auge della brutta storiaccia di Polanski proprio durante l’ultimazione di questo film: potere della suggestione filmica?

Il grande inquisitore

Ilgrandeinquisitore The Witchfinder General
(titolo americano The Conqueror Worm)
GB 1968
con Vincent Price, Rupert Davies, Ian Ogilvy, Hilary Dwyer
regia di Michael Reeves

1645. Nell’Inghilterra squassata dalla guerra civile tra Cromwell e Carlo I, l’inquisitore Matthew Hopkins con l’aiuto dell’ancor piu’ sadico assistente John Stearne, mette a ferro e fuoco i villaggi in cui e’ chiamato, di solito per delazione, torturando e uccidendo presunte streghe e stregoni.
Sara, la nipote di un prete cattolico caduto nelle mani di Hopkins, si offre all’Inquisitore per risparmiare allo zio la morte; quando il perfido Stearne scopre la tresca, violenta Sara distogliendo cosi’ Hopkins dalle sue grazie e condannando a morte il prete. La ragazza e’ pero’ fidanzata con Richard Marshall, soldato di Cromwell che, venuto a conoscenza dei fatti, giura vendetta e, a rischio della diserzione, si getta all’inseguimento dei due uomini..

Il film e’ famoso per essere l’ultima opera compiuta del promettente regista inglese Michael Reeves che mori’ appena venticinquenne nel 1969, per abuso di barbiturici. Viene considerato uno dei migliori horror inglesi di tutti i tempi, ma certamente i dubbi che ancora aleggiano sul presunto suicidio del giovane regista, alimentano il mito.
Dalla pellicola sono quasi assenti l’elemento orrorifico e quello splatter, tendendo a creare un horror d’atmosfera che gioca con i timori ancestrali legati alla tremenda caccia alla streghe che devasto’ il Vecchio e il Nuovo Mondo per secoli. Resta la sensazione di angoscia dovuta alla concezione pessimista di una realta’ dove il male sovrasta e contamina tutto: nel finale Marshall infierisce a lungo con un’ascia sull’inquisitore e maledice il compagno d’armi che finisce l’uomo con un colpo di pistola perche’ gli ha tolto la sua vendetta.
L’opera puo’ deludere i fan di Vincent Price per la sua prova raggelata e contenuta, che pure ha ispirato il personaggio del giudice Frollo ne Il gobbo di Notre Dame targato Disney. E’ noto che l’attore fu imposto dalla casa di produzione ed ebbe un rapporto contrastato con il regista.
In ogni caso il film e’ invecchiato maluccio ma lo sorreggono ancora la perfetta ricostruzione storica e l’ottima fotografia che gioca molto sul contrasto chiaro scuro.

Il nastro bianco

Ilnastrobianco E’ una favola gelida quella che Haneke fa raccontare al suo narratore che rievoca, a molti anni di distanza, l’escalation di inquietanti incidenti rimasti senza colpevole, che sconvolsero un villaggio della Prussia dove, chi ci narra la vicenda era un giovane maestro.
Come anticipa dal prologo il narratore, mentre le immagini del ricordo emergono dal nero della memoria, quei fatti potrebbero servire a chiarire gli eventi che si svilupparono in Germania negli anni a seguire. E’ chiara l’allusione al Nazismo che prese piede subito dopo la Prima Guerra Mondiale.
Paolo Mereghetti nella sua recensione su Il Corriere della Sera, del 29 ottobre 2009 dice di trovare troppo riduttivo e meccanico il rapporto tra il rigido potere esercitato dalle figure maschili su quei bambini che daranno poi vita a una generazione i cui principi folli porteranno la nazione (e il mondo) alla distruzione.
A me pare che l’ambiguita’ del regista, la cui mancanza lamenta il Mereghetti, si concentri tutta nella figura del narratore che come lui stesso tiene a specificare, e’ un testimone parziale di alcune vicende che ha solo ricostruito e anche i ricordi sono, per sua ammissione, offuscati dal tempo. Perche’ la necessita’ di questa premessa se non per giustificare in qualche modo la ricostruzione di una realta’ in cui tutti sono cattivi tranne proprio la figura del maestro e della sua tenera fidanzata, Eva? Certo, il testimone per sua natura cerca sempre di edulcorare la propria posizione, ma dov’e’ l’influenza benigna dell’insegnante su questa infanzia votata alla perversione? Del resto il maestro non doveva essere un cosi’ alto senso della missione dell’insegnamento se al ritorno dalla guerra rilevo’ la vecchia e ben piu’ proficua professione paterna di sarto…
Ecco allora che tra le pieghe della testimonianza si cela un altro elemento che rende meno meccanicistico il rapporto tra coercizione e nazismo: l’incapacita’ di impedire l’innescarsi di questo processo da parte di chi ne aveva lo specifico compito.

Basilicata coast to coast

Basilicatacoasttocoast Una band di musicisti dilettanti che ha chiamato il gruppo con l’improbabile nome de Le pale eoliche, decide di attirare l’attenzione su di se’ attraversando la Basilicata a piedi per raggiungere il festival musicale di Scanzano Jonico. L’impresa viene seguita svogliatamente dalla giornalista di una piccola testata.

Liquidare la divertentissima commedia con cui Rocco Papaleo debutta alla regia come un omaggio della stralunata comicita’ dell’artista alla sua terra natia e’ davvero limitato. Ne’ si puo’ dire, visto che la traversata non andra’ a buon fine, che la pellicola si limiti alla banale morale che l’importante e’ il viaggio e non la destinazione. L’opera di Papaleo propone una riflessione sul fallimento. Se al personaggio interpretato dal regista piace pensare che un paese abbandonato dopo una frana causata ad un ampliamento della rete fognaria, abbia deciso di rifiutare il progresso, la stessa filosofia di vita si puo’ applicare ai membri della scalcagnata band e alla giornalista che documenta la loro avventura: sono tutti dei falliti che hanno rifiutato un confronto serrato con l’esistenza e si sono bloccati davanti alle difficolta’. Questo non impedisce che rappresentino un modello positivo perche’ il rifiutare gli schemi di un modello vincente permette di sviluppare la propria originalita’, il cosiddetto pensiero laterale, di cui la pellicola da’ prova diretta in una delle scene piu’ divertenti ed inaspettate viste sugli schermi in questi ultimi anni, l’arrivo dei briganti a cavallo con il casco in testa. In questa logica ben venga anche la messa in scena molto criticata dei culi nudi dei protagonisti: per un minuto e mezzo di tale rappresentazione (neppure consecutiva) una spettatrice che sedeva dietro di me ha inveito per dieci minuti buoni allo schifo piu’ assoluto e anche molti critici bollano le due scene di inutile volgarita’. Il bello e’ che se c’e’ un film comico italiano dove non c’e’ mai un doppiosenso o una battutaccia volgare e’ proprio Basilicata coast to coast, anzi Papaleo riesce a mostrare il preludio di un rapporto sessuale a tre con gioiosa naturalezza e dolcezza, evento quasi inconcepibile per il cinema italiano da sempre predisposto a mostrare morbosamente il sesso dal buco della serratura. Lo scandalo di quattro sederi maschili nudi nasce dal fatto che sono bianchicci e flaccidini, come natura vuole che tocchi a degli ultraquarantenni anche se uno di questi (Alessandro Gassman) pochi anni fa ha posato per un calendario supersexy che immagino non abbia schifato la spettatrice di cui sopra; ma temo che lei come tanti altri abbia dimenticato che, anche tacendo di photoshop, non si puo’ sempre stare in posa come il discobolo con le natiche ben spinte in fuori.

Addio a Raimondo Vianello

Delle tre vite televisive di Raimondo Vianello, la prima in coppia con Tognazzi, la seconda in Rai con Sandra Mondaini e la terza, sempre in coppia con la moglie, a Mediaset, ho amato certamente di piu’ la seconda, anche perche’ all’epoca degli sketch con Tognazzi non ero ancora nata.

Raimondo

Mi cullo quindi nel ricordo dei meravigliosi varieta’ prodotti dalla Rai negli anni’70: Tante scuse, Di nuovo tante scuse, Noi… no, nella brillante ironia con cui la coppia Vianello Mondaini si faceva beffe della cultura alta: ricordo alcune scenette ispirate a Bergman introdotte dalla didascalia Scene da un matrimonio sovrimpressa sull’immagine di un rubinetto che colava, i famigerati “pistoni” di Noi … no! sulla musica di Brecht. Al loro sguardo sarcastico non sfuggiva pero’ neppure la cultura piu’ popolare e come dimenticare la parodia di Buonasera dottore, vista da casa di lui oppure il terzetto di E io tra di voi, celebre canzone di Charles Aznavour.
Sono cresciuta sulle note di Tarzàn e mi ricordo perfettamente la sigla finale di Di nuovo tante scuse, in cui Sandra e Raimondo si correvano incontro ma l’abbraccio finale non c’era mai.
Lascio come omaggio visivo la sigla iniziale di Di nuovo tante scuse che racchiude la concezione dell’amore di questa grande coppia unita nella vita e nell’arte. Il consiglio e’ pero’ quello di perdersi nelle pagine di Youtube dedicate a Raimondo Vianello e ricordarlo con un sorriso

Fuggiamo insieme

Fuggiamoinsieme Once Upon a Honeymoon
USA 1942
con Cary Grant, Ginger Rogers, Walter Slezak
regia di Leo McCarey.

Vienna 1938. Katherine Butt-Smith, un’arrampicatrice sociale americana (il cui vero nome e’ Kathie O’Hara) sta per sposare il barone Franz Von Luber. La notizia suscita molto scalpore perché’ il promesso sposo e’ sospettato di appoggiare l’ascesa di Hitler. Il giornalista radiofonico Pat O’Toole viene incaricato di scoprire i veri intenti di Von Luber e si mette a seguire la coppia nelle tappe del viaggio di nozze, che, guarda caso, son le stesse dell’espansione del Terzo Reich; ovviamente, fin dal primo sguardo scoppia l’attrazione tra Pat e Kathie.

Commedia brillante coniugata con la propaganda antinazista dagli esiti non proprio riuscitissimi. Tutto si svolge mentre un orologio che ha per lancette la svastica nazista segna inesorabilmente il tempo e se i numeri comici sono perfetti (del resto Leo McCarey e’ un genio indiscusso del settore e la coppia di protagonisti non e’ da meno) il film si perde nei numerosi passaggi attraverso le varie nazioni attraversate dalla coppia in luna di miele. La vicenda diventa ancora piu’ macchinosa quando Kathie, capita la vera natura del marito, si finge morta e sfrutta il nome da ragazza, O’Hara, anziche’ quello usato per conquistare il marito. Dopo aver raggiunto a fatica Parigi con Pat, la donna viene convinta da un agente del controspionaggio a tornare dal marito per spiare le sue mosse. In fin dei conti il film racconta di una donna che da bieca arrampicatrice sociale si trasforma in persona piu’ sensibile dopo aver preso coscienza degli orrori della guerra, prima aiutando una cameriera ebrea a fuggire poi tornando da marito per spiarlo, aiutando cosi’ il suo Paese. Di certo la pellicola avrebbe guadagnato se fosse rimasta concentrata su questo tema ma la necessita’ della propaganda bellica costringe il film a dilungarsi sugli orrori del conflitto, con la caduta di stile dei due protagonisti scambiati per ebrei e salvati all’ultimo minuto dalla deportazione. Dopo tante disavventure, un finale in puro stile screwball con un Cary Grant eccezionale che deve informare il capitano della nave della caduta in mare del vilain e per farlo deve interrompere una partita a carte. La scena e’ filmata da dietro un vetro, dal punto di vista di Kathie, per cui e’ una pura, geniale comica muta.

Happy family

HappyFamily Ezio decide di improvvisarsi autore e inizia a scrivere una sceneggiatura riguardante due famiglie milanesi molto diverse tra loro, una alto borghese l’altra dalle reminiscenze hippy, costrette ad incontrarsi perche’ i figli sedicenni, appena messisi insieme, hanno deciso di sposarsi..

Debbo ammettere che il trailer del film non mi aveva convinto molto, invece dopo pochi minuti dall’inzio della proiezione mi si e’ stampato in faccia un sorriso soddisfatto che durato quanto la pellicola, tanto mi son fatta ammaliare dalla leggerezza dell’ultimo lavoro di Salvatores. Forse a causa della sua parentesi noir avevo dimenticato la sua capacita’ di sorridere su temi importanti: in questo caso, come proclama Ezio in un monologo, l’attenzione del film e’ sulla paura. Tutti i protagonisti, autore in primis, sono spaventati da qualcosa, timori gravi oppure paure minime.
Piu’ di questo sottotesto che regge una trama sinceramente esilina, quello che colpisce della pellicola e’ la riflessione sulla creativita’. Andando oltre all’ovvio rapporto autore-personaggi pirandelliano, e’ proprio l’esilita’ della trama che sottolinea la valenza autoriale. In fondo il tema della famiglia e’ connaturato al cinema italiano e questa vicenda di famiglie allargate e un po’ strambe e’ caratteristica del nostro tempo e la stessa trama avrebbe potuto avere tagli diversi a seconda della volonta’ autoriale: si poteva mettere l’accento sulla vicenda di Marta e Filippo, i due adolescenti desiderosi di convolare a nozze creando un film giovanilistico alla Moccia; mettendo in primo piano la vicenda dei due trentenni avremmo avuto una commedia romantica mentre l’accento sull’amicizia tra Vincenzo e il papa’ di Marta avrebbe creato un film melanconico.
Il potere e’ nelle mani dell’autore che deve decidere quale piano prediligere. Un gioco di finzione sottolineato dalla inquadratura iniziale attraverso il modellino del teatro (ma che e’ un modellino ce ne accorgiamo al secondo sguardo, quando cambia la messa a fuoco) chiaro omaggio alla sceneggiatura teatrale di Alessandro Genovesi che sta alla base del film di Salvatores. Ci pensa poi la magnifica fotografia di Italo Petriccione a sottolineare che siamo in un mondo di finzione: Milano cosi’ bella e luminosa chi l’ha mai vista? Se poi non vi siete commossi sull’inserto in bianco e nero che accompagnava il concerto di Chopin.. beh allora siete senza cuore, ecco!

La bocca del lupo

Laboccadellupo Quarto dei Mille, il luogo da dove 150 anni fa Garibaldi partiva per creare una nazione, e’ oggi approdo di disperati, rigettati sulla riva dai marosi della vita. Sulle suggestioni del romanzo verista di Remigio Zena da cui il film prende il titolo, la telecamera del regista Pietro Marcello sceglie di seguire la storia di un uomo, Enzo, siciliano emigrato giovanissimo a Genova, cresciuto malamente tra i vicoli destinato a una vita fuori e dentro il carcere fino alla notte brava che gli costa la detenzione piu’ lunga. Lo ritroviamo spaesato a fine pena mentre cerca di orizzontarsi in una citta’ cambiata nella fisionomia e nelle opportunita’, avendo come unico punto fermo Mary, il trans conosciuto in carcere da cui e’ legato da piu’ di vent’anni e con cui condivide il sogno di una casetta sulle alture di Genova, con un po’ di terra per farci l’orto e far vivere i cani.
E forse a colpire di piu’ della semplicita’ con cui viene raccontata la storia d’amore tra Enzo e Mary, e’ proprio il loro desiderio della casetta in campagna che li accomuna a tre quarti di quegli italiani che a novembre, mentre questo film documentario vinceva il Torino Film Festival, spiavano morbosamente la realta’ trans dal buco della serratura offerto dalle trasmissioni di Vespa&C.
Ma La bocca del lupo non e’ solo il racconto di due vite ai margini, e’ un atto d’amore smisurato verso Genova, raccontata attraverso immagini di repertorio ed infatti il film e’ dedicato a chi ha filmato la citta’ negli ultimi cento anni. Si va dai filmini di inizio secolo che mostrano le vacanze al mare, ai reportage sulla evoluzione economica negli anni del boom. L’evoluzione di una citta’ che ha perduto la sua dimensione prettamente industriale per trasformarsi in qualcosa di ancora indefinito. Chi conosce solo un poco Genova non fatichera’ a riconoscere Via del Campo, Caricamento, luoghi dove turismo e marginalita’ si mischiano, l’abilita’ di Pietro Marcello sta nel filmarli in una dimensione notturna fatta di spazi vuoti e asfalti luccicanti di bagnato che sottolinea la malinconia e la disperazione di chi vive ai margini.
Proiettato in formato quattro terzi, proprio per non snaturare le immagini di repertorio che tanta parte hanno nella pellicola, La bocca del lupo coniuga in una dimensione poetica e straniante la valenza neorealista del cinema italiano con il retaggio pasoliniano nella lettura della trasformazione del tessuto urbano, ma c’e’ anche un incredibile tocco futurista nel montaggio di luci notturne che racconta la notte brava del protagonista.

Boris3

Boris-1 La prima serie di Boris non l’ho vista, ne sentivo sempre parlare in maniera entusiasta da Fabio Canino a Playwatch uno dei piu’ bei programmi radiofonici sulla televisione degli ultimi anni, talmente bello che non solo hanno chiuso il programma, ma direttamente la radio e PlayRadio si e’ trasformata nella piu’ anonima Virgin Radio.
Mentre si vociferava che un qualche non meglio definito canale generalista avesse comprato la prima serie e pensasse di trasmetterla (magari dopo anni di stoccaggio in qualche magazzino come e’ successo a Beverly Hills 90210 o Coliandro) per non saper ne leggere ne’ scrivere, mi sono subito fiondata sulla visione della seconda serie della fiction piu’ scorretta della Tv italiana che racconta le vicende di una troupe impegnata a girare una fiction, Gli occhi del cuore.
Sono rimasta folgorata dalle battute fulminanti che caratterizzano il plot e quanto vorrei saper citare quel che la Crescentini, diva uscente de Gli occhi del cuore sproloquiava su Madre Teresa, i cui panni avrebbe dovuto vestire in una futura fiction.
Boris2 mi e’ piaciuto molto anche se in certi momenti il giochino delle battute diventava un po’ prevedibile, mentre il nuovo Boris3 mi pare aver un po’ abbandonato la comicita’ di parola in nome di una satira piu’ attuale e, se possibile, ancora piu’ scorretta.
Lo ha dimostrato subito il primo episodio dove il regista Rene’ Ferretti, deluso dai rapporti con la Rete perche’ gli hanno bocciato il progetto di Macchiavelli, tenta una sortita nella tivu’ commerciale e si trasferisce a Cologno Monzese con i suoi piu’ fidati collaboratori: il direttore della fotografia, il sempre strafatto di coca Duccio Patane’ e l’assistente alla regia, Arianna. La trasferta milanese sembra propizia a far scoppiare l’amore tra Arianna e lo stagista Alessandro ma mentre i due stanno amoreggiando all’interno dell Hotel Veronica una battuta infelice di Alessandro portera’ a una sconvolgente confessione di Arianna: e’ una berlusconiana della prima ora perche’ da sempre convinta che il premier sia il meglio per questo Paese. Gelo dell’innamorato sinistroide e di tutti noi spettatori che vedevamo in Arianna uno dei personaggi piu’ equilibrati della troupe de Gli occhi del cuore. Nel frattempo la Rete richiama Ferretti per affidargli un medical drama di qualita’ intitolato Medical Dimension che sulla carta dovrebbe sconvolgere la televisione italiana e cosi’ il regista fugge letteralmente dal mondo dorato di Cologno e si rituffa in questa nuova esperienza con tutta la sua vecchia squadra di lavoro, senza riuscire a liberarsi del borioso Stanis La Rochelle, eterno protagonista maschile.
Se le frecciate alla destra non sono mancate, gli autori non temono di toccare anche uno dei miti della sinistra e ogni due per tre, dal consulente medico al narciso Stanis, prima o poi tutti vengono apostrofati come il Roberto Saviano di questo o di quello.
Alla satira spietata sul dietro le quinte delle fiction televisive, Boris unisce la capacita’ di trasformare attori conosciuti delle fiction piu’ popolari: provate a confrontare una puntata di Un medico in famiglia e Boris e vedrete Pietro Sermonti trasformarsi da dottor Jekill a mister Hide, dal fidanzato di Maria all’incontenibile Stanis La Rochelle e poi che dire di Francesco Pannofino, noto soprattutto per essere la voce italiana di George Clooney, in Boris e’ il regista Rene’ Ferretti e le smorfie che il suo personaggio fa per sopportare l’assurdita’ della vita negli studi, valgono mille delle smorfiette sexy del bel Clooney. Non si contano poi le comparsate eccellenti, in quest’ultima serie Filippo Timi e Marco Giallini.
Azzeccatissima la sigla di Elio e le storie tese: basta sentirla una volta per canticchiarla a vita, ascoltatela nella viva speranza che, come dicono i rumors, Boris diventi un film

22 ore di sogno – il cinema di Luis Buñuel

Omaggiobunuel Il Palazzo delle Esposizioni di Roma, in collaborazione collaborazione con l’Ambasciata del Messico, Istituto Cervantes di Roma e l’Ambasciata di Francia, dedica nel mese di aprile una rassegna al maestro del cinema Luis Bunuel, l’ingresso e’ completamente gratuito.

“Datemi due ore di vita attiva e ventidue di sogno, a patto di potermene ricordare”. Uno dei più grandi registi di tutti i tempi è il protagonista di un’ampia retrospettiva a 110 anni dalla nascita. Il suo cinema resta ancora oggi un’arma affilata nella definizione della libertà individuale, sfogo delle emozioni più forti e nascoste, che il mondo razionale non riesce a gestire e che trovano espressione incondizionata nella dimensione onirica. Ed è quello del sogno il terreno da cui parte o su cui si agita tutta la sua produzione, dagli strepitosi inizi in ambito surrealista alle grandi opere messicane, sino ai capolavori degli ultimi anni. Spirito contro per eccellenza, Buñuel ha combattuto ogni forma di condizionamento, mettendo alla berlina i fondamenti difettosi della convivenza umana, dall’educazione alla religione, dal potere ai rituali sociali. Supremazia degli istinti e sguardo lucido sulla condizione di miseria materiale e morale dell’uomo sono le costanti del suo percorso narrativo, che si traduce in uno stile libero e innovativo, in cui l’azione si svolge fluttuando in uno spazio mentale molto ampio, a seguire le pieghe deliranti della nevrosi umana. Come un’eco alle atmosfere sospese della mostra di de Chirico, questa rassegna offre uno sguardo parallelo sulla realtà, mosso dallo stesso stupore di fronte al suo irresolubile enigma.

15 aprile, ore 20.30
incontro Buñuel tra realtà e surrealtà

Incontro con GOFFREDO FOFI saggista e critico cinematografico.
A seguire proiezione di Un chien andalou e L’âge d’or

15 e 16 aprile, ore 21
Un chien andalou
Con Simone Mareuil, Pierre Batcheff. Francia 1929 – v. tedesca con sottotitoli in italiano (17’)

Il capolavoro del Surrealismo, nato dai sogni di Buñuel e dell’amico Salvador Dalí, non ha una trama, ma soltanto associazioni mentali, allusioni che danno libero sfogo all’inconscio. L’occhio tagliato dell’inizio, una delle più celebri immagini-choc del cinema, costringe brutalmente il pubblico a volgere lo sguardo oltre ogni conformismo.

a seguire L’âge d’or
Con Gaston Modot, Lya Lys. Francia 1930 – v. o. con sottotitoli in italiano (62’)

Buñuel e Dalì realizzano un altro capolavoro del Surrealismo che, attraverso uno stile visionario totalmente innovativo, fa a pezzi la morale borghese con la forza sovversiva del desiderio. Alla sua uscita a Parigi suscitò le reazioni violente degli squadristi di destra e fu subito vietato.

17 aprile, ore 21
Il grande teschio (El gran Calavera)
Con Fernando Soler, Rosario Granados, Andrés Soler. Messico 1949 – v. o. con sottotitoli in italiano (92’)

Buñuel filma, agli inizi della sua attività cinematografica in Messico, questa commedia di graffiante satira contro l’avidità che guida i rapporti di una famiglia borghese.

18 aprile, ore 21
I figli della violenza (Los olvidados)
Con Alfonso Mejia, Roberto Cobo, Estela Inda. Messico 1950 – v. italiana (80’)

La vita tragica e delittuosa di adolescenti abbandonati nei desolati sobborghi di Città di Messico, narrata in uno stile nuovo, teso, al di fuori di ogni sentimentalismo, ancora oggi sconvolgente. Primo premio per la regia al Festival di Cannes, rilanciò la fama di Buñuel in Europa.

20 aprile, ore 21
La figlia dell’inganno (La hija del engano)
Con Fernando Soler, Alicia Caro. Messico 1951 – v. o. con sottotitoli in italiano (80’)

Uno dei film meno conosciuti del regista, presenta i tratti migliori della sua poetica, come la continua commistione fra melodramma e commedia e la descrizione della famiglia come microcosmo infernale.

21 aprile, ore 21
Salita al cielo (Subida al cielo)
Con Esteban Márquez, Lilia Prado. Messico 1952 – v. o. con sottotitoli in italiano (74’)

Uno dei capolavori del periodo messicano e tra i film più affascinanti dell’intera produzione di Buñuel: sullo sfondo di una meschina lotta familiare per l’eredità materna, il racconto di un viaggio in cui tutto può accadere, narrato con ironia e gusto surrealista del paradosso.

22 e 23 aprile, ore 21
Lui (Él)
Con Arturo de Córdova, Delia Garces. Messico 1952 – v. o. con sottotitoli in italiano (91’)

Attraverso il sorprendente ritratto di un geloso paranoico, Buñuel realizza uno dei suoi capolavori, punto nodale del suo sguardo critico verso la borghesia e le alterazioni del desiderio, vissuto come esasperazione del possesso.

24 aprile, ore 21
L’illusione viaggia in tranvai (La Ilusión viaja en tranvía)
Con Lilia Prado, Carlos Navarro, Fernando Soto. Messico 1954 – v. o. con sottotitoli in italiano (82’)

Uno dei film messicani di Buñuel più liberi e anarchici, segue due tranvieri attraverso le vie di Città del Messico a bordo di un tram rubato, tra situazioni insolite o grottesche.

27 aprile, ore 21
Estasi di un delitto (Ensayo de un crimen)
Con Ernesto Alonso, Rita Macedo, Miroslava Stern. Messico 1955 – v. o. con sottotitoli in italiano (89.’)

Capolavoro dell’humour nero e del surrealismo, drammatico e irriverente racconto di un uomo represso, prigioniero di ossessioni e feticismi, assassino di donne mancato.

28 e 29 aprile, ore 21
Nazarín
Con Francisco Rabal, Ignacio Lopez Tarso, Rita Macedo. Messico 1958 – v. o. con sottotitoli in italiano (96’)

Tra i capolavori del regista e prova esemplare del suo pessimismo radicale, narra le disavventure di un prete donchisciottesco destinato al fallimento nella ricerca della santità. Opera capitale nel percorso di Buñuel, si aggiudicò il premio speciale della giuria a Cannes.

29 aprile, ore 20.30
incontro Cinema e pittura nei film di Luis Buñuel

Incontro con RAUL GRISOLIA docente di cinema all’Università di Roma “La Sapienza”.
A seguire proiezione di Nazarín.

30 aprile, ore 21
Violenza per una giovane (La joven)
Con Zachary Scott, Bernie Hamilton, Kay Meersman. Messico 1960 – v. italiana (96’)

Una vicenda intessuta di violenze e razzismo filtrata dallo sguardo geniale di Buñuel, che spiazza lo spettatore per la sua assenza di manicheismo e il superamento di pregiudizi e tabù. Premio speciale della giuria a Cannes.

2 e 4 maggio, ore 21
Viridiana
Con Silvia Pinal, Fernando Rey, Francisco Rabal. Spagna 1961 – v. o. con sottotitoli in italiano (91’)

Tagliente ritratto di una società statica e limpida parabola della Spagna del tempo, attraverso il naufragio di ogni spirito di carità in una giovane orfana. Primo film girato in Spagna da Buñuel dopo 30 anni d’esilio, ebbe la Palma d’oro a Cannes ma fu proibito in Spagna per la sua forza eversiva e attaccato dal Vaticano.

5 e 6 maggio, ore 21
L’angelo sterminatore (El angel exterminador)
Con Silvia Pinal, Enrique Rambal, Jacqueline Andere. Messico 1962 – v. o. con sottotitoli in italiano (95’)

Capolavoro assoluto del cinema di tutti i tempi, film appassionante per la straordinaria fantasia e l’atmosfera di suspense tragicomica che grava sull’impotenza della borghesia, rappresentata da un gruppo dell’alta società bloccato in un salone da una forza misteriosa.

6 maggio, ore 20.30
incontro Buñuel in Messico

Incontro con IGNACIO DURAN critico e produttore cinematografico messicano, ha diretto il Mexican Film Institute.
A seguire proiezione de L’angelo sterminatore.

7 e 8 maggio, ore 21
Il diario di una cameriera (Le journal d’une femme de chambre)
Con Jeanne Moreau, Georges Géret, Michel Piccoli. Francia, Italia 1964 – v. italiana (97’)

In questo capolavoro livido e cupo, Buñuel sfoga tutto il suo disprezzo antiborghese e antifascista, attraverso lo sguardo caustico e raggelato di una giovane cameriera – la straordinaria Jeanne Moreau – assunta da una famiglia piena di “mostri”.

9 e 11 maggio, ore 21
Bella di giorno (Belle de jour)
Con Catherine Deneuve, Jean Sorel, Michel Piccoli. Francia 1967 – v. italiana (105’)

Buñuel corrode dall’interno il perbenismo borghese, trasformando una moglie bella e insoddisfatta, che ha il fascino di Catherine Deneuve, in una prostituta. La doppia personalità della protagonista si riflette nella continua oscillazione tra realtà e sogno. Leone d’oro a Venezia.

12 e 13 maggio, ore 21
Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie)
Con Fernando Rey, Delphine Seyrig, Michel Piccoli. Francia 1972 – v. o. con sottotitoli in italiano (105’)

I grotteschi personaggi di questo capolavoro si riuniscono continuamente a pranzo, ma non riescono mai a mangiare. Fedele al surrealismo delle origini, un Buñuel in stato di grazia smaschera una società viziata, corrotta e ipocrita. Premio Oscar come miglior film straniero.

14 maggio, ore 21
Il fantasma della libertà (Le fantôme de la liberté)
Con Adriana Asti, Julien Bertheau, Adolfo Celi. Francia 1974 – v. italiana (104’)

In questo divertente film a episodi Buñuel scardina il concetto di libertà rovesciandone il senso e distruggendo le istituzioni, le credenze e i vuoti rituali della società occidentale. Sarcastico, tragicomico, impietoso, è il trionfo dell’assurdo e del surreale.

15 e 16 maggio, ore 21
Quell’oscuro oggetto del desiderio (Cet obscur objet du désir)
Con Fernando Rey, Carole Bouquet, Angela Molina. Francia 1977 – v. o. con sottotitoli in italiano (100’)

Una delle opere più importanti della sua intera produzione chiude la carriera del grande maestro. Originale e spiazzante, anche grazie all’espediente di un personaggio femminile interpretato da due attrici, che si alternano senza una logica evidente. Premio Oscar come miglior film straniero

Si ringrazia: Filmoteca de la UNAM, Televisa, Filmoteca del MAE, Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, Cineteca di Bologna, Cineteca D. W. Griffith, Federazione Italiana dei Circoli del Cinema, Gruppo Editoriale Minerva RaroVideo

informazioni:
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 a, Roma
www.palazzoesposizioni.it
INGRESSO LIBERO SINO A ESAURIMENTO POSTI
Possibilità di prenotare riservata ai soli possessori della membership card